La storia di Antonio Cianci andrebbe letta e riletta. Anzi, imparata a memoria. Non nelle aule scolastiche, ma in quelle di tribunale. In particolare, andrebbe declamata nell'aula della Corte costituzionale come la storia esemplare del perché un ergastolo debba essere un ergastolo e non una vacanza premio.
Nonostante alle anime belle della Consulta e anche a quelle della Corte europea dei diritti dell'uomo, il «fine pena mai» non piaccia e lo ritengano una specie di tortura da vietare nella civilissima Europa, esso non ha una finalità punitiva, ma una funzione precisa, ossia impedire che gli assassini tornino a uccidere altre persone. Antonio Cianci era un ragazzo quando ammazzò la prima volta, sparando alla testa di un metronotte che aveva avuto il solo torto di incontrarlo sulla sua strada. Cianci lo uccise come un cane, ma essendo minorenne, nonostante il delitto di lì a poco tornò in circolazione, pronto per un altro omicidio. Infatti, dopo, di assassinii ne commise altri tre. Fermato a un posto di blocco da una pattuglia di carabinieri mentre era alla guida di un'auto rubata, Cianci uccise i tre militari, sparando prima che i poveretti si rendessero conto di avere davanti un killer. Condannato all'ergastolo e tenuto dietro le sbarre per decenni, l'altro giorno gli è stata concessa una licenza premio e per riconoscenza Cianci ha pensato bene di tagliare la gola a un pensionato colpevole di non essere generoso con lui. Mentre vagava nel piano interrato dell'ospedale San Raffaele, a Milano, il killer seriale ha incontrato l'uomo e gli ha chiesto di consegnargli il portafogli. Al rifiuto dell'anziano, Cianci ha messo mano al coltello e lo ha colpito al collo. Solo il caso ha voluto che al pensionato non fosse tagliata la carotide e solo il caso ha voluto che il tentato omicidio sia stato messo in atto nel sotterraneo di un ospedale, dove il pronto soccorso è stato possibile.
Cianci l'hanno arrestato poco dopo i carabinieri in servizio presso il nosocomio e identificarlo non è stato difficile, perché aveva ancora le mani sporche di sangue e il coltello con sé. Così, il detenuto in permesso premio è tornato dove era giusto che stesse fin dall'inizio di questa storia, cioè dietro alle sbarre.
Fin qui la vicenda potrebbe sembrare un ordinario caso di criminalità, da liquidare in cronaca, fra gli incidenti e i delitti del giorno. E invece no, il caso di Antonio Cianci non è roba ordinaria, da nascondere nelle pagine interne, ma è da prima pagina, perché spiega come il «fine pena mai» debba essere una pena che non si esaurisce e non un permesso premio.
La storia del pensionato che ha rischiato la vita perché qualcuno ha deciso di scarcerare Cianci vale più di qualsiasi dotta argomentazione giuridica sulla funzione rieducativa del carcere. E, come detto, andrebbe letta e riletta nelle aule di giustizia oltre che in quella della Corte costituzionale. Perché di recente, i togati della Consulta hanno stabilito che l'ergastolo senza permessi premio non è costituzionale. In linea con quello che pensa la Corte europea dei diritti dell'uomo, i nostri giudici vorrebbero che terroristi e mafiosi, cioè detenuti pericolosi, ogni tanto fossero rimessi in circolazione, mandandoli a casa in visita ai parenti. Tenerli dentro sempre, cioè senza che la pena finisca mai come recita il nostro codice, sarebbe una tortura e dunque l'Italia rischierebbe di finire in fondo alla lista delle nazioni democratiche, in compagnia dei peggiori regimi.
Ma se i detenuti non possono essere detenuti e anzi debbono essere premiati e scarcerati, a che serve minacciare l'ergastolo nel codice penale? Già adesso il «fine pena mai» non esiste, perché nessuno sconta più di 30 anni, a meno che non si tratti di un mafioso o di un terrorista, ma anche per quelli la scorciatoia è sempre pronta e ora - dopo la pronuncia della Consulta - lo sarà sempre di più. Già abbiamo concesso ai criminali che si pentono ogni genere di beneficio, anche di tornare in fretta in libertà per poter ricominciare delinquere (è dei giorni scorsi la notizia di un mafioso premiato per aver cantato, ma che una volta fuori ha ricominciato a fare ciò che faceva prima). Già un anno di carcere non è un anno di carcere, perché per chi sta dietro le sbarre gli anni non sono composti da 12 mesi, bensì da meno di 11. Se poi ci mettiamo pure il permesso premio per chi uccide i pensionati dopo aver ucciso quattro cristiani e la vacanza la concediamo anche a chi ha sciolto un bambino nell'acido, beh, il carcere facciano prima ad abolirlo. Scriviamo nella Costituzione che la prigione è virtuale e solo il delitto è qualche cosa di concreto e poi chiudiamola lì, così almeno non prenderemo in giro gli italiani.
Ora vorresti soltanto «essere dimenticata». E noi ti accontenteremmo volentieri se non fosse che non riusciamo a dimenticare il volto della ragazza che hai ammazzato. Ricordi Doina? Si chiamava Vanessa, aveva 22 anni, faceva tirocinio all'università e sognava di diventare infermiera. Da dodici anni sta in una tomba. Sei stata tu a ucciderla: l'hai incontrata nella metropolitana di Roma, dove ti aggiravi in cerca di vittime per i tuoi furtarelli, e le hai infilato un ombrello nell'occhio. Su su, dentro il cranio. Fino a quando l'hai vista cadere a terra. Senza vita. Allora sei fuggita, insieme alla tua compagna di scorribande. Come una vigliacca. L'hai lasciata lì, a esalare l'ultimo respiro, e le hai voltato le spalle, senza un grammo di pietà. Ti hanno arrestato tre giorni dopo. Ti eri nascosta in una casa di campagna, che era il tuo rifugio, quando non andavi a lavorare al night.
Sono passati dodici anni e tu sei tornata libera. Libera. Per sempre. Sul tuo certificato c'è la sospirata scritta: fine pena. Il giudice ha firmato, tu hai saldato tutti i debiti con la giustizia. E a rigor di legge, dal punto di vista formale, è senza dubbio così: non hai più debiti con la giustizia italiana, ora puoi anche chiedere di «essere dimenticata». Tra un po' scatterà pure il diritto all'oblio, saremo costretti a censurare la tua storia e la nostra memoria. Ma almeno oggi lasciaci dire, cara Doina, che quel «fine pena» dopo soli 12 anni è un ombrello infilato negli occhi di tutti noi. Come allora uccidesti Vanessa oggi uccidi la nostra fiducia nella giustizia. Oggi uccidi quel che resta della certezza della pena. Perché sarà vero che hai saldato il debito con la giustizia. Ma non possiamo fare a meno di chiederci che razza di giustizia sia mai quella che punisce un delitto come il tuo, così efferato, così violento, così scioccante, con soli 12 anni di prigione. Che non sono neppure poco, rispetto a quello che hai fatto. Sono nulla.
Come si è arrivati a questo scempio è storia di ordinario buonismo giudiziario. La romena del night, costretta a prostituirsi per vivere, commuove i tribunali, anche se infila un ombrello nell'occhio al primo che passa. Così l'accusa originaria (omicidio volontario) venne derubricata con la prima sentenza a omicidio preterintenzionale: non voleva uccidere, insomma. Del resto, si sa, che quando si infila un ombrello nell'occhio lo si fa per amicizia, come segno di affetto, per fare del bene, in una parola. In base a questo logico presupposto (chi è che non va in giro a infilare ombrelli negli occhi altrui? Sono cose che capitano…) si era arrivati alla condanna a 16 anni.
La Cassazione ha confermato. E poi, come sempre accade in Italia, a buonismo si è unito altro buonismo: alla pena (già di per sé mite per un omicidio di quel genere) si è aggiunto lo sconto per buona condotta, quarantacinque giorni per ogni sei mesi in cella. Così, anziché 16 anni ne ha scontati solo 12. Il debito con la giustizia è saldato. Ora non resta che saldare quello con i succhi gastrici che questa giustizia avvelena.
Per altro, ho sbagliato: ho appena scritto che lo sconto di pena scattava «per ogni sei mesi di cella». Sono un inguaribile ottimista. Lo sconto, infatti, scattava anche se Doina stava fuori. Nella sua cella al carcere della Giudecca, ormai, ci stava ormai solo di notte, dalle 22 alle 6 del mattino. Nel 2015, infatti, le era stata concessa la semilibertà: appena otto anni dopo l'omicidio già se ne andava a zonzo liberamente per Venezia. E per non farsi mancare nulla si fotografava anche in costume, selfie a gogò, divertimento al Lido, e pubblicava tutte le immagini spensierate su Facebook. Il papà di Vanessa, potete immaginare, non la prese benissimo. «Ci offende», disse. Scoppiò la polemica, ne parlarono giornali e tv. Il giudice di sorveglianza, sull'onda della ribellione mediatica, tolse a Doina la semilibertà. Ma subito dopo, appena spenti i riflettori, alla chetichella, gliela ridiede. Fino a ieri. Quando le ha dato la libertà totale e definitiva. Per buona condotta. Nonostante le foto e il resto.
Dio perdona, la giustizia italiana di più. Avanti di questo passo un assassino per rimanere in carcere in Italia che cosa deve fare? Importunare la figlia del magistrato? Investire con l'auto la sua mamma?
È vero che alla certezza della pena ormai abbiamo smesso di credere da un pezzo. Soltanto nella giornata di ieri, su questo fronte, abbiamo registrato altre due notizie choc: quella di una mamma che ha ammazzato le tre figlie e che ha ottenuto la semilibertà appena cinque anni dopo la strage; e quella di uno stupratore condannato ad appena a venti mesi, per di più con la sospensione condizionale. In pratica quest'ultimo non ha fatto neppure un giorno di carcere. «Ora mi ride in faccia, alla fine ha vinto lui», lamenta la sua vittima, una ragazzina di 15 anni, assai sconfortata. E come non capirla? Alla certezza della pena ormai noi abbiamo smesso di credere da un pezzo. Ma c'è un limite anche all'offesa delle vittime. Soprattutto quando hanno 15 anni e magari credono ancora nello Stato.
Ecco, l'offesa delle vittime. È questo, Doina, che non torna nella tua libertà dopo 12 anni appena. È questo che non torna nel tuo legittimo desiderio di rifarti una vita, di essere dimenticata, nell'aspirazione a essere cambiata, come dice il tuo avvocato («Era un animaletto, ora è una signora»).
Perché tu adesso, a 33 anni, puoi cominciare una nuova vita, con i tuoi figli, con il tuo debito saldato, con il tuo lavoro nella ristorazione e pure la soddisfazione di aver scritto un libro (La ragazza con l'ombrello, è il titolo, e anch'esso è una pugnalata). Sono stati in molti a pensare a te. A recuperarti. A preoccuparsi di farti diventare «una signora». Ma a Vanessa chi ha pensato? Chi si è preoccupato? Nessuno, come dice suo papà. La vittima, in Italia, paga sempre. Paga e basta. Infatti Vanessa, a differenza tua Doina, non tornerà mai libera. Non girerà per Venezia. Non avrà figli. Non sarà signora, pur non essendo mai stato animaletto. Non si farà selfie. A differenza tua, per altro, se potesse, chiederebbe di essere ricordata. Non dimenticata. E invece l'hanno dimenticata tutti. Lo Stato, il Comune, le istituzioni, l'Atac, nessuno ha speso un centesimo o una parola per risarcire il dolore di un padre che, certo, è un dolore così grande che non potrà mai essere cancellato. Ma che, almeno, non deve essere umiliato in questo modo. Da una giustizia perfettamente dentro le regole. Eppure evidentemente fuori dal mondo.






