2026-03-10
Mantovani: «Pensare prima alle piccole imprese deve essere un vincolo, non uno slogan»
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Mario Mantovani durante la sessione plenaria a Strasburgo.
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Mario Mantovani durante la sessione plenaria a Strasburgo.
Il Daily Mail si schiera con l’industria dell’intrattenimento contro la revisione delle leggi sul copyright, che consentirebbe alle Big Tech di sfruttare gratuitamente testi, musica e immagini per addestrare l’intelligenza artificiale.
«Siamo di fronte al furto del secolo: il governo laburista abolisce le leggi sul copyright e consente il saccheggio dell'ingegno britannico per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale delle Big Tech».
Con queste parole Andrew Neil, noto conduttore televisivo, si schiera nella campagna del Daily Mail e condensa quanto sta accadendo in Gran Bretagna, in un vero e proprio triangolo della morte formato dalle Big Tech statunitensi, dal governo e, da una posizione di debolezza, dall'industria dell'intrattenimento.
La posta in gioco riguarda, in effetti, la vita o la morte non solo di un intero settore ma di milioni di persone e, almeno simbolicamente, di una civiltà.
Il «Made in Britain» genera ogni anno una ricchezza di 126 miliardi di sterline, garantisce 2,4 milioni di posti di lavoro, soprattutto tra le piccole imprese, ed esercita in tutto il mondo una vasta influenza difficilmente determinabile in valori monetari. Qualcuno definisce un vero e proprio «soft power» ciò che da anni è forgiato dall'ingegno di editori librari, case discografiche, studi cinematografici, testate giornalistiche ed emittenti televisive britanniche. Basti pensare alla musica rock, a Harry Potter e a Mister Bean.
L'ultimo baluardo di difesa di questo mondo è l'attuale legislazione del copyright, un sistema che riconosce all'individuo la paternità sulla propria opera in maniera automatica, senza ricorrere a brevetti o a registrazioni di sorta. In questo modo tutti gli attori del settore, dal chitarrista di periferia a J.K. Rowling, hanno diritto a un compenso e sono tutelati da eventuali furti o plagi.
L'idillio, però, rischia di rompersi. Starmer vorrebbe consentire in via eccezionale ai vari Google, Meta e OpenAi di appropriarsi gratuitamente dei testi, delle immagini, della musica e di tutto il patrimonio artistico britannico allo scopo di affinare l'addestramento dell'intelligenza artificiale. In questo modo, non sussisterebbe alcun obbligo di remunerazione ai padri dell'opera, gli eventuali contenziosi legali sarebbero complessi e, certamente, patirebbero innanzitutto i tanti piccoli utenti del settore.
L'operazione rientra nel più ampio «Piano d'Azione per le Opportunità dell'Ia», un'iniziativa volta a rendere il Regno Unito leader mondiale nell'intelligenza artificiale attraverso la creazione di un supercomputer nazionale, lo sviluppo di infrastrutture e data center e altri ingenti investimenti.
Oltre alla campagna del Daily Mail, però, anche diversi personaggi di spicco volgono lo sguardo al presente e alla tradizione britannica. A prendere posizione sono, tra gli altri, Elton John, Paul McCartney, la scrittrice Jeanette Winterson, il presidente di Sony Music Group Rob Stringer, il ceo di Warner Music Robert Kyncl e Tom Kiehl, amministratore delegato di Uk Music.
Guardando al passato si comprende ulteriormente la rilevanza della posta in gioco. La legislazione britannica sul copyright risale al XVIII secolo ed è strettamente legata alla libertà di stampa, all'Illuminismo e alla rivoluzione industriale. Tutto questo è stato l'humus della libertà di pensiero, della ricerca e, più in profondità, della democrazia. Anche qui suona l'ennesimo campanello d'allarme.
A Torino c'è stato il confronto tra le finanziarie regionali e le Pmi. Tra le problematiche affrontate, la sottocapitalizzazione delle aziende e il sostegno a quelle in crisi, prima che ricorrano agli ammortizzatori sociali, gravando sui contribuenti. Gianni Cicero ha portato a Michele Vietti, presidente dell'Anfir, le istanze del network Valore Impresa e delle società consortili per azioni.
In Italia, nel 2020, hanno chiuso ben 220mila imprese, per un totale di 660mila persone che hanno perso il proprio lavoro. La gran parte di queste sono micro-piccole, molto spesso di tipo familiare, che non hanno potuto accedere ai servizi bancari, sia per il credito che per la capitalizzazione. Ed è proprio su quest'ultimo tema che lo scorso 28 novembre si è confrontata a Torino una pluralità di soggetti coinvolti, nell'ambito di un incontro, dal titolo significativo di “Finanziarie regionali al servizio del tessuto produttivo del Paese”, promosso dall'Anfir, l'Associazione Nazionale delle Finanziarie Regionali presieduta da Michele Vietti, ex-parlamentare ed ex-vicepresidente del Csm. Un'occasione di dibattito nella quale ha avuto un ruolo importante la partecipazione della rete Valore Impresa, che raccoglie nella forma delle società consortili per azioni migliaia di piccoli imprenditori italiani, con l'obiettivi di mantenerli competitivi in un mercato sempre più globale e ostile ai “minori”. Abbiamo fatto il punto sul tema con Gianni Cicero, presidente del network Valore Impresa.
Presidente, come è andata a Torino?
Direi molto bene. Quello che emerso è che in Italia c'è un'evidente penuria di strumenti finanziari a supporto dell'impresa, e a questo proposito Vietti ha fatto presente che c'è un sistema come Valore Impresa che sta creando aggregazione. L'asse di discussione poi si è spostato sulla necessità di portare una connessiosne tra finanziarie regionali e amministrazioni e imprese. Le politiche finanziarie, infatti, stanno disattendendo le aspettative di un sistema sempre più micro.
Qual è la cosa che manca maggiormente?
Oggi capitalizzare le micro-picccole imprese è praticamente impossibile: in termini sistemici non puoi pensare di capitalizzare strutture che nascono sottocapitalizzate. L'aggregazione eleva la capitalizzazione. Noi, come è noto, abbiamo scelto la forma delle società consortili per azioni per creare medie imprese attraverso l'aggregazione e semplificare il mercato strutturandole. Che non è il semplice consorzio, che in Italia è una politica fallita: le societa consortili per azioni possono trasformarsi in spa e questo comporta una gestione più ambiziosa e rispettosa dei gravami che arrivano senza tregua dall'Europa. Noi vogliamo far crescere le micro-piccole imprese coinvolgendo il sistema finanziario regionale.
Spesso però c'è da fronteggiare il problema della sopravvivenza dell'azienda, prima che della capitalizzazione
Vero, e infatti le finanziarie regionali possono anche svolgere un importante ruolo nell'ambito dell'M&A (mergers & acquisitions), ovvero per gli interventi sulle imprese in crisi: soprattutto per quelle che hanno un piano industriale valido. Evitando così di arrivare agli ammortizzatori sociali, privatizzando gli utili e socializzando le perdite. Intervenire con finanziamenti a sostegno dovrebbe essere caratterizzante per regioni e finanziarie regionali.
Da inizio anno, l’indice Nikkei 225, fra i più rappresentativi della Borsa giapponese e che raggruppa i 225 titoli delle maggiori compagnie quotate, sta facendo meglio dell’indice azionario mondiale (circa 3 punti in più come rendimenti). Questa è già una notizia perché negli ultimi anni la piazza di Tokyo ha perso sempre questa battaglia, vedendo il suo peso negli indici assottigliarsi sempre più. Oggi, nel paniere delle azioni mondiali dei Paesi sviluppati, il Giappone pesa il 6% circa (contro il 68% degli Usa) e sono lontanissimi i tempi in cui valeva invece il 40%.
Fra il 1985 e il 1990 il Giappone raggiunse una sorta di apice in termini di prosperità economica, caratterizzato da una crescita fenomenale in alcune industrie (come l’elettronica di consumo e le auto) ma anche da speculazione, corruzione, cattiva gestione economica e prestiti eccessivi.
Nei primi anni Novanta la bolla poi è scoppiata ed è iniziato quello che gli esperti chiamano il «decennio perduto», ovvero una fase di recessione e stagnazione economica durata a lungo per il Paese del Sol Levante. In realtà, alcune forze remano contro il Giappone, come il declino demografico e uno dei più alti debiti pubblici al mondo (ben superiore a quello dell’Italia), ma questa economia ha mostrato di essere molta diversificata, con la presenza di grandi conglomerati industriali e finanziari e anche di società di media e piccola taglia innovative e sottovalutate.
Con una popolazione di circa 125 milioni di abitanti e un reddito pro capite tra i più elevati in assoluto (circa 35.000 dollari) e un basso tasso di inflazione (rispetto a quella che vediamo in Europa), il Giappone insomma presenta una forte produttività e le sue aziende stanno aumentando anno dopo anno i margini di profitto e la corporate governance sta migliorando (un forte tallone d’Achille nel passato).
Certo, il rallentamento economico c’è anche in Giappone e le previsioni per questo primo trimestre 2023 per le società giapponesi sono di utili netti in crescita del 2% contro il 5% del trimestre precedente. Sullo sfondo di un rallentamento economico globale, inoltre, la domanda di smartphone e computer sta diminuendo in tutto il mondo, mentre il perdurare del prezzo elevato delle materie prime comprime la redditività.
«Uno dei punti di forza delle società giapponesi è la liquidità disponibile che viene stimata in circa 100 trilioni di yen per le sole società quotate diverse dalle istituzioni finanziarie», spiega Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert scf, «C’è molto spazio per acquisizioni e investimenti di capitale e la Banca centrale giapponese da diversi anni interviene non solo sul mercato monetario e obbligazionario, ma anche sull’azionario».
Nel marzo 2021, infatti, l’istituto centrale è passato all’acquisto, ma solo in periodi di instabilità finanziaria. Nella scorsa settimana a fronte del crollo della Silicon valley bank è intervenuta con acquisti di Etf per circa 70,1 miliardi di yen (circa 500 milioni di euro) per calmierare il mercato.

