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2021-01-07
Locali pubblici beffati dal caos colori. Resteranno aperti solo due giorni
Ansa
Il pensiero, osservando l'ultimo bollettino sui contagi di ieri pomeriggio, non può che andare alle centinaia di migliaia di esercenti (in primis baristi e ristoratori) che hanno tenuto le serrande abbassate per tutto il periodo natalizio. Osservando i dati, hanno avuto un'ulteriore conferma di ciò che andavano dicendo da giorni, senza che gli si sia prestato il minimo ascolto: le chiusure natalizie non hanno avuto alcun impatto significativo sulla curva. Ciò vuol dire, in soldoni, che il loro sacrificio (che è il caso di chiamare estremo dopo tutto ciò che hanno già dovuto sopportare) contiene, oltre al sanguinoso danno economico, la beffa di essere stato inutile. E quella di poter riaprire per oggi e domani, per poi richiudere fino chissà quando, magari mandando nel bidone dell'umido le derrate ordinate in fretta e furia ai fornitori sperando in un afflusso di clienti che giustifichi gli ordini.
Ne deriva la quasi certezza che saranno pochissimi quelli che riapriranno. Un governo dotato di raziocinio e buon senso, a questo punto, dovrebbe prendere in mano le redini della situazione ed emanciparsi dalla pedissequa esecuzione degli oracoli del Cts, valutando seriamente un cambio di strategia ma le cose, ovviamente, andranno nel verso opposto. Perché, a leggere il decreto-ponte varato dal governo per i giorni che vanno da oggi al 15 gennaio, e incrociandone le norme col dpcm originario che vedrà la propria scadenza nella stessa data, l'impressione è che ci si trovi in un dedalo di misure, prescrizioni, distinguo, eccezioni e cavilli tale da sterilizzare per sfinimento qualsiasi opposizione logica all'andazzo. Andiamo alle carte, che nella fattispecie sono il decreto da ieri in Gazzetta Ufficiale: sette densi articoli che ci dicono come dovremo muoverci o non muoverci fino al 15 del mese. Se non fosse per il fatto che già sappiamo che tutto potrebbe essere stravolto venerdì prossimo dal ministro Speranza il quale, dopo avere consultato il monitoraggio dell'Iss, firmerà l'ordinanza che assegnerà un colore a ogni Regione. Secondo il primo articolo del decreto, da oggi e fino a domani tutta l'Italia torna zona gialla, ma non si tratta di un giallo normale, bensì di un giallo «rafforzato», il che vuol dire che ci si potrà spostare liberamente ma solo all'interno della propria Regione, mentre con la vecchia zona gialla era possibile raggiungere altre Regioni, purché anch'esse gialle. Per «sconfinare», bisognerà essere in possesso dell'autocertificazione che attesti un valido motivo: ritorno alla propria residenza, domicilio o abitazione, ricongiungimento col partner convivente nella casa di comune abitazione, comprovati motivi di lavoro, salute e necessità. Della riapertura di bar e ristoranti fino alle 18 e fino alle 22 per l'asporto o la consegna a domicilio si è già detto, mentre resta il coprifuoco dalle 22 alle 5. Riaprono tutti i negozi fino alle 20 e le scuole, ma solo l'infanzia, le elementari e le medie, salvo nelle Regioni in cui i governatori hanno già emanato ordinanze contrarie. Poi, sempre all'articolo 1, il decreto disciplina le restrizioni per i weekend, a partire da quello del 9 e 10 gennaio. In questo caso, tutta l'Italia sarà zona arancione, con quello che comporta: non ci si potrà spostare dal proprio Comune e dalla propria Regione, salvo i casi previsti per l'autocertificazione e restando ferma la possibilità di tornare alla propria abitazione e di raggiungere il convivente. Chi abita in un comune con meno di 5.000 abitanti, inoltre, potrà spostarsi in un raggio di 30 km, se necessario anche varcando i confini regionali, ma non per raggiungere un capoluogo. Immutato il coprifuoco alle 22. Bar e ristoranti di nuovo chiusi salvo che per asporto o consegne a domicilio fino alle 22, mentre gli altri negozi resteranno aperti, ma non i centri commerciali. Con lunedì 11 gennaio, teoricamente, l'Italia tornerà alla divisione per fasce colorate messa a punto prima del decreto sul periodo festivo, ma per il momento il governo brancola in una nebbiosa e generalizzata zona grigia. Il colore delle Regioni dipenderà, come si è detto, dall'andamento del monitoraggio dell'Iss dell'8 gennaio, ma sappiamo già che i parametri per stabilirli saranno più severi. L'articolo 2 del nuovo decreto, infatti, ha stabilito che bisognerà avere un indice Rt superiore a 1 (non più 1,25) per diventare arancioni e superiore a 1,25 (non più 1,5) per diventare rossi. Ne deriva che, lunedì prossimo, l'Italia potrebbe svegliarsi con sei regioni in zona rossa e altrettante in arancione. Come ciliegina sulla torta, per l'11 è stato stabilito, dopo un estenuante braccio di ferro in Consiglio dei ministri, il rientro a scuola della metà degli studenti delle superiori, ma la reazione della gran parte dei governatori, dei sindacati e dei diretti interessati lascia facilmente intuire che si è trattato di una decisione platonica, figlia di dinamiche attinenti più alla crisi politica che a quella sanitaria. Ma questa, si sa, è un'altra storia.
La scuola riparte tra le proteste
Il giorno del tanto sbandierato ritorno sui banchi per gli alunni si apre con due manifestazioni. Questa mattina alle 9 il Comitato «Priorità alla scuola» ha organizzato un presidio davanti al ministero dell'Istruzione, mentre dalle 10 tutti i maggiori sindacati della scuola di Roma e del Lazio si riuniranno sotto Montecitorio per «rivendicare condizioni di maggior sicurezza nelle scuole, in relazione alla pandemia incorso, nonché una nuova attenzione e importanti investimenti nel nostro sistema di istruzione». Non la migliore delle ripartenze, soprattutto considerato quanto anche il ritorno in presenza nelle aule sia diventato terreno di scontro tra le forze della maggioranza. A conferma di ciò, oltre alle reiterate divergenze sulle riaperture tra ministero e Regioni, con conseguenti posticipi, ci sono anche le cronache dell'ultimo Consiglio dei ministri di lunedì notte. Sebbene l'ordine del giorno non fosse la scuola, al tema sono state dedicate tre ore, in cui è scoppiata la bagarre tra Azzolina e Dario Franceschini. Il capo delegazione dem ha dato il via alla discordia: «C'è un problema politico. Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15».
«Ma ci state prendendo in giro?» ha tuonato Azzolina, per una volta in sintonia con il pensiero di milioni di italiani, «le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?».
Nervi tesi dunque tra Pd e M5s, con i dem contrari alla riapertura della scuola e, all'occorrenza, pure di ristoranti e bar se necessario, come fa sapere Franceschini. «Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto», il commento della renziana Teresa Bellanova.
Il compromesso raggiunto è sotto gli occhi di tutti: Le scuole dell'infanzia, elementari e medie riapriranno oggi in tutta Italia - con pochissime eccezioni - in presenza per un totale di 5 milioni di studenti. Riapriranno oggi in presenza, per metà degli alunni, anche le scuole superiori in Trentino Alto Adige. Nel Lazio, Abruzzo, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Sicilia ed in Valle d'Aosta le scuole superiori riapriranno al 50% della presenza l'11 gennaio. Le altre Regioni hanno deciso di andare in ordine sparso, attendendo i dati della cabina di regia sull'andamento del contagio.
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L'andamento dell'epidemia lo conferma: tenere chiuse le attività è stato un sacrificio inutile, ma da sabato si dovranno riabbassare le serrande. Ancora ignoti i divieti dall'11: decisivo sarà il monitoraggio Iss di venerdì.Oggi due piazze davanti alla Camera e al ministero dell'Istruzione. Lite tra Lucia Azzolina e Dario Franceschini: Pd contrario alla presenza per le superiori. Regioni in ordine sparso.Lo speciale contiene due articoli.Il pensiero, osservando l'ultimo bollettino sui contagi di ieri pomeriggio, non può che andare alle centinaia di migliaia di esercenti (in primis baristi e ristoratori) che hanno tenuto le serrande abbassate per tutto il periodo natalizio. Osservando i dati, hanno avuto un'ulteriore conferma di ciò che andavano dicendo da giorni, senza che gli si sia prestato il minimo ascolto: le chiusure natalizie non hanno avuto alcun impatto significativo sulla curva. Ciò vuol dire, in soldoni, che il loro sacrificio (che è il caso di chiamare estremo dopo tutto ciò che hanno già dovuto sopportare) contiene, oltre al sanguinoso danno economico, la beffa di essere stato inutile. E quella di poter riaprire per oggi e domani, per poi richiudere fino chissà quando, magari mandando nel bidone dell'umido le derrate ordinate in fretta e furia ai fornitori sperando in un afflusso di clienti che giustifichi gli ordini. Ne deriva la quasi certezza che saranno pochissimi quelli che riapriranno. Un governo dotato di raziocinio e buon senso, a questo punto, dovrebbe prendere in mano le redini della situazione ed emanciparsi dalla pedissequa esecuzione degli oracoli del Cts, valutando seriamente un cambio di strategia ma le cose, ovviamente, andranno nel verso opposto. Perché, a leggere il decreto-ponte varato dal governo per i giorni che vanno da oggi al 15 gennaio, e incrociandone le norme col dpcm originario che vedrà la propria scadenza nella stessa data, l'impressione è che ci si trovi in un dedalo di misure, prescrizioni, distinguo, eccezioni e cavilli tale da sterilizzare per sfinimento qualsiasi opposizione logica all'andazzo. Andiamo alle carte, che nella fattispecie sono il decreto da ieri in Gazzetta Ufficiale: sette densi articoli che ci dicono come dovremo muoverci o non muoverci fino al 15 del mese. Se non fosse per il fatto che già sappiamo che tutto potrebbe essere stravolto venerdì prossimo dal ministro Speranza il quale, dopo avere consultato il monitoraggio dell'Iss, firmerà l'ordinanza che assegnerà un colore a ogni Regione. Secondo il primo articolo del decreto, da oggi e fino a domani tutta l'Italia torna zona gialla, ma non si tratta di un giallo normale, bensì di un giallo «rafforzato», il che vuol dire che ci si potrà spostare liberamente ma solo all'interno della propria Regione, mentre con la vecchia zona gialla era possibile raggiungere altre Regioni, purché anch'esse gialle. Per «sconfinare», bisognerà essere in possesso dell'autocertificazione che attesti un valido motivo: ritorno alla propria residenza, domicilio o abitazione, ricongiungimento col partner convivente nella casa di comune abitazione, comprovati motivi di lavoro, salute e necessità. Della riapertura di bar e ristoranti fino alle 18 e fino alle 22 per l'asporto o la consegna a domicilio si è già detto, mentre resta il coprifuoco dalle 22 alle 5. Riaprono tutti i negozi fino alle 20 e le scuole, ma solo l'infanzia, le elementari e le medie, salvo nelle Regioni in cui i governatori hanno già emanato ordinanze contrarie. Poi, sempre all'articolo 1, il decreto disciplina le restrizioni per i weekend, a partire da quello del 9 e 10 gennaio. In questo caso, tutta l'Italia sarà zona arancione, con quello che comporta: non ci si potrà spostare dal proprio Comune e dalla propria Regione, salvo i casi previsti per l'autocertificazione e restando ferma la possibilità di tornare alla propria abitazione e di raggiungere il convivente. Chi abita in un comune con meno di 5.000 abitanti, inoltre, potrà spostarsi in un raggio di 30 km, se necessario anche varcando i confini regionali, ma non per raggiungere un capoluogo. Immutato il coprifuoco alle 22. Bar e ristoranti di nuovo chiusi salvo che per asporto o consegne a domicilio fino alle 22, mentre gli altri negozi resteranno aperti, ma non i centri commerciali. Con lunedì 11 gennaio, teoricamente, l'Italia tornerà alla divisione per fasce colorate messa a punto prima del decreto sul periodo festivo, ma per il momento il governo brancola in una nebbiosa e generalizzata zona grigia. Il colore delle Regioni dipenderà, come si è detto, dall'andamento del monitoraggio dell'Iss dell'8 gennaio, ma sappiamo già che i parametri per stabilirli saranno più severi. L'articolo 2 del nuovo decreto, infatti, ha stabilito che bisognerà avere un indice Rt superiore a 1 (non più 1,25) per diventare arancioni e superiore a 1,25 (non più 1,5) per diventare rossi. Ne deriva che, lunedì prossimo, l'Italia potrebbe svegliarsi con sei regioni in zona rossa e altrettante in arancione. Come ciliegina sulla torta, per l'11 è stato stabilito, dopo un estenuante braccio di ferro in Consiglio dei ministri, il rientro a scuola della metà degli studenti delle superiori, ma la reazione della gran parte dei governatori, dei sindacati e dei diretti interessati lascia facilmente intuire che si è trattato di una decisione platonica, figlia di dinamiche attinenti più alla crisi politica che a quella sanitaria. Ma questa, si sa, è un'altra storia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/locali-pubblici-beffati-caos-colori-2649775191.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-scuola-riparte-tra-le-proteste" data-post-id="2649775191" data-published-at="1609993125" data-use-pagination="False"> La scuola riparte tra le proteste Il giorno del tanto sbandierato ritorno sui banchi per gli alunni si apre con due manifestazioni. Questa mattina alle 9 il Comitato «Priorità alla scuola» ha organizzato un presidio davanti al ministero dell'Istruzione, mentre dalle 10 tutti i maggiori sindacati della scuola di Roma e del Lazio si riuniranno sotto Montecitorio per «rivendicare condizioni di maggior sicurezza nelle scuole, in relazione alla pandemia incorso, nonché una nuova attenzione e importanti investimenti nel nostro sistema di istruzione». Non la migliore delle ripartenze, soprattutto considerato quanto anche il ritorno in presenza nelle aule sia diventato terreno di scontro tra le forze della maggioranza. A conferma di ciò, oltre alle reiterate divergenze sulle riaperture tra ministero e Regioni, con conseguenti posticipi, ci sono anche le cronache dell'ultimo Consiglio dei ministri di lunedì notte. Sebbene l'ordine del giorno non fosse la scuola, al tema sono state dedicate tre ore, in cui è scoppiata la bagarre tra Azzolina e Dario Franceschini. Il capo delegazione dem ha dato il via alla discordia: «C'è un problema politico. Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15». «Ma ci state prendendo in giro?» ha tuonato Azzolina, per una volta in sintonia con il pensiero di milioni di italiani, «le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?». Nervi tesi dunque tra Pd e M5s, con i dem contrari alla riapertura della scuola e, all'occorrenza, pure di ristoranti e bar se necessario, come fa sapere Franceschini. «Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto», il commento della renziana Teresa Bellanova. Il compromesso raggiunto è sotto gli occhi di tutti: Le scuole dell'infanzia, elementari e medie riapriranno oggi in tutta Italia - con pochissime eccezioni - in presenza per un totale di 5 milioni di studenti. Riapriranno oggi in presenza, per metà degli alunni, anche le scuole superiori in Trentino Alto Adige. Nel Lazio, Abruzzo, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Sicilia ed in Valle d'Aosta le scuole superiori riapriranno al 50% della presenza l'11 gennaio. Le altre Regioni hanno deciso di andare in ordine sparso, attendendo i dati della cabina di regia sull'andamento del contagio.
Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: riapriamo i rubinetti e spieghiamo alla gente come stanno le cose. È meglio perdere la faccia che finire con le zampe per aria. C’è la guerra, ci sono i rincari, c’è il pericolo concreto che sull’industria europea e sui redditi dei cittadini si abbatta il colpo di grazia, dopo anni di euromasochismi verdi. Stiamo precipitando. L’unico paracadute è quello offerto, con mossa pelosa, da Vladimir Putin? Amen. Meglio fare un favore al cattivo che schiantarsi. Tanto più se, come dimostrano i dati, sottotraccia eravamo rimasti clienti del nostro arcinemico.
Le statistiche sono eloquenti. Ad esempio, quelle sugli acquisti di gas liquefatto russo: a febbraio, l’Ue ha importato 1,54 milioni di tonnellate di Gnl dall’impianto artico Jamal Spg, localizzato nell’omonima penisola, nel villaggio di Sabetta. Territorio della Federazione guidata dallo zar. I 21 cargo giunti in Europa, 17 dei quali attraverso compagnie britanniche e greche, la Seapeak del Regno Unito e l’ellenica Dynagas, rappresentavano il 100% della produzione del sito. Già a gennaio, gli acquirenti dell’Ue si erano accaparrati il 93% del gas liquido di Jamal. A gennaio 2027, come deciso dal Consiglio europeo un mese e mezzo fa, scatterà il bando totale sul Gnl di Putin; ma fino a quel momento, chi può e ne ha bisogno, ne farà incetta. E pazienza se quei soldi contribuiranno a finanziare la campagna bellica in Ucraina. Sulla Verità, d’altronde, lo avevamo già scritto: a gennaio 2026, le ribelli Ungheria e Slovacchia non sono state le uniche a mantenere attivi i flussi di metano e greggio da Mosca; la Francia, il Belgio e la Spagna hanno ricevuto grandi quantità di Gnl. Si può fare ma non si può dire?
Si badi bene: il Cremlino traffica anche petrolio, sebbene siano entrate in vigore le nuove regole Ue, che costringono i Paesi attraverso i quali avvenivano le triangolazioni a dimostrare, prima di vendercela, che la loro merce non proviene da raffinazione di materia prima russa. Ebbene: stando alle elaborazioni del Centre for research on energy and clean air (Crea), a febbraio, almeno 17 spedizioni riconducibili all’oro nero di Mosca sono entrate nei Paesi del blocco europeo. Circa i due terzi dei prodotti importati da raffinerie di Stati quali India e Turchia sono di origine russa. Stabilire in che percentuale pesi il greggio di Putin sul fabbisogno europeo è complicato, visto che i commerci avvengono in modo indiretto, in parte tramite le flotte fantasma. Ma una stima realistica oscilla tra il 7 e il 15% del petrolio consumato nell’Ue. Sarebbe tanto drammatico aumentare la quota? Gli ucraini, che bersagliano le navi ombra nel Mediterraneo fregandosene di provocare disastri ambientali, storceranno il naso. Ma per loro non sarebbe peggio se le nazioni che li sostengono collassassero?
Intanto, Oltrecortina sghignazzano. Ieri, Kirill Dmitriev, il capo del fondo sovrano russo per gli investimenti, coinvolto nei negoziati con gli Usa per il Donbass, ha rilanciato un articolo di Bloomberg sull’impennata dei prezzi del gas, vaticinando «un disastro per l’industria e le famiglie»: «Prevediamo cifre almeno del 100% superiori a quelle ipotizzate in precedenza», ha scritto, «poiché ci vorrà del tempo prima che l’Europa inizi inevitabilmente a implorare ulteriori quantitativi di gas russo». Ci si contorcono le viscere ad ammetterlo, però potrebbe aver ragione. Di sicuro, le prospettive economiche sono tragiche; altrettanto evidente è l’ostinazione di Bruxelles nel mantenere il calamitoso approccio del fiat iustitia, pereat mundus; resta da vedere se, davvero, a un certo punto saremo costretti a cospargerci il capo di cenere. E se, quando arriverà quel momento, non sarà già troppo tardi.
Basti vedere che il premier belga, Bart de Wever, dopo i reiterati appelli a riallacciare le comunicazioni con Mosca, ieri ha dovuto precisare che le sue parole sono state decontestualizzate e che il dialogo dovrebbe essere subordinato al conseguimento di una pace giusta con Kiev: «Se si raggiungerà un accordo accettabile per l’Ucraina e l’Europa, dovremmo essere in grado di ristabilire le relazioni economiche con la Russia». In questi termini, è una banalità: ufficialmente, noi non siamo mica in guerra con la Federazione. Semmai, viste le circostanze, una linea andrebbe ripristinata subito. Invece, il presidente del Consiglio Ue, António Costa, insiste: «Verrà il giorno» in cui dovremo riparlare con i russi, ha riconosciuto, ma «non è ancora il momento giusto». Già. Aspettiamo di tappezzare il continente di pannelli solari? Di mettere in funzione migliaia di mini reattori nucleari? Di trovare una quadra sulla revisione degli Ets? Con Hormuz sotto embargo, ha senso incartarsi nelle contraddizioni del commissario all’Energia, Dan Joergensen, che ha proposto un bando totale sul petrolio russo, ma al contempo, per sbloccare il prestito da 90 miliardi, ha costretto gli ucraini a cedere e a riparare l’oleodotto Druzhba, cioè quello che porta a ungheresi e slovacchi lo stesso petrolio russo?
Un vecchio adagio recita: «Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni». I fatti sono cambiati. E se essi rovinano i piani di Bruxelles, bisognerebbe aggiornare i piani piuttosto che ignorare i fatti. È l’Unione europea o l’Unione sovietica?
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Lucio Malan (Fdi) racconta l'audizione dei danneggiati: si sapeva che i sieri non avrebbero protetto, ma fu nascosto all'aula. Nuova legge per evitare gli allontanamenti di minori dopo il caso della famiglia nel bosco.
Donald Trump (Getty Images)
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Ormai è complesso rispondere a queste domande e questo risulta particolarmente grave perché ne va degli assetti globali del pianeta. Ricordiamoci sempre che gli Usa sono ancora la prima e unica super potenza mondiale e, quindi, le azioni che fa l’America sul piano internazionale - soprattutto in assenza di istituzioni internazionali tali, non dico da governare, ma almeno da mediare le tensioni mondiali o regionali, Europa purtroppo inclusa - diventano centrali, e l’incertezza sul progetto che sottostà a queste azioni desta preoccupazioni piuttosto profonde. Lo scrivo su questo giornale, La Verità, che non si è mai strappata i capelli quando Trump, due anni fa, è stato eletto democraticamente e con una larga maggioranza degli elettori americani. Né, tanto meno, questo giornale ha pianto sui colpi infranti a quella mistura tanto banale quanto pericolosa che si chiama cultura woke: un’accozzaglia di idee con scarso, se non assente, spessore storico, debolissima infrastruttura teorica che si muove in senso contrario al senso di marcia del senso comune. Né ci siamo strappati le vesti sulla questione dei dazi. Ne abbiamo discusso, abbiamo criticato questa misura di politica economica internazionale dal punto di vista della sua efficacia. Però abbiamo anche rilevato e scritto che queste posizioni di Trump non emergevano dal nulla, ma erano anche frutto di politiche commerciali illegittime e sopportate per tanti anni, senza alcun intervento del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), ad esempio da parte della Cina. Ma ora il discorso è diverso.
Ora Trump ha il dovere di spiegare, almeno agli alleati storici, all’Onu per quel che vale, ma soprattutto alla Nato, verso dove vuole andare e quale piano intende attuare, se veramente gli sta a cuore la transizione verso un regime democratico in Iran. Ci aspettiamo con urgenza una risposta di Trump su questo punto: non noi, ovviamente, ma se l’aspettano gli alleati ai quali, a giorni e a settimane alterne, chiede l’aiuto. Lo ha fatto recentemente per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz e si è sentito rispondere dalla Nato che quella guerra non riguarda la Nato stessa. Altra cosa sarebbe se l’Iran attaccasse uno dei Paesi che aderiscono alla Nato in modo sostanziale, cioè con una guerra. In quel caso scatterebbe l’obbligo di osservanza dell’art. 5 dello Statuto della Nato che le impone, in questo caso specifico, di intervenire in difesa dello Stato attaccato. Ma questo è un altro scenario. Attualmente lo scenario riguarda direttamente gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra.Altra cosa ancora sono gli aiuti a sostegno degli altri Paesi del Golfo, anche attraverso gli aiuti dell’Italia. Andando indietro solo di circa un anno, e cioè al 22 giugno 2025, ricordiamo l’operazione «Midnight Hammer» («Martello di mezzanotte»), ricordiamo l’attacco compiuto dalla United States Air Force e dalla United States Navy a tre impianti nucleari in Iran per ordine del presidente Donald Trump come parte della guerra Iran-Israele. Furono colpiti l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Da parte statunitense si disse, allora, che la battaglia contro il nucleare iraniano era praticamente vinta. Poi si arriva all’operazione di attacco statunitense di quest’anno denominata «Operation Epic Fury» che, tra l’altro, ha risollevato il dibattito sui poteri di governo del presidente in assenza di una preventiva autorizzazione del Congresso. Ma anche per la sua illegittimità da un punto di vista del diritto internazionale riconosciuta anche dal presidente de Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ha percorso tutta la storia, la discussione sul rapporto tra illegittimità di un’azione e giustizia della medesima quando un’azione prevede obiettivi ritenuti giusti, come l’abbattimento di una teocrazia islamica sanguinaria, tramite un’azione illegittima come è stata quella della rimozione di Maduro dalla guida del Venezuela. Ora Trump si trova impantanato in tre situazioni: Israele-Gaza, Russia-Ucraina, Iran, e a nove mesi dalle elezioni di Midterm che si svolgono ogni quattro anni, cioè dopo due anni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Questa elezione riguarda 435 membri della Camera dei rappresentati e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Trump si avvia a queste elezioni, secondo alcuni sondaggi, con il 60% degli americani che non sono a suo favore e con uno scarno 36-38% che rimane dalla sua parte. Il problema più serio è che i dubbi serpeggiano nella sua base di riferimento Maga (Make America Great Again). Le elezioni di metà mandato avranno un significato politico e si svolgeranno in un momento in cui, a meno che non avvengano cambiamenti radicali nel frattempo, la base elettorale dell’attuale presidente della prima super potenza mondiale non capisce, ed anzi è contraria, alla svolta dello stesso Trump che ha giocato la sua campagna elettorale anche sul fatto che non avrebbe promosso guerre, del resto in continuità con la tradizione repubblicana che non è mai stata guerrafondaia come talora lo è stata la tradizione democratica di quel Paese. Ma questi sono problemi interni al Paese presieduto da Trump che, certamente, non sono indifferenti per il mondo intero, ma che non sono il problema che ci preoccupa maggiormente in questo momento. Ora ci preoccupa capire dove Trump voglia arrivare in Iran, quali siano le azioni che intende apporre sul tappeto in ordine a una chiusura del conflitto e quali sono le idee per il dopo Khamenei figlio che ha sostituito, dopo pochi giorni, Khamenei padre. Questo è il punto sul quale ci concentriamo e aspettiamo una risposta che ad oggi è nebulosa, continuamente cangiante e che pone il mondo in una posizione di incertezza, anche economica, che potrebbe avere effetti devastanti.
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Il punto è che il mercato, soprattutto in Europa, ha abbandonato qualsiasi velleità di tagli per il 2026 e in poco più di due settimana ha subito oscillazioni abbastanza marcate sugli indici di riferimento che servono a fissare il costo, per esempio, dei mutui immobiliari.
Tanto per capirsi. Il 27 febbraio (il giorno prima dell’attacco di Usa e Israele all’Iran), l’Euribor a 3 mesi (il riferimento per i variabili) era al 2,01%, mentre ieri prezzava il 2,16%. Così come l’Eurirs a 20 anni (il riferimento per i tassi fissi) è passato dal 3% al 3,18%. Insomma l’Euribor è cresciuto dello 0,15% e l’Eurirs dello 0,18%. Cosa vuol dire tutto questo per l’italiano medio che chiede soldi in prestito alla banca per comprare casa? Qual è l’aggravio del conflitto iniziato a fine febbraio nel Golfo?
«Su un mutuo di 200.000 a 20 anni», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development Mutuisupermarket.it, «l’aumento dello 0,15% del tasso comporta un’impennata della rata di 15,08 euro (180 euro in un anno ndr), mentre con un rialzo dello 0,18% la maggiorazione annuale sarebbe di 216 euro. Ovviamente la variazione ha un impatto immediato su chi ha già sottoscritto un prestito variabile e potrebbe riguardare dal prossimo mese chi invece dovesse stipulare un finanziamento a tasso fisso (perché gli istituti di credito normalmente adeguano il costo dei mutui all’Eurirs del mese precedente ndr)».
Finita qui? Se ci basiamo sulle indicazioni dei future sull’Euribor la giostra è appena iniziata. La curva evidenzia un rialzo dei tassi della Banca centrale europea dal 2 al 2,25% già a partire dal mese di maggio e prevede un’ ulteriore risalita fino al 2,47% per dicembre. Insomma, sono in ballo un paio di aumenti da qui alla fine dell’anno.
In soldoni? «È bene ricordare», continua Bertolino, «che parliamo di aspettative su un mercato che è estremamente volatile e influenzato dal rullo ininterrotto di notizie di cronaca che arrivano dal Golfo Persico. Anche perché ultimamente la Lagarde si muove sempre in relazioni a dati consolidati sull’andamento dei prezzi di medio e lungo periodo. Quindi escluderei un rialzo già domani e resterei cauto anche sulla possibilità di aumenti nella riunione successiva della Bce».
In un contesto così variabile ci sono banche che hanno portato sul mercato (in realtà già prima dell’inizio della guerra) prodotti innovativi che assicurano una sorta di mutuo a tasso fisso garantito. Come funziona il meccanismo? «Alcuni istituti hanno costituito dei “fondi interni” per garantire tassi fissi bloccati purché la stipula del mutuo avvenga entro l’estate. Tu avvii l’istruttoria con un tasso definito e poi anche se il costo del denaro dovesse salire hai tempo fino all’estate per stipulare un contratto definitivo agli stessi tassi dell’istruttoria». Al momento ci sono Credit Agricole che lascia invariati i tassi fino al 30 di settembre (avvio istruttoria entro il 15 maggio), Bper che dà tempo per l’istruttoria fino alla fine di marzo e per la stipula entro fine maggio (anche se i termini potrebbero essere prorogati) e Banco Bpm che lascia i tassi invariati fino al 30 giugno per le istruttorie sottoscritte entro il 15 aprile. E le novità potrebbero non essere finite qui. Perché è quando la geopolitica sembra impazzita che gli altri attori del mercato hanno il dovere di usare tutte le leve a loro disposizione per «tranquillizzare» investitori e risparmiatori. Sperando che si rinsavisca il prima possibile.
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