Ecco #DimmiLaVerità del 16 maggio 2024. Ospite il capogruppo M5s in Commissione Difesa Marco Pellegrini. L'argomento del giorno è: "L'Italia invia armi all'Ucraina ma Kiev sta perdendo la guerra".
Ansa
Il Cremlino minaccia di bombardare il petrolio importato e lavorato nei Paesi Bassi.
Mosca torna a minacciare Kiev dopo aver quasi raggiunto l’obiettivo di prendere il Donbass. Da Ieri la capitale è di nuovo piombata nell’incubo dei bombardamenti. Almeno 14 missili si sono abbattuti sulla città e il bilancio è di un morto e cinque feriti.
Il portavoce dell’Aeronautica militare delle forze armate ucraine, Yuriy Ignat, ha informato che i bombardieri utilizzati dai russi, i Tu-95 e Tu-160, sono quelli di stanza nel Mar Caspio, ad Astrakhan: «Sono dotati di missili e li lanciano da lì. Il missile Kh-101 ha una portata di 5.500 chilometri. Pertanto, i bombardieri non devono entrare nel nostro spazio aereo. È sufficiente che decollino e lancino i missili». Sono stati colpiti due edifici residenziali nel distretto di Shevchenkivskyi. Una madre e sua figlia di sette anni sono state estratte vive dalle macerie. La bambina è stata operata all’ospedale Okhmatdyt di Kiev e non è in pericolo di vita.
Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba ha pubblicato le immagini della bimba e ha scritto: «Questa bambina ucraina di 7 anni dormiva pacificamente a Kiev fino a quando un missile russo ha fatto esplodere la sua casa. Molti altri in Ucraina sono sotto attacco. Il G7 deve rispondere con più sanzioni alla Russia e più armi pesanti per l’Ucraina». La Russia ha affermato che nel raid è stato colpito un impianto di produzioni di missili, respingendo come «false» le accuse degli ucraini di aver colpito una zona residenziale. L’obiettivo, ha dichirato in una nota il ministero della difesa russo, «era la fabbrica di armi Aryton in quanto infrastruttura militare».
La cosa certa è che a Kiev tornano le bombe e la morte. La cosa certa è mentre al G7 della Baviera si chiacchiera di misure economiche, l’escalation militare non si ferma. Anzi diventa sempre più preoccupante. Le forze russe hanno colpito anche tre centri di addestramento militare nell’Ucraina settentrionale e occidentale, di cui uno molto vicino al confine polacco. I bombardamenti sono stati effettuati, ha affermato il ministero della Difesa russo, «con armi ad alta precisione delle forze aerospaziali».
L’aumento degli attacchi missilistici russi in tutta l’Ucraina è, secondo il portavoce della Guardia nazionale Ruslan Muzychuk, frutto di una strategia per «tenere la popolazione col fiato sospeso». Dello stesso parere è Volodymyr Zelensky, che parla di «pressione sull’emotività del nostro popolo». Il sindaco della capitale, Vitaly Klitschko, ritiene che Mosca voglia «intimidire gli ucraini in vista del vertice della Nato» che si terrà a Madrid da domani.
Mentre la tensione sale, arriva un’ulteriore minaccia per l’Europa. Andrey Gurulyov, deputato ed ex comandante militare russo, ha spiegato come Mosca potrebbe colpire i centri energetici europei, se le venisse impedito di portare merci a Kaliningrad. «Il 40 per cento del petrolio europeo viene importato e lavorato dall’Olanda. È una zona talmente piccola che sarebbe difficile da mancare. Quando diciamo che le armi nucleari potrebbero essere usate… o magari no: un missile Kalibr potrebbe volare sull’Europa o essere sparato da un sottomarino. Data la vicinanza delle petroliere, brucerebbe tutto. L’Europa sarebbe ridotta al silenzio. E ci sono diversi punti di pressione come questo». Il presidente lituano Gitanas Nauseda ha, però, ribadito che nessuna concessione verrà fatta alla Russia sul transito di merci soggette a sanzioni Ue e dirette a Kaliningrad.
Sempre più la parola alle armi, insomma. E anche l’Italia sarebbe pronta ad un nuovo invio: il quarto pacchetto di aiuti militari è in fase di preparazione e sarà presto varato con un nuovo decreto interministeriale (ovviamente senza passare per il Parlamento). Verranno inviati cingolati M130, obici Fh-70 Howitzer con gittata fino a 30 chilometri e veicoli Lince con blindatura anti-mine, ancora incerta la spedizione di missili a lungo raggio.
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Lloyd Austin (sx) e Sergei Shoigu (Ansa)
Kiev fa intendere che le ostilità proseguiranno: «Nuova fase». Il Pentagono sonda Mosca sulla possibilità di un cessate il fuoco.
Il conflitto in Ucraina potrebbe prolungarsi. A riferirlo è stato ieri il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov: «Abbiamo costretto la Russia a ridurre la portata degli obiettivi al livello operativo e tattico. In questo contesto, stiamo entrando in una nuova, lunga fase della guerra. Per vincerla, dobbiamo pianificare attentamente le risorse, evitare errori e proiettare le nostre forze in modo che il nemico alla fine non regga».
Kiev sembra prepararsi a un prolungamento della guerra. Questo nonostante il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si fosse detto pronto a un rilancio delle trattative diplomatiche: «Sono pronto a parlare con Putin, ma solo con lui. Senza nessuno dei suoi intermediari. E nel quadro del dialogo, non degli ultimatum», aveva detto, per poi tuttavia precisare: «È perché ogni giorno le piccole città vengono liberate e vediamo le tracce di molestie, torture, esecuzioni lasciate dai militari russi. Ecco perché la possibilità di colloqui si complica».
Come vanno quindi interpretate le parole di Reznikov? Una possibilità è che si tratti di uno strumento di pressione volto a intimorire la Russia: viste le difficoltà militari che Mosca ha incontrato nell’invasione dell’Ucraina, gli ucraini potrebbero di ventilare l’ipotesi di un «pantano russo», per spingere Putin a una maggiore remissività al tavolo delle trattative. Una linea, questa, che avrebbe certamente un senso, sebbene vada tenuto presente che il presidente russo ben difficilmente farà un passo indietro senza un qualche risultato militare da rivendersi in politica interna. L’altra possibilità è che le parole di Reznikov e Zelensky esprimano indirettamente la complicata posizione delle varie potenze internazionali coinvolte: potenze che, in svariati casi, non sembrano attualmente troppo inclini a favorire una soluzione negoziale. La Cina, che spalleggia la Russia, parla tanto ma fa ben poco. Pechino ha del resto molto da guadagnare da questa invasione: punta a distogliere l’attenzione americana dall’Indo-Pacifico, a dividere la comunità transatlantica e ad assoggettare progressivamente Mosca dal punto di vista economico. Dall’altra parte, il Regno Unito - con Polonia e Paesi baltici - prosegue nel sostenere la linea dura verso Mosca, enfatizzando notevole scetticismo verso un rilancio dei negoziati. È del resto in quest’ottica che Downing Street ha stretto accordi di sicurezza con Svezia e Finlandia, emettendo inoltre ieri una dichiarazione congiunta con la Norvegia. Una posizione, quella britannica, ben lontana dai desiderata di Francia, Italia e Germania (che temono ripercussioni energetiche e geopolitiche da un prolungamento della crisi). Ieri il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha non a caso esortato telefonicamente Putin a dichiarare un cessate il fuoco, chiedendo inoltre una soluzione diplomatica. La stessa che è stata invocata anche da Mario Draghi nel suo recente viaggio a Washington. Nondimeno, le bizze della Turchia contro l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato vanno lette all’interno di questa linea politica.
E qui arriviamo al punto. Che cosa faranno gli Stati Uniti? Si manterranno allineati alla postura severa di Londra come nell’ultimo mese o sceglieranno un ammorbidimento in stile italo-franco-tedesco? Non è facile rispondere visto che, da quando questa crisi iniziò a montare lo scorso dicembre, Joe Biden si è ripetutamente mostrato irresoluto e contraddittorio. Da parte americana sta tuttavia emergendo qualche segnale più distensivo. Ieri sera, dopo le dichiarazioni di Zelensky e Reznikov, è stata data la notizia di una telefonata tra il capo del Pentagono, Lloyd Austin, e l’omologo russo, Sergei Shoigu. In particolare, secondo Reuters, Austin «ha chiesto un cessate il fuoco immediato in Ucraina e ha sottolineato l’importanza di mantenere le linee di comunicazione. Entrambi i leader hanno avuto la possibilità di parlare tra loro, ma non entrerò maggiormente nel contesto», ha precisato il portavoce del Pentagono. Da rilevare che i due ministri non si parlavano dal 18 febbraio, cioè da prima dell’inizio dell’invasione. Inoltre, proprio mentre Draghi era a Washington, si era tenuto un colloquio tra l’ambasciatore americano a Mosca, John Sullivan, e il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov.
Sia chiaro: tutto questo non implica necessariamente un cambio di rotta da parte della Casa Bianca. Ciononostante un tale scenario non è neppure del tutto escludibile. Gli effetti indiretti della crisi ucraina si fanno sentire anche negli Stati Uniti, con un’inflazione galoppante che rischia seriamente di danneggiare i democratici alle elezioni di metà mandato a novembre. L’amministrazione americana presenta inoltre delle divisioni interne sul dossier ucraino, mentre resta il fatto che Biden continua contraddittoriamente a negoziare con i russi, per rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran. Tutti questi fattori avvicineranno la Casa Bianca alla linea morbida invocata dall’Europa occidentale? I prossimi giorni forse ce lo diranno.
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Ansa
Secondo l’intelligence Usa, i generali russi avrebbero ricevuto l’ordine di attaccare l’Ucraina. Emmanuel Macron chiama Vladimir Putin per organizzare un summit e scavalcare Mario Draghi. Il Cremlino: «Nessun piano di invasione».
Proseguono le turbolenze nel Donbass. Secondo il ministero della Difesa ucraino, nelle prime undici ore di ieri «sono stati osservati 20 episodi di violazione del cessate il fuoco da parte delle forze di occupazione russe, inclusi 18 incidenti in cui le forze di occupazione russe hanno utilizzato armi vietate dagli Accordi di Minsk». Nel frattempo, non si sono arrestati i flussi di profughi diretti in Russia dalle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk: flussi che, secondo le autorità russe, coinvolgerebbero fino a 40.000 persone e che si sarebbero prevalentemente concentrati nella regione di Rostov. Ulteriori preoccupazioni sono arrivate dalla Bielorussia, dove sono state prolungate le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi ieri. Secondo l’intelligence americana, la Russia avrebbe inoltre al momento il 75% delle sue forze convenzionali schierate contro l’Ucraina.
La fibrillazione prosegue anche sul versante diplomatico. Ricordiamo che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha chiesto il cessato il fuoco nel Donbsss e ha criticato il fronte occidentale, accusandolo di essersi rivelato troppo blando ed esortandolo a rendere note sin da subito le sanzioni antirusse. Una posizione, questa, su cui è intervenuta ieri la vicepresidente statunitense Kamala Harris. «Riconosciamo la posizione in cui si trova [Zelensky]: il suo Paese è virtualmente circondato dalle truppe russe», ha detto. Tuttavia, almeno per il momento, la numero due della Casa Bianca ha evitato di prendere impegni in riferimento alle richieste del leader ucraino.
«A seconda di ciò che accadrà nei prossimi giorni, valuteremo nuovamente la necessità dell’Ucraina e la nostra capacità di supportarla», ha precisato. In tal senso, la Harris ha preferito fondamentalmente glissare sulla questione di un eventuale ingresso di Kiev nella Nato, mentre ha respinto le richieste di Zelensky su una politica più energica in materia di sanzioni. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua a essere deterrente», ha affermato, incassando su questo punto anche l’appoggio del portavoce del Pentagono, John Kirby, secondo cui «se punisci qualcuno per qualcosa che non ha ancora fatto, allora potrebbe anche andare avanti e farlo». La Harris ha inoltre sottolineato i rischi che un’escalation può comportare. «Stiamo parlando della possibilità di guerra in Europa. Voglio dire, prendiamoci davvero un momento per capire il significato di ciò di cui stiamo parlando», ha ammonito.
Non è del resto la prima volta che si registrano dissidi tra Kiev e l’amministrazione Biden. Nelle scorse settimane, il presidente ucraino aveva infatti criticato la Casa Bianca per aver reso pubbliche informazioni di intelligence sull’eventuale invasione russa: una mossa che, secondo Zelensky, ha finito con lo scatenare il panico, danneggiando l’economia ucraina. Kiev inoltre non ha mai gradito troppo la revoca delle sanzioni al gasdotto Nord stream 2, decisa a maggio dall’attuale presidente statunitense. D’altronde, se Mosca è ancora oggi a un passo dall’invasione, evidentemente la strategia di deterrenza adottata da Biden non è così efficace, visto che è da dicembre che il presidente americano minaccia pesanti sanzioni alla Russia.
In tutto questo, durante una telefonata con Emmanuel Macron, Vladimir Putin ha accusato ieri il governo ucraino di fomentare l’escalation. Secondo una nota dell’Eliseo, i due leader avrebbero comunque concordato di tenere al più presto una riunione del gruppo di contatto trilaterale per arrivare a un cessate il fuoco in Ucraina orientale. Sempre ieri, Macron ha sentito al telefono anche Zelensky, mentre l’Eliseo ha fatto sapere di essere al lavoro per organizzare un vertice che, coinvolgendo anche Russia e Ucraina, punti a creare un «nuovo ordine di pace e sicurezza in Europa». Un auspicio, questo, piuttosto ardito. Non è infatti chiaro se tale iniziativa veda concordi gli americani. E non è neppure escludibile che possa essere letta come un tentativo di rubare la scena a Mario Draghi, che si recherà in settimana a Mosca e che ha auspicato da giorni di poter favorire un incontro tra Putin e Zelensky. Il grosso rischio è che i velleitarismi di Macron contribuiscano a indebolire ulteriormente le relazioni transatlantiche. Tutto questo, mentre è prevista per oggi una telefonata tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, e l’omologo russo, Sergej Lavrov.
Sempre Lavrov dovrebbe incontrare a giorni il segretario di Stato americano, Tony Blinken, il quale ha tra l’altro aperto alla possibilità di un summit tra Biden e Putin. Un Blinken che, sempre ieri, è tornato comunque a sostenere che un’invasione russa risulterebbe al momento fortemente probabile.
Preoccupazioni in tal senso sono state espresse anche da Boris Johnson. «Ho paura di dire che il piano che stiamo vedendo è per qualcosa che potrebbe davvero essere la più grande guerra in Europa dal 1945», ha detto il premier britannico.
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