Teatrino fra Conte e Bonomi. L’economia precipita del 49% ma Confindustria chiede un mini rimborso delle accise
La prima vetrina pubblica del neo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ieri è coincisa con il confronto sul campo degli Stati generali organizzati dal premier Giuseppe Conte. Un appuntamento amplificato dalla raffica di interviste bellicose rilasciate da Bonomi negli ultimi giorni. Il messaggio? Con lui al timone, gli industriali non faranno sconti a quella politica che, parole sue «rischia di fare più danni del Covid». Il Bonomi di lotta che, come molti dei suoi predecessori in viale dell'Astronomia, vorrebbe un governo tecnico e di competenti (meglio se selezionati dai salottini confindustriali) ha fatto la cronaca sui social del duello di villa Pamphili con l'hashtag #ServireItalia in contrapposizione al #progettiamoilrilancio governativo.
L'ispirazione kennediana («Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te ma cosa puoi fare tu per il Paese») ieri ha però subito lasciato il posto alle rivendicazioni. Non appena si è seduto al tavolo Bonomi ha infatti chiesto al governo la restituzione immediata di 3,4 miliardi di euro di accise sull'energia «impropriamente pagate dalle imprese e trattenute dallo Stato nonostante la sentenza della Corte di cassazione che ne impone la restituzione». La richiesta di Confindustria si riferisce all'addizionale provinciale sull'energia elettrica, abrogata nel 2012, e rispetto alla quale una recente sentenza della Cassazione ha appunto sancito che le aziende che l'hanno versata hanno diritto alla restituzione delle somme. In ballo c'è quindi quanto versato prima della decorrenza della prescrizione decennale, dieci anni, vale a dire gli importi pagati nel 2010 e nel 2011.
Il succo delle altre richieste messe sul tavolo degli Stato generali durante il confronto a porte chiuse è stato riassunto dallo stesso Bonomi su Twitter: «L'impegno contro una nuova dolorosa recessione può avere successo solo se non nascondiamo colpe ed errori commessi da tutti negli ultimi 25 anni». Quindi «ora si onorino i contratti debiti verso le imprese». Altro punto di scontro è «la cassa integrazione» che «è stata anticipata in vasta misura dalle imprese e così sarà per ulteriori quattro settimane», e ci sono stati «gravi ritardi anche per le procedure annunciate a sostegno della liquidità», ha scritto il presidente degli industriali. Aggiungendo che «Confindustria non crede in uno Stato cattivo contrapposto al privato buono. Ciò che chiediamo è una democrazia moderna con istituzioni efficienti e funzionanti, cioè con una Pa buona». Sul fisco, «non possiamo operare restando in attesa per oltre 60 mesi in media della regolazione da parte dello Stato dei crediti Iva alle imprese, quando nei Paesi concorrenti europei avviene in meno di sei mesi». Cosa ha risposto Conte? «Possiamo avere diversità di opinioni, ci mancherebbe che intorno a un tavolo del genere con tante sensibilità dovessimo pensarla tutti allo stesso modo, ma qui non c'è nessuna remora culturale, nessun pregiudizio ideologico», ha detto il premier nel suo intervento di ieri.
Il Paese attende però di capire a cosa porterà il confronto di ieri affinché quelli di Bonomi non restino solo degli slogan. Se tra Conte e Confindustria (che tra i suoi contribuenti di peso ha ancora partecipate pubbliche) finirà a tarallucci e vino, il prezzo del teatrino di villa Pamphili lo pagheranno proprio le imprese. Servono meno hashtag e più fatti. Perché gli ultimi dati diffusi ieri dall'Istat su fatturato e ordini dell'industria relativi al mese di aprile sono drammatici: il calo tendenziale (ovvero rispetto all'aprile di un anno fa) è rispettivamente del 46,9% e del 49%. Molto marcato anche il calo congiunturale, che per il fatturato è del 29,4% e per gli ordinativi del 32,2%. Si tratta, scrive l'istituto, dei «peggiori risultati per entrambe le serie storiche (disponibili da gennaio 2000), in termini sia congiunturali sia tendenziali». A salvarsi, su base annua, è il solo settore farmaceutico seguito dal comparto alimentare. In tutti gli altri casi si registrano diminuzioni superiori al 25%.
La crisi morde anche l'informazione di Confindustria. La prima vetrina pubblica di Bonomi è stata oscurata ieri dall'eclissi del Sole. Sito non aggiornato e stamattina il quotidiano Sole 24 Ore assente dalle edicole. I giornalisti hanno fatto sciopero contro la decisione dell'azienda di tagliare la busta paga del 25% nel secondo semestre 2020. Alla base del ricorso agli ammortizzatori sociali da parte del gruppo editoriale c'è il calo della produzione per il lockdown e la crisi economica, ma le redazioni contestano la motivazione del ricorso alla cassa integrazione visti i risultati ottenuti a marzo dal sito e con le vendite in edicola.
Nel frattempo, come ha scritto La Verità lo scorso 21 maggio, anche il Sole ha bussato alla porta delle big del credito per avere un prestito garantito dallo Stato. Aggiungendosi, così, alla già lunga lista di società pronte ad approfittare dei finanziamenti bancari assistiti dal paracadute pubblico previsto dal decreto Liquidità.
Il premier dà buca pure agli industriali e tace sulle tasse: così il dl slitta ancora
- Giuseppe Conte lascia Roberto Gualtieri a trattare con Confindustria la proposta di tagliare l'orario a parità di salario. Nulla sul rinvio fiscale.
- Andrea Mascolini (Oice): «La Pa non rilascia i visti sui progetti». Rischio stop per mesi.
Lo speciale contiene due articoli
Continuano a chiamarlo «aprile», anche se a questo punto il nuovo decreto-legge arriverà a maggio inoltrato. Infatti, a meno di sorprese, sembra difficile che la convocazione del Consiglio dei ministri decisivo avvenga oggi o domani.
Senza fare una piega, Giuseppe Conte, intervistato dal Fatto, ha tentato di scaricare la colpa di questo ulteriore ritardo sull'Europa: «La commissaria europea Margrethe Vestager sta aggiornando in questi giorni il Temporary framework, cioè lo strumento con cui si introduce un regime di deroga per gli aiuti alle imprese colpite dall'emergenza. Quindi tutte le misure di sostegno dovranno attenersi al nuovo quadro. Ne abbiamo delle anticipazioni, ma fino alla versione definitiva non possiamo essere sicuri di essere conformi». Per il resto, è caos su tutto: sul reddito di emergenza (di cui i grillini preparano una specie di stabilizzazione, con due mesi di durata, avendo in mente un'inevitabile proroga, visto il prevedibile andamento della crisi) e sui contratti collettivi, con la proposta del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di meno ore con lo stesso stipendio (e ovviamente non si vede come questo possa contribuire a un recupero di produttività). Quanto a quest'ultimo punto, l'obiettivo di tagliare l'orario (a parità di salario) portandolo sotto le 40 ore, convertendone una parte in formazione, vede il prevedibilissimo ok dei sindacati, ma l'altrettanto scontato (e motivato) no di Confindustria e Ance.
A proposito di parti sociali, ieri il governo ha avuto uno scambio per un verso con il settore agricolo (Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri, Federdistribuzione), per altro verso – presente anche Conte in collegamento - con Rete Imprese Italia (Confesercenti, Confartigianato, Confcommercio, Cna, Casartigiani), e ancora con altri rappresentanti del mondo imprenditoriale e produttivo (Confindustria, Confapi, Confimi, Confprofessioni, Ance).
In particolare a questo terzo incontro online, ieri mattina, Giuseppe Conte non si è presentato (pare avesse una serie di telefonate: questa la assai poco convincente motivazione), delegando i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli, oltre alla Catalfo. Non c'era nemmeno il non ancora insediato presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che ha inviato il dg Marcella Panucci, portatrice di una vera e propria controagenda: no a sussidi e nuovi redditi di cittadinanza, sì a sospensioni di tasse, sì al taglio di altre imposte come l'Irap. Sul piano non strettamente economico, gli imprenditori hanno anche insistito sull'esigenza di evitare responsabilità civili e penali a carico delle aziende (pressoché automatiche se il Coronavirus è considerato alla stregua di un infortunio sul lavoro).
Incredibilmente, su tutto, il governo non ha dato alcuna risposta: i ministri si sono limitati ad ascoltare e a precisare che le richieste saranno analizzate con attenzione. Mancava solo dicessero che le proposte delle imprese saranno bocciate con disattenzione.
Restando sulle imprese, è ancora buio sugli aiuti a artigiani, commercianti e microimprese (fino a 5 milioni di fatturato). Si parla di 7 miliardi di ristoro, che dovrebbero coprire affitti, bollette e una quota del fatturato venuto meno. Quest'ultima parte sarebbe a fondo perduto, ma questo pone nuovamente il tema delle risorse e della platea, con il rischio di ripetere lo svarione realizzato in altro ambito con la Cig. Intanto, però, a fonte di questa promessa (per maggio), per ciò che riguarda aprile il governo sembra pronto a rimangiarsi la promessa di far salire il minibonus da 600 a 1.000 euro: resterà a 600 o al massimo salirà a 800.
Quanto all'intervento diretto sulle imprese maggiori, intervistato dal Sole 24 Ore, l'ex ministro Giulio Tremonti ha avuto buon gioco a mettere a confronto, ben al di là della sentenza della Corte di Karlsruhe, la Germania («ha ottenuto il permesso per fabbricarsi, anche via Kfw, più di un trilione di aiuti di stato made in Germany») e l'Italia, con la stravagante ondata di neostatalizzazione su cui il governo sta ragionando («idee tardosovietiche, ovvero, alla tedesca, si pensa di far entrare nel cda il rappresentante della Stasi», ha chiosato Tremonti).
In altro ambito, l'unica buona notizia, ma tutta da verificare, riguarda un'ipotesi di detrazione al 110% per ecobonus e sismabonus, incentivando la messa in sicurezza antisismica degli edifici e la loro riqualificazone energetica. Ci sta lavorando il sottosegretario Riccardo Fraccaro: si tratterebbe di un credito d'imposta del 110% per le imprese che faranno i lavori, che andranno svolti tra luglio 2020 e dicembre 2021.
Gran silenzio invece sulla parte fiscale: nessuna anticipazione credibile e definita su eventuali misure destinate a essere inserite nel decreto. Il governo sembra sottovalutare la grandinata fiscale in arrivo a giugno, che si compone di tre scariche: le scadenze ordinariamente previste per giugno, quelle di marzo rinviate sempre a giugno, più (a meno di uno stop da inserire nel decreto) gli 8,5 milioni di cartelle e avvisi pronti a essere «sparati» dall'Agenzia delle entrate. Non esattamente un incentivo a riaprire per commercianti, artigiani, autonomi e partite Iva: per molti, semmai, rischia di essere la proverbiale goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Senza dire che ieri a Napoli un imprenditore cinquantasettenne, oppresso dalla crisi, si è tolto la vita nel suo capannone.
Altro che ripartenza dei cantieri. Le norme del Cura Italia li ingolfano
Il 4 maggio il settore dell'edilizia avrebbe dovuto tornare a respirare. Invece il rischio è quello di un nuovo blocco a livello nazionale.
Il problema è semplice, quanto fondamentale: molti Comuni, facendo affidamento sull'articolo 103 del decreto Cura Italia, hanno rinviato fino al 16 maggio - come previsto dalla norma – qualunque decisione sulle gare di progettazione dei cantieri, il primo passo verso la realizzazione di opere di edilizia.
Così facendo e senza nuovi progetti in fase di approvazione il rischio è che – conclusi i cantieri già in essere – non ve ne possano essere di nuovi portando tutto il sistema verso la paralisi.
In pratica, senza un chiarimento rivolto alle amministrazioni, il rischio serio è il blocco totale del sistema per altri mesi come denunciato dall'Oice, l'associazione delle società di ingegneria, che ha fatto un monitoraggio a campione di situazioni sul territorio nazionale. A Roma, ad esempio, è tutto bloccato, addirittura il rilascio di permessi di costruire è fermo da febbraio.
Del resto, il problema si vede chiaramente dando uno sguardo ai dati contenuti nell'ultimo Osservatorio Oice/Informatel sulle gare di progettazione.
Come spiega l'analisi, «particolarmente indicativo è il dato delle gare di progettazione rettificate (rinviate/sospese) per gli effetti dei dpcm pubblicati per contrastare la pandemia di Covid-19 e in relazione all'applicazione dell'articolo 103 del decreto Cura Italia, e che hanno avuto effetti retrogradi da dicembre 2019 fino ad aprile 2020: sono state 145», si legge. «Sono stati 80 gli avvisi di rettifica per 71 milioni di importo, pubblicati ad aprile (relativamente a 5 gare pubblicate ad aprile, 33 a marzo, 32 a febbraio, 10 a gennaio), e 65 nel mese di marzo (per 20 gare pubblicate a marzo, 39 a febbraio, 4 a gennaio e 2 a dicembre 2019)».
«Noi rappresentiamo la prima parte della filiera», spiega alla Verità Andrea Mascolini, direttore generale Oice. «Se non c'è la buona volontà da parte dei Comuni e le gare di progettazione non vengono portate avanti, il rischio è che tutto si blocchi. Per ora i cantieri stanno andando avanti, ma quando i lavori saranno conclusi, il rischio concreto è che non ci saranno nuovi cantieri e ci sarà una paralisi che potrebbe durare mesi», spiega l'esperto.
Sul tema, prima che scoppiasse il bubbone, era intervenuta ache l'Anac, l'Autorità anticorruzione, che aveva inviato una segnalazione al governo e al Parlamento affinché fossero prese misure specifiche per lo svolgimento delle procedure di gara, l'affidamento di appalti pubblici e la loro esecuzione in vista della ripartenza.
Come aveva sottolineato l'Autorità prima del 4 maggio, la proroga dei termini amministrativi decisa con il decreto Cura Italia e poi ampliata con il dl Liquidità «rischia di bloccare gli appalti con l'avvio della cosiddetta fase 2, ossia con la ripresa delle attività produttive ora bloccate». «La recente proroga del periodo di sospensione dei termini dal 15 aprile al 15 maggio», evidenziava l'Anac, «potrebbe comportare una sospensione generalizzata delle procedure di gara, comprese quelle d'urgenza. Per scongiurare una simile eventualità, l'Authority ha già fornito le prime indicazioni attraverso un'apposita delibera (numero 312 del 2020), con l'intento di garantire comportamenti omogenei ed uniformi nello svolgimento delle procedure di gara e nella relativa fase di esecuzione».
Il problema, dunque, era già noto prima dell'avvio della fase 2 e l'Anac aveva invitato l'esecutivo a porre rimedio a questa situazione per evitare di arrivare alla paralisi in cui ora il mondo dell'edilizia rischia di trovarsi.





