Una giovane tenente, il dramma della guerra del Vietnam e un volo maledetto. Questa è la storia dell’operazione Babylift.
«Vietnam: La Guerra che ha cambiato gli Stati Uniti» (Apple Tv+)
Vietnam: La Guerra che ha cambiato gli Stati Uniti, disponibile su Apple Tv+ da venerdì 31 gennaio, riesce a camminare su un doppio binario, restituendo, insieme, l'idea di cosa potesse significare vivere uno fra i conflitti più lunghi della storia e il sentimento umano che nel conflitto si è generato. I reduci, quelli intervistati, parlano in prima persona e dove non ci sono parole subentrano i filmati, inediti per lo più. Le immagini mozzano il fiato, c'è violenza e orrore.
La voce è quella di Ethan Hawke, ma le memorie, i resoconti, i ricordi non sono suoi. A parlare, nelle sei puntate di Vietnam: La Guerra che ha cambiato gli Stati Uniti, sono i reduci, ex militari tornati dall'Asia per vivere una vita quanto più normale possibile. Parlano, e le lancette dell'orologio prendono a girare ancora, al contrario, fino a ritrovare quei giorni: quei rumori, il dolore, la speranza. Pure, una sorta di estemporanea empatia, la capacità di scoprirsi fratelli dove la famiglia non sarebbe mai potuta arrivare. Vietnam: La Guerra che ha cambiato gli Stati Uniti, disponibile su Apple Tv+ da venerdì 31 gennaio, riesce a camminare su un doppio binario, restituendo, insieme, l'idea di cosa potesse significare vivere uno fra i conflitti più lunghi della storia e il sentimento umano che nel conflitto si è generato. I reduci, quelli intervistati, parlano in prima persona e dove non ci sono parole subentrano i filmati, inediti per lo più. Le immagini mozzano il fiato, c'è violenza e orrore. Ma c'è, più di tutto, la voglia di capire come la Guerra del Vietnam, a cinquant'anni dalla caduta di Saigon, abbia plasmato l'identità di un Paese, gli Stati Uniti, inducendo trasformazioni che niente, nel tempo a venire, avrebbe potuto inficiare.
Gli episodi partono, dunque, dalle storie umane e particolari di chi è stato mandato al fronte per arrivare ad indagare il clima sociale e politico degli anni compresi tra i Sessanta e i Settanta. Siamo nel 1965, quando la serie inizia. I soldati sono giovani, spediti in Vietnam senza avere contezza di cosa e come sia quel Paese lontano. Seguono le loro vicende, i ricordi, i momenti cruciali del conflitto, l’Offensiva del Têt e il ritorno dei veterani. I reduci parlano, e parlando si trovano a spiegare quali e quante sfide - al contempo, morali e personali - abbiano dovuto affrontare per tenere fede alla propria bandiera. Bill Broyles, celebre sceneggiatore di Hollywood e tenente in Vietnam, si riunisce con un membro del suo plotone, cinquant'anni dopo aver fatto rientro in patria. Hilary Brown, prima donna ad aver servito come corrispondente estera di Abc News, ricorda il proprio lavoro, la caduta di Saigon così come l'ha seguita in prima persona. E segue Melvin Pender, il corridore che ha vinto la medaglia d’oro olimpica nei Giochi del Messico del 1968, trovandosi poi soldato in Vietnam. Poi, i soldati del Viet Cong che hanno combattuto nell’offensiva del Tet: tra loro, la prima donna Viet Cong nel suo distretto ad abbattere un aereo nemico.
In Vietnam: La Guerra che ha cambiato gli Stati Uniti non c'è una prospettiva univoca, da seguire ciecamente, ma un pluralismo di voci, capaci - insieme - di ricomporre un quadro nitido e vivo di quegli anni, di quel conflitto. Parlano tutti, ciascuno per sé. Parlano, e parlando restituiscono tridimensionalità, profondità e complessità alla guerra, al novero di ossimori e antitesi che si porta appresso. Le sei puntate del documentario, in cui un veterano ricorda l'attimo in cui ha pensato che la sua vita finisse quel giorno, con un lancio in paracadute sopra il sentiero di Ho Chi Minh, riesce a dare spazio alla storia, senza trascurare le fragilità di chi volente o nolente si è trovato a farla.
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La 173ma brigata aviotrasportata in azione nella provincia di Phuc Tuy, Vietnam, alla fine del 1966 (Getty Images)
Le immagini della giungla aprivano e chiudevano i telegiornali quotidianamente. Sul senso delle atrocità di quel ventennio nemmeno il senno di poi riesce a dare risposte. È stata una barbarie conclusa con una sconfitta tragica. Un monito per l’oggi.
È stato il pensiero costante della mia generazione. Con le immagini della giungla si aprivano i telegiornali e con le immagini della giungla si chiudevano. Un meraviglioso paese agricolo di una bellezza struggente divenne il centro del conflitto mondiale tra comunismo e occidente. La Cina aveva brutalmente invaso il Tibet. Si riteneva che se fosse riuscito a conquistare anche l’Indocina, prima o poi sarebbe caduta l’India. Il Vietnam quindi si può considerare il primo esempio di guerra preventiva. Ha avuto un senso?
La ferocia del comunismo cinese è stata terrificante. Abbiamo avuto decine di milioni di morti tra gli oppositori politici, decine di milioni di morti tra i contadini sterminati con la fame con lo stesso meccanismo che sterminò i contadini ucraini negli anni Trenta: assurdi piani quinquennali, in Cina chiamati col nome di grande balzo in avanti, che prevedevano, o meglio fantasticavano, enormi derrate alimentari. Se un contadino non riusciva a raggiungerle, e mai avrebbe potuto, era accusato di sabotaggio e gli veniva sottratto tutto quello che aveva, incluso l’indispensabile per mangiare e incluse le sementi dell’anno successivo.
Le persecuzioni religiose sono state terribili. Anzi, sono terribili, meglio usare l’indicativo presente dato che è appena stato arrestato il cardinale Zen. Il comunismo cinese è stato il primo a indirizzare le teorie malthusiane allo sterminio, costringendo le donne all’aborto o all’infanticidio. Mancano 650 milioni di bambine in Cina. È una dittatura che ha sterminato le proprie stesse figlie. La guerra del Vietnam (1955-1975) ha avuto un senso? Il senno di poi è l’unica scienza esatta in un mondo sprofondato nell’incerto, ma in questo caso nemmeno il senno di poi sa dare una risposta certa. Era certo che la Cina volesse espandersi? Era giusto contenerla? Forse, ma anche in questo caso la maniera in cui la guerra è stata combattuta è stata atroce. È stata una guerra contro i civili.
La guerra è stata terribile, anni di inferno per concludersi con una sconfitta tragica. Sono state destabilizzate le nazioni vicine. La Cambogia è sprofondata in quella che possiamo definire la dittatura con maggior livello di crudeltà contro i propri stessi cittadini. Supponendo che la teoria sulla necessità di contenere il comunismo cinese fosse corretta, la guerra non poteva essere meno feroce? In Vietnam c’era un esercito regolare ma anche un esercito di civili, i vietcong, quelli che noi chiameremo partigiani. La ferocia si è scatenata quindi contro civili, come spesso succede dove non c’è un fronte. Nel villaggio di My lai è stata documentata una strage di civili fatta con ferocia inaudita. È stato l’unico caso oppure l’unico caso documentato? Particolarmente tragico è stato l’uso del Napalm sulla popolazione civile e l’uso della diossina, il cosiddetto agente arancio, cosiddetto perché contenuto in bidoni di quel colore. Sono nati bambini con malformazioni terribili. Continuano a nascere bambini con malformazioni, perché il terreno non è ancora completamente bonificato. Se il Vietnam è stato sacrificato all’interesse considerato superiore di contenere il comunismo cinese, oggettivamente criminale, non sarebbe stato assolutamente indispensabile fare una guerra decente? Per guerra decente intendo una guerra dove la sicurezza dei civili sia al di sopra di tutto. Nella guerra del Vietnam i civili sono stati bruciati con Napalm, affamati e resi storpi dall’agente arancio, stuprati e uccisi come a My Lai.
Tutti ricordiamo la Napalm Girl, la bambina che correva ustionata dal Napalm in una foto diventata un simbolo. Il fotografo che l’ha fotografata, Nick Ut l’ha anche soccorsa e messa in salvo. Ora vive in Canada. Sono passati cinquant’anni da quella foto. Ho parlato con Sergio Mandelli che ha organizzato la mostra From Hell to Hollywood, dall’inferno a Hollywood, concepita in occasione del cinquantenario dello scatto più famoso del grande fotografo Nick Ut. Il compito che Mandelli e la sua sposa Ly thi Thanh Thao si sono assegnati è stato quello di documentare un’attività sviluppatasi a partire dal 1967 fino ad oggi.
Mi spiega Sergio Mandelli che Nick Ut ha cominciato a lavorare per la Associated Press a soli quindici anni, dopo la morte del fratello Huynh Tan My, fotoreporter per la stessa agenzia, morto sul campo. Dopo prime prove di impronta neorealista, nel 1968, quando l’esercito del Nord sferra l’offensiva del Têt, Nick Ut diventa un fotografo di guerra. Fino al 1975, l’anno in cui lascerà il Vietnam, sarà ferito tre volte. Come suo fratello My, vuole mostrare al mondo l’atrocità e l’assurdità della guerra, per fare in modo che non ve ne siano più. È in questo contesto che gli capita lo scatto della vita, uno di quei miracoli inspiegabili per cui una foto riesce a condensare un universo intero e grazie alla quale il suo autore guadagna immediata celebrità: la Napalm Girl, che gli vale il premio Pulitzer nel 1973.
La sua carriera continua raccontando al mondo i disperati tentativi di fuga di migliaia di cittadini di fronte all’avanzata delle forze del Nord e la resa di Saigon nel 1975, anno in cui abbandona il Vietnam per stabilirsi negli Stati Uniti, a Los Angeles.
Si stabilisce a Hollywood, per documentare gli eventi dei personaggi del mondo dello spettacolo. Quando poi ritorna in un Vietnam finalmente pacificato, ne documenta la incredibile struggente bellezza.
Ci spiega anche Mandelli sulla Napalm Girl che in quel giorno infernale furono fatte innumerevoli foto, oltre ad un filmato. Ci sono perciò decine di scatti che illustrano ogni istante di ciò che è appena accaduto, dal passaggio degli aerei, al bombardamento, alla fuga delle persone.
Ma solo uno rimarrà nella storia, e lì dentro c’è lei, Kim Phuc, la bambina che corre.
In realtà, quella che è stata pubblicata e che è conosciuta in tutto il mondo, non è la foto intera, che riproduce esattamente lo scatto di Nick Ut ma una sua porzione, tagliata in modo tale da collocare Kim Phuc al centro della composizione.
A questo punto entrano in campo le proporzioni, i «pesi», le «masse» dell’immagine, che danno alla foto un equilibrio che definiremmo rinascimentale conferendole una potenza visiva inaudita. Sembra quasi che in questa immagine, così tagliata, si verifichi quel prodigio per cui come dice Geoff Dyer nel suo libro L’infinito istante: «Tutti gli elementi che si sono intrecciati per rendere possibile la foto arrivano a convergere su un unico livello di significato che si lascia percepire subito e senza ambiguità».
Se la osserviamo adesso, ci accorgiamo che veramente non esistono elementi superflui, ma che tutto viene ricondotto ad un senso che ci ferisce: i personaggi vengono avanti, verso di noi, come nel Quarto Stato; due bambini stanno urlando, come nei quadri di Edvard Munch; Kim Phuc ha le braccia allargate, ad accennare alla croce o alla ricerca di un abbraccio salvifico come nelle Crocifissioni. Dietro di lei, alcuni soldati danno una sensazione di minaccia incombente, accentuata da un fumo che si leva quasi infernale sul fondo. E mi viene in mente la Crocifissione della Scuola grande di San Rocco dipinta dal Tintoretto.
Un’immagine che è il frutto incomprensibile e drammatico di una combinazione miracolosa e atroce fra caso, storia, intuito e tempestività del fotografo, oltre che della qualità dei mezzi tecnici e di un pezzo di anima finito nella foto perché il dolore umano deve essere ricordato.
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