Giuseppe Cruciani interviene sul caso del carabiniere condannato dopo aver sparato durante un’aggressione: una decisione che ha acceso il dibattito su giustizia, uso delle armi da parte delle forze dell’ordine e rapporto tra sicurezza e libertà. Secondo Cruciani, lo Stato non può punire chi agisce per difendere colleghi e cittadini.
Giuseppe Cruciani, Marcello Foa, Roberto Poletti, Nicola Porro e Annamaria Bernardini de Pace (Ansa)
Fa discutere la condanna a Mario Roggero, colpevole di aver ucciso due rapinatori. Annamaria Bernardini de Pace: «Se i tribunali non fossero garantisti con i criminali, ci sarebbero meno crimini». Marcello Foa: «Decisione sbilanciata, come per il caso Ramy».
Legittima difesa o illegittima vendetta? Secondo la sentenza d’Appello del tribunale di Torino non ci sono dubbi: i 14 anni e 9 mesi inflitti a Mario Roggero sono una dura punizione per chi «è andato oltre». La giustificazione d’una «reazione istintiva per proteggere la famiglia» dai rapinatori non ha retto in aula ma diventa il cuore del dibattito scaturito dalla severa condanna del gioielliere di Grinzane Cavour. Siamo in presenza di qualcosa che va al di là del provvedimento giudiziario e tocca il nervo scoperto della protezione dei cittadini da parte dello Stato. Prima che sia tardi, prima che sia Far West.
«Lo so che, viste le modalità, in molti pensano che la sentenza sia giusta, ma non può esistere un eccesso di legittima difesa». Annamaria Bernardini de Pace va dritta al punto con la consueta perizia. «Secondo me, oltre al rispetto della legge è fondamentale l’etica nell’applicarla. Mi chiedo perché si sia così severi, legittimamente, con gli stupratori e non nel valutare il gesto di rapinatori che per primi attentano alla vita del cittadino perbene. Per dirla con una semplificazione, se i giudici non fossero garantisti nei confronti dei criminali ci sarebbero meno crimini». Secondo la celebre avvocatessa milanese, l’impatto sociale della sentenza è enorme. «Oltre all’eccesso di legittima difesa, i giudici dovrebbe preoccuparsi per l’eccesso di criminalità oggi in Italia, determinato anche da certe decisioni dei tribunali».
Il tema è delicato e ha un centro motore evidente: il cittadino sempre più indifeso, laddove il percepito sconfina nella realtà. Per Roberto Poletti, conduttore Mediaset, non ci sono dubbi. «È una questione di scelta di campo, o stai dalla parte dei rapinatori o da quella del gioielliere. Purtroppo in questo caso lo Stato sta dalla parte dei rapinatori trasformati in vittime. Tutto ciò con buona pace dell’assunto secondo cui la difesa è sempre legittima. Una simile sentenza è destinata ad aumentare la conflittualità fra magistratura e politica, sulla pelle dei cittadini perbene. E per la soddisfazione di una sola categoria, quella dei malviventi».
«Quando non si è giuristi è difficile entrare nel dettaglio, ma in questo caso noto che la severità della legge non è uguale per tutti». Marcello Foa approccia l’argomento con un parallelismo calzante. «Mi colpisce la simultaneità di questa notizia con quella del rinvio a giudizio dei sette carabinieri per il caso milanese di Ramy Elgaml, il ragazzo morto dopo essere sfuggito a un posto di blocco. La mia sensazione è che i giudici eccedano nel calcare la mano sui militari che hanno compiuto soltanto il loro dovere o, nel caso del gioielliere, sui cittadini onesti. E in altre circostanze, per esempio davanti alle manifestazioni violente delle piazze, lascino correre con eccessiva leggerezza».
Per il giornalista e opinionista tv, da questo magma emerge un senso di mancata protezione dei cittadini. «In altri Paesi non è così, difficilmente all’estero i tutori dell’ordine sarebbero stati messi sotto processo, sullo stesso piano di chi delinque. Tornando al gioielliere, giustificare il gesto puro e semplice con l’inseguimento fuori dal negozio è impossibile. Ma bisogna anche considerare la reazione emotiva del commerciante già rapinato in passato, la paura per l’incolumità dei famigliari. Tutte attenuanti che non possono essere dimenticate. In questi scenari, dentro queste penombre, è fondamentale ripristinare un valore assoluto: la tutela dei cittadini onesti».
Un’opinione condivisa da Giuseppe Cruciani. Il conduttore de La Zanzara su Radio24 chiarisce subito un concetto: «Mi sento più vicino al gioielliere che ai rapinatori. E mi sorprende constatare che una persona incensurata che ha aperto un’attività con investimenti, sacrifici e dedizione, si ritroverà in prigione anche a lungo. Al di là delle modalità, questa non può che essere un’assurdità. Viste dall’esterno le circostanze fanno riflettere, quel rapinatore colpito a terra è testimonianza di una reazione sconsiderata. Ma lo Stato deve saper difendere l’uomo onesto, senza precedenti penali, già vittima di rapina e travolto di nuovo da una situazione per lui impensabile, in preda alla paura e all’eccesso di emotività. Le famiglie dei malviventi verranno risarcite mentre Roggero, se la Cassazione non cambierà la sentenza, si farà 14 anni di carcere. Qui siamo al paradosso».
Nicola Porro ha postato sul suo profilo Facebook la vicenda con un commento lapidario: «Una storia che fa gelare il sangue». Lo approfondisce così: «Una condanna incredibile. Il punto vero non è nella legittima indignazione per la sentenza, ma nel considerare che i magistrati non si rendono conto degli effetti. Fa notizia il giustiziere, non il fenomeno della microcriminalità, il veleno quotidiano che rovina la vita dei cittadini. Il caso del gioielliere conferma la totale incapacità della giustizia di affrontare questa piaga sociale. Ormai in Italia c’è un livello di microcriminalità insopportabile, stiamo arrivando a grandi passi alla giustizia fai da te. Il Far West è già qui».
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Giuseppe Cruciani (Imagoeconomica). Nel riquadro la copertina del suo ultimo libro «Ipocriti!»
Cruciani, nel suo nuovo libro «Ipocriti!», mette a nudo i vip progressisti e i giochi della loro morale. Un impegno sociale ruffiano che punta alla visibilità tra quote rosa, resistenza e parate arcobaleno.
Liberté, egalité… et jet privé.
Quanto mi stanno sulle balle le star, o presunte tali, che non si limitano a cantare, recitare, ballare, ma devono costantemente esibire il loro impegno sociale e sentono il bisogno impellente di spiegarci cosa dobbiamo pensare, votare e, soprattutto, temere. Sono gli artisti progressisti, democratici. Quelli che timbrano pure loro il cartellino dell’antifascismo, ridotto a una professione piagnucolante e remunerativa, carta d’identità di un mondo che ama, detto prosaicamente, farsi i pompini a vicenda.
Ovviamente, Sanremo è il palcoscenico più adeguato per simili esternazioni e professioni di fede. Pensiamo a Elodie, che ogni volta ci tiene a dire la sua su Giorgia Meloni, come fosse investita di una missione per conto della democrazia in pericolo: «Non voterei Meloni neanche se mi tagliassero una mano». Parole sue.
Ora, a me non fa né caldo né freddo cosa vota Elodie, ma immaginatevi cosa potrebbe accadere a parti invertite: se un artista dicesse lo stesso di un leader di sinistra. Se, per esempio, Pupo dichiarasse che non vorrebbe mai Elly Schlein, neanche se gli amputassero un testicolo? Apriti cielo. Il povero Pupo verrebbe trascinato sul patibolo del web e crocifisso per settimane. Ma contro la Meloni, o un qualsivoglia leader della destra brutta e cattiva, tutto è permesso. Mi ricordo Francesca Michielin (altra cantante...), che subito dopo le elezioni vinte da Fratelli d’Italia, tuonò: «Oggi, comincia la Resistenza!», mentre nel post successivo era già a una sfilata della Fashion Week. Che bella la Resistenza vissuta così: dalle montagne ai tappeti rossi e ai palinsesti tv.
Il piccolo schermo, i giornali, i libri, i concerti, i teatri sono pieni di gente che continuamente si lamenta di non avere più spazi di libertà, che parla di tensione autoritaria, espressione che mi fa andare ai matti, di non potersi più esprimere, di essere minacciata nei suoi diritti, senza mai specificare quali diritti mancherebbero. Eppure, se davvero a queste persone fosse impedito di protestare contro il governo, perché tutto questo avviene senza alcun ostacolo? Non sono forse, giustamente, liberi di proclamarsi buoni, inclusivi, antifascisti e contro ogni discriminazione da palcoscenici importanti, senza per fortuna alcuna conseguenza se non quella di triturarci le palle? Durante il Festival di Sanremo del 2025, ci siamo dovuti sorbire l’ennesima litania sulle quote rosa. Le quote rosa? Al Festival di Sanremo? Eppure è successo. La solita Elodie ha parlato di discriminazione perché non vedere Giorgia nella top cinque «è stato irrispettoso per il suo talento, per la sua carriera». Capito? Irrispettoso. Come se ci fosse un complotto, una riunione segreta di maschietti che hanno deciso: «Ehi, ragazzi, votate solo cantanti con l’uccello, mi raccomando!». E ancora: «La cinquina era di soli uomini. Sembra che noi donne dobbiamo saper fare le capriole per arrivare dove gli uomini arrivano con semplicità».
Ma che minchia c’entra? Sanremo è una gara di canzoni, non un censimento dei genitali. Se in un’edizione vincono solo maschi e in un’altra solo femmine, cosa cambia? È un problema? Dove sta scritto che ci deve essere per forza una parità di genere nelle classifiche musicali?
Ed ecco arrivare anche Giorgia, la cantante, non la premier: «Non è la prima volta che facciamo notare che il podio del Festival di Sanremo sia tutto al maschile. È scandaloso. Ma dev’essere qualcosa di atavico, di inconscio, che non porta a votare per le donne». Avete letto bene: qualcosa «di atavico, di inconscio». Ma forse, semplicemente, sono piaciute di più le canzoni degli altri. Punto. Senza complotti, senza patriarcato, senza rotture di balle, senza minchiate sparate a cazzo. Ma per essere accettato, coccolato, e non diventare un bersaglio dei benpensanti, meglio allinearsi al pensiero dominante, alla narrazione ufficiale. Se vuoi stare sereno a certi livelli, è sufficiente tirare fuori il patentino di antifascista. Basta chiedere a Carlo Conti e Gerry Scotti, due conduttori bravissimi e tra i più amati della televisione che, sempre a Sanremo, si sono ritrovati a dover rispondere a questa domanda: «Vi dichiarate antifascisti?», come se fossimo ancora nel 1946 e il duce fosse scappato il giorno prima. Una roba da manicomio. […]
L’ipocrisia del «fascismo alle porte», la baggianata del pericolo autoritario, la truffa dell’antifascismo con la pancia piena e in assenza di fascismo è diventata un’epidemia, soprattutto da quando Salvini e Meloni guidano l’Italia. Una specie di isteria collettiva, un’ossessione feticistica, una patologia incurabile, anche perché estremamente redditizia. […]
Sapete qual è il vero problema? Una cosa che mi fa andare il sangue al cervello. Che la sinistra ha sempre pensato che la Rai fosse cosa sua. Una proprietà privata. Un diritto acquisito. Per decenni hanno occupato ogni spazio possibile, hanno piazzato i loro uomini, hanno fatto le loro trasmissioni, hanno veicolato i loro messaggi. Hanno nominato chiunque, pure gli uscieri e quelli che puliscono il cavallo di viale Mazzini. E nessuno ha mai parlato di occupazione, di regime, di censura. Era normale, era giusto, era democratico. Ma quando arriva un governo di destra e fa esattamente quello che hanno sempre fatto loro - cioè nominare persone di fiducia nei posti chiave - allora è fascismo. Allora è un attacco alla libertà. Allora è un pericolo per la democrazia. Allora è amichettismo, come se gli amici e i collaboratori dei politici di sinistra non avessero mai avuto a che fare con la Rai: ma non fate gli ipocriti, siete ovunque e per anni avete riempito di vostri uomini anche i cassetti delle scrivanie! È questa l’ipocrisia che mi fa vomitare. Questa doppia morale per cui, se la sinistra occupa, va tutto bene; se lo fa la destra, è clientelismo, cafonaggine e allarme democratico. Sono abituati a considerarsi moralmente superiori, a stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, a decidere cosa si può dire e cosa non si può neppure nominare. Se non sei dei loro, ti guardano dall’alto in basso come fossi irrecuperabile alla civiltà.
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Giuseppe Cruciani (Imagoeconomica)
Caro direttore, mi sono ritrovato all’improvviso a far parte di un battaglione neofascista che vuole marciare su Torino. Peggio: ho scoperto che ne fai parte anche tu. Secondo il Pd e la sinistra versione Salis (Avs) il sottoscritto, il capo della Verità e altri avrebbero l’intenzione di «spingere il nazionalismo» (oddio, ma che reato è?), e sarebbero persino all’opera per fare «propaganda balilla nelle scuole».
Il tutto in combutta e in alleanza con noti sostenitori della destra eversiva italiana: il bombarolo Moni Ovadia, scrittore già appartenente alla X Mas, il colonnello in riserva dei reperti d’assalto neri Giulio Cavalli, e l’incursore ex Iena Dino Giarrusso, di provata fede mussoliniana. Non solo: con noi c’è anche un prete. Un sacerdote, ti rendi conto? Sacrilegio, pericolo dittatura, vergogna. Costui si chiama Ambrogio Mazzai e sai di quale grave reato lo incolpano? Si è opposto alla legge Zan e dice che masturbarsi porta alla dipendenza: fascismo puro, da galera. Ma non è finita: leggo che nei prossimi giorni nel capoluogo sabaudo si terranno delle sessioni speciali di rinvigorimento dei corpi per prepararsi al golpe. Le prove? Un manifesto - quello che pubblicizza l’iniziativa fascistissima in questione - su cui compare un discobolo. Ma come si permettono? Cosa nascondono? Che trame ci sono dietro? Mens sana in corpore sano è uno slogan da regime fascista, e il discobolo è significativo, sostiene preoccupata una consigliera regionale piddina. Allarmi. La cosa è talmente grave che si terranno anche dei convegni sul corpo e sulla guerra, anche qui con protagonisti altri personaggi già segnalati alle forze dell’ordine per la loro pericolosità sociale: una direttrice d’orchestra, Beatrice Venezi, già accusata di melonismo e un istruttore dei parà, Daretti, un militare della Repubblica che è talmente in odore di colpo di stato che ha fatto l’istruttore di un reality, La caserma, andato in onda sulla Rai qualche anno fa: roba da chiamare i carabinieri. Siamo al ridicolo.
Di cosa parliamo? L’amico e collega Francesco Borgonovo mi chiama qualche tempo fa e mi chiede: vuoi venire a parlare del tuo libro e di libertà di espressione in occasione di un festival che organizziamo a Torino? Con piacere, gli rispondo. Non è importante, ma lo sottolineo: in giro per l’Italia è pieno di iniziative simili, con il sostegno (finanziario) importante delle istituzioni locali. Se c’è una cosa importante che fanno Regioni e Comuni è proprio questa: sostenere la diffusione delle idee e della cultura. Ma torniamo a noi. La Regione Piemonte promuove una manifestazione e la sinistra progressista si scatena nel suo sport preferito: cercare i fascisti immaginari. Una storia che si ripete: quando non si ha nulla da dire, si accusano i nemici politici di nostalgia per il Ventennio e per il Pelatone. Ora, capisco il giochetto, per carità, ma c’è un limite oltre il quale si cade nell’idiozia. «Tornano i balilla», sostiene uno dei capi del Pd nazionale, tale Chiara Gribaudo. Alcuni sindacati scrivono di «tentativo di orientare le giovani generazioni in senso militare e militarista». Per Linkiesta, giornale online, il festival GiovaniAdulti, di questo parliamo, sarebbe in realtà «un corso di formazione e addestramento per aspiranti patrioti» (levateje er vino). Ma questi sanno cos’è la libertà? Tornino a scuola, oppure vengano a Mirafiori a confrontarsi che forse non sono più abituati. Con deferenza, direttore, il tuo balilla d’assalto, Giuseppe Cruciani.
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Giuseppe Cruciani (Imagoeconomica). Nel riquadro un frame dell’invasione di campo, durante lo spettacolo, da parte delle sostenitrici di «Ultima Generazione»
Gli attivisti di «Ultima Generazione» sono gli apostoli del nuovo fondamentalismo green: predicano l’apocalisse e non tollerano opinioni contrarie alle loro. Ma a Torino hanno trovato pane per i loro denti.
Non c’era bisogno di altre prove, però l’altra sera al teatro Gioiello di Torino ho toccato con mano l’intolleranza della setta ambientalista chiamata Ultima Generazione, ribattezzata dal sottoscritto Ultima Degenerazione. Non scrivo setta a caso, perché questo sono: un gruppo di fondamentalisti che pensano di incarnare l’unica verità, l’unico verbo. Che poi è lo stesso di Greta Thunberg, essendo anche loro dei «gretini» cioè discepoli dell’ormai vecchia icona del progressismo mondiale. Come sapete da tempo costoro sostengono che l’uomo è l’unico responsabile del cosiddetto cambiamento climatico e non vogliono sentire ragioni: o cambiamo stile di vita, rinunciando al benessere che ci siamo faticosamente conquistati, oppure il globo sprofonderà nel disastro, i mari esonderanno, terremoti e alluvioni ci seppelliranno. Ricordano un po’ quei monaci millenaristi che annunciavano sempre la fine del mondo, come in un magnifico film di Massimo Troisi. «Ricordati che devi morire, ricordati che devi morire!!», strillava il frate. E l’attore, affacciato a un balcone: «Sì, aspetta che me lo segno». Ecco, con questi funziona allo stesso modo; hanno proclamato così tante volte la deflagrazione finale, la rovina del genere umano, che uno ormai non ci fa più caso. Però, avendo evidentemente moltissimo tempo a disposizione, si esercitano a rompere le balle al prossimo, uscendone quasi sempre impuniti perché coccolati e adorati dalla sinistra nostrana e persino da qualche magistrato. Come dimenticare una recente sentenza di un tribunale, se non sbaglio quello di Bologna, che ha condannato tre attivisti per aver bloccato la tangenziale per oltre un’ora (violenza privata, interruzione di pubblico servizio, danneggiamento e manifestazione non autorizzata) ma – udite, udite – ha concesso le attenuanti perché avrebbero agito «per motivi morali».
Ora, immaginate se chi scrive e il direttore di questo giornale, Maurizio Belpietro, in un momento di impazzimento ci mettessimo a occupare i binari della stazione di Milano per protestare contro l’aumento degli episodi di violenza in città. Secondo voi cosa accadrebbe? Giustamente i viaggiatori e i pendolari ci prenderebbero a pernacchie se non addirittura a ceffoni, e i giudici non avrebbero alcuna pietà; di questo possiamo essere non certi, certissimi. Ecco, sul palco del teatro torinese mi sono trovato nei panni del monumento imbrattato, della statua rovinata, ma soprattutto gli spettatori paganti erano come quegli automobilisti incazzati neri quando vedono quattro imbecilli stendersi per terra, impedendo loro di recarsi a un appuntamento di lavoro o di fare semplicemente quello che vogliono. Uno spettacolo in teatro è una delle massime espressioni di libertà, uno dei luoghi dove la libertà di espressione e di parola si esprime senza vincoli; nel mio Via Crux dedico una parte dello show proprio a questi nuovi ambientalisti de noantri, e non li tratto con i guanti bianchi, non li omaggio delle attenzioni che di solito l’informazione di casa nostra riserva loro. Fondamentalmente prendo per i fondelli il loro estremismo, i loro tic, le loro fissazioni (alcuni sostengono persino di non voler fare figli perché preoccupati per i destini dell’umanità!), le loro ridicole ansie. Ne ho per tutti, anche di chi tiene loro bordone.
La cronaca di quello che è accaduto, quella vera, autentica e senza filtri, è presto fatta: avevo da poco iniziato a parlare delle «follie green», e due militanti ambientalisti, senza nemmeno ascoltare quello che avrei detto, si sono catapultati sul palco esibendo uno striscione arancione contro gli idrocarburi; essendo il sottoscritto persona aperta a tutto, ho invitato le due gentili signorine a dire quello che volevano dire e a sgomberare velocemente. Nulla da fare, la più accanita, di fronte non agli insulti ma ai legittimi vaffa degli spettatori, continuava a ripetere: «Se non vi svegliate questi spettacoli non li potrete più vedere», «non si può essere solo spettatori» e altre amenità di questo tipo; le due, non a caso filmate da una loro collaboratrice, si sono sdraiate nel corridoio della platea, continuando a urlare slogan e impedendo di fatto lo svolgimento dello show.
Ora, in questo caso chi tiene in piedi la baracca, il sottoscritto, si trova nella scomoda posizione di dover decidere che direzione prendere: o affrontare a muso duro gli imbecilli oppure garantire che la serata si concluda come da programma. Ho scelto una via di mezzo, nell’interesse di chi aveva pagato il biglietto e voleva solo passare un paio d’ore senza rotture di scatole; dopo aver minacciato l’intervento della forza pubblica, trascorsi una ventina di minuti, i due fenomeni (più reporter al seguito) si sono accomodati fuori dalla sala tra le contumelie e il tripudio della gente. Riassunto: pur essendo un fautore della non violenza, la tentazione di prendere a pedate nel sedere chi invade i tuoi spazi illegalmente è stata molto forte. Ma non fatelo mai, è esattamente quello che vogliono questi teppisti vestiti di verde.
PS: Voglio precisare che una delle attiviste che è salita sul palco, Miriam Falco, nota anche al pubblico televisivo e radiofonico, ci ha gentilmente fornito un video contro il sottoscritto che fa parte dello spettacolo, pretendendo che non fosse tagliato, e così è stato. Per riconoscenza, su sua richiesta, le abbiamo fornito un paio, forse tre biglietti per la serata. Cose che si fanno sempre, in questo mestiere. Ovviamente non potevamo immaginare, io e la produzione, quello che tale Falco aveva in mente di fare con le sue colleghe. Però faccio notare il cortocircuito: hanno protestato contro uno spettacolo che hanno contribuito a costruire. Evviva.
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