Ormai da qualche tempo, se si vuole dire una «cosa di sinistra», bisogna dire «censura». Ormai tutta l’elaborazione culturale progressista si concentra lì: sulle circostanze in cui togliere la parola a qualcuno e sui metodi con cui farlo. E poiché la faccenda sta diventando un tantino ripetitiva, si escogitano pure soluzioni creative: ci si autocensura, si censurano i censori, ci si finge censurati per risaltare di più o addirittura si finge l’autocensura. Emblematico è lo psicodramma esploso negli ultimi giorni attorno al festival Più libri più liberi, che nonostante il titolo è diventato una sorta di fiera della mordacchia in cui la sinistra - solitamente impegnata a denunciare l’oppressione fascista - sta consumando una terribile lotta intestina a colpi di oscuramenti.
Tutto è cominciato perché nel programma era previsto un intervento del filosofo Leonardo Caffo. La kermesse è dedicata alla memoria di Giulia Cecchettin e si dà il caso che Caffo sia stato accusato di maltrattamenti alla sua ex compagna. Accusato, non condannato, dunque innocente fino a prova contraria. La curatrice della rassegna - la nota e impegnatissima scrittrice Chiara Valerio - sulle prime ha tentato di difendere la presenza del filosofo appellandosi al garantismo. Ma Caffo, fino all’altro giorno portato in palmo di mano dal milieu progressista, ora è divenuto una sorta di paria. La Valerio è stata sommersa di critiche dal suo mondo, autrici come la fumettista e attivista transgender Fumettibrutti, la femminista Giulia Siviero e altre hanno annunciato che avrebbero disertato l'evento. È finita che Caffo ha dovuto farsi da parte: «Ho ritirato la mia partecipazione a Più libri più liberi 2024 e ringraziato Chiara Valerio e Cortina Editore per il gentile invito», ha dichiarato tramite social. «Loro non hanno nessuna colpa: rispettatele, se potete. Se la mia sola presenza rovina una fiera così importante per la cultura italiana e dedicata a un così alto ideale, credo sia necessario come intellettuale fare un passo indietro. Chiedo scusa a tutte coloro a cui ho arrecato fastidio e spero un giorno di poter tornare a fare cultura insieme in un modo libero e rispettoso, augurandomi un giusto corso delle cose».
Poteva finire lì, e invece no. I curatori della rassegna letteraria hanno dovuto ammettere pubblicamente i propri errori e prestarsi alla rieducazione: «Abbiamo sbagliato e ferito, oltre le nostre intenzioni», ha annunciato la redazione di Più libri più liberi in un comunicato. È seguito corposo autodafé: alcune sale, tra cui quella che avrebbe dovuto ospitare Caffo, sono state destinate a «dibattiti contro la violenza di genere».
Tutto questo, però, non è bastato. Zerocalcare, star del fumetto italiano, ha deciso di disertare l’incontro che avrebbe dovuto vederlo discutere, assieme alla stessa Valerio, di editoria. L’allontanamento di Caffo e l’autocensura della organizzatrice non lo hanno convinto.
«Dopo aver parlato anche con la casa editrice e aver compreso che condividevano il mio stesso disagio», ha scritto Zerocalcare sui social, «ho deciso di annullare l’incontro previsto sull’editoria con la stessa Valerio (oggettivamente impossibile da tenere: non perché penso che sia un’appestata o che con lei non si possa parlare, anche quando ritengo stia sbagliando, ma perché mi pare impossibile glissare su questo tema e parlare d’editoria come se niente fosse; e al tempo stesso mi pare grottesco pensare che un maschio tenga un incontro in cui spiega a una donna come avrebbe dovuto comportarsi in termini di femminismo)». Per carità, ciascuno ha il diritto di partecipare ai dibattiti che lo soddisfano e di abbandonare quelli che non gli piacciono. Ci sono però almeno due aspetti discutibili della faccenda. Il primo è, diciamo, di principio. Fino a che punto deve spingersi la censura? Fino a che punto può estendersi la superiorità morale? In questo caso non sono bastati gli autodafé, le prese di distanza, le scuse e gli inchini. C’è sempre qualcuno che dall’alto della sua purezza si sente in diritto di epurare. E ci sono persino quelli che si autoepurano, perché non sia mai che si svolga un evento anche solo vagamente culturale senza che si imbavagli qualcuno o non si facciano prediche sui comportamenti e l’uso delle parole.
Il secondo aspetto della questione è più pratico, se volete, ma forse ancora più rilevante. Zerocalcare ha spiegato che il suo editore Bao, «dal canto suo, cancellerà tutti i panel della casa editrice in segno di discontinuità, mentre rimarrà attivo lo stand e i firmacopie degli autori, me compreso». Ma come? Si rifiutano gli incontri per dare lezioni di femminismo a una femminista epperò si va comunque al festival a firmare e vendere i libri? Se uno fosse coerente, rifiuterebbe in blocco la manifestazione e i guadagni che essa può procurare, no? È un po’ comodo fare gli antisessisti solo quando non costa nulla. Vogliono protestare? Sono liberi di farlo: ma rifiutino anche di incassare. E invece no: la moralina si può farla, ma i guadagni guai a toccarli.
Viene dunque a galla l’ipocrisia di fondo di tutti questi circoletti culturali. I quali sono sempre pronti a berciare contro la repressione e la censura fascista, ma poi supportano ogni censura che non tocchi i loro amici. Parliamo degli intellettuali o presunti tali che insorgono se Christian Raimo viene sospeso dall’insegnamento per aver attaccato il ministro Valditara, o che s’indignano se Rossano Sasso della Lega critica i corsi di teoria queer dell’università di Sassari (che comunque si sono regolarmente svolti). Intellettuali che però stanno zitti se all’università di Milano i collettivi interrompono a forza un dibattito sull’aborto togliendo la parola a tre donne. Non è sessismo quello? Non è violenza patriarcale? A quanto pare no. Così funziona: con i nemici politici vale tutto. E diventare nemico politico (o ex amico) è un attimo: basta un errore, un cedimento o anche solo una piccola caduta rispetto agli standard morali della comunità. Coloro che restano nel novero degli eletti, però, possono regolarsi come desiderano: tutto è puro per i puri, anche fatturare grazie al festival letterario che si è appena finito di deprecare.
Comunque la si pensi a riguardo, resta che l’intera elaborazione culturale della sinistra italiana si può riassumere con una frase: chi censuriamo oggi? E nessuno è al sicuro, come ai bei tempi del terrore.





