Davanti alle proteste dei sindaci della rossa Emilia-Romagna e del loro governatore Stefano Bonaccini il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi cede, spostando un centinaio di migranti verso altre rotte. Le lamentele ruotano attorno al sistema di accoglienza che ormai sarebbe saturo. Per la verità basta controllare il cruscotto statistico del Viminale per scoprire che l’Emilia-Romagna, sebbene sia al secondo posto tra le regioni ospitanti, con la presenza di 12.572 migranti (il 9 per cento di tutti gli sbarcati), risulta essere ancora in zona gialla. L’unica regione rossa, infatti, è la Lombardia, che ospita 16.814 migranti (ovvero il 13 per cento sul totale delle persone arrivate in Italia via mare) e da moltissimo tempo guida la classifica. La strategia attivata dal Viminale ha permesso alla Sicilia, che con gli altri governi era sempre al collasso, di respirare. Fatto sta che dopo il «niet» di Bonaccini e la lagna dei sindaci, Piantedosi ha dirottato i migranti destinati alla provincia di Bologna verso la Campania (75) e verso la Calabria (25). Anche il Veneto si ritrova sulla stessa barca dell’Emilia-Romagna. E qui anche alcuni sindaci di centrodestra hanno storto il naso, ottenendo pure loro un cambio di rotta: 80 finiranno in Liguria, 50 nelle Marche, 30 in Umbria e 20 alla Basilicata. Qui il governatore Vito Bardi (Forza Italia), che guida una coalizione di centrodestra, si è detto preoccupato per la revisione dei parametri per l’assegnazione dei migranti, che «penalizzerebbe eccessivamente» la regione che amministra. In pratica, la circolare del ministero dell’Interno che afferma i nuovi diktat sui collocamenti contiene «una modifica del criterio di distribuzione su base regionale, che utilizzerà oltre al consueto parametro della popolazione residente anche quello dell’estensione territoriale». Il nuovo criterio, «oltre a essere applicato per il piano previsionale straordinario, sarà utilizzato nei singoli periodici riparti resi noti ai prefetti dei capoluoghi di regione per la successiva ripartizione infraregionale, secondo le modalità definite in seno ai rispettivi tavoli di coordinamento». «Questo parametro», ha spiegato Bardi, «innescherebbe gravi criticità in una regione come la Basilicata, con 131 comuni, moltissimi dei quali sotto i 5.000 abitanti. Si rischierebbero anche forti tensioni». Allo stato attuale, però, la Basilicata è a fondo classifica (seguita solo da Sardegna, Molise, Trentino e Valle d’Aosta), ospitando 2.453 migranti, ovvero il 2 per cento del totale. Bardi ha detto che si farà sentire con Piantedosi. Ma il gap è tutto legato alle vecchie logiche dell’accoglienza diffusa. Il sistema, sul quale in passato si sono arricchite coop e associazioni (soprattutto rosse e cattoliche), rimaneggiato dall’ex ministro Luciana Lamorgese, già non brillava e con i maxi sbarchi è andato definitivamente in tilt. Ora che il meccanismo per svuotare velocemente l’hotspot di Lampedusa rispetto al passato sta funzionando (ieri erano presenti circa 1.100 persone ed è previsto che oggi scendano a 250) ovviamente è risultato necessario rimodulare anche il sistema d’accoglienza territoriale. Il governo ha quindi ritoccato i criteri. Anche perché, se da una parte il codice che ha stretto le regole per le Ong sembra stia funzionando (ieri la nave Aurora della Sea Watch è stata sottoposta a fermo amministrativo per aver fatto sbarcare a Lampedusa e non a Trapani, porto che le era stato assegnato, 72 persone), dall’altra il flusso migratorio continua a spingere. Dall’1 giugno al 18 agosto, secondo i dati diffusi dal Viminale, ci sono stati 55.318 approdi, con una media giornaliera che supera le 700 unità. Gli ultimi quattro sbarchi a Ortona, in Abruzzo, dove è previsto l’arrivo di altri 40 migranti, pare aver addirittura fatto scattare l’ipotesi delle tendopoli. Le principali strutture di accoglienza, a cominciare da quelle di Montesilvano, Pescara e Civitaquana, ricostruisce la stampa locale, sono al collasso, con nessuna apparente possibilità di ricambio. La bomba l’ha lanciata il Messaggero, che prevede per Pescara assegnazioni settimanali di 80 persone. Anche qui i Comuni fanno resistenza, probabilmente sulla scia tracciata dall’Anci, associazione guidata dal sindaco dem di Bari Antonio Decaro. Il delegato dell’Anci per l’immigrazione, Matteo Biffoni, sindaco di Prato, ha puntato l’indice soprattutto sull’accoglienza dei minorenni: «Siamo nella più grande emergenza mai vissuta e in alcune città italiane, per quanto riguarda l’accoglienza dei minori, non ci sono gli hub di primissima accoglienza e non ci sono le risorse per la mediazione culturale». Dal Viminale hanno liquidato la polemica definendola «surreale» e hanno aggiunto che «la mancata adozione dello stato di emergenza da parte delle quattro regioni a guida centrosinistra ha ritardato alcuni interventi sul territorio», sottolineando pure che «sulla questione minori è fondamentale la legge Zampa, che è stata voluta dal Pd». La sinistra protesta contro una sua legge e il Viminale cede davanti alle proteste dell’Emilia-Romagna. Il cortocircuito sull’immigrazione è servito.
«Migranti dirottati sul Pd». Ieri mattina ho guardato allarmato la prima pagina di Repubblica e, temendo di aver preso un «buco» (nel gergo giornalistico significa non avere una notizia bomba che altri giornali hanno), mi sono chiesto che cosa potesse essere sfuggito alla mia attenzione. Ho immaginato una catastrofe abbattutasi a mia insaputa sul quartier generale di Enrico Letta, a largo del Nazareno, magari per condizionare il congresso che dovrà decidere il prossimo segretario. Poi ho pensato che la sede del Partito democratico potesse essere stata assaltata da gruppi di extracomunitari in cerca di un alloggio in cui trascorrere la notte. Infine, dopo aver letto il sommario del titolo di apertura del quotidiano romano, mi sono rasserenato: le navi umanitarie sono state dirottate verso il porto di Ancona, città amministrata dal centrosinistra.
E prima del capoluogo marchigiano, il Viminale aveva indirizzato altri sbarchi verso Ravenna, Taranto, Livorno, Bari e Gioia Tauro, tutti Comuni guidati da sindaci vicini al Partito democratico. Dunque, a Repubblica hanno preso coscienza che i profughi possono essere destinati non soltanto nelle città venete, ma anche nei feudi della sinistra: e questa per i compagni è stata un’amara sorpresa.
Infatti, come ha spiegato il quotidiano della famiglia Agnelli, mai era accaduto che una nave carica di migranti approdasse ad Ancona. Una novità che ha costretto la sindaca del capoluogo a un autentico superlavoro: «Alle sei del pomeriggio Valeria Marcinelli è alla sua seconda riunione in prefettura. Tre giorni e mezzo per organizzare il primo sbarco di migranti nella storia del porto di Ancona da una nave umanitaria». Cose da non credere. E infatti sia nella redazione del giornale radical chic sia nei municipi rosso antico dell’Adriatico ancora non ci credono. Qualcuno pensa che si tratti di uno scherzo e qualcun altro di una mascalzonata di Salvini. La realtà è che il ministero dell’Interno ha adottato una nuova strategia: invece di coinvolgere solo i Comuni della Sicilia o al massimo della Calabria, d’ora in poi i migranti verranno distribuiti lungo tutti i porti della penisola. Se fino a ieri i profughi sbarcavano a Lampedusa, Porto Empedocle, Trapani e così via, per poi eventualmente essere smistati sulla base delle disponibilità regionali (e guarda caso le città del Nord sembravano ogni volta le più disponibili), oggi tutti i porti, anche quelli dove regna la sinistra, come Ancona o Livorno, sono ritenuti approdi sicuri. Le Ong non hanno titolo per scegliere il luogo verso cui dirigersi, ma, sulla base delle leggi del mare, possono soltanto richiederne uno sicuro in cui sbarcare le persone salvate dalle acque. Dunque, si devono essere chiesti al Viminale, perché lasciar scegliere alle organizzazioni non governative il punto di attracco? Chi mai ha detto che i profughi debbano sbarcare per forza in Sicilia, dove già le strutture che li ospitano sono superaffollate? Risultato, dopo quelli siciliani anche altri sono divenuti porti sicuri. Ma alle amministrazioni del Pd la faccenda non va giù, perché costrette a fare i conti con la realtà. Dopo anni di chiacchiere, con esponenti della sinistra a favore dell’accoglienza indiscriminata, la classe dirigente che amministra i Comuni progressisti è chiamata a passare dalle parole ai fatti e ad accogliere le centinaia di nuovi arrivati. Che la faccenda stia suscitando un certo allarme lo dimostrano le reazioni dei primi cittadini, i quali, pur essendo di sinistra e dunque per definizione aperti al dialogo e all’accoglienza, hanno già cominciato a protestare. Se ne è fatta interprete Repubblica, che nell’edizione di ieri criticava il Viminale per aver «scelto città i cui porti non sono attrezzati per ospitare centinaia di migranti, con inevitabili difficoltà». Resta da capire perché Porto Empedocle o altri Comuni siciliani e calabresi debbano essere considerati attrezzati o più adatti all’accoglienza di città come Livorno o Ancona. Solo perché i primi non sono guidati dalla sinistra? Ad ogni buon conto, non so se la strategia del ministro Piantedosi per fermare le navi delle Ong funzionerà. Due risultati comunque al momento paiono già delinearsi. Il primo è di aver complicato la vita delle Organizzazioni non governative, che ora dovranno spendere più soldi in gasolio per raggiungere i porti sicuri e al tempo stesso non potranno stazionare stabilmente di fronte alle coste libiche. La seconda, politicamente ora evidente, è aver messo i teorici dell’accoglienza a tutti i costi di fronte alle conseguenze delle loro scelte. Buon divertimento.




