Perché aeroplani ed elicotteri militari statunitensi portano il nome delle tribù indiane? Ecco l’idea un po’ folle ma rivoluzionaria di un generale americano.
(Ansa)
Nel 1964 iniziava il percorso del Reparto Aeromobili Carabinieri (RAC) con i primi AB-47. Oggi l'Arma conta 59 elicotteri e 2 aerei in 18 Nuclei operativi sul territorio italiano.
Il rapporto tra i Carabinieri e il volo ha radici ormai più che centenarie. Ben prima che le Forze Armate italiane accogliessero tra i ranghi l’Arma Aeronautica nel 1923, i militari dell’Arma avevano già pilotato i biplani da caccia nella Grande Guerra e tra di essi alcuni si erano distinti come «assi». Era il caso del brigadiere Ernesto Cabruna che vantò durante il conflitto ben 8 abbattimenti di aerei nemici. In seguito una lunga parentesi che comprese la Seconda guerra mondiale tenne i Carabinieri lontani dal volo, almeno fino alla metà degli anni Cinquanta. La spinta al ritorno nei cieli degli uomini dell’Arma venne soprattutto dallo sviluppo dell’elicottero, un mezzo estremamente versatile e adatto ai compiti affidati ai Carabinieri. Il Comando Generale dell’Arma ne intuì le notevoli opportunità d’impiego, e nel 1956, fece qualificare presso l’Aeronautica Militare sei ufficiali specializzati nella “Osservazione Aerea”, imbarcati su elicotteri dell’Aeronautica Militare. Duranti la prima fase i Carabinieri furono impiegati in zone ad alto rischio con compiti di osservazione in appoggio ai contingenti di terra specialmente in Sardegna e Sicilia nella lotta alla criminalità organizzata, facendo da supporto per le azioni di contrasto e ai frequenti rastrellamenti. Nel 1960 furono acquisiti i primi tre elicotteri e dal 1963 fu inviato il primo gruppo di carabinieri presso la scuola di specializzazione a Frosinone dell’Aeronautica Militare. Sempre a Frosinone, nel 1964 nacque la prima Sezione Elicotteri dell’Arma, trasferitasi l’anno seguente a Pratica di Mare (Roma) e rinominata Base Elicotteri (in seguito Centro Elicotteri). Tra il 1960 e il 1969 la flotta dei Carabinieri crebbe fino a un totale di 30 velivoli Agusta-Bell AB 47, dal caratteristico abitacolo trasparente a «bolla». Nel 1965 anche Bolzano, Palermo e Cagliari ebbero il proprio Nucleo Elicotteri, cui seguì la costituzione di altri reparti di volo, sino all’odierna configurazione con 18 Nuclei sul territorio nazionale.
Dal 1971 arrivarono i primi elicotteri AB 205 (del tutto simili ai Bell Uh-1 «Huey» impiegati dagli americani in Vietnam) in contemporanea agli AB 206 acquisiti fino al 1978. Dal 1979, cominciò l’era dei biturbina con gli Agusta A 109, velivoli multiruolo per interventi su centri abitati, superfici d’acqua e zone impervie.
Nel corso del 1984 cominciarono ad arrivare anche i primi esemplari del biturbina quadripala Agusta-Bell AB-412, uno dei modelli più utilizzati al mondo. Potenti e affidabili, erano l’evoluzione tecnica del vecchio 205 monoturbina. Questi elicotteri operavano anche in appoggio alle unità speciali, quali il Reggimento carabinieri “Tuscania”, gli Squadroni “Cacciatori” e il Gruppo di intervento speciale (G.I.S.).
Nel 1999 il Centro Elicotteri fu riordinato in Raggruppamento Elicotteri che dal 2006 assunse l’attuale denominazione di Raggruppamento Aeromobili Carabinieri, con l’immissione in servizio del primo velivolo ad ala fissa pilotato da Carabinieri dai tempi della Grande Guerra: il Piaggio P180 Avanti II, impiegato in compiti di trasporto veloce e in missioni di collegamento, oltre che in operazioni speciali. Nel 2019 fu la volta degli Agusta Westland AW139 per sostituire gli AB 412, definitivamente rimpiazzati dai nuovi AW169 a partire dal 2023. Quest’anno sarà la volta del nuovo elicottero monomotore AW119, un mezzo veloce, iper tecnologico e adatto all’uso multiruolo.
Attualmente il Raggruppamento Aeromobili Carabinieri ha la sua base all’aeroporto di Pratica di Mare con compiti di coordinamento operativo dei Nuclei Elicotteri distribuiti sul territorio nazionale, per il servizio di primo intervento nei territori di competenza.
Alle dipendenze del Raggruppamento Aeromobili Carabinieri operano:
- un Gruppo Volo (con un Nucleo Aeroplani e 2 Nuclei Elicotteri di Pratica di Mare e di Roma-Urbe);
- sedici Nuclei Elicotteri periferici, per garantire la copertura operativa dell'intero territorio nazionale con tempi di intervento entro i 30 minuti.
Complessivamente la flotta si compone di 59 elicotteri e 2 velivoli ad ala fissa (aerei Piaggio P180).
La componente aerea si integra con le unità a terra, assicurando un'ampia tipologia di interventi di sorveglianza e supporto: dall’ausilio per l’individuazione di automobili in fuga o di persone in difficoltà al trasporto degli uomini delle squadre speciali, dal monitoraggio dell'ordine pubblico con la trasmissione d’immagini fino al supporto nel contrasto dei reati ambientali.
Il Servizio Aereo funge anche da supporto alle unità dei Paracadutisti e del Gruppo di Intervento Speciale.
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Secondo la più importante associazione internazionale di produttori di droni civili, Auvsi (Association for Unmanned Vehicle Systems International), questo ramo dell'industria aeronautica, che non ha ancora compiuto quindici anni di vita, ha già dato un grande contributo all'aviazione tradizionale, per intenderci quella con i piloti a bordo di aeroplani, elicotteri e dirigibili.
Seppure ci fossero molti addetti ai lavori che si dichiaravano scettici al riguardo, il settore «unmanned» starebbe rendendo il volo umano più sicuro anche se, fino a oggi, nessun oggetto volante ci ha ancora consegnato la pizza dalla finestra o trasportando da una parte all'altra della città in pochi minuti sorvolando traffico e palazzi. Ci arriveremo, visti i capitali in gioco e le grandi aziende che ci stanno scommettendo, ma è importante capire come, oggi, i droni hanno già cambiato il settore della terza dimensione.
Qualche esempio chiarisce lo stato di fatto: se fino a qualche anno fa soltanto i velivoli commerciali – e non tutti - potevano vantare di essere equipaggiati con l'autolanding, ovvero il sistema di atterraggio automatico, oggi questa funzione è già equipaggiamento opzionale su molti aeroplani di aviazione generale, ovvero i modelli usati per turismo, scuola e mobilità personale. A farne un prodotto certificato e di serie per prima è stato il colosso dei Gps Garmin con il suo sistema «Emergency Autoland», che funziona così: in caso di incapacitazione del pilota, cioè un malore oppure un imprevisto, il passeggero – non pilota - può sbloccare una sicura e premere un pulsante attivando l’Autoland. Il sistema sceglie l'aeroporto più raggiungibile in base alle caratteristiche dell'aeroplano, comunica l'emergenza al controllo del traffico aereo e porta il velivolo a fermarsi integro e riutilizzabile sulla pista, consentendo l’intervento di sanitari e tecnici. Alcuni degli algoritmi utilizzati derivano proprio dai sistemi di atterraggio automatico dei droni. E con il passare del tempo sempre più costruttori di aeroplani ed elicotteri stanno scegliendo questo dispositivo come opzione per i loro prodotti.
Lo stesso sta accadendo nel settore elicotteristico: dopo aver fatto volare unità senza pilota, negli ultimi anni lo hanno fatto Sikorsky, Airbus, Leonardo e altri ancora, proprio l'europea Airbus Helicopters, mediante la sua controllata UpNext, ha dimostrato un esemplare di elicottero H160 con l'equipaggio a bordo, ma che per controllare la macchina volante non usava le comuni leve e la pedaliera – i comandi tradizionali chiamati passo ciclico e collettivo - bensì un tablet commerciale sul quale le fasi del volo, dal rullaggio al decollo, dalla crociera all'atterraggio, erano rappresentate da icone in un menù appositamente predisposto. Anche la pianificazione del volo, dalla scelta della destinazione all'attraversamento di diversi spazi aerei controllati è avvenuta così, sempre con un dito che tocca lo schermo per attirare e disattivare le funzioni richieste. Il pilota collaudatore era a bordo del FlightLab Vertex, così si chiama il prototipo di elicottero, pronto a prendere in mano i comandi in caso di problemi, ma tutto è andato liscio e nel cielo intorno allo stabilimento di Marignane, in Francia, si è così compiuto un collaudo davvero speciale. Tradotto in pratica, oltre a semplificare il pilotaggio degli elicotteri, questo sistema consentirà di far volare macchine volanti a decollo e atterraggio verticali anche senza piloti a bordo, proprio ciò che si prefiggono di fare gli eVtol, cioè quelli che impropriamente chiamiamo taxi volanti.
Dunque, per arrivare al risultato di salire su un oggetto volante esattamente come facciamo con le metropolitane automatizzate, l'umanità è già a buon punto nel risolvere il problema tecnologico, meno riguardo quello energetico e comunicativo. Il primo, perché le batterie attuali hanno una densità energetica ridotta, circa 250Watt/ora rispetto a idrocarburi come il cherosene, e fino a quando non arriveranno a 350-500W/h i motori elettrici non potranno mai competere con le turbine; il secondo perché nel caso di un mezzo volante controllato da remoto, non ci si può permettere che tra quel tablet e il velivolo si perda il collegamento. E siccome il nostro mondo, quanto a segnali radio e radiodisturbi è saturo, la sperimentazione ora va nella direzione di rendere «robusta» la comunicazione e «stabile» il software che controlla il tutto. E poi c’è la grande questione dell’organizzazione dello spazio aereo, perché tra il suolo e poche centinaia di metri di quota opera una grande varietà di mezzi. Altri contributi dei droni all'aviazione sono stati portati in ambito aerodinamico, soprattutto per rendere le eliche più silenziose. Queste sono mediamente produttrici del 70% del rumore di un aeroplano e di un elicottero, un valore molto alto che negli aeroporti si attenua con la distanza, ma che in un tessuto urbano diventa insopportabile. Infine, c'è la sensoristica collaborante, ovvero la possibilità di installare a bordo sonde che misurano parametri utili, come la concentrazione di inquinanti. Immaginate quindi che presto siano le macchine volanti, volo dopo volo, a trasmettere questi dati a un cervellone che li elabora, controllando istantaneamente e a intervalli regolari la qualità dell'aria attraverso la quale volano. Insomma, la contaminazione dell'aviazione da parte dei droni è una imperdibile occasione di sviluppo tecnologico ed economico. Ma ha bisogno dei suoi tempi.
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Aumentano incidenti e violazioni. L'associazione piloti chiede un tavolo urgente ai regolatori.
Gli spazi aerei italiani sono tra i più complicati al mondo, un vero incubo per i piloti di aeroplani di aviazione generale, ultraleggeri, per le flotte delle scuole (che sono anch'esse aziende), per gli operatori dilavoro aereo e gli elicotteristi. Ovvero che per chi vola a vista e non su velivoli commerciali o di linea. Lodicono i numeri dell'agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo, che ogni anno riporta un crescente numero di “Upa”, ovvero di sconfinamenti del traffico aereo “leggero” negli spazi riservati a quello commerciale, circa 300 eventi e un crescente numero di incidenti. Spazi “chiusi” che però sono enormi e con differenti classificazioni (ognuna con limitazioni e livelli di impenetrabilità diversi), rispetto a quelli di altre nazioni e impongono ai piloti che non ci possono entrare traiettorie e rotte per aggirarli spesso ai limiti della pericolosità. E a quel punto i piloti devono decidere se essere rispettosi delle regole, oppure volare in sicurezza. E questa non può essere una scelta. “Meglio un brutto processo che un bel funerale” sirecita negli aeroclub italiani, del resto se per un volo tra Roma Urbe e l'isola d'Elba a bordo di un piccolo monomotore a pistoni si viene “schiacciati” sul il mare, anche se a bordo tutto funziona, la pressione psicologica sul pilota - che può anche non essere un professionista ma un diportista – è enorme. E pilotando sotto pressione, si sa, si fanno più errori e questi producono incidenti. Un pessimo esempio è la neo istituita area Ctr (controllata), dell'aeroporto di Cuneo Levaldigi, grande più di quella di MilanoLinate a fronte di un traffico commerciale sullo scalo molto limitato, talvolta sei voli settimanali e a orariprestabiliti con molto anticipo, quindi un'area che per i piccoli aeroplani sarebbe sorvolabile a vantaggio della sicurezza e invece preclusa. Dimensioni che un tempo erano giustificate dalle prestazioni dei grandiaeroplani, oggi enormemente migliorate. Soltanto in Italia sono state concesse limitazioni al sorvolo per oltre 170.000 km quadrati di parchi, una cosa che sorprende i piloti stranieri, ci sono centinaia di aree definite “regolamentate”, pericolose o vietate la cui ragione di esistenza è superata da decenni. Di fatto, l'architettura generale degli spazi aerei italiani stessa deriva ancora da quella definita dai controllori militari nel Dopoguerra, ed anche le procedure per la loro regolazione sono poco trasparenti, non prevedono infatti alcun confronto di esigenze con l'utenza dell'aviazione generale. A portare le istanze ci sono gli operatori commerciali, i militari, le associazioni di categoria dei controllori, non chi deve poi utilizzare quello spazio aereo per lavorare, i soggetti più vulnerabili perché su mezzi aerei piccoli dalle prestazioni limitate. Per questo l'Associazione Aopa Italia, che riunisce piloti privati e proprietari di piccoli aerei, ha chiesto con urgenza un tavolo di lavoro permanente insieme con Enac, Enav (gestore degli spazi aerei) e l'Aeronautica Militare. Il presidente, Rinaldo Gaspari, raggiunto al telefono ci conferma: “Da oltre 13 anni ci occupiamo della riorganizzazione degli spazi aerei fruibili secondo le regole del volo a vista; i risultati conseguiti in questi anni si sono però limitati a fronteggiare la crescita vertiginosa della complessità delle aree regolamentate; siamo già intervenuti molte volte e in alcuni casi migliorando situazioni pericolose come nel Nordest e nel caso della riduzione del Ctr di Milano Linate, che si estendeva oltre Pavia imponendo a chi volava sulla direttrice est-ovest di circumnavigare laLombardia.” Riguardo la sicurezza, Gaspari conferma: “Nello spazio aereo nazionale le altitudini medie a cui è costretto a volare un traffico che vola a vista sono mediamente di 2.000ft (700 metri), a questa quota in caso di avaria motore, un piccolo aereo impatta il terreno in circa 4 minuti, lasciando al malcapitato pilota soltanto qualche decina di secondi per reagire, impostare l'emergenza e cercare un'area idonea, anche tenendo conto dell'urbanistica selvaggia e dell'orografia italiane. Si tratta dell'ipoteca su un numero di vite umane in aumento, non più tollerabile. Bisogna fare investimenti urgenti in tecnologia esemplificazione. Sulle frequenze radio riservate alle comunicazioni con i controllori, chi vola a vista soffre una situazione di scarsa copertura e di grande affollamento. Tutto ciò porta a una pericolosità crescente”.
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Rinaldo Carrel, Mirko Minuzzo e lo sherpa Lhakpa Tenzing in vetta all'Everest
Grazie a Guido Monzino, imprenditore e alpinista, il 5 e il 7 maggio 1973 due cordate composte da alpinisti dell'Esercito e dagli sherpa arrivarono in vetta. Fu una delle più imponenti spedizioni del XX secolo, con largo impiego di uomini, materiali e mezzi.
Gli Italiani, fino a quel 5 maggio del 1973, non erano mai stati sulla vetta dell’Everest. La montagna più alta del mondo, 8.848 metri nella catena dell’Himalaya, era stata conquistata giusto vent’anni prima da Sir Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing Norgay. L’anno successivo, il 1954, il tricolore sventolava sulla vetta del K2 grazie all’impresa di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, da quella conquista in poi noto come la «montagna degli Italiani». La cima del monte sacro al popolo nepalese, il Sagarmatha o Dio del Cielo, attendeva ancora la visita degli alpinisti italiani.
La conquista della vetta arrivò grazie all’ultimo degli esploratori romantici del Ventesimo secolo, Guido Monzino. Milanese classe 1928 era figlio di Franco, fondatore del primo grande gruppo della grande distribuzione italiana: la Standa. Quando le autorità nepalesi nel 1969 diedero il nulla osta alla spedizione all’Everest, l’industriale aveva già alle spalle 20 spedizioni nei cinque continenti, la più importante delle quali era stata quella del maggio 1971 quando Monzino conquistò i 90°Nord dopo 70 giorni di passione a bordo delle slitte trainate dai cani, sulle tracce della spedizione di Robert Peary del 1909. Cresciuto con il mito del Duca degli Abruzzi e delle grandi esplorazioni tra Ottocento e Novecento, Monzino conobbe l’alpinismo relativamente tardi, negli anni Cinquanta, quando ascese per la prima volta al Cervino guidato proprio da Achille Compagnoni. Da quell’esperienza ebbe poi luce l’idea di coronare le tante spedizioni con l’ultima e la più grande: portare l’Italia in vetta all’Everest.
Quella di Guido Monzino fu concepita sin dall’inizio come una spedizione di grandi dimensioni per numero di uomini e di materiali impiegati, una delle ultime del secolo con tali caratteristiche. Ma ancor prima di iniziare a scalare iniziò per l’imprenditore ed esploratore milanese una delle salite più dure, il reperimento degli alpinisti che avrebbero dovuto fare l’impresa. Durante i tre anni di preparazione non fu possibile guadagnare la disponibilità di enti e associazioni civili e Monzino decise che a tentare la vetta avrebbero potuto essere i militari italiani, tra quelli maggiormente preparati in particolare dalla Scuola Militare Alpina di Aosta e dai reparti altamente specializzati come quello dei Carabinieri paracadutisti. Il corpo italiano di spedizione all’Everest fu dunque costituito da una maggioranza di alpinisti militari e da un selezionato gruppo di guide alpine, alcune delle quali avevano già accompagnato Monzino nelle precedenti avventure esplorative. A quella geografica si aggiunse presto una parallela spedizione scientifica guidata dal professor Paolo Cerretelli del dipartimento di fisiologia dell’Università di Milano, con lo scopo di testare le reazioni del corpo umano durante l’attività ad alta quota. L’équipe contribuì a far crescere il numero di componenti della grande spedizione, che nel 1972 ebbe il benestare dello Stato Maggiore dell’Esercito.
Nel gennaio 1973 la logistica militare iniziò l’attività di raccolta del materiale necessario alla spedizione, centinaia di colli sui quali campeggiava la scritta IEE73 (Italian Everest Expedition 1973) pronti per essere imbarcati sugli Hercules C-130 della 46ma Aerobrigata per un totale di 30 tonnellate di peso complessivo. Nelle pance dei cargo militari presero posto anche tre elicotteri Agusta-Bell AB-205 dell’Aviazione Leggera dell’Esercito, per essere impiegati come supporto logistico e per sperimentare i primi compiti di elisoccorso ad altissima quota. Il numero dei partecipanti arrivò a 63 elementi, di cui 53 militari e 10 civili con la partecipazione di diversi Corpi militari (32 dell’Esercito-Scuola Militare Alpina, 3 della Marina, 6 dell’Aeronautica, 5 dell’Arma dei Carabinieri, 4 della Guardia di Finanza e 3 della Pubblica Sicurezza, allora ancora parte delle Forze Armate). I primi Hercules lasciarono la base di Cameri per Kathmandu nel febbraio 1973. Ad attenderli per il trasferimento a piedi verso il campo base erano pronti 2.000 tra portatori e portatrici con i loro yak da soma. L’avvicinamento al campo base ai piedi del ghiacciaio del Khumbu fu difficoltoso sia per il repentino peggioramento delle condizioni meteorologiche che per l’improvviso sciopero dei portatori, problema superato con l’aumento dell’utilizzo dei tre elicotteri per il trasporto materiali (questo aspetto fu quello che attirò le maggiori critiche da esponenti dell’alpinismo internazionale tra cui Hillary). Nel mese di marzo le tende gialle, a decine, macchiavano il candore della neve sotto i seracchi ai piedi dell’Everest. Guido Monzino prese posto nella sua tenda, pronto a coordinare le cordate che avrebbero dovuto attaccare la cima dal versante Sud. I campi avanzati erano sei (oggi normalmente se ne utilizzano 4) di cui l’ultimo oltre gli 8.000 metri di quota. Il 14 aprile uno degli elicotteri andò perduto durante un’operazione di soccorso ad alpinisti colpiti da diarrea ad oltre 6.000 metri di quota, un’altitudine fino ad allora mai raggiunta. A causa di una perdita improvvisa di potenza l’AB-205 marche I-EIAA impattava fortunatamente a bassa velocità sul ghiacciaio, rimanendo danneggiato irrimediabilmente. Impossibilitato allo spostamento del relitto, il personale militare spinse il velivolo in un crepaccio. Nel 2003 l’Everest lo restituì alla vista per il movimento continuo dei ghiacci e rimase visibile per sei anni fino al suo smaltimento durante una delle spedizioni di pulizia portata a termine dagli Sherpa.
La finestra di bel tempo si presentò sopra il campo base all’inizio di maggio. Fu la volta per le cordate, sempre seguite via radio da Monzino, di superare con corde e scale la Khumbu Icefall, caratterizzata da seracchi giganteschi e crepacci in continuo movimento per avanzare dapprima al Campo 2 quindi attraverso il lungo pianoro chiamato Western Cwm ai bivacchi successivi prima di affrontare la ripidissima parete del Lhotse e passare al Colle Sud a 7.900 metri, nella zona della morte oltre la quale gli alpinisti furono dotati permanentemente di bombole di ossigeno. Le cordate per il primo attacco alla cima furono definite solamente in quelle ore. I primi ad affrontare l’ultima scalata furono gli Alpini valdostani Mirko Minuzzo e Renato Carrel (già membri delle spedizioni polari di Monzino) con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang. L’ultima notte insonne a 8.500 metri e poi l’ultimo balzo attraverso uno dei passaggi più critici, lo stretto canale roccioso di soli 12 metri noto come Hillary Step. In Nepal erano le 7:39 del mattino (in Italia le 12:39) quando il tricolore sventolò sferzato dal vento sulla cima dell’Everest, assieme alla bandiera nepalese a due punte. L’Italia era sulla vetta del Mondo, portata da quattro figure nelle loro tute rosse e dal sogno di Guido Monzino. L’impresa fu ripetuta a due giorni di distanza dalla seconda cordata italiana, composta dal maresciallo degli Alpini Virginio Epis, dal Capitano dei Carabinieri Fabrizio Innamorati, dal Sergente maggiore degli Alpini Claudio Benedetti e dallo sherpa Sonam Gyaltzen. La carovana degli Italiani avrebbe potuto proseguire e portare in vetta altri alpinisti militari, ma il tempo sembrò volgere al peggio in quei giorni al limite della stagione dei monsoni. Guido Monzino decise allora di chiudere l’avventura, dall’esito trionfale, della prima vittoria italiana sul Dio del Cielo, il grande Everest. La discesa, notoriamente pericolosa quanto se non più dell’ascesa, avvenne senza incidenti. Tutti, grazie alla grande organizzazione di Monzino e dei responsabili militari della spedizione, tornarono a casa. Li attendevano in Patria tutti gli onori di una grande vittoria italiana, culminata con la presenza alla parata del 2 giugno 1973 a Roma. Anche Guido Monzino tornò a casa, dopo aver messo in tasca anche l’ultimo dei 21 diamanti che lo portarono nell’empireo delle grandi imprese esplorative. Scelse la magnifica villa del Balbianello, sul lago di Como, come sua residenza principale. Lì raccolse tutte le sue memorie, i cimeli dall’Africa al Nepal al Polo Nord, alla Patagonia. Lì è sepolto dal 1988, quando scomparve prematuramente all’età di 60 anni. Le sue raccolte sono a disposizione del pubblico da quando la residenza in riva al Lario è stata donata al FAI.
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