Novità per i cittadini. Da questo mese stop al telemarketing da numero mobile, mentre il 30 novembre potrebbe arrivare lo stop a molti autovelox non conformi alle normative.
Al Campus Einaudi di Torino, il convegno dell'Oice ha riunito esperti e istituzioni per discutere l'impatto dell'Intelligenza Artificiale su consumatori e aziende.
Lo scetticismo che attornia generalmente le innovazioni tecnologiche. Le chatbot che iniziano a cannibalizzare le interazioni sui social network e sui motori di ricerca. L'impatto che l'Intelligenza artificiale esercita sulle scelte dei consumatori e delle piccole e medie imprese.
Questi sono stati alcuni dei temi affrontati nel corso di «Come l'Intelligenza Artificiale sta sostituendo i motori di ricerca», il convegno che l'Osservatorio Italiano per il Commercio Elettronico (Oice), associazione di categoria aderente a Confindustria, ha organizzato ieri pomeriggio a Torino, presso il Campus Luigi Einaudi. Imprese ed esperti hanno anche presentato la nuova ricerca realizzata con il supporto di Gbs Group, in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, e patrocinata dalle istituzioni locali.
Ad aprire l'incontro sono stati proprio i saluti istituzionali del vicesindaco di Torino, Michela Favaro, dell'assessore regionale al Bilancio, Andrea Tronzano, e del vicesindaco della Città metropolitana, Jacopo Suppo.
Una forte maggioranza, pari al 62,2%, mostra una propensione agli acquisti sia online sia offline in contrapposizione a due più risicate quote del 16,2% e del 21,6% che prediligono, rispettivamente, i negozi fisici e l'e-commerce. Con tutta probabilità, è questo il dato più rilevante emerso dai questionari sottoposti a 802 individui rappresentativi della popolazione italiana.
Questa maggioranza segnala, innanzitutto, una transizione tecnologica, frenata solo in parte da barriere economiche, scarsa consapevolezza e l'arroccamento a strumenti tradizionali come Word ed Excel.
In tal senso, secondo gli autori della ricerca, spicca una vera e propria asimmetria tra, da una parte, la capacità dei consumatori di adattarsi alle innovazioni tecnologiche, e, dall'altra, il ritardo delle piccole e medie imprese nel recepire le novità.
I numeri confortano questo scenario. Infatti, il 35% degli intervistati afferma di effettuare sempre più acquisti online rispetto al passato. Su questa tendenza incidono le aree del Sud e delle Isole e, più nello specifico, i residenti in città di medie dimensioni (il 39,8%), in piccoli centri (il 22,5%) e perfino le fasce più anziane della popolazione. L'innovazione riesce, dunque, a penetrare nei cuori più insospettabili e non solo tra i più giovani e le metropoli.
Anche la stessa Intelligenza artificiale mostra ampi margini di diffusione raccogliendo già l'80% di valutazioni positive, il 42,2% delle promesse intorno a un suo futuro maggiore utilizzo e un 25,3% di pareri incerti.
In una più ampia prospettiva, Roberto Leombruni, docente di statistica dell'Università di Torino, ha dimostrato l'eccezionalità di ChatGPT nel raggiungere il 40% degli americani dopo soli due mesi dal suo lancio. Infatti, PC e Internet hanno impiegato, rispettivamente, tre e due anni per raggiungere la metà delle persone. D'altra parte, il docente ha sottolineato la complessità nell'interpretare le innovazioni in corso ricordando che perfino Nokia sottovalutò il mercato degli smartphone.
Nessuna voce del convegno, però, ha mai intravisto il consumatore indirizzato verso uno strumento a senso unico, sottratto a quella dimensione pluralistica dei social network e dei motori di ricerca. E, in tal senso, sarebbe valsa la pena chiedersi «chi dirige le trasformazioni in atto?» e tenere a mente che mai si è assistito a un'innovazione tecnologica realmente «neutra».
Questi sono stati alcuni dei temi affrontati nel corso di «Come l'Intelligenza Artificiale sta sostituendo i motori di ricerca», il convegno che l'Osservatorio Italiano per il Commercio Elettronico (Oice), associazione di categoria aderente a Confindustria, ha organizzato ieri pomeriggio a Torino, presso il Campus Luigi Einaudi. Imprese ed esperti hanno anche presentato la nuova ricerca realizzata con il supporto di Gbs Group, in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, e patrocinata dalle istituzioni locali.
Ad aprire l'incontro sono stati proprio i saluti istituzionali del vicesindaco di Torino, Michela Favaro, dell'assessore regionale al Bilancio, Andrea Tronzano, e del vicesindaco della Città metropolitana, Jacopo Suppo.
Una forte maggioranza, pari al 62,2%, mostra una propensione agli acquisti sia online sia offline in contrapposizione a due più risicate quote del 16,2% e del 21,6% che prediligono, rispettivamente, i negozi fisici e l'e-commerce. Con tutta probabilità, è questo il dato più rilevante emerso dai questionari sottoposti a 802 individui rappresentativi della popolazione italiana.
Questa maggioranza segnala, innanzitutto, una transizione tecnologica, frenata solo in parte da barriere economiche, scarsa consapevolezza e l'arroccamento a strumenti tradizionali come Word ed Excel.
In tal senso, secondo gli autori della ricerca, spicca una vera e propria asimmetria tra, da una parte, la capacità dei consumatori di adattarsi alle innovazioni tecnologiche, e, dall'altra, il ritardo delle piccole e medie imprese nel recepire le novità.
I numeri confortano questo scenario. Infatti, il 35% degli intervistati afferma di effettuare sempre più acquisti online rispetto al passato. Su questa tendenza incidono le aree del Sud e delle Isole e, più nello specifico, i residenti in città di medie dimensioni (il 39,8%), in piccoli centri (il 22,5%) e perfino le fasce più anziane della popolazione. L'innovazione riesce, dunque, a penetrare nei cuori più insospettabili e non solo tra i più giovani e le metropoli.
Anche la stessa Intelligenza artificiale mostra ampi margini di diffusione raccogliendo già l'80% di valutazioni positive, il 42,2% delle promesse intorno a un suo futuro maggiore utilizzo e un 25,3% di pareri incerti.
In una più ampia prospettiva, Roberto Leombruni, docente di statistica dell'Università di Torino, ha dimostrato l'eccezionalità di ChatGPT nel raggiungere il 40% degli americani dopo soli due mesi dal suo lancio. Infatti, PC e Internet hanno impiegato, rispettivamente, tre e due anni per raggiungere la metà delle persone. D'altra parte, il docente ha sottolineato la complessità nell'interpretare le innovazioni in corso ricordando che perfino Nokia sottovalutò il mercato degli smartphone.
Nessuna voce del convegno, però, ha mai intravisto il consumatore indirizzato verso uno strumento a senso unico, sottratto a quella dimensione pluralistica dei social network e dei motori di ricerca. E, in tal senso, sarebbe valsa la pena chiedersi «chi dirige le trasformazioni in atto?» e tenere a mente che mai si è assistito a un'innovazione tecnologica realmente «neutra».
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Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (Getty Images)
Il primo pasto del mattino sta diventando un vero lusso. Le quotazioni di caffè, tè e cacao, sono ai massimi storici. In crescita anche il succo d’arancia. Solo lo zucchero, dopo l’impennata invernale, torna giù.
Colazione non più al bar ma direttamente da Tiffany. E senza nemmeno la compagnia dell’affascinante Audrey Hepburn. Il momento di relax al banco sta diventando un vero lusso. Per non parlare ovviamente del servizio al tavolo. Si trasformerà in un evento sontuooa. A provocare tanta ansia è l’impennata dei prezzi di caffè, tè e cacao, le tre bevande più consumate al mondo dopo l’acqua. E se vogliamo, per i palati più raffinati aggiungiamo l’aumento del succo d’arancia protagonista silenzioso di un’altra pellicola di grande successo. Una poltrona per due il cui passaggio televisivo annuncia immancabilmente l’arrivo del Natale. Nell’ultimo anno le quotazioni sono salite del 58% con un impennata da far invidia a quella che consente a Billy Ray, Louis Winthorpe III e Ophelia mandare sul lastrico gli avarissimi fratelli Duke.
Ma l’aumento del prezzo del succo d’arancia è niente a confronto di quello del cacao, compagno inseparabile del cappuccino del mattino o della merenda del pomeriggio. Per non parlare ovviamente delle sue immense declinazioni sotto forma di cioccolato. In un anno la quotazione è più che raddoppiata con una crescita del 128%. Ha frantumato tutto i record con scambi che superano largamente la barriera di 7.700 dollari per tonnellata. Già a Pasqua aveva oltrepassato la barriera di 6.000 dollari facendo aumentare i prezzi delle uova del 25%% e in molti casi anche del 40%. C’era stata qualche protesta perché veniva impoverita la gioie dei bambini. Poi era finita lì. In realtà la corsa del cioccolato non si è fermata.
E che dire del caffè, fonte inesauribile del nostro conforto: da quello del mattino per riprendere con più rilassatezza contatto con il mondo a sigillo che chiude i pasti. I contratti con scadenza settembre registrano nuovi massimi a 247 centesimi di dollaro per libbra infrangendo il record che reggeva da 10 anni.
E il tè? Fra un po’ diventerà prezioso come ai tempi in cui veniva etichettata con l’esotica definizione di spezia. Il prezzo ha raggiunto quota 225 rupie indiane al chilo (circa 2,5 euro). «La situazione in India ricorda l’esperienza dello Sri Lanka nel 2021», scrive il Financial Times. «La produzione agricola è crollata dopo i divieti sull’uso di fertilizzanti chimici e pesticidi. Le esportazioni di tè, la più grande coltura commerciale del Paese, sono diminuite del 19% a un minimo di 20 anni e i prezzi globali sono aumentati di conseguenza.
In India, le inondazioni e le ondate di calore nella sono considerate la causa del deficit di quest’anno. Si stima che la produzione sia stata inferiore del 30% anno su anno. Anche il divieto di pesticidi sta contribuendo alla diminuzione dei raccolti».
In realtà numerosi fattori al di fuori del controllo dei contadini stanno complicando la produzione. Il tè viene coltivato in oltre 60 paesi, principalmente nei continenti asiatico e africano. La Cina è il maggiore produttore, fornendo il 47% del tè mondiale nel 2022, seguita da India, Kenya e Sri Lanka. Gli attacchi degli Huthi yemeniti nel Mar Rosso hanno interrotto le tradizionali catene di approvvigionamento, costringendo le navi a reindirizzarsi attorno alla punta meridionale dell’Africa. Dato che tra l’11% e il 15% del volume del commercio marittimo globale passa attraverso il Mar Rosso, il cambio di rotta ha causato problemi e rincari.
Anche la guerra tra Russia e Ucraina ha creato ulteriori ostacoli. La carenza di fertilizzanti sta causando gravi problemi ai coltivatori. La Russia è uno dei maggiori produttori ed esportatori di fertilizzanti a livello globale, rappresentando il 14% del commercio di urea e l’11% del commercio di fosfato nel 2020. Se combinato con la Bielorussia, secondo l’International Food Policy Research Institute (Ifpri), rappresentava anche il 41% del commercio globale di cloruro di potassio. I prezzi dei fertilizzanti hanno subito una significativa impennata quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Sebbene le sanzioni non li abbia preso di mira specificatamente, hanno comunque complicato il trattamento del commercio russo, causando il blocco di 400.000 tonnellate di fertilizzanti nei porti dell’Ue per diversi mesi prima di essere infine rilasciate ai paesi africani. La catena di fornitura si trova ad affrontare gli stessi rischi del rendendola vulnerabile all’aumento dei prezzi.
A causare problemi anche il clima che cambia. L’impatto della recente ondata di caldo in tutta l’Asia, con temperature di 40 gradi, ha portato siccità in diverse per coltivazioni che richiedono temperature fresche, abbondante esposizione al sole e pioggia sufficiente. A emettere la sentenza è il Financial Times che considera lo scadimento della produzione del te una tragedia nazionale. «Le bustine di tè insipide sono fonte di angoscia sia per i coltivatori che per gli esperti del settore.
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Scendono i prezzi dell’elettricità, valori all’ingrosso vicini allo zero. Ma sui cittadini ricadono ancora gli aiuti per l’energia verde.
Prezzi dell’energia elettrica a zero? Più un abbaglio che una realtà. Domenica 24 marzo il prezzo dell’energia elettrica sul mercato del giorno prima (Pun, prezzo unico nazionale) è stato pari a 0,62 euro al megawattora, per un’ora, dalle 13 alle 14. Non è la prima volta che si registra un prezzo a zero sulla cosiddetta borsa elettrica e un prezzo così basso sembra una buona notizia, ma forse l’occasione è buona per ribadire qualche concetto che sfugge a molti.
Con l’aumento degli impianti fotovoltaici, che producono solo di giorno con punta massima nelle ore centrali, saranno sempre più frequenti i momenti in cui si verificherà un prezzo pari a zero. Il problema però è che con un prezzo a zero nessun produttore ha interesse a produrre energia elettrica.
Detto in altri termini, i privati costruiscono impianti se questi hanno una redditività. Se le condizioni del mercato, con un’offerta di energia che supera la domanda, spingono i prezzi strutturalmente verso lo zero, è chiaro che nessun impianto sarà costruito o produrrà energia, perché avrebbe solo costi. Un impianto fotovoltaico o eolico non sostiene costi per il combustibile, è vero, ma deve pur avere dei ricavi per poter ripagare l’investimento negli anni.
Ecco dunque a cosa servono gli incentivi. Gli incentivi, in vigore per i nuovi impianti eolici e fotovoltaici, prevedono che per ogni kilowattora il produttore incassi una tariffa tra i 60 e gli 80 euro/Mwh, a prescindere da quale è il Pun che si determina giornalmente. La differenza con il Pun viene corrisposta come incentivo e consente ai produttori di stabilizzare i ricavi, qualunque sia la condizione di mercato. Questo incentivo viene ripagato dai consumatori di energia elettrica, cioè da famiglie e imprese. Si tratta dell’onere di sistema chiamato Asos, che viene riversato su tutte le bollette, aggiornato periodicamente dall’Autorità di settore, l’Arera. Per questo primo trimestre dell’anno esso vale 25,3 euro/Mwh.
Dunque, i consumatori vedono un prezzo Pun basso, ma nel complesso qualcuno deve comunque ripagare la differenza tra il Pun e la tariffa incentivante (o meglio, tra il prezzo zonale e la tariffa, ma semplifichiamo). Del resto, non può che essere così, se si vuole forzatamente sostituire il parco impianti attuali con le fonti rinnovabili.
Come i migliori liberali ci insegnano, non esistono pasti gratis. Se non ci fossero incentivi, gli impianti non offrirebbero certo la propria energia in borsa a prezzo zero, sicuri che comunque incasseranno tutto l’incentivo. Di fatto, dunque, si tratta di una enorme partita di giro, che ha delle conseguenze.
La prima, immediata e visibile dal grafico, è che nelle ore in cui il fotovoltaico non produce, gli impianti con fonti diverse si prendono una rivincita per recuperare il denaro perso nelle ore in cui non hanno prodotto o hanno prodotto incassando zero: in una domenica di scarsa domanda, un prezzo di quasi 100 euro/Mwh alle ore 20 non è certo basso.
La seconda è che gli incentivi, che pure dovranno rimanere molto a lungo per consentire la transizione energetica, al contempo rappresentano una distorsione del mercato. Quel mercato di cui tutti parlano ma che nessuno in realtà sembra volere.
Vi sono due nuovi decreti di incentivo alle fonti rinnovabili che incombono. Il primo è il decreto Fer 2 (Fer sta per «Fonti di energia rinnovabile»), non ancora pubblicato, che riguarda l’incentivazione agli impianti da fonti rinnovabili innovative (eolici offshore, fotovoltaici galleggianti e altri). Per gli impianti eolici offshore è previsto un volume di 3.800 Mw con contratti per differenza che garantiscono al produttore 185 euro/Mwh per 25 anni. Quindi, anche se il Pun fosse sempre zero, quegli impianti riceveranno 185 euro/Mwh, pagati dagli oneri di sistema inseriti in bolletta.
L’altro è il decreto Fer X, che disegnerà il nuovo quadro di incentivi, esauriti quelli in vigore oggi. Le bozze del decreto, ancora in attesa dell’ok della Commissione europea sugli aiuti di Stato, indicano in 45.000 Mw la potenza fotovoltaica incentivabile tra il 2024 e il 2028, 16.500 Mw di eolico e circa 600 Mw di idroelettrico. Le tariffe base, cioè i valori iniziali delle aste al ribasso, saranno rispettivamente di 85, 80 e 110 euro al megawattora per 20 anni. Valori più bassi dell’eolico offshore, ma certo molto lontani da zero.
L’idea che le fonti rinnovabili abbiano costo zero perché «sole e vento sono gratis» porta alla falsa convinzione che le bollette possano scendere come d’incanto. Non è così, perché fare una centrale elettrica costa e nessuno investe senza un ritorno finanziario. Da qualche parte qualcuno paga.
La pressione sulle fonti rinnovabili resta alta, nonostante i recenti disastri di casi come Orsted e Siemens gamesa. Un’urgenza alimentata anche da narrazioni ansiogene come quella comparsa ieri sulla prima pagina del Sole 24 ore, che considera un periodo di 14 anni come un «trend» capace di allarmare sul cambiamento climatico. Cavalcare strumentalmente dati scelti non appare però un buon servizio, soprattutto per chi opera in buona fede.
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Trattativa in salita: con la scusa del Pnrr l’Europa soffoca ogni discussione politica. Consumatori a Pichetto: incontro urgente.
L’eliminazione del mercato tutelato dell’energia è un «obiettivo che rientrava nella terza rata di pagamento del Pnrr dell’Italia, che la Commissione ha già approvato ed erogato». Così Bruxelles chiude la questione su una proroga del mercato tutelato soffocando quindi, con la scusa dei fondi del Recovery, qualsiasi possibile discussione politica con il governo italiano su un tema molto delicato per le famiglie come quello energetico. Una mancata proroga che, al momento, ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli operatori energetici che si stavano preparando ad entrare in guerra con il governo, nel caso in cui si fosse spostata da aprile a qualche mese più avanti l’entrata in vigore del mercato libero dell’energia. La situazione non è però ancora del tutto stabile dal punto di vista regolatorio, visto che aleggia anche l’ipotesi di mantenere come data fissa l’11 dicembre per far partire le aste e spostare successivamente più avanti, di qualche mese (oltre aprile) l’entrata in vigore del mercato libero, con la scusa di dover mettere in atto la comunicazione prevista. Instabilità che non piace ai venditori di energia. Leonardo Santi, presidente di Aiget, associazione italiana di grossisti di energia e trader che rappresenta più di 50 operatori del mercato libero dell’energia, spiega infatti come «qualsiasi proroga è da evitare sia per la nostra programmazione strategica che per i clienti», che rischiano di doversi confrontare con offerte energetiche che devono scontare l’incertezza normativa. «Questo continuo dibattito genera rischi aggiuntivi. In generale quanti più rischi si aggiungono tanto più le aziende ne devono tenere conto e incorporare», spiega Santi. Questo significa che qualche società energetica potrebbe arrivare l’11 dicembre a presentare la propria offerta maggiorata, dato che ha inserito al suo interno anche la variabile «proroga». L’appello delle società energetiche al governo è quello di arrivare alle aste con un quadro regolatorio il più definito possibile: «Le regole devono essere chiare», ribadisce Santi. Per quanto riguarda la campagna di informazione il presidente di Aiget sottolinea come «i tempi ci sono: da dicembre a marzo si possono organizzare informazioni efficaci e recuperare il tempo perso». Sulla questione è intervenuto ieri anche il ministro dell’Energia, Gilberto Pichetto Fratin che ha spiegato come «sul passaggio al mercato tutelato e libero dell’energia elettrica, il governo sta procedendo con responsabilità d’intesa con la Commissione europea e in linea con gli impegni sottoscritti nell'ambito del Pnrr. Allo stesso tempo, con la stessa, stiamo studiando ogni misura di possibile responsabilità perché questo percorso sia guidato con la primaria attenzione verso i consumatori, soprattutto i più vulnerabili». «Dobbiamo arrivare all’obiettivo in modo trasparente e lineare», conclude Pichetto, «e per questo dobbiamo puntare ad una campagna di informazione che vede coinvolto il mondo bancario e quello degli operatori energetici, per garantire chiarezza nei confronti dei clienti finali». Su quest’ultimo punto, ieri, si sono scagliate le associazioni dei consumatori del Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti, che chiedono un urgente incontro a Pichetto, al fine di salvaguardare i diritti di tutti gli utenti. Questo soprattutto perché non è ancora stata lanciata in modo capillare «la campagna di informazione agli utenti, per mettere i consumatori al riparo da truffe e speculazioni al termine del mercato tutelato», sottolineato le associazioni, che precisano anche come l'urgenza è necessaria «anche al fine di recuperare tutte quelle misure di accompagnamento e di riordino, affinché la liberalizzazione diventi efficacemente un’opportunità per il mercato a beneficio e non un rischio per gli utenti». Sulla questione di fare un’informazione più chiara e precisa è intervenuto anche il vicepremier e dirigente azzurro, Antonio Tajani, che durante una conferenza stampa del partito ha chiarito che «serve una grande campagna di informazione per tutti i consumatori, affinché possano trovare la migliore fonte da cui approvvigionarsi e quindi fare una scelta che permetta loro di sapere cosa accade nel mondo dell'energia». «Di questo», he evidenziato il leader forzista, «me ne farò portatore anche all’interno del governo». Tajani ha anche aggiunto di essere assolutamente convinto che «sia giusto liberalizzare il mercato dell’energia e che proroghe al mercato tutelato non servono». Dalla maggioranza arriva poi la presa di posizione di Fratelli d’Italia che sottolinea il suo interesse a voler continuare a tutelare i più fragili. Mentre il ministro di Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini, a margine di un evento sulla mobilità sostenibile ricorda come il mercato libero «è una scelta, ahimè, fatta da governi di sinistra precedenti a cui stiamo cercando di porre rimedio».
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