Le proteste per l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, che dal carcere ha vinto le primarie con 15 milioni di voti, sono arrivate al quinto giorni di fila e dalla vecchia capitale imperiale hanno raggiunto tutti i principali centri della Turchia. Mentre il ministro degli Interni annunciava 1.133 arresti di persone accusate di essere affiliate a 12 organizzazioni terroristiche, 15 milioni di turchi andavano a votare alle primarie del Partito Popolare Repubblicano ( Chp) incoronando proprio Imamoglu come candidato per le lezioni del 2028. Una protesta del genere non si vedeva in Turchia dalle mobilitazioni del 2013 a Gezi Park, ma questa volta la risposta del sultano sembra davvero molto dura. Insieme al sindaco di Istanbul sono finite dietro le sbarre 300 persone e ieri Imamoglu è stato anche trasferito in un carcere di massima sicurezza insieme ad altri 58 arrestati, con l’accusa di corruzione, anche se nel frattempo sarebbero decadute le accuse di terrorismo nei suoi confronti. Il centro delle proteste resta Istanbul dove la repressione si è fatta più forte e dove sono stati arrestati anche 8 giornalisti turchi, compreso il corrispondente dell’agenzia France Presse, mentre altri 2 sono stati fermati a Smirne. Le nuove retate hanno decapitato il Partito comunista turco (Tkp) arrestando tutta la dirigenza, rea di aver partecipato alle proteste di piazza. Anche il sindacato dei giornalisti si è unito ai manifestanti, ma Recep Tayyip Erdogan oggi ha tuonato condannando tutte le manifestazioni di protesta e accusando il Chp di voler cercare di turbare la pace ed aizzare il popolo contro il governo legittimo. Su X il sindaco di Istanbul ha dichiarato che non si piegherà mai e che le accuse contro di lui hanno soltanto una matrice politica. Ekrem Imamoglu, che è stato temporaneamente sospeso da tutte le sue funzioni di amministratore, non ha mai smesso di lanciare messaggi ai suoi sostenitori e ieri la moglie Dilek Kaya, si è rivolta alla folla radunata fuori del municipio, dicendo ai dimostranti che l’ingiustizia subita dal marito ha toccato la coscienza di ogni uomo in Turchia. Attraverso i suoi avvocati il primo cittadino di Istanbul ha anche dichiarato che la gente è stanca di Erdogan, restando l’unico avversario temibile per il presidente turco, che dovrà comunque cambiare le regole costituzionali per poter concorrere alle elezioni del 2028. Nella capitale Ankara la polizia antisommossa ha usato i cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti, mentre nella città costiera occidentale di Smirne le forze di sicurezza hanno bloccato un corteo di studenti diretto verso gli uffici locali dell’Akp, il partito di Erdogan. Il leader del Chp, Ozgur Ozel, rivolgendosi ai manifestanti ammassati a Istanbul, ha detto che erano più di mezzo milione ad essere scesi in piazza. Il ministro della Giustizia ha criticato coloro che lo accusano di utilizzare la magistratura a fini politici, ma l’Unione Europea ha dichiarato che questi arresti sollevano seri interrogativi sulla tradizione democratica della Turchia che come membro del Consiglio d’Europa e candidata all’ingresso nell’Ue ha il dovere di rispettare i valori democratici. In Germania, dove vivono circa 3 milioni di turchi, 1.300 persone hanno sfilato in corteo da Breitscheidplatz ad Adenauerplatz chiedendo la liberazione di Imamoglu, mentre il ministero degli Esteri tedesco ha chiesto che le accuse vengano immediatamente chiarite e che venga rispettato lo stato di diritto. Le reazione del governo turco alle manifestazioni ha provocato anche una risposta da parte di Elon Musk che ha dichiarato di essersi opposto alle numerose richieste della autorità turche di bloccare oltre 700 account di giornalisti, politici e studenti.
Istanbul è avvolta in una atmosfera surreale da quando la polizia ha arrestato il sindaco Ekrem Imamoglu e diverse centinaia di persone fra politici, giornalisti e uomini d’affari per presunta corruzione e terrorismo. Secondo le accuse, tutti gli arrestati avrebbero tramato con il Pkk, il partito comunista curdo ritenuto un’organizzazione terroristica da Ankara.
Il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan ha vietato fino al 23 marzo ogni tipo di manifestazione, ma questo non ha fermato gli universitari che, in diverse centinaia, hanno protestato per l’arresto del primo cittadino. Davanti alla grande Università di Istanbul , la polizia, in assetto antisommossa, ha disperso gli studenti che manifestavano non soltanto per l’arresto di Imamoglu, ma anche per la revoca della sua laurea da parte dell’ateneo, una mossa che gli impedisce ogni tipo di candidatura. Le proteste si sono estese anche al commissariato di polizia dove è stato portato il politico, mentre molti altri cittadini si sono radunati davanti alla sede del Partito popolare repubblicano (Chp), la principale formazione politica di opposizione che vede nel sindaco di Istanbul il suo uomo più rappresentativo.
Ekrem Imamoglu adesso dovrà rimanere in carcere per un minimo di quattro giorni, ma rischia una condanna pesante. il portavoce del Chp, Deniz Yücel, ha tuonato parlando con La Verità: «Chiediamo a coloro che stanno cercando di prendere in ostaggio il Paese di non scappate dalle urne ma di combattere con coraggio. Chiediamo a tutta la nostra nazione: incontriamoci alle urne delle elezioni primarie del 23 marzo. Diciamo basta a questa illegalità con i nostri voti, rispondiamo alla violenza con la democrazia. Ekrem Imamogu era in testa in tutti i sondaggi per le presidenziali del 2028 e questo ha portato il governo turco a un vero colpo di stato. Erdogan sta isolando il nostro Paese. La lira è crollata ai minimi storici e tutti gli economisti sono preoccupati per quello che può accadere in Turchia: inflazione, disoccupazione, impoverimento sono. Nonostante i divieti, le principali città sono piene di manifestazioni in sostegno al sindaco di Istanbul, il nostro partito manifesterà ogni giorno fino alla sua liberazione. Voglio concludere il mio messaggio con le parole di Ekrem Imamoglu: la nostra nazione darà la risposta necessaria a tutte le cospirazioni, a tutte le bugie raccontate, a tutte le trappole tese, a coloro che violano i diritti delle persone e a coloro che rubano la volontà delle persone».
La tensione resta palpabile nella città a cavallo tra Europa ed Asia che nelle ultime elezioni si è dimostrata più vicina all’opposizione che al sultano. Tutto riporta allo strano colpo di stato del 2016, orchestrato da una parte delle forze armate, ma di cui fu ritenuto responsabile Fethullah Gulen, strenuo oppositore di Erdogan. Da quel momento il presidente turco ha stretto il cappio intorno alla democrazia nel Paese anatolico. La Turchia resta determinante in tutti i contesti internazionali, dove gioca un ruolo da primattore.
Questa retata ha scatenato molte reazioni internazionali (la Borsa di Istanbul ha chiuso ieri con 8,7%) come il documento firmato dai sindaci di Roma, Amsterdam, Parigi e Barcellona, che condannano l’arresto del collega turco, mentre il ministero degli Esteri italiano sta seguendo con grande attenzione quello che accade nel Paese. Molto forte la presa di posizione del responsabile degli Esteri del governo tedesco, che ha ammonito la Turchia: «Azioni come quelle di oggi mettono in seria discussione il suo percorso di adesione all’Unione europea». Minacce e accuse che non sembrano minimamente preoccupare Erdogan, che potrebbe uscire ancora una volta rafforzato da questa mossa di scacchi.
La sconfitta subita da Tayyp Recep Erdogan alle elezioni amministrative in Turchia rappresenta un evento epocale. Il presidente turco ha riconosciuto la vittoria dell’opposizione nelle elezioni comunali: «Oggi hanno vinto 85 milioni di turchi, il risultato deve essere un punto di svolta per il nostro partito. Non abbiamo ottenuto il risultato che ci aspettavamo, è il momento di fare analisi e agire con coraggio. Negli ultimi 22 anni ci sono state 18 elezioni e abbiamo quasi sempre vinto - questa volta non è andata così, ma in futuro tutto può succedere». Le principali metropoli turche - Istanbul, Ankara, Smirne - sono rimaste saldamente nelle mani dell’opposizione laica moderata rappresentata dal Partito popolare repubblicano (Cumhuriyet halk partisi- Chp), che le aveva in gran parte conquistate nel 2019. Nonostante Erdogan abbia investito tutto se stesso nel tentativo di riconquistarle anche grazie allo spazio illimitato che ha disposizione sui media, ha rimediato una sonora sconfitta che pone interrogativi sul suo futuro politico.
Inoltre, il Chp si è affermato come la principale forza politica, dato che, rispetto a cinque anni fa, ha ottenuto la vittoria nella maggior parte dei distretti della metropoli sul Bosforo, riconquistando anche la centralissima Beyoglu dopo 30 anni. La situazione è ancora peggiore per il presidente ad Ankara, dove il sindaco uscente Mansur Yavas (Chp) non solo replica il successo del 2019, ma lo supera con un distacco di circa 26 punti dal rivale. A Smirne, la vittoria del Chp non sorprende, dato che il partito domina la terza città del Paese da decenni, così come accade in altri centri importanti come Adana e Mersin. Ciò che sorprende, invece, è la svolta in città come Bursa, un altro grande centro industriale considerato finora un bastione dell’Akp di Erdogan. Il presidente conserva il controllo dei principali centri sulla costa del Mar Nero e di gran parte dell’Anatolia centrale, ma anche qui si osservano cambiamenti significativi, con l’avanzata di partiti ultranazionalisti e religiosi.
Il risultato delle elezioni amministrative in Turchia rappresenta un brusco segnale di stop per il presidente, che da quasi vent’anni esercita un controllo totale sul Paese, reprimendo il dissenso senza alcuna esitazione, e lo ha trasformato in una dittatura islamista fortemente influenzata dalla Fratellanza musulmana. In generale, emergono segnali di inquietudine e distacco da parte di fasce sociali che fino ad oggi hanno sempre sostenuto Erdogan: il presidente ha sempre contato sull’appoggio dell’elettorato tradizionalista e dei ceti più svantaggiati, a lungo emarginati dalla vita politica ed economica, ma che ora sembrano mostrare chiari segni di sfiducia nel presidente turco che è impegnato da tempo nel diventare una sorta di rappresentante globale dei dei diritti dei musulmani.
A Istanbul, la città che da sola ospita un quinto della popolazione turca, emerge trionfante l’uomo che ambisce a sfidare Erdogan alle prossime presidenziali del 2028: Ekrem Imamoglu, 54 anni, un politico noto per il suo approccio pragmatico anche se come vedremo su Israele non è molto diverso da Erdogan. Imamoglu è da tempo una figura di spicco dell’opposizione, tanto che il presidente ha tentato di ostacolarlo con una serie indagini giudiziarie del tutto pretestuose e basate su presunti reati di opinione. Nel 2019, Imamoglu è stato condannato a due anni e mezzo di reclusione per un presunto insulto ad alcuni funzionari elettorali, sebbene la sentenza sia ancora in attesa di appello. Inoltre, è attualmente coinvolto in un procedimento giudiziario riguardante presunte irregolarità in alcune gare d’appalto, accuse che molti ritengono motivate politicamente, considerando la mancanza di indipendenza del sistema giudiziario nel paese.
Come detto, Ekrem Imamoglu e Recep Tayyip Erdogan sono molto diversi; tuttavia, sulla questione israelo-palestinese condividono la medesima posizione di fondo. Ad esempio, lo scorso 5 marzo il sindaco di Istanbul si è presentato ad un comizio avvolto nella bandiera palestinese in compagnia di Yusuf Barakat, uno studente palestinese che vive in Turchia. Barakat, che è un esponente di «Bds Turchia» (Movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni) che intende a porre fine a tutti agli accordi con Israele, ha preso la parola: «Esorto tutti i comuni della Turchia a non utilizzare prodotti provenienti da Israele. Il boicottaggio è fondamentale. Nonostante la guerra vergognosa e sproporzionata in corso, esistono ancora accordi di amicizia tra i comuni. Chiedo anche la cancellazione di questi accordi».
Non la pensa diversamente il resto del Chp come visto l’8 ottobre 2023 (il giorno dopo le stragi nel Sud di Israele), con la dichiarazione del leader Kemal Kilicdaroglu, che ha affermato di essere dalla parte dei palestinesi: «La Palestina è un Paese che cerca diritti da molto tempo. Siamo sempre con il popolo palestinese. Non vogliamo mai una guerra. Anche le organizzazioni internazionali devono intervenire nel rispetto degli standard democratici per garantire la pace e garantire i diritti del popolo palestinese». Sugli altri temi, vedi il rapporto con la Nato e il supporto all’Ucraina, il Chp fino ad oggi ha cercato restare equidistante se non ambiguo, mentre lo stesso Kemal Kilicdaroglu si è più volte espresso a favore dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea. Viste le premesse e il fatto che il 2028 è lontano i festeggiamenti per la sconfitta di Recep Tayyip Erdogan sono a dir poco prematuri.





