Qualcuno spieghi a Teresa Bellanova che è anche ministro della Pesca. Ieri avrebbe potuto fare tappa dalle parti di Pescara, dove le barche stanno all'ormeggio costrette all'inattività da un fermo pesca che non ha alcun fondamento mentre scendeva verso Mesagne, provincia di Brindisi, uno dei suoi feudi elettorali pugliesi, a parlare di pomodori e caporalato, perché dopo il flop della sua sanatoria sui migranti che si fanno braccianti è meglio tacere. Il fatto è che la ministra si occupa molto dei dettami di Matteo Renzi e molto meno dei problemi dell'agricoltura. E della pesca. Un intero settore della nostra economia è costretto alla smobilitazione. Durante la chiusura causa Covid le nostre marinerie sono state fermate, un po' dai provvedimenti del governo e un po' dal fatto che non c'era mercato. La vendita di pesce fresco è crollata del 70%: gli italiani compravano al supermercato il surgelato, i ristoranti erano chiusi. Da metà maggio i pescherecci sono tornati in mare con una lieve ripresa del mercato ma si calcola che nei mesi del lockdown le marinerie abbiano perso circa 500 milioni di euro ai quali vanno aggiunti i mancati introiti degli impianti di acquacoltura e mitilicoltura. Secondo il calendario del governo però i pescherecci devono restare in porto lo stesso per rispettare il fermo biologico (che c'è di fatto stato nei tre mesi di forza inattività). Dal 31 luglio nell'alto Adriatico non si pesca più, da oggi si fermano le barche da San Benedetto in giù e poi fino a ottobre tutto l'Adriatico. In autunno tocca al Tirreno con pause di 40 giorni scaglionate. A Civitanova Marche, a San Benedetto del Tronto, a Pescara gli armatori e le cooperative sono sul piede di guerra: giudicano inaccettabile doversi fermare di nuovo soprattutto adesso che il mercato del pesce è in lieve ripresa e costituisce anche un attrattore per i ristoranti che continuano a scontare una crisi gravissima. Ma gli appelli alla Bellanova sono caduti nel vuoto. Eppure ci sarebbe di che preoccuparsi. In dieci anni l'Italia ha perso un terzo del suo tonnellaggio, ormai siamo sotto i 10.000 pescherecci attivi e per il 75% del consumo di pesce dipendiamo dall'estero. Non c'è solo il fermo biologico ad «affondare» le barche. C'è la concorrenza senza regole degli altri paesi mediterranei, c'è l'impatto durissimo che la crisi dei migranti ha avuto sulle marinerie del Sud. Ma di questo Teresa Bellanova non si preoccupa. Lei è convinta che il futuro della nostra agricoltura stia ancora nella sua sanatoria. Che a due giorni dalla scadenza del termine per richiedere la regolarizzazione e l'emersione del lavoro degli immigrati si dimostra un flop assoluto. Non è minimamente servita a soddisfare la richiesta di manodopera delle aziende agricole perché le domande sono meno del 30% di quelle che Bellanova e Lamorgese avevano fissato in 600.000. Stando alle proiezioni non si arriverà neppure a 185.000 regolarizzazioni, di queste meno di 30.000 riguarderanno contratti agricoli. Gli ultimi dati del ministero dell'Interno al 31 luglio evidenziano che le domande accettate sono 148.594. Di queste quelle presentate dai lavoratori agricoli sono solo 19.875 cioè meno del 13%. Le altre riguardano colf e badanti. Così le aziende agricole continuano a soffrire di mancanza di manodopera. Si è all'esordio della vendemmia e mancano almeno 25.000 raccoglitori. Le organizzazioni agricole – la Cia in testa – lamentano che con lo smart working di Agenzia delle entrate e Pubblica amministrazione le pratiche di assunzione degli stagionali sono lentissime: si è passati da un'ora in epoca pre -Covid a 15 giorni. La Coldiretti insiste per avere i voucher e avviare in vigna disoccupati, giovani e pensionati altrimenti l'uva marcirà sulle piante; a rischio ci sono 15 miliardi di fatturato del vino. Ieri però per far vedere quanto l'agricoltura è etica la ministra ha visitato il pomodorificio di Conserve Italia accolta dal presidente Maurizio Gandini. Elogi di rito, e la ministra agricola ci ha fatto però sapere: «Non ci sono filiere sporche (quella del pomodoro è spesso citata come emblema del caporalato, ndr) ci sono solo aziende che non rispettano le regole». Visto che non si trovano migranti la ministra ha pensato di ricorrere a braccia autoctone. Ormai va così: gli italiani, dopo.
Finalmente il governo ha elaborato la strategia per risolvere il caos migratorio: svuotare la vasca con un cucchiaio. Il Viminale ha annunciato ieri la ripresa, dal prossimo 10 agosto, dei rimpatri verso la Tunisia, che erano stati sospesi durante il lockdown. In base agli accordi bilaterali, partiranno alla volta del Nord Africa due voli charter a settimana, ognuno con al massimo 40 persone a bordo. Significa 80 stranieri rimpatriati a settimana. Soltanto il primo di agosto sulle nostre coste sono sbarcati in 305; il 3 agosto erano addirittura 338: fate un po' i conti di quanto tempo servirebbe per rimandare indietro tutti coloro che non hanno diritto di restare qui.
Dall'inizio dell'anno sono entrati illegalmente in Italia 14.745 stranieri (contro i 3.933 del 2019). Di questi, ben 5.909 erano tunisini. In teoria sarebbero praticamente tutti da rispedire indietro, ma al ritmo di 80 a settimana l'impresa appare davvero impossibile. Certo, il Viminale precisa che anche nelle ultime settimane qualcosa sul fronte rimpatri è stato fatto: «Dal primo giugno al 3 agosto sono state rimpatriate complessivamente 266 persone: 116 in Tunisia e 103 in Albania». Fa 219 migranti rimpatriati contro 14.745 sbarcati: niente male.
C'è poi un altro elemento di cui tenere conto. Da qualche giorno, il governo sta facendo un gioco furbetto. Concentra tutta l'attenzione sulla Tunisia, come se gli stranieri arrivassero sempre e solo da lì, e come se sui barconi ci fossero soltanto tunisini. In realtà, i dati forniti dallo stesso Viminale mostrano che sono giunti qui anche 2.181 bengalesi, 841 ivoriani, 641 algerini, 498 sudanesi, 457 marocchini, 374 pakistani eccetera. Nemmeno nei sogni più infuocati Luciana Lamorgese riuscirebbe a rimandarli tutti indietro.
Dunque la stragrande maggioranza dei migranti, con tutta probabilità, è destinata a rimanere sul nostro territorio, andando a ingrossare le file degli irregolari. E qui arriva l'altra magagna. Come noto, il governo aveva promesso di risolvere il problema dei clandestini - se non del tutto almeno in larga parte - tramite la sanatoria voluta dal ministro dell'Agricoltura Teresa Bellanova. Ebbene, anche quel provvedimento si è rivelato un fallimento clamoroso. Mancano dieci giorni allo scadere dei termini per la presentazione delle domande di regolarizzazione, e a far richiesta sono stati soltanto 120.000 stranieri circa. Le stime iniziali parlavano di 600.000 persone, poi sono state ridotte a 220.000. Ne mancano ancora poco meno di metà. Non è tutto: l'87% delle domande sono arrivate da colf e badanti e appena il 13% da lavoratori agricoli.
Significa che il condono dei clandestini non ha risolto i guai dei cosiddetti «invisibili» né quelli delle imprese agricole, che infatti ora si trovano di nuovo in difficoltà. Dino Scanavino, presidente di Cia-Agricoltori italiani, lo ha fatto presente anche ieri intervenendo aL'Aria che tira su La7. La sua organizzazione già da giorni invita a «incentivare l'utilizzo di manodopera italiana in vista dell'imminente vendemmia per far fronte agli eventuali problemi di carenza di lavoratori, alla luce delle ultime notizie che giungono da oltre frontiera, in particolare da Romania e Bulgaria, riguardo a un aumento significativo di casi positivi al Covid-19». Insomma: visto che gli stranieri dell'Est sono (giustamente) bloccati dall'epidemia, mancano lavoratori, e di sicuro la norma voluta dalla Bellanova non è servita a procurarne altri.
«Oggi il sistema produttivo italiano è in evidente difficoltà, con 8 milioni di cassaintegrati e 1,5 milioni di disoccupati, e bisogna cercare delle soluzioni all'interno del nostro Paese per cercare di rilanciare l'economia nazionale», dicono gli agricoltori. «Cia propone l'impiego nel settore agricolo di tutti quei lavoratori italiani che attualmente sono senza lavoro». Ecco lo straordinario risultato del condono: è diventato realtà all'inizio di giugno dopo sfibranti settimane di discussione, e ha lasciato le aziende agricole nella stessa situazione in cui si trovavano in primavera. Anzi, le ha ficcate in guai peggiori, perché adesso diventa ancora più difficile rivolgersi agli italiani e stimolarli a sudare nei campi.
La Bellanova, tuttavia, si mostra soddisfattissima del lavoro svolto: «Se tornassi indietro rifarei la battaglia con ancor più determinazione», ha dichiarato ieri. Ne siamo certi, peccato che a causare il dramma sia stata proprio la determinazione (anzi, la cocciutaggine) con cui il ministro ha insistito sulla sanatoria, ignorando le richieste dell'opposizione e - soprattutto - quelle delle associazioni degli agricoltori. Per aiutare imprese e lavoratori, infatti, sarebbe servito un intervento sui voucher, che però il governo - spalleggiato dai sindacati - si è categoricamente rifiutato di attuare.
Sull'argomento ieri è tornato alla carica il leghista Gian Marco Centinaio, che chiede il «voucher semplificato per offrire lavoro a migliaia di italiani, 5.000 nel solo Trentino, per la raccolta di uva e mele e con la possibilità di coinvolgere anche i percettori di reddito di cittadinanza che però non perderanno il sussidio». Qui non si tratta di bandierine politiche da issare, ma di dati di realtà di cui prendere atto. La sanatoria si è rivelata un disastro, e gli agricoltori si trovano ancora in difficoltà: forse è giunto il momento di andare incontro alle loro esigenze, non trovate? Purtroppo, però, da questo orecchio l'esecutivo sembra non sentirci, proprio come sembra completamente cieco e sordo di fronte al caos che si è scatenato in mezza Penisola a causa degli sbarchi fuori controllo.
A questo punto, sorge un atroce sospetto. Visto che gli stranieri continuano a entrare, che non si riesce a rimandarli indietro e nemmeno a metterli in regola per farli lavorare, ci viene il dubbio che il governo sfrutterà le modifiche ai decreti sicurezza per tentare di cavarsi dagli impicci. Allargando la «protezione speciale» e facilitando la distribuzione di permessi di soggiorno, i cari giallorossi potrebbero concedere a qualche migliaio di clandestini la possibilità di restare qui (a fare cosa non è dato sapere). In pratica, la vera sanatoria potrebbe arrivare a settembre. E potrebbe essere perfino più inutile e dannosa di quella voluta dalla Bellanova.
Dino Scanavino, presidente di Cia-Agricoltori italiani, non sembra affatto sorpreso quando pronuncia le parole «poche unità». Lo dice riferendosi ai migranti che si sono presentati nelle sedi della sua associazione sparse sul territorio italiano per chiedere informazioni sulla regolarizzazione voluta dal governo. Significa che, a livello nazionale, praticamente nessuno ha fatto richiesta di essere sanato, almeno presso gli uffici della Cia. Anche l'altra grande organizzazione agricola, la Coldiretti, descrive una situazione analoga: «Non abbiamo grandissime richieste», spiega Romano Magrini, responsabile Lavoro e immigrazione. «A livello nazionale i numeri sono veramente esigui, parliamo di un centinaio di domande o poco più in tutta Italia».
Certo, siamo soltanto ai primi di giugno, dall'avvio della regolarizzazione è passata una settimana scarsa. Ma sembra proprio che la partenza non sia stata delle più scoppiettanti. Lo ha riconosciuto perfino Repubblica, un paio di giorni fa, dopo un rapido sondaggio fra Caf e patronati: «Nel primo giorno utile le richieste di datori di lavoro e immigrati senza permesso di soggiorno sono arrivate col contagocce», ha scritto il giornale progressista. «I dati del Viminale parlano di alcune centinaia». Dal ministero dell'Interno, ieri, ci hanno risposto negando che i numeri siano questi, ma non hanno voluto fornire altre cifre. A quanto pare, i dati ufficiali verranno comunicati in tre momenti diversi: dopo 15 giorni, dopo 30 e dopo 45. Per ora ci dobbiamo accontentare delle valutazioni «informali».
Intanto, però, rimangono enormi perplessità, soprattutto alla luce del modo in cui la sanatoria era stata presentata. Teresa Bellanova, ministro dell'Agricoltura, prima di commuoversi in conferenza stampa, aveva ribadito più e più volte che la regolarizzazione dei clandestini era necessaria. A metà maggio, intervenendo in una diretta via Facebook organizzata da Italia Viva, fu categorica: «Se oggi le fragole le paghiamo di più non è per una pratica sleale», disse, «ma perché se ne raccolgono meno, non ci sono persone sufficienti per la raccolta. Un rischio che avremo anche per le prossime raccolte, a partire dalle albicocche».
Qualche giorno dopo, a provvedimento approvato, il ministro precisò che - considerata l'urgenza - gli stranieri avrebbero potuto essere operativi in tempi strettissimi: «Il decreto prevede la presentazione della domanda dal primo giugno», disse. «Nel momento cui fa richiesta il cittadino viene iscritto nella lista dei disoccupati e riceve un permesso temporaneo, quindi dal giorno dopo, dal 2 giugno, è nella condizione di essere impiegabile se i datori di lavoro sono interessati a fare un contratto. Che i lavoratori saranno disponibili a settembre è una cosa che semplicemente non esiste».
A oggi, però, sembra proprio che di lavoratori disponibili per le aziende agricole non ce ne siano, o comunque che ce ne siano pochissimi. Poco male, in fondo, perché alla fine dei conti non ce n'è bisogno. Vogliamo essere ottimisti, e credere che qualcuno riuscirà ad ottenere un impiego nei campi, ma se ciò avverà, lo vedremo soltanto più avanti, alla faccia della presunta urgenza.
«Ci sono ancora molte criticità», spiega Dino Scanavino di Cia. «Restano incertezze riguardo ai costi, in particolare all'ammontare del contributo forfettario che le aziende dovranno versare. In ogni caso, per come è stata fatta questa norma, non mi sembra che ci siano le condizioni perché gli imprenditori si precipitino. Si presenteranno probabilmente colf e badanti, ma questa sanatoria non è stata fatta per l'agricoltura».
Quasi identica l'impressione di Coldiretti: «Dobbiamo ancora capire bene l'aspetto contributivo», conferma Romano Magrini. «Ci sono ancora aspetti burocratici da chiarire, specialmente per quel che riguarda la modulistica. Comunque sia, questa regolarizzazione non ha un grosso appeal per il settore agricolo. Le aziende italiane hanno sempre utilizzato gli stranieri che arrivavano con il decreto flussi (circa 30-35.000 persone, ndr), non hanno mai avuto bisogno di lavoratori in nero. In occasione della precedente sanatoria, su circa 200.000 regolarizzati, solo 4.000 erano lavoratori agricoli. In questo caso ci aspettiamo che si regolarizzino tra i 1.000 e i 3.000 lavoratori».
Cifre molto diverse rispetto a quelle fornite dal governo, secondo cui si regolarizzeranno più o meno 220.000 persone. Può darsi anche che accada, è vero, visto che il 15 luglio (giorno in cui si chiuderà la finestra della regolarizzazione) è ancora abbastanza lontano.
Ma una cosa è certa: al settore agricolo il grande condono dei clandestini - a differenza di quanto ripetuto dall'esecutivo - non giova. Con la riapertura delle frontiere, circa 150.000 lavoratori stranieri comunitari potranno entrare in Italia e trovare posto in aziende in cui in molti casi hanno già lavorato in passato. E, purtroppo, è molto facile che gli extracomunitari impiegati in nero (in gran parte in alcune zone del Sud) non vengano mai regolarizzati, perché a gestire le loro esistenze è la criminalità organizzata.
Se davvero ci fosse stato un immenso e immediato bisogno di manodopera straniera, inoltre, probabilmente le domande sarebbero giunte in massa sin dal primo momento, e così non è stato. A quanto risulta, poi, le varie aziende si sono già organizzate per la raccolta di albicocche e pesche: la stagione è già coperta.
Comunque vada a finire, insomma, abbiamo la conferma: la regolarizzazione non serve agli agricoltori. Ma allora, ci chiediamo, a chi serve davvero?
Ed ecco che, oltre al danno, arriva la proverbiale beffa. La maxi sanatoria dei migranti irregolari, dopo mesi di discussioni, è stata licenziata per decreto dal governo. Adesso, però, non solo scopriamo che non serve a niente (cosa che già sapevamo), ma pure che c'è bisogno di importare altri stranieri per colmare il vuoto di manodopera nel settore agricolo. In buona sostanza, la regolarizzazione dei clandestini pensata «per l'agricoltura» non giova agli agricoltori, i quali si stanno muovendo in modo autonomo per far arrivare sul suolo italiano centinaia di professionisti da impiegare nei campi.
Lo strumento con cui queste persone giungono qui si chiama «corridoio verde». Le associazioni degli agricoltori ne parlano da mesi, ma il governo si è mosso a rilento, preferendo battere altre strade. Il 19 maggio, il ministro dell'Agricoltura, Teresa Bellanova, ha fatto sapere di essere al lavoro «perché si concretizzi il corridoio verde richiesto da Coldiretti e dalle altre associazioni», ma per ora a occuparsi di tutto sono state le organizzazioni agricole.
La settimana scorsa sono atterrati a Pescara i primi due voli charter partiti dal Marocco. A bordo c'erano in tutto 248 lavoratori agricoltori specializzati provenienti da Casablanca: la prima infornata di professionisti esteri richiesta da 40 aziende della Piana del Fucino e da una ditta di Vicenza. Dell'organizzazione si è occupato Stefano Fabrizi di Confagricoltura L'Aquila, aiutato dall'ambasciata italiana a Rabat: «L'obiettivo che mi ero dato era di riportare nelle aziende agricole del Fucino 500 lavoratori», ha spiegato Fabrizi accogliendo i lavoratori in aeroporto. «Sono già tre i voli organizzati e stiamo lavorando al quarto». A pagare il trasferimento sono stati gli imprenditori agricoli, e a quanto sembra resta il problema della quarantena: gli operai marocchini dovranno infatti starsene per 14 giorni in isolamento prima di poter iniziare a lavorare.
Altri 120 lavoratori, sempre provenienti dal Marocco, sono attesi in questi giorni. Saranno impiegati all'Aquila e nel mantovano. Il loro trasferimento è stato seguito dalla Coldiretti, che si è relazionata direttamente all'ambasciata.
«Per ora sono arrivate poche persone», dice Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. «Mi auguro che a giugno, con l'apertura dei corridoi turistici, si semplifichino le operazioni anche per l'agricoltura. Muovendoci da soli abbiamo dimostrato che organizzare questi voli era possibile, se fin dall'inizio si fosse scelta questa strada oggi non saremmo costretti a buttare così tanti prodotti, e non rischieremmo di perdere quote di mercato».
Già: le associazioni agricole avevano chiesto di poter utilizzare i voucher anche per assumere lavoratori italiani, poi si sono battute per i corridoi verdi. Ma l'esecutivo ha spinto soltanto per la sanatoria. Che adesso si rivela del tutto inutile.
Secondo la Coldiretti, infatti, i tempi della regolarizzazione non coincidono con le necessità delle aziende. «Non voglio sembrare pessimista», dice Prandini, «ma credo che fino a settembre non si vedranno gli effetti della regolarizzazione. Il testo ora deve passare in Parlamento, poi ci saranno da fare le verifiche, ci sono le procedure da portare a termine…». In ogni caso, gli agricoltori hanno bisogno di personale specializzato, non di clandestini che - qualora accettino di emergere dal nero per soli 6 mesi, cosa niente affatto scontata - dovranno pure essere formati.
«Le aziende», spiega Prandini, «hanno fatto lavorare le stesse persone per dieci anni, le hanno formate a loro spese, è di quella manodopera che hanno bisogno. Gli eventuali regolarizzati non hanno la professionalità necessaria, non sono adatte al contesto. In Germania, Francia e Regno Unito si sono mossi 15 giorni fa, hanno aperto corridoi e hanno fatto entrare lavoratori che non vengono sottoposti a quarantena». Le associazioni di categoria vorrebbero che avvenisse la stessa cosa anche qui: si offrono di fare test sui lavoratori stranieri sia all'ingresso che al momento di rientrare nello Stato d'origine. Vedremo se il governo si darà da fare per accogliere almeno questa richiesta.
Quel che resta, per ora, è la clamorosa truffa di cui gli italiani sono stati vittime. Adesso abbiamo la prova schiacciante della totale inutilità della sanatoria. Gli sbarchi sulle nostre coste continuano, il sistema di accoglienza è sotto una crescente pressione, aumentano i costi e le difficoltà. E l'unica cosa che l'esecutivo ha saputo fare per affrontare il problema è, appunto, il condono per i clandestini. Ci hanno detto che si trattava di una mossa indispensabile. Teresa Bellanova, tra le lacrime, l'ha presentata come il coronamento della sua carriera. Ebbene, ecco il risultato: le aziende agricole continuano ad aver bisogno di migliaia di persone da mandare nei campi. È il paradosso: regolarizziamo migranti che - da un punto di vista lavorativo - non ci servono, così ci tocca prenderne altri accordandoci con gli Stati dell'Europa dell'Est o del Nord Africa.
Se dobbiamo importare altri lavoratori da fuori, per quale motivo è stata organizzata la sanatoria? A questo punto, qualcuno ci deve delle risposte, perché le scuse sono finite.





