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Da sinistra: Sabrina Scampini, Peter Gomez, Maurizio Belpietro e Paolo Del Debbio
Nella tavola rotonda condotta da Sabrina Scampini, Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio e Peter Gomez affrontano i temi della censura, del giornalismo indipendente e di giustizia e garantismo.
Focus elezioni nazionali e internazionali: la grande truffa del giornalismo imparziale. È questo il titolo della tavola rotonda affidata alla conduzione di Sabrina Scampini, con gli interventi di Peter Gomez, Paolo Del Debbio e Maurizio Belpietro.
La conduttrice televisiva ha chiesto ai tre giornalisti se oggi in Italia esiste davvero un problema di censura. Il primo a rispondere è il direttore della Verità: «Sento parlare di censura da almeno 30 anni. Prima nessuno si occupava di questo argomento, poi è diventato di stretta attualità, ma solo quando al governo c'è il centrodestra. Quando c'è il centrosinistra invece è tutto rose e fiori» - afferma Belpietro - «Oggi la censura è più uno strumento che viene usato per criticare una parte politica. Ricordo quando Michele Santoro se ne andò dalla Rai quando c'era il centrosinistra al governo per esempio. Di episodi ce ne sono stati tanti, e poi qualcuno ha capito che fare la vittima conviene». «A chi si riferisce?», chiede la Scampini. «Da Fabio Fazio a tutti gli altri che se ne sono andati dalla Rai indignati avendo usato il servizio pubblico per fare promozione di se stessi e poi stipulare contratti più vantaggiosi altrove. Io penso che l'unico modo per difendere la libertà è dare qualche notizia in più, non organizzare conferenze stampa» conclude Belpietro.
Più o meno sulla stessa lunghezza d'onda è Peter Gomez: «Sono abbastanza d'accordo con quanto appena detto da Belpietro, ma dobbiamo aggiungere che oggi il servizio pubblico italiano proprio non funziona» - dice il direttore di ilfattoquotidiano.it - «In Italia esiste una cosa che si chiama Commissione di vigilanza parlamentare sulle televisioni, nei Paesi normali invece è il contrario. Io, più che con la censura, vedo problemi con il dissenso, ma tutti i poteri hanno problemi con il dissenso». Incalzato poi dalla Scampini sulle proteste che hanno impedito al ministro per le Pari opportunità e la famiglia Maria Eugenia Roccella di parlare dal palco degli Stati generali della natalità, Gomez si affida a una citazione di Sandro Pertini: «Libero fischio in libero Stato».
La parola popi passa a Paolo Del Debbio: «Io penso che fare il giornalista è importante, ma non cambia le sorti del mondo. Questo erigere alla figura di Matteotti uno a cui non gli è stata fatta fare un'invettiva in Rai pare eccessivo» - dice il conduttore di Dritto e rovescio riferendosi al caso Scurati - «Ci vorrebbe una forma di un'autorità indipendente che garantisca la libertà di stampa».
Il secondo tema del dibattito messo sul tavolo dalla Scampini è quello relativo ai concetti di giustizia e garantismo. «Sono settimane molto calde, a partire dal terremoto in Liguria. Secondo voi non c'è un garantismo a correnti alterne sia a destra che a sinistra?» chiede la giornalista. Il primo a rispondere è Gomez: «I partiti si devo assumere le responsabilità decidendo caso per caso come comportarsi. Aspettare i tre gradi di giudizio vuol dire dare alla magistratura il compito di scegliere la classe politica dirigente. Ci sono casi in cui è il processo a decidere se un soggetto è colpevole o innocente, ma altri in cui deve toccare ai partiti decidere e spiegare ai propri elettori le loro scelte. In tribunale vige il principio di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio, ma in politica valgono criteri diversi». Il direttore della Verità Maurizio Belpietro aggiunge: L'elenco di politici indagati per corruzione e poi prosciolti è sterminato, con conseguenti carriere politiche rovinate. C'è un tema di garantismo a toni alterni è vero. Ma i partiti dove sono in questi casi? Ci sono solo quando devono chiedere le dimissioni del governatore avversario?». Del Debbio invece sottolinea: «La scuola del diritto penale liberale in Italia riteneva che le tre questioni sulle quali giudicare un sistema giuridico sono la velocità nei processi, la gestione della detenzione preventiva e la questione della segretezza delle indagini. Bene, il nostro sistema di garantismo ha ben poco. Non è questione di garantismo o no, è questione di stato di diritto o non stato di diritto che esige segretezza, velocità e uso parsimonioso della custodia cautelare».
Ultimo tema di discussione all'interno della tavola rotonda è il giornalismo indipendente o meno. «Spesso il giornalismo dei grandi giornali non è indipendente perché è condizionato dagli interessi degli editori» afferma Belpietro. Sulla domanda rivolta dalla Scampini, se per un giornalista perseguire opinioni significa non essere imparziali, il direttore della Verità ha le idee chiare: «No, penso sia onesto dichiarare ai lettori come la si pensi. Poi il lettore è libero quando va in edicola di scegliere quale giornale acquistare». Secondo Gomez, invece, va riportata la centralità della notizia: «È vero che è giusto dichiarare la linea editoriale, ma il giornalismo imparziale lo vedi quando racconti il fatto e non l'opinione. Il problema di questo Paese è la scomparsa dei fatti. La notizia va raccontata, è un dovere di tutti».
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Peter Gomez (Imagoeconomica)
Il condirettore del «Fatto» Peter Gomez: «Fazio non è andato sul Nove a causa dei nuovi vertici: è stato il cda di Fuortes a evitare di rinnovarlo. Con i gialloverdi rifiutai di dirigere il “Tg1”, adesso farò un programma su Radio 1».
Buongiorno Peter Gomez, da vicedirettore a condirettore del Fatto quotidiano che cosa cambia?
«Resto direttore del sito e del mensile Millennium. Qui a Roma lavorerò all’integrazione tra giornale cartaceo e online. Le edicole chiudono e sempre più copie sono vendute in forma digitale».
Le edicole chiudono e i lettori calano?
«Quelli del Fatto quotidiano di Marco Travaglio stanno aumentando. Crescono le copie digitali e degli abbonamenti cartacei, oltre 50.000 in totale».
Da Milano a Roma, una bella sterzata...
«Mia figlia e i miei affetti sono a Milano e quando le cose si sistemeranno spero di poterci rimanere di più. Ho sempre rifuggito Roma, che mi piace molto, ma è la città del potere. E ai giornalisti non fa bene star troppo vicino al potere, anche se per raccontarlo è necessario».
Altre novità professionali?
«Da lunedì sarò ospite due volte la settimana di Giù la maschera, il nuovo programma di Marcello Foa su Radio Uno».
Si era parlato di lei su Rai 3 al posto di Bianca Berlinguer.
«L’ho letto anch’io sui giornali, ma non c’è mai stato niente di concreto. A un certo punto Repubblica ha scritto che Giuseppe Conte voleva impormi per una sorta di ricatto. Qualche volta Conte l’ho intervistato, ma ci avrò parlato sei o sette volte in tutto. Poi il Corriere della Sera ha scritto che la mia partecipazione al programma di Foa è in quota 5 stelle».
Invece?
«Anche se la pensiamo diversamente su diverse cose, io e Foa siamo stati colleghi al Giornale di Indro Montanelli e trovo che in passato Marcello sia stato attaccato in modo ignobile. Quando mi ha proposto di collaborare a un programma pluralista e di qualità ho accettato di buon grado. L’unica cosa vera in questi anni è che, ai tempi del governo gialloverde, ho rifiutato la direzione del Tg1 per coerenza con il fatto che ho sempre scritto “fuori i partiti dalla Rai”».
È vero che potrebbe comunque approdare in Rai con La confessione?
«Purtroppo no. Sul Nove, dove il programma continuerà, ho sempre avuto libertà assoluta. Se arrivasse un’offerta la prenderei in considerazione perché la Rai è la Rai».
Perché al Tg1 no e un programma sì?
«Se il programma non funziona ti chiudono. Con la riforma voluta da Renzi la Rai è nelle mani del governo e la politica tormenta i direttori dei tg più di prima».
Come valuta gli abbandoni di alcuni professionisti all’arrivo della nuova dirigenza?
«Non ci sono epurati, ma persone che sono andate a guadagnare di più e con l’idea di sentirsi più libere. Fabio Fazio non è andato al Nove quando è arrivata la nuova dirigenza, è stato il cda di Carlo Fuortes a non aver avviato la trattativa per confermarlo».
Se ne sono andati anche Massimo Gramellini e Lucia Annunziata: se si è in dissenso con la nuova linea non è più da schiena dritta restare?
«Secondo me, sì. Però non riesco a biasimare chi pensa che il lavoro sarebbe stato impossibile. Mi ero fatto una cattiva opinione di Lucia Annunziata quando sembrava che si candidasse come europarlamentare del Pd. Ora che l’ha smentito l’ho rivalutata».
Quest’estate si è tornati a parlare della strage di Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’Itavia su Ustica.
«Sulla strage di Bologna ha fatto tutto Marcello De Angelis, giurando che Mambro, Fioravanti e Ciavardini non c’entravano. È troppo comodo smorzare i toni quando scoppia il polverone. Su Ustica ho un atteggiamento diverso rispetto a quando fioccavano le tesi complottiste. Ora mi sembra una grande storia giornalistica, anche se vedo poche novità. Mi pare che i lettori guardino a Ustica come ai cold case italiani, tipo la scomparsa di Emanuela Orlandi o la fine di Simonetta Cesaroni».
I misteri del passato hanno riempito l’assenza di grandi gialli estivi?
«In parte, sì. Noto che i giornali di destra stentano un po’ ora che governa Giorgia Meloni. Varrebbe anche a parti rovesciate, se ci fosse Conte al suo posto. A me sarebbe piaciuto fare questo mestiere quand’era vincente il giornalismo british, ma oggi funzionano le testate di opinione. Non si possono più portare a esempio nemmeno i giornali americani che sono stati embedded durante la guerra in Iraq e non si sono accorti dell’ascesa di Donald Trump».
Di che cosa è sintomo il caso Vannacci?
«Di quanto stiamo dicendo. Premetto: il generale è libero di dire quello che vuole ma, al di là di quello che c’è scritto nei codici, chi è dipendente pubblico ha obblighi maggiori rispetto a chi non lo è. Se esprimi opinioni critiche sui gay, ai cittadini può venire il dubbio che con quella divisa non eserciti il tuo ruolo in modo imparziale. Per lo stesso motivo disapprovo che un magistrato entri in politica o che lo facciano i giornalisti. Prendiamo un fatto di attualità: il problema di Andrea Giambruno è che è il compagno di Giorgia Meloni e chi lo guarda in video può percepirlo come un ventriloquo».
Giorgia Meloni ha risposto a questa obiezione difendendo la libertà di stampa: vale pure per Giambruno, o no?
«Secondo me tutto dipende dal rapporto che si vuole avere con il pubblico. Credo che chi ha un ruolo di arbitro nella convivenza civile abbia un dovere in più. Quando Enrico Letta diventò premier, Gianna Fregonara smise di scrivere sul Corriere, mentre Cinzia Sasso si ritirò quando Giuliano Pisapia divenne sindaco di Milano».
Il pubblico è così ingenuo?
«Se Giambruno non fosse il compagno di Meloni le sue parole non sarebbero state così rilevanti. Per dire, Nunzia De Girolamo è brava ma, più in piccolo, lo stesso conflitto si presenterà anche per lei, ex ministro del governo Berlusconi e moglie del numero due del Pd. Se eviterà di parlarne qualcuno potrà pensare che non vuole litigare col marito».
Tornando a Vannacci, anche noi facciamo come i media americani e sottovalutiamo fenomeni importanti?
«C’è un mondo, non so quanto grande, che la pensa come Vannacci e sta a destra di Fdi e della Lega. Ma alle urne le forze che dovrebbero rappresentarlo di solito non sfondano. Il caso Vannacci è esploso perché Repubblica ne ha scritto osteggiandolo, perché l’autore è un militare e perché il ministro Guido Crosetto lo ha destituito. Non è vero che questa Italia non viene rappresentata, La Verità e Rete 4 lo fanno. La sinistra si limita a condannarla, mentre noi giornalisti dobbiamo anche raccontarla».
Cosa pensa delle forme di protesta di Ultima generazione?
«Sono non violente, imbrattano monumenti o fermano il traffico. Certo, si viola il codice penale e sono azioni fastidiose, ma in democrazia ci sta».
Ha letto i documenti svelati da Fuori dal coro che annunciano un’escalation nei prossimi mesi?
«Se commetteranno reati è giusto che vengano perseguiti. Al momento si tratta di proteste e annunci di un movimento presente, ma non così esteso. Perché non c’è lo stesso allarme per le commemorazioni dell’omicidio Ramelli col saluto romano?».
Non c’è differenza?
«Il blocco stradale è una forma di lotta dall’Ottocento, adesso è un reato come lo è il danneggiamento di monumenti. A me sembra che si guardi più al dito che alla luna. Dovremmo preoccuparci che i ghiacciai e le calotte artiche si stanno sciogliendo. Che l’uso massiccio delle plastiche aumenta l’inquinamento, e il numero e la gravità delle malattie. Dovremmo essere contenti che i nostri figli non si battono più per il comunismo o il fascismo, ma per preservare il pianeta».
Studi di geologi e climatologi smentiscono l’eco-ideologia per la quale la causa di tutti i mali è l’uomo.
«So che ci sono posizioni diverse, ma per me questa è una battaglia ideale che, finché non si commettono reati, non mi sento di condannare. All’epoca del G8 di Genova tutta la destra era contraria ai no global non solo per il modo in cui manifestavano, ma anche per quello che sostenevano. Adesso anche Matteo Salvini riconosce che avevano ragione».
Le piace la famiglia queer di Michela Murgia?
«La mia regola di vita è non fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Se loro stanno bene e sono felici, mi piace».
La famiglia si crea e si decide autonomamente come si vorrebbe fare con il sesso?
«La famiglia è espressione del tempo in cui si vive. Se fossi un musulmano di 400 anni fa avrei quattro mogli. Sarebbe sbagliato impedirlo se quello stato non ledesse i diritti di qualcuno e non comportasse reati».
Non si tratta di reati, ma di radice dell’essere: gli uomini non vengono al mondo per volontà propria, né come vogliono loro.
«Se cambiare sesso non danneggia qualcuno sono fatti di chi lo fa. Ciascuno ha diritto alla felicità e se la dà la famiglia queer o sentirsi oggi donna e domani uomo a me non cambia nulla».
C’è qualcosa da smascherare nella grande informazione?
«L’informazione serve agli scopi degli editori che, per esempio, guadagnano con le cliniche o con le autostrade. Oppure vogliono avere rapporti mirati con la politica. Così la realtà è raccontata con la lente dell’establishment. Quanti giornali stanno in ginocchio a pregare per rianimare il centro politico quando gli italiani non ne vogliono sapere?».
Quanto è credibile Giuseppe Conte come leader delle classi deboli?
«Secondo me, molto. La credibilità di un leader non dipende dal suo stato sociale, ma dalle sue battaglie e da quello che fa».
Elly Schlein è meno risolutiva di quanto gli elettori dem speravano?
«Temo di sì. I sondaggi danno il Pd sempre al 20% nonostante la campagna favorevole di cui ha goduto».
Cosa pensa delle sue ultime prese di posizione: «l’Italia ha diritto di sapere la verità su Ustica», «porteremo subito in aula una legge contro la propaganda fascista».
«Quando parla di propaganda fascista si rivolge a una parte del suo elettorato. Obiettivamente non vedo questo rischio in Italia. La verità su Ustica vorremmo conoscerla tutti, ma non dipende da lei».
Cosa pensa del decreto Caivano?
«Finora, in Italia la repressione penale non ha mai funzionato. Togliere il telefonino ai minori colpevoli è un provvedimento tecnicamente inattuabile».
E della tassa sugli extraprofitti?
«È giusta. Sbagliato sarebbe tassare chi guadagna grazie alla propria abilità. Chi trae profitto dalla fortuna perché la Bce alza i tassi può dare di più alla comunità. Stando ai grandi giornali, avrebbe dovuto crollare la borsa e salire lo spread, invece…».
Le manca Silvio Berlusconi?
«Da giornalista sì, perché c’era parecchio da scrivere. Da cittadino no, perché ritenevo sbagliato che facesse politica il proprietario di un grande gruppo editoriale».
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True
2018-10-06
I furenti, i bravi, i tappetini. In tv sfilano i giornalisti capaci di far alzare lo share
Quando si tratta di parlare di politica, le reti attingono alla carta stampata per ospitare più voci. Ecco le pagelle degli opinionisti.
Siamo alla penultima puntata: i giornalisti opinionisti in tv. Come i politici, sono centinaia: ci vorrebbe un libro per citarli tutti. Si trova «la qualsiasi»: direttori, ex direttori, polemisti furenti e snob, morbidi, sarcastici, ironici. Soprattutto quelli che accendono lo share... Chiedo venia agli assenti. Nella prossima e ultima puntata, gli opinionisti che si occupano di sport e di intrattenimento.
Fulvio Abbate
(Palermo, 20 dicembre 1956). Più scrittore che giornalista anche se ha scritto per La Stampa, Il Mattino, Il Messaggero, Sette, Il Foglio, Il Fatto quotidiano e l'Huffington Post. Ospite assiduo dei talk politici. Di Chiara Ferragni ha detto: «Mi fa orrore. Mi piacciono di più le povere standiste del parmigiano, quelle che nel supermercato ti invitano ad assaggiarlo, o le varie miss tappa delle gare ciclistiche. Ha milioni di follower? E sti cazzi! Che cazzo me ne importa, è lo spettro assoluto dell'insignificanza». Andrebbe a letto con la moglie di Emmanuel Macron, ma non con Maria Elena Boschi. Collezionista di avventure di letto, che racconta
SENZA PELI SULLA LINGUA
Gianni Barbacetto
(Milano, 21 marzo 1952). È una firma del Fatto quotidiano. In tv non solo opinionista ma anche collaboratore ad Annozero di Michele Santoro e Blu Notte di Carlo Lucarelli. La sua vittima preferita è Vittorio Sgarbi, memorabili le loro liti in tv. Nel tempo libero ama suonare la batteria.
MALIZIOSO E PROVOCATORE
Franco Bechis
(Torino, 25 luglio 1962). Attualmente direttore di Corriere dell'Umbria, Corriere di Rieti, Corriere di Viterbo, Corriere di Siena e Corriere di Arezzo. Si firma anche con gli anagrammi Fosca Bincher e Chris Bonface. Ecco una sua recente frecciata: «Gentile Asia Argento, le avanzassero 400.000 euro per non fare sesso con lei, mi contatti. Ho una fila sterminata di pretendenti. Grazie».
TUTTOLOGO INFORMATO
Maurizio Belpietro
(Castenedolo, 10 maggio 1958). Conduttore in tv prima con L'antipatico, poi con La telefonata, nel 2016 alla guida di Dalla vostra parte (programma chiuso perché, si dice, dava troppo spazio al populismo). «Si documenta in modo quasi maniacale, è aperto e cordiale con tutti...»: così lo descrive Luigi Bisignani in L'uomo che sussurra ai potenti. Invece, in tv, oggi appare come uno spietato opinionista: sorridente ma freddo, inesorabile. E molto scomodo: La Verità è la sua linea, portata avanti con coerenza anche da altri nostri colleghi presenti in tv: Massimo de' Manzoni, Mario Giordano e Francesco Borgonovo.
INFLESSIBILE
Pietrangelo Buttafuoco
(Catania, 2 settembre 1963). Collabora con Il Fatto quotidiano e Il Foglio, Il Sole 24 Ore e Il Tempo. Debutta in tv nel 1998 alla conduzione di Sali e tabacchi su Canale 5, programma di seconda serata voluto dall'allora direttore Maurizio Costanzo e per La7 ha condotto Otto e mezzo con Alessandra Sardoni nel 2007 e ha collaborato con Giovanni Minoli in Faccia a Faccia. Scontro in diretta con la giornalista Maria Teresa Meli perché considera «volgare speculazione» l'allarme di quelli che vedono in alcuni atti violenti un ritorno della destra estrema: ricorda i casi di Simone Cristicchi e Gianpaolo Pansa, autori «oscurati» a causa delle posizioni politiche: «Nessuna levata di scudi per loro». Per Buttafuoco sono polemiche inutili, «minchiate». Altro duro scontro con Adriano Celentano per opposte valutazioni su papa Francesco.
INDIPENDENTE, PRONTO AD ACCENDERSI
Mario Calabresi
(Milano, 17 febbraio 1970). Ha diretto La Stampa per sei anni, poi alla guida della Repubblica, successore di Ezio Mauro. Nel 2011 ha condotto per Rai 3 il programma Hotel Patria. Disprezzato dal professor Paolo Becchi, che ha definito La Repubblica il giornale dell'orfano, ha replicato con un tweet: «I deliri di un cretino non meritano troppo spazio e attenzione». Ha una passione per i formaggi (il Verzin di Occelli è il suo preferito), per i peperoni in bagna cauda e le pesche di Canale con l'amaretto che gli preparava la nonna. «Il mio vino del cuore è l'Arneis». Buon giornalista, inadeguato come direttore, peccato!
PRIVILEGIATO
Aldo Cazzullo
(Alba, 17 settembre 1966). Dopo 15 anni a La Stampa nel 2003 è passato al Corriere della Sera, firma di punta (alla direzione...). Centellina le apparizioni televisive, dal 2004 pubblica un libro all'anno. Ha scritto che Sergio Marchionne aveva la forfora sulle spalle. Marco Travaglio: «Vuole fare il direttore, ma... nessun traguardo gli sarà precluso, a parte uno. Quando un cazzullino si affaccerà tutto sorridente in via Solferino, alla portineria del Corriere della Sera, chiedendo di salire in direzione, un robusto e malmostoso usciere lo metterà alla porta. No, guardi, signore, non compriamo niente. E qui non c'è niente da chiedere».
UNGHIATE PIÙ RARE DELLE CAREZZE
Marco Damilano
(Roma, 25 ottobre 1968). Dovunque! Il direttore dell'Espresso è tra i più assidui presenzialisti dei salotti politici televisivi, oltre ad essere ospite fisso del programma di La7 Propaganda Live con Diego Bianchi. Massimo D'Alema a Piazzapulita gli diede dello stupido. Ma non lo è affatto, furbo sì.
POLITICAMENTE CORRETTO
Ferruccio De Bortoli
(Milano, 20 maggio 1953). Presidente della casa editrice Longanesi, è stato direttore (recordman) del Corriere della Sera e anche del Sole 24 Ore. Nel 2009 rifiutò la presidenza della Rai. Misurato, sobrio: «Mangio solo verdure bollite e pasta scondita». E la televisione? «Devo confessare che la guardo pochissimo. Forse non la guardo per niente». In compenso, sceglie e gestisce con attenzione le presenze nei talk. È stato forse il mio miglior allievo. Memorabile la polemica con Maria Elena Boschi, per le rivelazioni nel suo ultimo libro (minacciato di una querela mai pervenuta).
È NATO DIRIGENTE
Mattia Feltri
(Bergamo, 23 giugno 1969). Figlio di Vittorio, ha scritto per Il Foglio, Libero e La Stampa. Apprezzato diffusamente, con notevoli riconoscimenti, a volte punzecchiato dal padre. Violentissimo verso Marco Travaglio: «Questa mattina si occupa di me, nei soliti modi disonesti. E uso il termine “disonesti" sapendo di usarlo e che cosa comporta. Lo uso perché la disonestà di stamattina ha qualche cosa di ulteriore e di imperdonabile. Lui sa (ci conosciamo, senza frequentarci, da una ventina d'anni) che sono lento all'ira e lascio passare tutto, o quasi. Ma stavolta mi sembra davvero troppo…». la ragione della contesa? L'uso delle intercettazioni su Renzi padre e figlio.
L'INCONTENIBILE IRA DEL MITE
Stefano Feltri
(Modena, 7 settembre 1984). La Gazzetta di Modena, Il Foglio, Il Riformista e Il Fatto quotidiano, di cui è vicedirettore. Oltre che opinionista in tv è stato anche nella squadra di Otto e mezzo con Lilli Gruber. Con una delegazione di parlamentari fu ricevuto dal presidente siriano Bashar Assad a Damasco. L'intervista, costituita da domande concordate in precedenza, ha permesso ad Assad di accreditarsi una volta di più come baluardo contro il terrorismo islamico. E per questo...
HA SUBÌTO CRITICHE SENZA SENSO
Vittorio Feltri
(Bergamo, 25 giugno 1943). Sempre più veemente in televisione. Non ama essere interrotto durante i suoi interventi, altrimenti o sbotta o si alza e se ne va. Mi fermo qui. Credevo che esistesse una sincera e forte amicizia, poi una sera a cena e successivamente in un articolo mi ha insultato e offeso senza che ne capissi le ragioni. Certo non riferisco gli insulti che gli vengono rivolti, senza riguardi.
MI ASTENGO, NESSUN GIUDIZIO
Luciano Fontana
(Frosinone, 11 gennaio 1959). Prima all'Ansa e all'Unità per poi arrivare nel 1997 al Corriere della Sera, di cui attualmente è direttore. In tv lo si vede solo per i grandi eventi politici. «Non mi piacciono l'accademia, le discussioni, le lungaggini, non andare dritti al punto. E poi non mi piacciono le chiacchiere di corridoio, i pettegolezzi, sono una cosa che proprio non apprezzo. Infatti non ho mai risposto, che so, a Dagospia… mai in vita mia… Intanto ci sei finito, in un certo senso è comunque un riconoscimento… faccio il mio lavoro e quando finisco di lavorare me ne vado in campagna o in montagna, a camminare. Non mi piace andare alle feste, non mi piace frequentare i salotti, questa è la mia vita. Ho un'età sufficientemente avanzata per non cambiarla».
ISTITUZIONALE, NON POLEMIZZA
Carlo Freccero
(Savona, 5 agosto 1947). Gran curriculum televisivo. Direttore di Italia1, Rai 2 e Rai 4. Nel 2002 bersaglio dell'editto di Silvio Berlusconi, finì in quarantena. Nel 2012 candidato alla presidenza della Rai, ruolo che venne affidato ad Anna Maria Tarantola. Nel 2015 nel cda, sostenuto dai 5 stelle. Per lui il talk show è un genere al tramonto: «È figlio di un'epoca che permetteva a tutti di dibattere ed interagire con la cosa pubblica. I talk oggi affondano nella disaffezione, rivelano l'inerzia». Vittorio Sgarbi: «Carlo Freccero ha smesso di pensare da molti anni. Non per ignoranza, ma per assenza di testa». Ed Enrico Mentana se l'è legata al dito da quando il consigliere Rai «in quota M5s» lo ha definito «lottizzato» dai socialisti. «Mi critica perché è avvelenato, voleva essere al posto di Antonio Campo Dall'Orto», ha replicato Freccero.
COMPETENTE E TORMENTATO
Alan Friedman
(New York, 30 aprile 1956). È corrispondente per l'International Herald Tribune e per il Financial Times. In tv nel 1995 ha ideato con Giovanni Minoli e Myrta Merlino «Maastricht - Italia», uno dei primi programmi a occuparsi di economia. Storica la sua lite con Vittorio Sgarbi.
ABILE NEL PROMUOVERSI
Massimo Giannini
(Roma, 6 febbraio 1962). Attualmente direttore di Radio Capital, ex firma del Sole 24 Ore, della Stampa. Odio e amore con la Rai, che prima lo ha voluto per l'eredità di Giovanni Floris a Ballarò, poi lo ha esonerato nonostante i buoni ascolti. In odore di licenziamento durante una puntata disse: «La Rai mi può licenziare, il Pd proprio no. La politica non decide i palinsesti». È tornato a Repubblica. «Non frequento salotti, neanche culturali. Non vedrete mai foto mie nel Cafonal di Dagospia. Ritengo sia sano che la vita privata e quella professionale rimangano ben distinte (...) Mi sono sempre presentato come uno serioso, algido. E invece in privato sono simpatico, me lo dicono tutti. Anche grazie alle mie imitazioni... Sono un romanista sfegatato, uno che va allo stadio. È una fede che condivido con Floris, anche se io sono più romanista di lui. Sono stato un calciatore professionista, un numero 10. A 14 anni ero nei pulcini della Roma, poi ho dovuto lasciare per via della scuola. Ma ho sempre continuato a giocare e a 17 anni ho anche detto di no al Milan. Poi mi sono fracassato un ginocchio e la mia carriera è finita».
SUSSEGUIOSO, SINISTRA LIBERA E INQUIETA
Peter Gomez
(New York, 23 ottobre 1963) Segue Indro Montanelli prima al Giornale poi alla Voce. Per 26 anni ha scritto sull'Espresso per poi passare nel 2009 al Fatto quotidiano di cui dirige la versione online. In tv protagonista di duri scontri, conduce La confessione su Nove.
FINTO BURBERO
Massimo Gramellini
(Torino, 2 ottobre 1960). «Il Caffè» è diventata la rubrica di apertura del Corriere della Sera di cui è vicedirettore. In televisione, grazie a Fabio Fazio, si è fatto spazio prima come opinionista a Che tempo che fa, poi con la conduzione di Le parole della settimana. Rai 3 gli ha affidato il primetime Cyrano, chiuso anticipatamente a causa dei bassissimi ascolti.
FALSO E CORTESE
Tommaso Labate
(Cosenza, 26 novembre 1979). Comincia sul Riformista, poi passa a Vanity Fair, all'Unità. Attualmente, oltre alle innumerevoli ospitate non solo di politica ma anche calcistiche, è una delle firme del Corriere della Sera. Non solo opinionista ma anche conduttore di In onda e Fuori Onda, entrambe per La7. L'ironica invettiva di Vittorio Sgarbi nei confronti dei conduttori di Fuori Onda: «Tommaso Labate e David Parenzo: quasi mentecatti, coppia omosessuale perversa!»
UN COSENTINO COME ME, EMERGENTE, EVVIVA
Ezio Mauro
(Dronero, 24 ottobre 1948). Direttore della Stampa prima e della Repubblica dopo. Sporadiche le apparizioni televisive, per i 40 anni del rapimento di Aldo Moro ha realizzato uno speciale su Rai 3 dal titolo Il Condannato, con un buon riscontro di pubblico e di critica. Per lui il gossip è un aspetto negativo del giornalismo italiano... è soltanto un modo per colpire qualcuno, esattamente come quando si lancia una pietra nascondendo la mano. Molti (quorum ego) gli rimproverano l'esagerata e sciagurata valorizzazione di Roberto Saviano.
CULO DI PIETRA, HA SUPERATO SCALFARI
Maria Teresa Meli
(Roma, 11 agosto 1961). Da 15 anni scrive sul Corriere della Sera rivelando retroscena della politica italiana. Sostenitrice instancabile di Matteo Renzi. «Maria Teresa Meli mi ha insultato in tv, la querelo». Ad annunciarlo è Renato Brunetta, allora capogruppo di Forza Italia alla Camera, dopo il botta e risposta con la giornalista. «Mi odia, ha problemi psicologici gravi, comprensibili anche», gli ha risposto la Meli dallo studio, prima di dargli del «buffone». «Lei è una buffona, incapace e asservita a Renzi».
SCUSI MELI, MA RENZI UN DIFETTO LO HA?
Antonio Padellaro
(Roma, 29 giugno 1946). Tra i fondatori del Fatto quotidiano, direttore fino al 2015. Inizia la sua carriera a l'Ansa per poi passare al Corriere della Sera e alla direzione dell'Unità. Molto richiesto in tv perché sa esprimere opinioni forti e dure, ma rispetta gli interlocutori.
EQUILIBRATO, ANCHE CON IRONIA
Sergio Rizzo
(Ivrea, 7 settembre 1956). Nel 2007 ha scritto, con Gian Antonio Stella, La Casta sugli sperperi della classe dirigente italiana. Nel 2017 dal Corriere della Sera è passato a La Repubblica come vicedirettore. Libero di mente, verso destra e sinistra, bravo a inscenare polemiche coinvolgenti.
APPUNTITO
Eugenio Scalfari
(Civitavecchia, 6 aprile 1924). Tra i fondatori della Repubblica e dell'Espresso. Controverse le sue interviste a papa Francesco. In tv lo invitano a pavoneggiarsi con finto riguardo, qualche volta cade nella trappola. Non si ritira ed è un peccato perché è stato un mito del giornalismo e ora ha difficoltà evidenti. Il suo editore Carlo De Benedetti lo ha definito «rimbambito» e «ingrato». Replica: «Non è stato né fondatore né cofondatore di Repubblica. I soldi non lo legittimano alla parola fondatore». Quanti soldi erano? «Cinquanta milioni», che De Benedetti diede a Scalfari intimandogli: «Non lo racconti, ma non lo dimentichi». «E io non l'ho dimenticato», aggiunge velenoso Scalfari. «Ha contribuito con 50 milioni ad un capitale di 5 miliardi. Non sono abituato a fissare i prezzi della gratitudine. Sicuramente ce ne siamo ricordati quando poi gli abbiamo venduto Repubblica». De Benedetti, sottolinea, «non ha mai fatto l'editore. È stato l'amministratore dei suoi beni».
DOVREBBE FARE COME GRETA GARBO: RITIRARSI
Andrea Scanzi
(Arezzo, 6 maggio 1974). È passato per molti quotidiani dal Manifesto al Riformista e dall'Espresso a Panorama. Ha trovato la sua isola felice nel Fatto quotidiano. In tv non solo politica ma anche calcio, ha condotto su La7 Futbol, e musica (due spettacoli teatrali dedicati a Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè) come giurato al 68° Festival di Sanremo. Scanzi vs Sgarbi, uno scontro durissimo. «Chiedere un parere politico a Sgarbi è curioso perché ha cambiato più partiti politici e idee che mutande», ironizza Scanzi. Replica: «E tu sei un morto di sonno che non si candida ma fa politica, fai c...are». «Sei una prostituta di basso livello politico», ribatte ancora Scanzi, «finocchietto rotto in c...», strilla Sgarbi. Scanzi poi si confida: «Fino a un anno fa si diceva che fossi gay, invece non lo sono, e neanche bisessuale». «Mi piacciono le donne, anche troppo», racconta a Vanity Fair. «Nel mio matrimonio l'ho pagata. Traggono in inganno gli orecchini, gli anelli. Una volta, su consiglio di Aldo Busi, ho provato a togliermeli, ma dopo un mese me li sono rimessi».
ECLETTICO, PREZZEMOLO DOC
Beppe Servegnini
(Crema, 26 dicembre 1956) È direttore di Sette, settimanale del Corriere della Sera, autore e conduttore di programmi come Italians e L'erba del vicino entrambe in onda su Rai 3. Un personaggio ormai storico e una nuova imitazione destinata ad essere ricordata: nella prima puntata del 2018 di Fratelli di Crozza, tutti i venerdì su Nove, Maurizio Crozza porta in tv una new entry: Severgnini, con le sue «perle di sagacia».
LINEARE COMPITINO
Marcello Sorgi
(Palermo, 31 marzo 1955). Dopo una breve parentesi alla direzione del Tg1 torna alla Stampa. Cristo è ancora fermo a Eboli secondo il giornalista Sorgi, che ha fatto infuriare la popolazione lucana dopo aver detto in trasmissione a Ballarò, lo scorso 5 aprile, che la Basilicata è una delle regioni più desolate d'Italia e ci vivono mucche e galline.
INTELLIGENTE NELL'ANALISI POLITICA
Marco Travaglio
(Torino, 13 ottobre 1964). È tra i più assidui ospiti dei talk. Il direttore del Fatto quotidiano è tra gli ospiti più taglienti. Lunghissima la lista dei suoi epici scontri televisivi per la gioia dello share. Di recente, su Rocco Casalino: «Dovrebbe imparare un po' di stile dal presidente del Consiglio». Durissimo botta e risposta con Maria Elena Boschi: «In un Paese serio si ama la verità. Sono convinta che, se fossi stata un uomo, Travaglio non mi avrebbe riservato lo stesso trattamento. Mi odia». Travaglio ha concluso il suo intervento dicendo che la carriera politica della sottosegretaria alla presidenza del Consiglio doveva chiudersi dopo che è emerso, secondo lui, che ha mentito su Banca Etruria.
INVETTIVE IMPERDIBILI
Hanno collaborato
Donato Moscati e Romina Nizar
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