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Ansa
- L'andamento dell'epidemia lo conferma: tenere chiuse le attività è stato un sacrificio inutile, ma da sabato si dovranno riabbassare le serrande. Ancora ignoti i divieti dall'11: decisivo sarà il monitoraggio Iss di venerdì.
- Oggi due piazze davanti alla Camera e al ministero dell'Istruzione. Lite tra Lucia Azzolina e Dario Franceschini: Pd contrario alla presenza per le superiori. Regioni in ordine sparso.
Lo speciale contiene due articoli.
Il pensiero, osservando l'ultimo bollettino sui contagi di ieri pomeriggio, non può che andare alle centinaia di migliaia di esercenti (in primis baristi e ristoratori) che hanno tenuto le serrande abbassate per tutto il periodo natalizio. Osservando i dati, hanno avuto un'ulteriore conferma di ciò che andavano dicendo da giorni, senza che gli si sia prestato il minimo ascolto: le chiusure natalizie non hanno avuto alcun impatto significativo sulla curva. Ciò vuol dire, in soldoni, che il loro sacrificio (che è il caso di chiamare estremo dopo tutto ciò che hanno già dovuto sopportare) contiene, oltre al sanguinoso danno economico, la beffa di essere stato inutile. E quella di poter riaprire per oggi e domani, per poi richiudere fino chissà quando, magari mandando nel bidone dell'umido le derrate ordinate in fretta e furia ai fornitori sperando in un afflusso di clienti che giustifichi gli ordini.
Ne deriva la quasi certezza che saranno pochissimi quelli che riapriranno. Un governo dotato di raziocinio e buon senso, a questo punto, dovrebbe prendere in mano le redini della situazione ed emanciparsi dalla pedissequa esecuzione degli oracoli del Cts, valutando seriamente un cambio di strategia ma le cose, ovviamente, andranno nel verso opposto. Perché, a leggere il decreto-ponte varato dal governo per i giorni che vanno da oggi al 15 gennaio, e incrociandone le norme col dpcm originario che vedrà la propria scadenza nella stessa data, l'impressione è che ci si trovi in un dedalo di misure, prescrizioni, distinguo, eccezioni e cavilli tale da sterilizzare per sfinimento qualsiasi opposizione logica all'andazzo. Andiamo alle carte, che nella fattispecie sono il decreto da ieri in Gazzetta Ufficiale: sette densi articoli che ci dicono come dovremo muoverci o non muoverci fino al 15 del mese. Se non fosse per il fatto che già sappiamo che tutto potrebbe essere stravolto venerdì prossimo dal ministro Speranza il quale, dopo avere consultato il monitoraggio dell'Iss, firmerà l'ordinanza che assegnerà un colore a ogni Regione. Secondo il primo articolo del decreto, da oggi e fino a domani tutta l'Italia torna zona gialla, ma non si tratta di un giallo normale, bensì di un giallo «rafforzato», il che vuol dire che ci si potrà spostare liberamente ma solo all'interno della propria Regione, mentre con la vecchia zona gialla era possibile raggiungere altre Regioni, purché anch'esse gialle. Per «sconfinare», bisognerà essere in possesso dell'autocertificazione che attesti un valido motivo: ritorno alla propria residenza, domicilio o abitazione, ricongiungimento col partner convivente nella casa di comune abitazione, comprovati motivi di lavoro, salute e necessità. Della riapertura di bar e ristoranti fino alle 18 e fino alle 22 per l'asporto o la consegna a domicilio si è già detto, mentre resta il coprifuoco dalle 22 alle 5. Riaprono tutti i negozi fino alle 20 e le scuole, ma solo l'infanzia, le elementari e le medie, salvo nelle Regioni in cui i governatori hanno già emanato ordinanze contrarie. Poi, sempre all'articolo 1, il decreto disciplina le restrizioni per i weekend, a partire da quello del 9 e 10 gennaio. In questo caso, tutta l'Italia sarà zona arancione, con quello che comporta: non ci si potrà spostare dal proprio Comune e dalla propria Regione, salvo i casi previsti per l'autocertificazione e restando ferma la possibilità di tornare alla propria abitazione e di raggiungere il convivente. Chi abita in un comune con meno di 5.000 abitanti, inoltre, potrà spostarsi in un raggio di 30 km, se necessario anche varcando i confini regionali, ma non per raggiungere un capoluogo. Immutato il coprifuoco alle 22. Bar e ristoranti di nuovo chiusi salvo che per asporto o consegne a domicilio fino alle 22, mentre gli altri negozi resteranno aperti, ma non i centri commerciali. Con lunedì 11 gennaio, teoricamente, l'Italia tornerà alla divisione per fasce colorate messa a punto prima del decreto sul periodo festivo, ma per il momento il governo brancola in una nebbiosa e generalizzata zona grigia. Il colore delle Regioni dipenderà, come si è detto, dall'andamento del monitoraggio dell'Iss dell'8 gennaio, ma sappiamo già che i parametri per stabilirli saranno più severi. L'articolo 2 del nuovo decreto, infatti, ha stabilito che bisognerà avere un indice Rt superiore a 1 (non più 1,25) per diventare arancioni e superiore a 1,25 (non più 1,5) per diventare rossi. Ne deriva che, lunedì prossimo, l'Italia potrebbe svegliarsi con sei regioni in zona rossa e altrettante in arancione. Come ciliegina sulla torta, per l'11 è stato stabilito, dopo un estenuante braccio di ferro in Consiglio dei ministri, il rientro a scuola della metà degli studenti delle superiori, ma la reazione della gran parte dei governatori, dei sindacati e dei diretti interessati lascia facilmente intuire che si è trattato di una decisione platonica, figlia di dinamiche attinenti più alla crisi politica che a quella sanitaria. Ma questa, si sa, è un'altra storia.
La scuola riparte tra le proteste
Il giorno del tanto sbandierato ritorno sui banchi per gli alunni si apre con due manifestazioni. Questa mattina alle 9 il Comitato «Priorità alla scuola» ha organizzato un presidio davanti al ministero dell'Istruzione, mentre dalle 10 tutti i maggiori sindacati della scuola di Roma e del Lazio si riuniranno sotto Montecitorio per «rivendicare condizioni di maggior sicurezza nelle scuole, in relazione alla pandemia incorso, nonché una nuova attenzione e importanti investimenti nel nostro sistema di istruzione». Non la migliore delle ripartenze, soprattutto considerato quanto anche il ritorno in presenza nelle aule sia diventato terreno di scontro tra le forze della maggioranza. A conferma di ciò, oltre alle reiterate divergenze sulle riaperture tra ministero e Regioni, con conseguenti posticipi, ci sono anche le cronache dell'ultimo Consiglio dei ministri di lunedì notte. Sebbene l'ordine del giorno non fosse la scuola, al tema sono state dedicate tre ore, in cui è scoppiata la bagarre tra Azzolina e Dario Franceschini. Il capo delegazione dem ha dato il via alla discordia: «C'è un problema politico. Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15».
«Ma ci state prendendo in giro?» ha tuonato Azzolina, per una volta in sintonia con il pensiero di milioni di italiani, «le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?».
Nervi tesi dunque tra Pd e M5s, con i dem contrari alla riapertura della scuola e, all'occorrenza, pure di ristoranti e bar se necessario, come fa sapere Franceschini. «Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto», il commento della renziana Teresa Bellanova.
Il compromesso raggiunto è sotto gli occhi di tutti: Le scuole dell'infanzia, elementari e medie riapriranno oggi in tutta Italia - con pochissime eccezioni - in presenza per un totale di 5 milioni di studenti. Riapriranno oggi in presenza, per metà degli alunni, anche le scuole superiori in Trentino Alto Adige. Nel Lazio, Abruzzo, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Sicilia ed in Valle d'Aosta le scuole superiori riapriranno al 50% della presenza l'11 gennaio. Le altre Regioni hanno deciso di andare in ordine sparso, attendendo i dati della cabina di regia sull'andamento del contagio.
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Lucia Azzolina (Ansa)
Paola De Micheli scarica sui prefetti la gestione del tpl. Da Luca Zaia al Lazio, crescono i dubbi sul rientro in classe. Fabrizio Pregliasco: «È pericoloso». I dirigenti criticano gli orari scaglionati, il ministro insiste: «Non ci arrendiamo».
L'unica a essere convinta che gli autobus urbani si siano miracolosamente moltiplicati nelle notti natalizie e che quindi la scuola possa riaprire in sicurezza il 7 gennaio, è lei, Paola De Micheli, ministro dei Trasporti. E così, dopo un incontro generale, la De Micheli ha demandato ai prefetti la fase organizzativa per il rientro in classe, fase che contiene due disposizioni in particolare, il potenziamento del trasporto pubblico locale e gli orari scaglionati di entrata e di uscita.
Malgrado la tranquillità del ministro Pd, di parere contrario è Mario Rusconi, presidente dell'Associazione nazionale presidi del Lazio: «Le scuole nel Lazio non riapriranno se le istituzioni che si interessano di trasporti, sanità e ordine pubblico non garantiranno quanto di loro competenza. Ad oggi manca nella Regione ancora il piano trasporti dettagliato, cioè non c'è contezza degli orari dei trasporti pubblici». Il presidente Anp-Lazio sottolinea inoltre che «a Roma i dirigenti scolastici non sono stati ascoltati mentre a Milano sì». Del resto anche i genitori hanno ricevuto in questi giorni un questionario per dire la loro sugli orari…
Eppure, il ministro dell'Istruzione, la pentastellata Lucia Azzolina, è super certa: «Sulla scuola non possiamo arrenderci e dobbiamo, ciascuno degli attori coinvolti, operare uniti, ricordandoci sempre del peso specifico che questa istituzione ha nel percorso di ogni bambina e bambino, delle ragazze e dei ragazzi, nella vita del Paese. Arretrare sulla scuola significa rinunciare a un pezzo significativo del nostro avvenire». La Azzolina lo ha scritto al Consiglio superiore della Pubblica istruzione, che ieri ha concluso il suo mandato quinquennale, sottolineando la necessità del potenziamento del sistema dei controlli sanitari e della vaccinazione del personale scolastico, nonché dei servizi e dei trasporti. Per tutta risposta, il ministro ha vantato i finanziamenti arrivati alla scuola e destinati a «beni durevoli», come i banchi a rotelle. Intanto, per il rientro in classe il giorno dopo l'Epifania, i prefetti hanno diramato il «Documento operativo» necessario per coinvolgere scuole, società di trasporto, pubbliche e private, Regioni, province e Comuni che, nell'arco di tre giorni, dovranno programmare incontri per cercare di organizzare al meglio la riapertura.
Si parte dai presupposti fissati dall'ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, del 24 dicembre scorso, con la quale si stabilisce che, dal 7 al 15 gennaio, la percentuale degli studenti in presenza, per gli alunni del secondo ciclo, dovrà essere del 50%. Quindi, spazio agli ingressi scaglionati con una fascia oraria di ingresso prevista tra le 8 e le 10, e per l'uscita, che potrà protrarsi anche fino alle 15 o alle 16. Le due fasce orarie, di entrata e di uscita, saranno poste a due ore di distanza l'una dall'altra, per evitare l'affollamento sui mezzi e gli assembramenti in prossimità degli istituti scolastici e delle fermate degli autobus. La settimana che va dal 7 al 15 gennaio sarà utile per monitorare l'efficacia delle misure stabilite dai Tavoli di coordinamento delle Prefetture, con l'obiettivo di apportare eventuali e necessari correttivi in vista del successivo incremento al 75% di presenza degli studenti, salvo, ovviamente, un peggioramento della diffusione del Covid-19.
Nel frattempo, sono già oltre 25.000 le firme sulla petizione, lanciata dalla piattaforma Change.org, per chiedere al premier, Giuseppe Conte, e al ministro Azzolina, di non far riprendere le lezioni in presenza nelle superiori il 7 gennaio, e di continuare con la didattica a distanza.
A preoccupare ci sono i dati dei contagi, specialmente in vista della paventata terza ondata. Il primo a lanciare l'allarme era stato Walter Ricciardi, consigliere del ministro Speranza e paladino di un lockdown fino a metà gennaio: «Non ci sono le condizioni per riaprire le scuole tra una settimana». Poi, ieri, è arrivato l'allarme del virologo Fabrizio Pregliasco: «Con l'attuale circolazione del virus le scuole sono pericolose sia per quello che vi succede dentro sia per il traffico che innescano». Se per gli scienziati dell'Iss le scuole «sembrano ambienti relativamente sicuri a causa della mancanza di dati», è drastico Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici: «Se mettiamo tutta l'Italia in zona rossa possiamo mandare i ragazzi a scuola. Se davvero tutti stanno a casa, riducendo così la pressione sui trasporti, e se i ragazzi non possono aggregarsi fuori, i sistemi di tutela messi a punto all'interno delle scuole possono funzionare. Diversamente aprire le scuole comporta un aumento della diffusione del virus». «Sono molto preoccupato dall'evoluzione dell'epidemia rispetto a una riapertura delle scuole il 7 gennaio. Diversi studi scientifici mostrano che gli studenti delle superiori contribuiscono in modo significativo alla diffusione del virus», ha aggiunto Giovanni Sebastiani, del Cnr.
Ma anche i politici «rallentano» sul rientro. «Ho molte perplessità, ormai è assodato che le curve dei contagi siano collegate ovunque alla ripresa della scuola. Se si contagiano, la letteratura dice che sono in molti casi asintomatici e con cariche virali alte. Un'aula scolastica rischia di essere il terreno di coltura per il virus che poi si propaga sui bus e fuori dall'istituto», ha detto il governatore del Veneto, Luca Zaia, seguito in modo più categorico dall'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato: «Con questi dati in crescita faccio un appello al governo a riflettere bene sulla riapertura delle scuole superiori. Devono restare chiuse, in tutta Italia. Sarebbe estremamente imprudente in questa fase dell'epidemia riaprire fra una settimana».
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