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2021-01-07
Locali pubblici beffati dal caos colori. Resteranno aperti solo due giorni
Ansa
Il pensiero, osservando l'ultimo bollettino sui contagi di ieri pomeriggio, non può che andare alle centinaia di migliaia di esercenti (in primis baristi e ristoratori) che hanno tenuto le serrande abbassate per tutto il periodo natalizio. Osservando i dati, hanno avuto un'ulteriore conferma di ciò che andavano dicendo da giorni, senza che gli si sia prestato il minimo ascolto: le chiusure natalizie non hanno avuto alcun impatto significativo sulla curva. Ciò vuol dire, in soldoni, che il loro sacrificio (che è il caso di chiamare estremo dopo tutto ciò che hanno già dovuto sopportare) contiene, oltre al sanguinoso danno economico, la beffa di essere stato inutile. E quella di poter riaprire per oggi e domani, per poi richiudere fino chissà quando, magari mandando nel bidone dell'umido le derrate ordinate in fretta e furia ai fornitori sperando in un afflusso di clienti che giustifichi gli ordini.
Ne deriva la quasi certezza che saranno pochissimi quelli che riapriranno. Un governo dotato di raziocinio e buon senso, a questo punto, dovrebbe prendere in mano le redini della situazione ed emanciparsi dalla pedissequa esecuzione degli oracoli del Cts, valutando seriamente un cambio di strategia ma le cose, ovviamente, andranno nel verso opposto. Perché, a leggere il decreto-ponte varato dal governo per i giorni che vanno da oggi al 15 gennaio, e incrociandone le norme col dpcm originario che vedrà la propria scadenza nella stessa data, l'impressione è che ci si trovi in un dedalo di misure, prescrizioni, distinguo, eccezioni e cavilli tale da sterilizzare per sfinimento qualsiasi opposizione logica all'andazzo. Andiamo alle carte, che nella fattispecie sono il decreto da ieri in Gazzetta Ufficiale: sette densi articoli che ci dicono come dovremo muoverci o non muoverci fino al 15 del mese. Se non fosse per il fatto che già sappiamo che tutto potrebbe essere stravolto venerdì prossimo dal ministro Speranza il quale, dopo avere consultato il monitoraggio dell'Iss, firmerà l'ordinanza che assegnerà un colore a ogni Regione. Secondo il primo articolo del decreto, da oggi e fino a domani tutta l'Italia torna zona gialla, ma non si tratta di un giallo normale, bensì di un giallo «rafforzato», il che vuol dire che ci si potrà spostare liberamente ma solo all'interno della propria Regione, mentre con la vecchia zona gialla era possibile raggiungere altre Regioni, purché anch'esse gialle. Per «sconfinare», bisognerà essere in possesso dell'autocertificazione che attesti un valido motivo: ritorno alla propria residenza, domicilio o abitazione, ricongiungimento col partner convivente nella casa di comune abitazione, comprovati motivi di lavoro, salute e necessità. Della riapertura di bar e ristoranti fino alle 18 e fino alle 22 per l'asporto o la consegna a domicilio si è già detto, mentre resta il coprifuoco dalle 22 alle 5. Riaprono tutti i negozi fino alle 20 e le scuole, ma solo l'infanzia, le elementari e le medie, salvo nelle Regioni in cui i governatori hanno già emanato ordinanze contrarie. Poi, sempre all'articolo 1, il decreto disciplina le restrizioni per i weekend, a partire da quello del 9 e 10 gennaio. In questo caso, tutta l'Italia sarà zona arancione, con quello che comporta: non ci si potrà spostare dal proprio Comune e dalla propria Regione, salvo i casi previsti per l'autocertificazione e restando ferma la possibilità di tornare alla propria abitazione e di raggiungere il convivente. Chi abita in un comune con meno di 5.000 abitanti, inoltre, potrà spostarsi in un raggio di 30 km, se necessario anche varcando i confini regionali, ma non per raggiungere un capoluogo. Immutato il coprifuoco alle 22. Bar e ristoranti di nuovo chiusi salvo che per asporto o consegne a domicilio fino alle 22, mentre gli altri negozi resteranno aperti, ma non i centri commerciali. Con lunedì 11 gennaio, teoricamente, l'Italia tornerà alla divisione per fasce colorate messa a punto prima del decreto sul periodo festivo, ma per il momento il governo brancola in una nebbiosa e generalizzata zona grigia. Il colore delle Regioni dipenderà, come si è detto, dall'andamento del monitoraggio dell'Iss dell'8 gennaio, ma sappiamo già che i parametri per stabilirli saranno più severi. L'articolo 2 del nuovo decreto, infatti, ha stabilito che bisognerà avere un indice Rt superiore a 1 (non più 1,25) per diventare arancioni e superiore a 1,25 (non più 1,5) per diventare rossi. Ne deriva che, lunedì prossimo, l'Italia potrebbe svegliarsi con sei regioni in zona rossa e altrettante in arancione. Come ciliegina sulla torta, per l'11 è stato stabilito, dopo un estenuante braccio di ferro in Consiglio dei ministri, il rientro a scuola della metà degli studenti delle superiori, ma la reazione della gran parte dei governatori, dei sindacati e dei diretti interessati lascia facilmente intuire che si è trattato di una decisione platonica, figlia di dinamiche attinenti più alla crisi politica che a quella sanitaria. Ma questa, si sa, è un'altra storia.
La scuola riparte tra le proteste
Il giorno del tanto sbandierato ritorno sui banchi per gli alunni si apre con due manifestazioni. Questa mattina alle 9 il Comitato «Priorità alla scuola» ha organizzato un presidio davanti al ministero dell'Istruzione, mentre dalle 10 tutti i maggiori sindacati della scuola di Roma e del Lazio si riuniranno sotto Montecitorio per «rivendicare condizioni di maggior sicurezza nelle scuole, in relazione alla pandemia incorso, nonché una nuova attenzione e importanti investimenti nel nostro sistema di istruzione». Non la migliore delle ripartenze, soprattutto considerato quanto anche il ritorno in presenza nelle aule sia diventato terreno di scontro tra le forze della maggioranza. A conferma di ciò, oltre alle reiterate divergenze sulle riaperture tra ministero e Regioni, con conseguenti posticipi, ci sono anche le cronache dell'ultimo Consiglio dei ministri di lunedì notte. Sebbene l'ordine del giorno non fosse la scuola, al tema sono state dedicate tre ore, in cui è scoppiata la bagarre tra Azzolina e Dario Franceschini. Il capo delegazione dem ha dato il via alla discordia: «C'è un problema politico. Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15».
«Ma ci state prendendo in giro?» ha tuonato Azzolina, per una volta in sintonia con il pensiero di milioni di italiani, «le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?».
Nervi tesi dunque tra Pd e M5s, con i dem contrari alla riapertura della scuola e, all'occorrenza, pure di ristoranti e bar se necessario, come fa sapere Franceschini. «Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto», il commento della renziana Teresa Bellanova.
Il compromesso raggiunto è sotto gli occhi di tutti: Le scuole dell'infanzia, elementari e medie riapriranno oggi in tutta Italia - con pochissime eccezioni - in presenza per un totale di 5 milioni di studenti. Riapriranno oggi in presenza, per metà degli alunni, anche le scuole superiori in Trentino Alto Adige. Nel Lazio, Abruzzo, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Sicilia ed in Valle d'Aosta le scuole superiori riapriranno al 50% della presenza l'11 gennaio. Le altre Regioni hanno deciso di andare in ordine sparso, attendendo i dati della cabina di regia sull'andamento del contagio.
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L'andamento dell'epidemia lo conferma: tenere chiuse le attività è stato un sacrificio inutile, ma da sabato si dovranno riabbassare le serrande. Ancora ignoti i divieti dall'11: decisivo sarà il monitoraggio Iss di venerdì.Oggi due piazze davanti alla Camera e al ministero dell'Istruzione. Lite tra Lucia Azzolina e Dario Franceschini: Pd contrario alla presenza per le superiori. Regioni in ordine sparso.Lo speciale contiene due articoli.Il pensiero, osservando l'ultimo bollettino sui contagi di ieri pomeriggio, non può che andare alle centinaia di migliaia di esercenti (in primis baristi e ristoratori) che hanno tenuto le serrande abbassate per tutto il periodo natalizio. Osservando i dati, hanno avuto un'ulteriore conferma di ciò che andavano dicendo da giorni, senza che gli si sia prestato il minimo ascolto: le chiusure natalizie non hanno avuto alcun impatto significativo sulla curva. Ciò vuol dire, in soldoni, che il loro sacrificio (che è il caso di chiamare estremo dopo tutto ciò che hanno già dovuto sopportare) contiene, oltre al sanguinoso danno economico, la beffa di essere stato inutile. E quella di poter riaprire per oggi e domani, per poi richiudere fino chissà quando, magari mandando nel bidone dell'umido le derrate ordinate in fretta e furia ai fornitori sperando in un afflusso di clienti che giustifichi gli ordini. Ne deriva la quasi certezza che saranno pochissimi quelli che riapriranno. Un governo dotato di raziocinio e buon senso, a questo punto, dovrebbe prendere in mano le redini della situazione ed emanciparsi dalla pedissequa esecuzione degli oracoli del Cts, valutando seriamente un cambio di strategia ma le cose, ovviamente, andranno nel verso opposto. Perché, a leggere il decreto-ponte varato dal governo per i giorni che vanno da oggi al 15 gennaio, e incrociandone le norme col dpcm originario che vedrà la propria scadenza nella stessa data, l'impressione è che ci si trovi in un dedalo di misure, prescrizioni, distinguo, eccezioni e cavilli tale da sterilizzare per sfinimento qualsiasi opposizione logica all'andazzo. Andiamo alle carte, che nella fattispecie sono il decreto da ieri in Gazzetta Ufficiale: sette densi articoli che ci dicono come dovremo muoverci o non muoverci fino al 15 del mese. Se non fosse per il fatto che già sappiamo che tutto potrebbe essere stravolto venerdì prossimo dal ministro Speranza il quale, dopo avere consultato il monitoraggio dell'Iss, firmerà l'ordinanza che assegnerà un colore a ogni Regione. Secondo il primo articolo del decreto, da oggi e fino a domani tutta l'Italia torna zona gialla, ma non si tratta di un giallo normale, bensì di un giallo «rafforzato», il che vuol dire che ci si potrà spostare liberamente ma solo all'interno della propria Regione, mentre con la vecchia zona gialla era possibile raggiungere altre Regioni, purché anch'esse gialle. Per «sconfinare», bisognerà essere in possesso dell'autocertificazione che attesti un valido motivo: ritorno alla propria residenza, domicilio o abitazione, ricongiungimento col partner convivente nella casa di comune abitazione, comprovati motivi di lavoro, salute e necessità. Della riapertura di bar e ristoranti fino alle 18 e fino alle 22 per l'asporto o la consegna a domicilio si è già detto, mentre resta il coprifuoco dalle 22 alle 5. Riaprono tutti i negozi fino alle 20 e le scuole, ma solo l'infanzia, le elementari e le medie, salvo nelle Regioni in cui i governatori hanno già emanato ordinanze contrarie. Poi, sempre all'articolo 1, il decreto disciplina le restrizioni per i weekend, a partire da quello del 9 e 10 gennaio. In questo caso, tutta l'Italia sarà zona arancione, con quello che comporta: non ci si potrà spostare dal proprio Comune e dalla propria Regione, salvo i casi previsti per l'autocertificazione e restando ferma la possibilità di tornare alla propria abitazione e di raggiungere il convivente. Chi abita in un comune con meno di 5.000 abitanti, inoltre, potrà spostarsi in un raggio di 30 km, se necessario anche varcando i confini regionali, ma non per raggiungere un capoluogo. Immutato il coprifuoco alle 22. Bar e ristoranti di nuovo chiusi salvo che per asporto o consegne a domicilio fino alle 22, mentre gli altri negozi resteranno aperti, ma non i centri commerciali. Con lunedì 11 gennaio, teoricamente, l'Italia tornerà alla divisione per fasce colorate messa a punto prima del decreto sul periodo festivo, ma per il momento il governo brancola in una nebbiosa e generalizzata zona grigia. Il colore delle Regioni dipenderà, come si è detto, dall'andamento del monitoraggio dell'Iss dell'8 gennaio, ma sappiamo già che i parametri per stabilirli saranno più severi. L'articolo 2 del nuovo decreto, infatti, ha stabilito che bisognerà avere un indice Rt superiore a 1 (non più 1,25) per diventare arancioni e superiore a 1,25 (non più 1,5) per diventare rossi. Ne deriva che, lunedì prossimo, l'Italia potrebbe svegliarsi con sei regioni in zona rossa e altrettante in arancione. Come ciliegina sulla torta, per l'11 è stato stabilito, dopo un estenuante braccio di ferro in Consiglio dei ministri, il rientro a scuola della metà degli studenti delle superiori, ma la reazione della gran parte dei governatori, dei sindacati e dei diretti interessati lascia facilmente intuire che si è trattato di una decisione platonica, figlia di dinamiche attinenti più alla crisi politica che a quella sanitaria. Ma questa, si sa, è un'altra storia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/locali-pubblici-beffati-caos-colori-2649775191.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-scuola-riparte-tra-le-proteste" data-post-id="2649775191" data-published-at="1609993125" data-use-pagination="False"> La scuola riparte tra le proteste Il giorno del tanto sbandierato ritorno sui banchi per gli alunni si apre con due manifestazioni. Questa mattina alle 9 il Comitato «Priorità alla scuola» ha organizzato un presidio davanti al ministero dell'Istruzione, mentre dalle 10 tutti i maggiori sindacati della scuola di Roma e del Lazio si riuniranno sotto Montecitorio per «rivendicare condizioni di maggior sicurezza nelle scuole, in relazione alla pandemia incorso, nonché una nuova attenzione e importanti investimenti nel nostro sistema di istruzione». Non la migliore delle ripartenze, soprattutto considerato quanto anche il ritorno in presenza nelle aule sia diventato terreno di scontro tra le forze della maggioranza. A conferma di ciò, oltre alle reiterate divergenze sulle riaperture tra ministero e Regioni, con conseguenti posticipi, ci sono anche le cronache dell'ultimo Consiglio dei ministri di lunedì notte. Sebbene l'ordine del giorno non fosse la scuola, al tema sono state dedicate tre ore, in cui è scoppiata la bagarre tra Azzolina e Dario Franceschini. Il capo delegazione dem ha dato il via alla discordia: «C'è un problema politico. Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15». «Ma ci state prendendo in giro?» ha tuonato Azzolina, per una volta in sintonia con il pensiero di milioni di italiani, «le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?». Nervi tesi dunque tra Pd e M5s, con i dem contrari alla riapertura della scuola e, all'occorrenza, pure di ristoranti e bar se necessario, come fa sapere Franceschini. «Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto», il commento della renziana Teresa Bellanova. Il compromesso raggiunto è sotto gli occhi di tutti: Le scuole dell'infanzia, elementari e medie riapriranno oggi in tutta Italia - con pochissime eccezioni - in presenza per un totale di 5 milioni di studenti. Riapriranno oggi in presenza, per metà degli alunni, anche le scuole superiori in Trentino Alto Adige. Nel Lazio, Abruzzo, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Sicilia ed in Valle d'Aosta le scuole superiori riapriranno al 50% della presenza l'11 gennaio. Le altre Regioni hanno deciso di andare in ordine sparso, attendendo i dati della cabina di regia sull'andamento del contagio.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia lo ha ripetuto anche ieri, alla cerimonia per il giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di finanza di Bergamo: «Viviamo in un’epoca complessa», ha sottolineato Giorgetti, «segnata da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, conflitti bellici, transizioni energetiche, trasformazioni tecnologiche e instabilità finanziarie. Tutti fattori che incidono profondamente sugli equilibri economici, sociali e sulla sicurezza finanziaria dei Paesi. La storia economica ci mostra innanzitutto i meccanismi di lungo periodo. Fenomeni come la globalizzazione, le guerre commerciali e le disuguagliane non nascono oggi. Hanno radici profonde. Le dinamiche osservate ad esempio durante la grande depressione del ‘29», ha aggiunto il ministro dell’Economia, «o dopo la seconda guerra mondiale, così come quelle seguite allo shock petrolifero del 1973, alla crisi finanziaria del 2008 o dei debiti sovrani del 2010, aiutano a comprendere come gli Stati reagiscono a shock sistemici, quali politiche funzionano e quali rischiano invece di aggravare la crisi». L’ha presa alla lontana, Giorgetti, citando tra l’altro esempi estremamente significativi, per poi arrivare al punto: «La storia economica ci insegna anche a cogliere le connessioni tra crisi economiche e trasformazioni sociali del passato», ha argomentato, «che hanno spesso generato cambiamenti profondi, in alcuni casi offrendo opportunità per realizzare importanti riforme in campo sociale ed economico, ma nei casi peggiori hanno generato anche instabilità politica e conflitti. La consapevolezza che oggi le regole globali, dal commercio alla finanza alla governance possono cambiare in un contesto segnato da forte incertezza, richiede prudenza e senso di responsabilità ma deve anche necessariamente aprire spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza preconcetti o ideologie fini a se stesse». Si potrebbe sintetizzare: «Cari amici della Commissione Ue, non so più come dirvelo: se restiamo legati alle regole ordinarie in tempi straordinari, come la storia insegna, siamo morti».
Ma a Bruxelles continuano a non voler ascoltare, anzi peggio: come abbiamo scritto ieri, sembrano pure prenderci in giro, giocherellando coi decimali. Il rapporto deficit/Pil 2025, certificato dall’Istat, è al 3,1%, e l’Italia quindi resta sotto procedura di infrazione, per uno 0,1%. Ma attraverso la Stampa, il Commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha giocato a fare la parte del misericordioso, sottolineando che a settembre, se i dati cambiassero, la Commissione potrebbe rivedere le sue decisioni. «Teoricamente è possibile», ha detto Dombrovskis, «potrebbero esserci alcune rivalutazioni dei dati in autunno, alla luce dei numeri definitivi del Superbonus. E quindi potrebbero esserci degli sviluppi». Un modo come un altro per frenare, anzi bloccare, qualsiasi ipotesi di uno scostamento di bilancio da parte del governo italiano per fronteggiare la crisi energetica e dare respiro a famiglie e imprese. State buoni, ha detto in pratica Dombrovskis, che a settembre vi diamo lo zuccherino. Zuccherino amarissimo, tra l’altro, perché in ogni caso l’Italia dovrebbe poi restare al di sotto del 3% almeno fino al 2028. Tra l’altro, la Commissione non farebbe nessun «omaggio» all’Italia: come ha spiegato alla Verità la deputata di Fdi Ylenja Lucaselli, capogruppo in Commissione Bilancio e figura chiave nelle politiche economiche del partito, il rapporto deficit/Pil dell’Italia è già, di fatto, inferiore all’3,1%. L’Istat infatti arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%. Tutto qui.
Intanto, si fa quel che si può: il Mef ha comunicato che è in corso di pubblicazione il decreto ministeriale che proroga fino al 22 maggio prossimo l’attuale taglio delle accise sui carburanti in scadenza ieri. Il taglio sarà di 20 centesimi al litro per il gasolio e di 5 centesimi al litro per la benzina.
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Ecco una preparazione co coniuga la Primavera con un classico della cucina di magro: il baccalà con i ceci. Se si afa in questo modo il piatto acquista freschezza e diventa saporito pur rimanendo nutriente e leggero. Si prepara in pochissimi minuti e il successo è garantito.
Ingredienti – 500 gr di baccalà già ammollato, 300 gr di ceci già lesati, 200 gr di fave, 5 o 6 foglie di salvia, almeno tre spicchi d’aglio, sale, pepe, olio extravergine di oliva qb.
Preparazione – In una capace padella scaldate in un generoso giro di olio extravergine di oliva gli spicchi d’aglio e la salvia. Andate a fuoco moderato perché si deve aromatizzare il grasso, ma non devono prendere colore le verdure. Versate in padella i ceci scolati e fate prendere sapore. Aggiustate di sale e di pepe. Nel frattempo mettete a sbollentare le fave che avrete sgusciato. Basta che prendano il bollore per un minuto. Ritiratele, ma non scolate l’acqua di cottura che vi sarà utile. Ora prendete i ceci e sistemateli in un bicchiere da frullatore con un po’ di acqua di cottura delle fave e un altro cucchiaio di extravergine. Con il frullatore a immersione riduceteli in crema. Nella padella dove sono rimasti aglio e salvia fate scottare a fuoco vivace il baccalà che avrete fatto in quattro pezzi per circa sei minuti dalla parte della pelle e quattro dalla parte della polpa. Nel frattempo freddate le fave e sbucciatele ulteriormente. E’ facilissimo: basta incidere la parte superiore del frutto e fare una leggerissima pressione; vedrete che “l’anima” uscirà da sola. Ora impiattate. Mettete a specchio sul piatto una generosa quantità di crema di ceci adagiatevi sopra un trancio di baccalà, fate cadere una manciata di fave e aggiustate di abbondante pepe e ancora un giro di olio extravergine a crudo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sbucciare per due volte le fave.
Abbinamento – Certamente un bianco e ci siamo ispirati alle città del baccalà: Verdicchio dei Castelli di Jesi pensando ad Ancona, Vermentino della Costa degli Etruschi pensando a Livorno, Soave pensando a Venezia, una Biancolella d’Ischia pensando a Napoli.
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