Un’agricoltura modello Italia è possibile. Oggi si chiude a Siracusa il G-7 dei campi con un significativo successo della piattaforma politica presentata dal nostro ministro per la sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, che pone quattro temi centrali riversati nel documento finale: la tecnologia e la ricerca per migliorare le produzioni in qualità e in quantità sviluppando l’agricoltura di precisione, il sostegno ai giovani, il rilancio della risorsa pesca e un rapporto paritario con l’Africa per contribuire allo sviluppo di quel continente. Ieri a Bruxelles dopo 30 anni un imprenditore italiano ha assunto la guida del Copa, l’organismo che riunisce la rappresentanza di tutti gli agricoltori europei. Insieme al Cogeca - che rappresenta le cooperative europee - è il primo interlocutore della Commissione. Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura - raggruppa circa 200.000 aziende che coprono il 45% della produzione nazionale - cinquantenne imprenditore romano che spazia dai kiwi al latte passando per il grano, assume la rappresentanza di 22 milioni di imprese agricole europee. Una tessitura diplomatica che è stata portata avanti dal ministro Lollobrigida, che ha siglato la pax agricola tra Confagricoltura e Coldiretti e ha consentito all’Italia di acquisire questa decisiva casella. La stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è congratulata col presidente di Confagricoltura sottolineando: «La riconosciuta esperienza di Giansanti e la coesione dimostrata dal sistema Italia e da tutte le organizzazioni agricole italiane - a partire da quelle con diritto di voto come Coldiretti, Confagricoltura e Cia - sono state decisive nella scelta. È un risultato molto importante che consente all’Italia di tornare dopo 30 anni ad esprimere la guida del Copa, organismo che riunisce le principali realtà del comparto e rappresenta decine di milioni di agricoltori europei. Ringrazio il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida e le organizzazioni agricole per il grande lavoro che hanno portato avanti, e che hanno permesso di raggiungere quest’obiettivo». Il modello Italia significa quasi 1,6 milioni di imprese, 4 milioni di addetti, 70 miliardi di export il record di produzioni Dop e Igp, un moltiplicatore economico che porta l’agroalimentare a fatturare oltre 500 miliardi di euro, più o meno un quarto del Pil. L’Italia fa un passo avanti notevole nelle gerarchie europee senza contare che Raffaele Fitto - vicepresidente esecutivo della Commission europea - avrà la supervisione anche sulle politiche agricole. Massimiliano Giansanti, appena il plenum del Copa ne ha ratificato la nomina, ha posto l’accento sulla necessità di cambiare indirizzo alla politica comunitaria e di rimettere l’agricoltura al centro del progetto europeo. È convinto che questi siano gli anni decisivi per «una radicale riforma della Pac. Se pensiamo a un allargamento ulteriore dell’Europa, all’ingresso di nuovi stati membri, è necessario aumentare la dotazione della Pac ma anche cambiarne gli indirizzi per contrastare con efficacia gli effetti del cambiamento climatico». Secondo Giansanti la sfida che attende l’Europa «è quella di tenere il passo di Usa e Cina, che peraltro hanno budget molto più consistenti». Ma si può fare solo «agendo come una realtà coesa, così potremo competere negli scenari globali restituendo all’agricoltura europea la dignità che merita». Insomma, sembra di capire che serva un piano Draghi agricolo piuttosto che un Farm to Fork che mirava alla riduzione delle produzioni. «Oltre alla revisione della Pac, ha sottolineato Giansanti, «occorre difendere il reddito degli agricoltori e garantire reciprocità negli scambi commerciali con i paesi terzi: i nostri concorrenti devono essere allineati agli standard europei sulla sicurezza alimentare e sulle condizioni di lavoro». Da Bruxelles a Siracusa lo scenario non cambia, perché il ministro Francesco Lollobrigida - è stato il primo a congratularsi con Giansanti - ha subito chiesto alla Commissione di cassare l’obbligo a partire da quest’anno di mettere al riposo il 4% dei terreni agricoli. La Commissione aveva già ammesso che si trattava di un errore, ma Lollobrigida ha chiesto che si approvi subito la modifica della Pac, prevedendo una rotazione delle colture diversificata in base alle dimensioni delle aziende e al tipo di coltivazione. Perché come è emerso dal G-7 oggi l’Europa non si può permettere di rinunciare a produrre - va considerato che gli Usa hanno destinato al sostegno agricolo 1.040 miliardi di dollari contro i 386 miliardi di euro dell’Europa in sette anni - ma soprattutto non può continuare a importare senza condizioni di reciprocità (è il caso dei prodotti che arrivano dalla Cina che sta facendo dumping pur di vendere, o dal Brasile) per quel che riguarda gli standard di salubrità e qualità. È uno dei cardini dell’azione di Massimiliano Giansanti, ma è anche il modello agricolo italiano che si impone in Europa.
Ci stanno per mollare il Pac-co? Domani e martedì i ministri agricoli si riuniscono per ratificare l'accordo raggiunto in extremis tra parlamento europeo e Commissione sulla nuova politica agricola comune che entra in vigore nel 2023 a segnalare l'ennesimo ritardo dell'elefante di Bruxelles che però nasconde un'altra fregatura per l'Italia. Avremo meno soldi e resta intatta la minaccia dell'etichetta a semaforo contro il nostro agroalimentare. Paolo De Castro, grande esperto prodiano che coordina in materia i socialisti e democratici europei, però non sta nella pelle: «Missione compiuta. L'accordo in parte salvaguarda le colture italiane; dà soddisfazione sull'etichettatura del vino e ammette la possibilità per Dop e Igp di programmare la produzione in base alla domanda.» Contenti tutti? Il solo che ha sorriso un po' è Dino Scanavino, presidente della Cia vincolato alla maggioranza Ursula, che però vuole subito i piani nazionali. Il compromesso raggiunto dopo tre anni è un pastrocchio. Però si sono letti titoli roboanti: 50 miliardi per l'agricoltura italiana. Servono a lisciare il pelo all'Europa, ma non a dire la verità. La prima è che l'Italia ci rimette. Avremo 34 miliardi a cui ne dobbiamo aggiungere di nostro altri 16/18 per cofinanziare lo sviluppo rurale; rispetto al precedente periodo abbiamo perso 5 miliardi. C'è inoltre un miliardo che balla legato al Recovery Fund che potremo non avere e mentre le risorse che l'Europa destina all'agricoltura si contraggono del 10% (passano dal 40 al 30 del bilancio comunitario: effetto Brexit) quelle che arrivano a noi sono il 15% in meno. Nessuno dei pericoli che minacciano il nostro agroalimentare è stato disinnescato. L'unico vero risultato positivo è che il negoziato chiuso sotto la presidenza di turno portoghese ha scongiurato che Franz Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, potesse far prevalere la sua visione ideologica. Per la prima volta da quando si discute di politica agricola la Commissione non si è presentata al tavolo con funzione tecnico/notarile, ma con un'idea in testa: l'oltranzismo ecologico. Ursula Von der Leyen ha dato mandato al Commissario all'agricoltura il polacco Janusz Wojciechowski ma ancora di più a Timmermans di legare la politica agricola al Green Deal che contiene il programma Farm to Fork quello per cui l'olio extravergine è veleno e la bevanda di piselli iperindustriale è sanissima. La dimostrazione che è così è l'aspra critica degli ultras verdi all'accordo. Dicono: manca il sostegno alle piccole aziende, si premia ancora il latifondo e l'allevamento intensivo, non c'è una vera prospettiva dell'agricoltura ambientalista. Il compromesso raggiunto - anche se non garantisce l'Italia - prevede tre pilastri: sostegno al reddito, sviluppo rurale e (questa è la vera novità) condizionalità sociale. Il reddito viene sostenuto con riguardo alle politiche ambientali, ci sono un po' di soldi in più per le piccole aziende, sullo sviluppo rurale tutto resta com'era e la condizionalità sociale premia le imprese che rispettano le leggi sul lavoro. Ovviamente aumenta il carico burocratico. Più che una politica comune è un sommario di buone intenzioni visto che Ursula Von der Leyen voleva di fatto liquidare l'agricoltura con la scusa del green. Che sia una scusa lo dimostra l'ennesimo rinvio sul glifosato (prodotto dalla Monsanto, proprietà della tedesca Bayer). Mentre in Europa l'erbicida dovrebbe essere messo al bando siccome la Monsanto ha presentato all'Efsa (l'ente sulla sicurezza alimentare) nuovi report Bruxelles dice: evitatelo sui campi del continente, ma importate pure prodotti trattati col glifosato. E' il solito strabismo di Bruxelles sempre attento a salvaguardare gli interessi delle multinazionali come dimostra anche il Nutri-score. Ora molto dipende dai piani di attuazione dei governi nazionali e il ministro Stefano Patuanelli deve disinnescare il richiamo al Green Deal altrimenti ci becchiamo l'etichetta a semaforo e sono dolori per il nostro agroalimentare che vale un quarto del Pil. Molto tiepide sono anche le maggiori organizzazioni agricole. Per Massimiliano Giansanti (Confagricoltura) «troppe scartoffie, troppe incertezze: non siamo soddisfatti» per Ettore Prandini (Coldiretti) «aspettiamo norme semplici, così non si riconosce lo sforzo d'innovazione fatto dagli agricoltori». Per paradosso si rischia che chi coltiva trovi più conveniente produrre per il biogas che non per l'alimentazione. Dice Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia: «La Pac annunciata è solo un elenco di titoli. Ci faccia sapere la Commissione - che ha avuto un approccio ideologico - l'impatto di Green Deal e Farm to Fork sulla produzione. C'è il fondato sospetto che l'Europa voglia importare prodotti, voglia favorire le altre agricolture; per risolvere il problema ambientale sono disposti a rinunciare al 20% della produzione! Se riusciamo a scongiurare il Farm to Fork e il Nutri-score, se l'accordo sulla condizionalità sociale servirà a eliminare il dumping che ci fanno anche grandi paesi comunitari sul lavoro agricolo, se si afferma l'idea che Dop e Igp sono prodotti di filiera e che per fare un prosciutto servono i maiali e per fare un formaggio il latte allora è una Pac accettabile anche se diventa di fatto la sommatoria delle politiche nazionali, altrimenti sarà fortemente penalizzante. E' il caso che qualcuno inizi a chiedere conto a Ursula Von der Leyen di cosa pensa davvero. La missione è tutt'altro che compiuta, non siamo neppure allo scampato pericolo».
Come volevasi dimostrare. Dopo gli insetti e il vino all'acqua, ci tocca il latte sintetico. La prossima colazione sarà: cappuccino ai piselli con cornetto alla farina di bachi... Non è uno scherzo. Le multinazionali hanno scoperto che chi è padrone della fame è padrone del mondo, ma se la gente continua a mangiare prodotti troppo locali, troppo «dialettali», come si fa a imporre la dieta unica? Il cavallo di Troia si chiama Nutriscore, la famigerata etichetta a semaforo contro cui l'Italia si batte da anni. L'Europa vuole accontentare le enormi company food che per fare soldi vogliono spacciare materie prime di bassissimo costo per toccasana dopo averle super lavorate.
Il prototipo è proprio il falso latte estratto dalla farina dei piselli. Si tratta di un sottoprodotto. Per ottenere le proteine dei piselli usate anche come anabolizzanti, uno degli ingredienti principali degli hamburger vegani (l'Europa ha sdoganato il nome ingannando i consumatori), i piselli, soprattutto quelli gialli un tempo destinati all'alimentazione animale, vengono seccati, macinati poi ammollati e centrifugati, così cola una poltiglia che rilavorata diventa il falso latte.
A far cadere l'ultimo velo d'ipocrisia ci ha pensato il vicepresidente, capo della relazioni Ue, della Nestlé Bart Vandewaetere. Su Tweet ha postato un video in cui invita a un brindisi «con questa nuova alternativa al latte, fatta con piselli gialli frullati del Belgio e della Francia ... e Nutri-score A. Per ora in Francia, Paesi Bassi e Portogallo, ma altri in arrivo. Salute!». Che vuol dire Nutriscore A? Una cosa semplice e terribile. Il Nutriscore, inventato guarda caso da un epidemiologo francese, è l'etichetta a semaforo per cui l'olio extravergine di oliva è pericoloso, il parmigiano o il grana padano sono veleno, il prosciutto mortale, mentre la Coca cola light è acqua benedetta e i prodotti dalle multinazionali nel frattempo convertitesi in healty company (parenti strette di Big pharma) sono un morso di salute.
Il Nutriscore è il cardine del programma Farm to Fork che trasforma l'Ue da stato etico in stato dietetico. È inserito nel Green deal e c'è da parte di Bruxelles un ricatto: se prendi i soldi del Recovery devi adeguarti al Green deal e dire si al Nutriscore. Per capirci: il signore che invita a brindare con il «latte» di piselli il 15 dicembre scorso twettava trionfante: «Nutriscore per tutti gli europei: Nestlé lo sta implementando in otto Paesi europei. Nutriscore aiuta i consumatori a fare scelte informate. Nutriscore offre uno standard chiaro per accelerare la riformulazione dei prodotti». Giusto per aver un'idea la Nestlé vale 90 miliardi di fatturato e controlla circa 1.700 marchi alimentari tra cui anche molti «italiani».
E però la faccenda del latte falso può diventare, soprattutto in Italia molto indigesta. Immediatamente Nestlé Italia ha cercato un incontro urgente con il nostro ministro dell'Agricoltura Stefano Patuanelli per convincerlo che il Nutriscore è cosa buona e giusta. E lui ha risposto picche: «Evidentemente non ci sono le condizioni se il loro approccio è la sostituzione del latte con bevande a base di vegetali ultratrasformati. Eloquente il riferimento alla A, il semaforo verde, ottenuta col sistema Nutriscore. Quasi a voler fugare ogni dubbio sulla finalità di questo sistema di etichettatura».
Patuanelli sa che tutta Italia è contraria: glielo hanno detto Massimiliano Giansanti (Confagricoltura) ed Ettore Prandini (Coldiretti), pronti a fare le barricate, ma soprattutto Luigi Scordamaglia di Filiera Italia. «Come Filiera Italia», sottolinea Scordamaglia, «stiamo denunciando da tempo il pericolo che multinazionali possano utilizzare strumenti come il Farm to Fork o posizioni ideologiche contro i prodotti di eccellenza della nostra zootecnia, o ancora sistemi di etichettatura come il Nutriscore per favorire la transizione da un sistema alimentare basato sulla terra, sui territori, sui contadini e su esperienza centenaria di trasformazione verso un sistema delle industrie, dei cibi chimici e sintetici che consentono guadagni enormi, favoriti da annunci finto salutistici. Esiste un solo motivo per cui qualcuno dovrebbe sostituire del latte con una bevanda a base di vegetali ultratrasformati? La Commissione, il Parlamento Ue e tutti i Paesi aprano gli occhi e appoggino la battaglia italiana di lotta contro il cibo Frankestein di laboratorio ammantato di salubrità. Davvero qualcuno vorrebbe concentrare nelle mani di poche multinazionali la food security diventata, soprattutto dopo la pandemia, strumento strategico globale? Sulla salubrità del cibo e contro approcci strumentali il governo italiano continui a fare battaglia». E la prima è stracciare il Nutriscore.





