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2021-01-07
Locali pubblici beffati dal caos colori. Resteranno aperti solo due giorni
Ansa
Il pensiero, osservando l'ultimo bollettino sui contagi di ieri pomeriggio, non può che andare alle centinaia di migliaia di esercenti (in primis baristi e ristoratori) che hanno tenuto le serrande abbassate per tutto il periodo natalizio. Osservando i dati, hanno avuto un'ulteriore conferma di ciò che andavano dicendo da giorni, senza che gli si sia prestato il minimo ascolto: le chiusure natalizie non hanno avuto alcun impatto significativo sulla curva. Ciò vuol dire, in soldoni, che il loro sacrificio (che è il caso di chiamare estremo dopo tutto ciò che hanno già dovuto sopportare) contiene, oltre al sanguinoso danno economico, la beffa di essere stato inutile. E quella di poter riaprire per oggi e domani, per poi richiudere fino chissà quando, magari mandando nel bidone dell'umido le derrate ordinate in fretta e furia ai fornitori sperando in un afflusso di clienti che giustifichi gli ordini.
Ne deriva la quasi certezza che saranno pochissimi quelli che riapriranno. Un governo dotato di raziocinio e buon senso, a questo punto, dovrebbe prendere in mano le redini della situazione ed emanciparsi dalla pedissequa esecuzione degli oracoli del Cts, valutando seriamente un cambio di strategia ma le cose, ovviamente, andranno nel verso opposto. Perché, a leggere il decreto-ponte varato dal governo per i giorni che vanno da oggi al 15 gennaio, e incrociandone le norme col dpcm originario che vedrà la propria scadenza nella stessa data, l'impressione è che ci si trovi in un dedalo di misure, prescrizioni, distinguo, eccezioni e cavilli tale da sterilizzare per sfinimento qualsiasi opposizione logica all'andazzo. Andiamo alle carte, che nella fattispecie sono il decreto da ieri in Gazzetta Ufficiale: sette densi articoli che ci dicono come dovremo muoverci o non muoverci fino al 15 del mese. Se non fosse per il fatto che già sappiamo che tutto potrebbe essere stravolto venerdì prossimo dal ministro Speranza il quale, dopo avere consultato il monitoraggio dell'Iss, firmerà l'ordinanza che assegnerà un colore a ogni Regione. Secondo il primo articolo del decreto, da oggi e fino a domani tutta l'Italia torna zona gialla, ma non si tratta di un giallo normale, bensì di un giallo «rafforzato», il che vuol dire che ci si potrà spostare liberamente ma solo all'interno della propria Regione, mentre con la vecchia zona gialla era possibile raggiungere altre Regioni, purché anch'esse gialle. Per «sconfinare», bisognerà essere in possesso dell'autocertificazione che attesti un valido motivo: ritorno alla propria residenza, domicilio o abitazione, ricongiungimento col partner convivente nella casa di comune abitazione, comprovati motivi di lavoro, salute e necessità. Della riapertura di bar e ristoranti fino alle 18 e fino alle 22 per l'asporto o la consegna a domicilio si è già detto, mentre resta il coprifuoco dalle 22 alle 5. Riaprono tutti i negozi fino alle 20 e le scuole, ma solo l'infanzia, le elementari e le medie, salvo nelle Regioni in cui i governatori hanno già emanato ordinanze contrarie. Poi, sempre all'articolo 1, il decreto disciplina le restrizioni per i weekend, a partire da quello del 9 e 10 gennaio. In questo caso, tutta l'Italia sarà zona arancione, con quello che comporta: non ci si potrà spostare dal proprio Comune e dalla propria Regione, salvo i casi previsti per l'autocertificazione e restando ferma la possibilità di tornare alla propria abitazione e di raggiungere il convivente. Chi abita in un comune con meno di 5.000 abitanti, inoltre, potrà spostarsi in un raggio di 30 km, se necessario anche varcando i confini regionali, ma non per raggiungere un capoluogo. Immutato il coprifuoco alle 22. Bar e ristoranti di nuovo chiusi salvo che per asporto o consegne a domicilio fino alle 22, mentre gli altri negozi resteranno aperti, ma non i centri commerciali. Con lunedì 11 gennaio, teoricamente, l'Italia tornerà alla divisione per fasce colorate messa a punto prima del decreto sul periodo festivo, ma per il momento il governo brancola in una nebbiosa e generalizzata zona grigia. Il colore delle Regioni dipenderà, come si è detto, dall'andamento del monitoraggio dell'Iss dell'8 gennaio, ma sappiamo già che i parametri per stabilirli saranno più severi. L'articolo 2 del nuovo decreto, infatti, ha stabilito che bisognerà avere un indice Rt superiore a 1 (non più 1,25) per diventare arancioni e superiore a 1,25 (non più 1,5) per diventare rossi. Ne deriva che, lunedì prossimo, l'Italia potrebbe svegliarsi con sei regioni in zona rossa e altrettante in arancione. Come ciliegina sulla torta, per l'11 è stato stabilito, dopo un estenuante braccio di ferro in Consiglio dei ministri, il rientro a scuola della metà degli studenti delle superiori, ma la reazione della gran parte dei governatori, dei sindacati e dei diretti interessati lascia facilmente intuire che si è trattato di una decisione platonica, figlia di dinamiche attinenti più alla crisi politica che a quella sanitaria. Ma questa, si sa, è un'altra storia.
La scuola riparte tra le proteste
Il giorno del tanto sbandierato ritorno sui banchi per gli alunni si apre con due manifestazioni. Questa mattina alle 9 il Comitato «Priorità alla scuola» ha organizzato un presidio davanti al ministero dell'Istruzione, mentre dalle 10 tutti i maggiori sindacati della scuola di Roma e del Lazio si riuniranno sotto Montecitorio per «rivendicare condizioni di maggior sicurezza nelle scuole, in relazione alla pandemia incorso, nonché una nuova attenzione e importanti investimenti nel nostro sistema di istruzione». Non la migliore delle ripartenze, soprattutto considerato quanto anche il ritorno in presenza nelle aule sia diventato terreno di scontro tra le forze della maggioranza. A conferma di ciò, oltre alle reiterate divergenze sulle riaperture tra ministero e Regioni, con conseguenti posticipi, ci sono anche le cronache dell'ultimo Consiglio dei ministri di lunedì notte. Sebbene l'ordine del giorno non fosse la scuola, al tema sono state dedicate tre ore, in cui è scoppiata la bagarre tra Azzolina e Dario Franceschini. Il capo delegazione dem ha dato il via alla discordia: «C'è un problema politico. Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15».
«Ma ci state prendendo in giro?» ha tuonato Azzolina, per una volta in sintonia con il pensiero di milioni di italiani, «le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?».
Nervi tesi dunque tra Pd e M5s, con i dem contrari alla riapertura della scuola e, all'occorrenza, pure di ristoranti e bar se necessario, come fa sapere Franceschini. «Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto», il commento della renziana Teresa Bellanova.
Il compromesso raggiunto è sotto gli occhi di tutti: Le scuole dell'infanzia, elementari e medie riapriranno oggi in tutta Italia - con pochissime eccezioni - in presenza per un totale di 5 milioni di studenti. Riapriranno oggi in presenza, per metà degli alunni, anche le scuole superiori in Trentino Alto Adige. Nel Lazio, Abruzzo, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Sicilia ed in Valle d'Aosta le scuole superiori riapriranno al 50% della presenza l'11 gennaio. Le altre Regioni hanno deciso di andare in ordine sparso, attendendo i dati della cabina di regia sull'andamento del contagio.
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L'andamento dell'epidemia lo conferma: tenere chiuse le attività è stato un sacrificio inutile, ma da sabato si dovranno riabbassare le serrande. Ancora ignoti i divieti dall'11: decisivo sarà il monitoraggio Iss di venerdì.Oggi due piazze davanti alla Camera e al ministero dell'Istruzione. Lite tra Lucia Azzolina e Dario Franceschini: Pd contrario alla presenza per le superiori. Regioni in ordine sparso.Lo speciale contiene due articoli.Il pensiero, osservando l'ultimo bollettino sui contagi di ieri pomeriggio, non può che andare alle centinaia di migliaia di esercenti (in primis baristi e ristoratori) che hanno tenuto le serrande abbassate per tutto il periodo natalizio. Osservando i dati, hanno avuto un'ulteriore conferma di ciò che andavano dicendo da giorni, senza che gli si sia prestato il minimo ascolto: le chiusure natalizie non hanno avuto alcun impatto significativo sulla curva. Ciò vuol dire, in soldoni, che il loro sacrificio (che è il caso di chiamare estremo dopo tutto ciò che hanno già dovuto sopportare) contiene, oltre al sanguinoso danno economico, la beffa di essere stato inutile. E quella di poter riaprire per oggi e domani, per poi richiudere fino chissà quando, magari mandando nel bidone dell'umido le derrate ordinate in fretta e furia ai fornitori sperando in un afflusso di clienti che giustifichi gli ordini. Ne deriva la quasi certezza che saranno pochissimi quelli che riapriranno. Un governo dotato di raziocinio e buon senso, a questo punto, dovrebbe prendere in mano le redini della situazione ed emanciparsi dalla pedissequa esecuzione degli oracoli del Cts, valutando seriamente un cambio di strategia ma le cose, ovviamente, andranno nel verso opposto. Perché, a leggere il decreto-ponte varato dal governo per i giorni che vanno da oggi al 15 gennaio, e incrociandone le norme col dpcm originario che vedrà la propria scadenza nella stessa data, l'impressione è che ci si trovi in un dedalo di misure, prescrizioni, distinguo, eccezioni e cavilli tale da sterilizzare per sfinimento qualsiasi opposizione logica all'andazzo. Andiamo alle carte, che nella fattispecie sono il decreto da ieri in Gazzetta Ufficiale: sette densi articoli che ci dicono come dovremo muoverci o non muoverci fino al 15 del mese. Se non fosse per il fatto che già sappiamo che tutto potrebbe essere stravolto venerdì prossimo dal ministro Speranza il quale, dopo avere consultato il monitoraggio dell'Iss, firmerà l'ordinanza che assegnerà un colore a ogni Regione. Secondo il primo articolo del decreto, da oggi e fino a domani tutta l'Italia torna zona gialla, ma non si tratta di un giallo normale, bensì di un giallo «rafforzato», il che vuol dire che ci si potrà spostare liberamente ma solo all'interno della propria Regione, mentre con la vecchia zona gialla era possibile raggiungere altre Regioni, purché anch'esse gialle. Per «sconfinare», bisognerà essere in possesso dell'autocertificazione che attesti un valido motivo: ritorno alla propria residenza, domicilio o abitazione, ricongiungimento col partner convivente nella casa di comune abitazione, comprovati motivi di lavoro, salute e necessità. Della riapertura di bar e ristoranti fino alle 18 e fino alle 22 per l'asporto o la consegna a domicilio si è già detto, mentre resta il coprifuoco dalle 22 alle 5. Riaprono tutti i negozi fino alle 20 e le scuole, ma solo l'infanzia, le elementari e le medie, salvo nelle Regioni in cui i governatori hanno già emanato ordinanze contrarie. Poi, sempre all'articolo 1, il decreto disciplina le restrizioni per i weekend, a partire da quello del 9 e 10 gennaio. In questo caso, tutta l'Italia sarà zona arancione, con quello che comporta: non ci si potrà spostare dal proprio Comune e dalla propria Regione, salvo i casi previsti per l'autocertificazione e restando ferma la possibilità di tornare alla propria abitazione e di raggiungere il convivente. Chi abita in un comune con meno di 5.000 abitanti, inoltre, potrà spostarsi in un raggio di 30 km, se necessario anche varcando i confini regionali, ma non per raggiungere un capoluogo. Immutato il coprifuoco alle 22. Bar e ristoranti di nuovo chiusi salvo che per asporto o consegne a domicilio fino alle 22, mentre gli altri negozi resteranno aperti, ma non i centri commerciali. Con lunedì 11 gennaio, teoricamente, l'Italia tornerà alla divisione per fasce colorate messa a punto prima del decreto sul periodo festivo, ma per il momento il governo brancola in una nebbiosa e generalizzata zona grigia. Il colore delle Regioni dipenderà, come si è detto, dall'andamento del monitoraggio dell'Iss dell'8 gennaio, ma sappiamo già che i parametri per stabilirli saranno più severi. L'articolo 2 del nuovo decreto, infatti, ha stabilito che bisognerà avere un indice Rt superiore a 1 (non più 1,25) per diventare arancioni e superiore a 1,25 (non più 1,5) per diventare rossi. Ne deriva che, lunedì prossimo, l'Italia potrebbe svegliarsi con sei regioni in zona rossa e altrettante in arancione. Come ciliegina sulla torta, per l'11 è stato stabilito, dopo un estenuante braccio di ferro in Consiglio dei ministri, il rientro a scuola della metà degli studenti delle superiori, ma la reazione della gran parte dei governatori, dei sindacati e dei diretti interessati lascia facilmente intuire che si è trattato di una decisione platonica, figlia di dinamiche attinenti più alla crisi politica che a quella sanitaria. Ma questa, si sa, è un'altra storia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/locali-pubblici-beffati-caos-colori-2649775191.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-scuola-riparte-tra-le-proteste" data-post-id="2649775191" data-published-at="1609993125" data-use-pagination="False"> La scuola riparte tra le proteste Il giorno del tanto sbandierato ritorno sui banchi per gli alunni si apre con due manifestazioni. Questa mattina alle 9 il Comitato «Priorità alla scuola» ha organizzato un presidio davanti al ministero dell'Istruzione, mentre dalle 10 tutti i maggiori sindacati della scuola di Roma e del Lazio si riuniranno sotto Montecitorio per «rivendicare condizioni di maggior sicurezza nelle scuole, in relazione alla pandemia incorso, nonché una nuova attenzione e importanti investimenti nel nostro sistema di istruzione». Non la migliore delle ripartenze, soprattutto considerato quanto anche il ritorno in presenza nelle aule sia diventato terreno di scontro tra le forze della maggioranza. A conferma di ciò, oltre alle reiterate divergenze sulle riaperture tra ministero e Regioni, con conseguenti posticipi, ci sono anche le cronache dell'ultimo Consiglio dei ministri di lunedì notte. Sebbene l'ordine del giorno non fosse la scuola, al tema sono state dedicate tre ore, in cui è scoppiata la bagarre tra Azzolina e Dario Franceschini. Il capo delegazione dem ha dato il via alla discordia: «C'è un problema politico. Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15». «Ma ci state prendendo in giro?» ha tuonato Azzolina, per una volta in sintonia con il pensiero di milioni di italiani, «le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?». Nervi tesi dunque tra Pd e M5s, con i dem contrari alla riapertura della scuola e, all'occorrenza, pure di ristoranti e bar se necessario, come fa sapere Franceschini. «Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto», il commento della renziana Teresa Bellanova. Il compromesso raggiunto è sotto gli occhi di tutti: Le scuole dell'infanzia, elementari e medie riapriranno oggi in tutta Italia - con pochissime eccezioni - in presenza per un totale di 5 milioni di studenti. Riapriranno oggi in presenza, per metà degli alunni, anche le scuole superiori in Trentino Alto Adige. Nel Lazio, Abruzzo, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Sicilia ed in Valle d'Aosta le scuole superiori riapriranno al 50% della presenza l'11 gennaio. Le altre Regioni hanno deciso di andare in ordine sparso, attendendo i dati della cabina di regia sull'andamento del contagio.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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