«Una delle più importanti sfide che deve affrontare la pubblica amministrazione è quella dell’attrattività. Non possiamo illuderci del fatto che la pubblica amministrazione italiana sia qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre organizzazioni. Oggi i giovani hanno voglia di entrare in un’organizzazione che dia loro formazione, che dia loro possibilità di crescita, che dia loro un corretto equilibrio tra l’impegno professionale e la vita personale. Tutte queste cose che concorrono a definire l’attrattività di un’organizzazione sono cose sulle quali noi dobbiamo lavorare». A dirlo è il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo al forum Ansa.
Ansa
Negli Usa, l’indottrinamento tra i banchi ha convinto i ragazzi che l’America sia «sistemicamente» razzista. Da noi, già ai tempi di Ramelli si spaccavano le teste dei dissenzienti. Era questo il progetto del Sessantotto: trasformare la propaganda in senso comune.
Uno studio condotto negli Stati Uniti nel 2022 mostra il peso crescente e opprimente che la scuola esercita sugli studenti. Secondo i dati, grazie alla scuola, una larga maggioranza degli studenti americani considera gli Stati Uniti un Paese sistemicamente razzista: si parla diffusamente di «privilegio bianco» e di convinzioni inconsce negative nei confronti dei neri. Affermazioni come «l’America è costruita su terra rubata» vengono presentate come verità acquisite, incontrovertibili, assolutamente certe, come il fatto che due più due faccia quattro. Anzi, molto più certe: lo Stato dell’Oregon ha imposto ai suoi docenti un corso di «aggiornamento» per «spiegare» come l’unicità del risultato in matematica (due più due fa quattro, fa solo quattro e fa sempre quattro), è da considerarsi una forma di «suprematismo bianco». Sul due più due che fa quattro possiamo discutere, sul suprematismo bianco, no. Queste tesi non emergono da un libero confronto di idee, ma vengono apprese a scuola senza contraddittorio, calate dall’alto come dogmi. Teorie discutibili vengono così trasmesse senza discussione a giovani che appartengono alla civiltà occidentale, educandoli non alla conoscenza critica della propria storia, ma al disprezzo di sé.
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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(Terna)
In collaborazione con gli atenei di Torino, Milano e Bari. «Investiamo in formazione».
Nasce la Rete politecnica di alta competenza, promossa da Terna con i Politecnici di Torino, Milano e Bari. L’obiettivo è avviare una stretta sinergia tra le competenze del gestore della rete elettrica nazionale e gli atenei, finalizzata alla ricerca, all’innovazione e all’alta formazione a beneficio della sicurezza e della resilienza del sistema elettrico. La Rete, sotto il coordinamento del comitato di indirizzo, prevede la realizzazione di singoli progetti di collaborazione nelle aree ricerca e sviluppo, open innovation, educazione e formazione e social impact, declinati, in particolare, negli ambiti: gestione di sistemi elettrici zero-carbon a bassa inerzia; tecnologie applicate all’esercizio, alla pianificazione e strategie di sistema; protezione, automazione e controllo dei sistemi elettrici; interazione del sistema con il mercato elettrico; nuove tecnologie per applicazioni in contesto operativo; competenze It e di programmazione; operational improvement e asset optimization per la resilienza ed efficienza della rete; digitalizzazione e sostenibilità. Per l’anno accademico 2025-2026, prenderà il via la prima edizione del master universitario di secondo livello «Innovazione nei sistemi elettrici per l’energia», istituito per ricercare competenze specialistiche per il settore elettrico, formando figure professionali qualificate che potranno essere inserite nei processi di selezione e recruiting di Terna. In particolare, saranno creati profili altamente specialistici nel settore ingegneristico per: esperti in impianti e tecnologie, esperti in asset management, esperti in sistemi elettrici di potenza ed esperti in mercato e regolazione. Il master di 12 mesi prevede un impegno di 1.500 ore e l’acquisizione di 60 crediti formativi.
«La collaborazione che abbiamo oggi annunciato è la conferma della volontà del gruppo di continuare a investire nella formazione di nuove competenze e capacità in grado di contribuire alla realizzazione della duplice transizione, energetica e digitale. La Rete politecnica di alta competenza realizza una sinergia d’eccellenza e rappresenta una importante opportunità formativa per i giovani, grazie al contributo scientifico dei Politecnici di Torino, Milano e Bari», ha affermato Daniele Amati, direttore delle risorse umane di Terna.
Stefano Paolo Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, ha commentato: «Le università tecnologiche come i Politecnici possono, e devono, quindi mettersi a disposizione della comunità per creare, attraverso reti sinergiche, competenze specifiche trasversali in modo da catalizzarle per arrivare a raggiungere più rapidamente questa transizione. Si tratta dunque per noi di una straordinaria occasione di collaborazione, altamente qualificata, che mette al centro l’alta formazione, per il nostro ateneo legata strettamente all’attività di ricerca, in questo caso al servizio del sistema elettrico del Paese».
«Di fronte al cambiamento epocale che investirà il settore energetico e il mercato del lavoro nei prossimi decenni, la formazione rappresenta un elemento centrale per garantire la competitività del settore industriale e richiede azioni congiunte capaci di incidere in profondità. Ecco perché l’iniziativa di Terna che unisce i tre Politecnici, al centro dell’accordo, apre la strada a un nuovo modello di collaborazione», ha detto Donatella Sciuto, alla guida del Politecnico di Milano.
«Oggi facciamo un importante passo in avanti nella cooperazione tra università», ha aggiunto Francesco Cupertino, rettore del Politecnico di Bari, «per offrire una nuova formazione d’eccellenza agli studenti italiani, ma soprattutto rafforziamo l’ecosistema dell’innovazione, nel settore-chiave dell’energia».
Nell’ambito dei progetti formativi, Terna ha anche prorogato il master «Digitalizzazione del sistema elettrico per la transizione energetica», promosso con le Università degli studi di Cagliari, Palermo e Salerno, nell’ambito del progetto Tyrrhenian lab. Il master, che nelle tre prime edizioni ha visto la partecipazione di oltre 150 giovani, potrà contare su ulteriori due edizioni fino al 2027.
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2025-02-06
Un socialista strapaesano e mangiapreti: Alessandro Mussolini, il papà di Benito
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Alessandro Mussolini, padre di Benito, con la moglie Rosa Maltoni (Getty Images)
Un saggio di qualche tempo fa ricostruisce la vita turbolenta dell’attivista romagnolo che trasmetterà la passione per la politica radicale al figlio.
In queste settimane in cui, tanto per cambiare, si parla molto di Benito Mussolini e della sua biografia, pochi si sono soffermati su un dato basilare: il nome. E precisamente il nome intero: Benito Amilcare Andrea. Una scelta significativa, che portava con sé riferimenti a Benito Pablo Juarez, eroe nazionale messicano di origine india che aveva umiliato le potenze occidentali; ad Andrea Costa, leggendario agitatore anarchico poi passato al marxismo e in seguito avvicinatosi alle istanze riformiste, e ad Amilcare Cipriani, volontario garibaldino, esploratore, avventuriero, cospiratore, comunardo a Parigi, anarchico anti marxista e infine interventista nella Grande Guerra. Se poi aggiungiamo i riferimenti contenuti nel nome del fratello di Benito, ovvero Arnaldo Mussolini, il cui nome richiamava l’eretico medievale a forte trazione anticlericale Arnaldo da Brescia, il quadro è completo.
La scelta di questi nomi per i due fratelli ci dà uno squarcio sulla visione del mondo di un altro Mussolini, ovvero Alessandro, il padre. Alla figura di questo agitatore socialista è dedicato il saggio Il fabbro di Predappio, di Vittorio Emiliani (Il Mulino). Si tratta, in realtà, di uno spaccato su tutto quel socialismo strapaesano che dominava all’epoca nell’Italia profonda. Figlio di Luigi Agostino Gaspare Mussolini (1834-1908) e di Caterina Vasumi (1834-1905), Alessandro Mussolini nacque a Montemaggiore di Predappio l’11 novembre 1854, nella casa che nel 1849 aveva ospitato Giuseppe e Anita Garibaldi in fuga da San Marino verso le Valli di Comacchio. Già Luigi – il padre di Alessandro e nonno di Benito – è una testa calda, ammiratore degli anarchici bombaroli e frequentatore delle carceri pontificie. A 15 anni, Alessandro viene spedito nella bottega del fabbro per imparare il mestiere.
In quell’ambiente intriso di spirito ribellistico, divenne presto un attivista politico, tanto che la della polizia nel 1878 lo avvertì di cessare le sue attività di distruzione delle proprietà e di minacciare gli avversari politici. Fu arrestato nello stesso anno per il sospetto che avesse partecipato ad attività rivoluzionarie e rimase agli arresti domiciliari per ben quattro anni, fino al 1882, quando ebbe luogo il matrimonio con Rosa Maltoni, la mamma di Benito, una maestra elementare che, a differenza del marito mangiapreti, era una donna mite e devota. Nel 1889 fu eletto consigliere e quindi assessore nel Comune di Predappio. In questi anni, il Sandrein, come era soprannominato, organizzò la prima cooperativa locale tra braccianti e collaborò, con brevi articoli e corrispondenze, a vari giornali socialisti e repubblicani. Dopo la morte della moglie Rosa (1905), lasciò Predappio per lavorare come albergatore nella periferia di Forlì. Morì a 56 anni nel 1910.
Ovviamente, Alessandro fu determinante nella formazione politica del figlio Benito, che a sua volta mostrò precocissima passione per la politica. Il futuro dittatore ha raccontato di come il padre amasse leggere ai figli, anche molto piccoli, il compendio del Capitale di Marx scritto da Carlo Cafiero, un intellettuale che tuttavia era fortemente segnato dall’anarchismo, il che è significativo. Nel socialismo romagnolo di quegli anni, infatti, la dottrina marxista si confondeva spesso con tendenze anarchiche, con reminiscenze risorgimentali e mazziniane, con un generico anticlericalismo, e più in generale con spinte avventuristiche che potevano essere anche molto distanti dallo spirito «scientifico» del marxismo.
Sulla reale influenza di Alessandro Mussolini sulle idee del figlio, tuttavia, non bisogna farsi eccessive illusioni. Il «fabbro di Predappio» era soprattutto un uomo di azione, un ribelle strapaesano, e sarà soprattutto sotto questo punto di vista che influenzerà la mentalità del giovane Benito. Non bisogna del resto scordarsi che Alessandro non aveva frequentato scuole e aveva iniziato a leggere a tredici anni, da autodidatta, sotto l’impulso dello zio Pietro Tancredi. Difficile vedere un uomo con un simile percorso di istruzione confrontarsi in profondità con il Capitale. L’influenza mazziniana, inoltre, portava Alessandro Mussolini a diffidare della disciplina di partito e a fare piuttosto affidamento sul mutualismo e sul mondo delle cooperative. La militanza organizzata, irregimentata, finalizzata «scientificamente» alla conquista del potere era del tutto estranea alla mentalità di Alessandro. Ma non a quella del figlio Benito.
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2024-10-03
Formazione, solo l’1% delle aziende è in grado di stimare il ritorno dell'investimento
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È quanto emerso durante la seconda edizione di Digit’Ed Fast Forward, l’evento che si è tenuto nello spazio La Lanterna di Roma e ha riunito alcuni tra i più importanti top manager del panorama industriale italiano: Fabrizio Palermo di Acea, Stefano Donnarumma di Ferrovie dello Stato, Nicoletta Luppi di MSD e Maximo Ibarra di Engineering.
La formazione è un elemento cruciale per garantire la competitività delle imprese, come evidenziato anche da Mario Draghi nel suo rapporto sul futuro economico europeo. A oggi, però, soltanto l’1% delle aziende italiane è in grado di stimare il ritorno sull’investimento in formazione.
L’Italia ha investito oltre 2 miliardi di euro in formazione nel 2023. Tuttavia, il 99% delle aziende non ha sviluppato adeguati sistemi in grado di misurarne l’efficacia. Per questo Digit’Ed, il più grande polo della formazione in Italia e uno dei maggiori a livello europeo, ha deciso di investire in percorsi di ricerca che consentano di fornire alle aziende strumenti di misurazione efficaci, supportati anche dall’enorme mole di dati, derivata dalla leadership di mercato, con oltre 600.000 persone formate ogni anno e 5.000 contenuti formativi. «Sempre più Ceo sono consapevoli di quanto sia cruciale il legame tra le competenze delle persone e le performance aziendali- ha dichiarato Gianandrea De Bernardis, Chairman Digit’Ed- È per questo che il ruolo degli HR director si sta affermando come alleato fondamentale dei Ceo per il raggiungimento degli obiettivi di business. Crediamo fermamente che valorizzare il capitale umano sia la chiave per affrontare con successo le sfide del futuro, e siamo pronti ad accompagnare le aziende e le organizzazioni in questo percorso di crescita e innovazione».
A chiudere i lavori il sottosegretario al ministero del Lavoro, Claudio Durigon, che ha annunciato l’arrivo, nel giro di una settimana, del decreto attuativo del ministero del Lavoro che sblocca il nuovo fondo competenze da 700 milioni di euro. Le aziende che attuano progetti di formazione interna per i propri dipendenti anche quest’anno potranno ottenere un contributo a fondo perduto fino al 60% del valore del costo del lavoro impiegato.
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