La cattura di CO2 dall’aria in crisi. Blackout spagnolo, Corredor accusa i produttori, ma i produttori rimbalzano le accuse al gestore di rete. California, il Congresso USA dice no al bando delle auto convenzionali.
Ansa
Durissima lettera al capo dell’Iea: avete anteposto i dettami green alle valutazioni reali sui fabbisogni di energia fossile.
Clamorosa lettera del Congresso americano a Fatih Birol, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), l’autorità Onu istituita nel 1974 per garantire la sicurezza energetica in seguito alle interruzioni create dall’embargo petrolifero arabo del 1973. L’agenzia dovrebbe fornire dati autorevoli e analisi imparziali dei mercati energetici mondiali, come supporto obiettivo alle scelte politiche per rafforzare la sicurezza energetica. Ma il Congresso scrive nella sua lettera che gli Stati Uniti sono «preoccupati che l’Iea abbia perso il focus della sua missione di sicurezza energetica e abbia invece spostato l’attenzione e le risorse sulla promozione della politica climatica, a scapito della sua missione principale».
Una netta sconfessione della conduzione di Birol, che negli ultimi anni si è concentrata sulla promozione delle politiche Net Zero, sull’elettrificazione dei consumi energetici e sulle fonti rinnovabili, derubricando petrolio e gas a fonti in via di dismissione. La lettera è firmata dalla presidente del Comitato del Congresso per l’energia e il commercio, Cathy McMorris Rodgers, repubblicana di ferro di osservanza trumpiana, e da Jeff Duncan, altro repubblicano, presidente del sottocomitato del Congresso su energia e ambiente.
In pratica, il Congresso accusa Birol di essersi messo a fare l’agit-prop per il green, dimenticando il ruolo di analisi obiettiva dell’Iea e provocando tensioni sui mercati energetici mondiali. In particolare, si legge nella lettera, «sotto la sua guida, l’Iea ha smesso di pubblicare le previsioni di base sulla domanda di petrolio e gas naturale».
Queste previsioni «forniscono uno strumento vitale per valutare le esigenze di sicurezza energetica e i costi e i benefici delle nuove politiche». Però, secondo McMorris Rodgers, l’Iea «ha scartato queste previsioni oggettive e ha iniziato a modellarsi solo in base agli obiettivi ambiziosi delle politiche climatiche che limitano l’uso dei combustibili fossili». In base a questi obiettivi, il picco nella domanda di gas si situa secondo l’Iea intorno al 2030. Una scadenza che, secondo il Comitato, è viziata dalle proiezioni Iea di uno sviluppo aggressivo delle fonti rinnovabili, dell’auto elettrica e del processo di elettrificazione dei consumi energetici, che non sono parte di uno scenario obiettivo.
«La nuova agenda climatica dell’Iea e le proiezioni errate potrebbero aver contribuito alla crisi energetica in corso», prosegue la lettera con quella che appare essere una accusa grave nei confronti del direttore dell’agenzia.
Il punto focale della lettera sembra essere il seguente: «Oggi l’Europa importa dalla Russia il 40% in più di Gnl rispetto a prima dell’invasione dell’Ucraina. Ora non è il momento di voltare le spalle all’enorme potenziale energetico dell’America». Diventa più chiara, così, la genesi della lettera. Si tratta della decisione di Joe Biden di bloccare le autorizzazioni per nuovi impianti di esportazione di Gnl, basata, come ha testimoniato il dipartimento dell’Energia, sulle previsioni Iea di un picco della domanda di gas entro il 2030. In gioco, quindi, vi è da una parte la critica repubblicana alle politiche energetiche dell’Amministrazione democratica, dall’altra le preoccupazioni per l’industria americana del Gnl. La campagna elettorale per le presidenziali si combatte anche così.
La lettera prosegue con una serie di domande e di richieste di dati, poiché l’Iea «è pagata anche dai contribuenti americani» e il dipartimento dell’Energia americano partecipa alla governance dell’agenzia, dunque gli Stati Uniti chiedono trasparenza.
Quanto spende l’Iea? Quanti dipendenti ha? Quanti uffici? Dove? Dal gennaio 2021, quanti soldi l’Iea ha ricevuto dagli Usa? Queste alcune delle domande contenute nella lettera. Inoltre, il comitato del Congresso richiede documenti e comunicazioni da cui risulta la decisione di eliminare lo scenario di base sulla domanda di petrolio e gas. E non solo, la lettera chiede a Birol di fornire i documenti, comprese le comunicazioni, «riguardanti la decisione del dipartimento dell’Energia di sospendere l’esame di nuovi permessi di esportazione di Gnl dagli Stati Uniti. L’Iea è stata consultata dal Doe sugli scenari di “picco” della domanda di gas naturale dell’Iea?»
Infine, il comitato chiede di spiegare se l’Iea abbia deciso di abbandonare «il suo impegno storico verso un’analisi imparziale e obiettiva a favore della difesa della politica climatica e, in tal caso, spiegarne la logica».
Un aspetto notevole della vicenda è che questa lettera del comitato per l’Energia e il commercio del Congresso ricalca in gran parte un editoriale apparso il 13 febbraio scorso sul Wall Street Journal a cura di Robert McNally (consulente energetico americano, autore di diversi libri, già presidente del Consiglio economico nazionale a Washington tra il 2001 e il 2003), di cui ci siamo occupati nel podcast della Verità, Mai dire blackout, del 18 febbraio.
Nel suo fondo, McNally, sollevando le stesse dure critiche che ora sono nella lettera del Congresso, accusava Birol di aver portato l’Iea a livello di una ong climatica estremista, facendogli perdere il suo ruolo di vigilanza sulla sicurezza del sistema energetico.
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Dal Congresso altri 900 miliardi per imprese e consumi. Qui la spesa viene dispersa
Gli americani hanno deciso per un piano da 900 miliardi di dollari per aiutare il Paese a uscire dalla crisi provocata dalla pandemia. Al contrario dell'Italia, il piano è stato ampiamente discusso al Congresso tra democratici e repubblicani, approvato anche da Trump, senza metter su commissioni, commissari e comitati vari. Evidentemente non ce n'era bisogno perché al Congresso avevano un'idea, magari discutibile, ma ce l'avevano. Si trattava, secondo loro, di aiutare subito gli americani attraverso sussidi di disoccupazione, assegni di sostegno al reddito, finanziamenti alle piccole aziende, fondi perché le aziende non licenzino ma mantengano l'attuale numero degli occupati, finanziamenti alle scuole e agli ospedali per la diffusione dei vaccini. Inoltre sussidi settimanali federali di 300 dollari da aggiungersi a quelli statali. Pochi canali di spesa molto chiari e soprattutto chiarissima l'idea di fondo: mettere in tasca agli americani un po' di soldi per aiutarli in questo momento. Per aiutare questa generazione (This Generation) non, come in Europa, la prossima generazione (Next Generation).
Nella scelta americana è contenuta la via giusta ed è anche contenuto il motivo per cui quella europea si rivela una scelta intempestiva e, con tutta probabilità, inefficace.
Non ne facciamo una questione quantitativa, ne facciamo una questione di qualità della spesa e di comprensione di ciò di cui c'è bisogno subito e ciò di cui pur essendoci bisogno non è così urgente.
Dei soldi destinati all'Italia, 74 miliardi, praticamente un terzo, andranno alla mobilità sostenibile e all'efficientamento energetico, 48 alla digitalizzazione e 17 alle infrastrutture, oltre ad altri soldi che andranno dispersi in mille rivoli pur con obiettivi giusti come, ad esempio, quello che riguarda i provvedimenti a favore di una facilitazione per le donne nei rapporti tra maternità e lavoro.
Giusto per fare un esempio, pensate che nell'ultima manovra la commissione Bilancio ha approvato 100 micro norme entro i 5 milioni di euro con un paio di misure da 100.000 euro compresa una che istituisce un master in medicina clinica termale.
Chi conosce un po' della storia delle crisi economiche mondiali sa perfettamente che due sono le caratteristiche che devono innervare la spesa pubblica se vuole essere utile alla ripartenza. Ancora una volta gli Stati Uniti ce lo insegnano. La prima è che bisogna concentrarsi su pochi obiettivi che facciano ripartire le imprese, la produzione e i consumi. Nulla è prioritario rispetto a questi: né la transizione al verde, né la transizione digitale. Anche negli Usa c'è un problema di transizione al verde. Joe Biden l'ha messa nel suo programma, ma non si è neanche sognato di inserirla nel piano di aiuti all'economia per uscire dalla crisi provocata dalla pandemia. Se ne occuperà, probabilmente seguendo una linea opposta a quella del suo predecessore Donald Trump, ma se ne occuperà dopo. Ora lui, come i repubblicani, sanno qual è la priorità: far ripartire l'America.
Questo è l'errore fondamentale contenuto nel piano di recovery europeo. Pensare troppo avanti, non gestendo in modo tempestivo, efficace e sostanzioso il presente.
Speriamo che l'Italia riesca ad indirizzare verso obiettivi produttivi i pochi soldi che arriveranno dall'Europa il prossimo anno. Per intenderci, produttivi significa tali da creare posti di lavoro subito e, quindi, reddito disponibile per i consumi nelle tasche dei consumatori italiani. Altrimenti la nostra economia farà molta fatica a ripartire facendo morire imprese che difficilmente rivedranno la luce.
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Donald Trump (Ansa)
È stallo nelle trattative tra repubblicani e democratici. Da giorni, le due parti stanno cercando di arrivare a un accordo per l'approvazione di un nuovo pacchetto di aiuti economici, finalizzato a contrastare gli effetti della pandemia. Si tratterebbe del quinto, dopo i primi quattro stanziamenti della scorsa primavera: stanziamenti che complessivamente avevano raggiunto la cifra record di quasi 3 trilioni di dollari.
Del resto, che il nuovo round fosse in salita non era certo un mistero: i democratici alla Camera chiedono investimenti per 3 trilioni, laddove i senatori repubblicani hanno fissato la soglia di spesa a un trilione.
In particolare, sono alcuni giorni che proseguono le trattative tra la speaker della Camera, Nancy Pelosi, il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, e il capo dello staff della Casa Bianca, a Mark Meadows. Trattative che sembrano tuttavia essersi arenate nelle scorse ore. Le due parti parrebbero quasi concordare sulla necessità di nuovi pagamenti diretti ai cittadini, oltre che su una moratoria relativa agli sfratti. La distanza resterebbe invece difficilmente colmabile in materia di sostegno a scuole e governi statali. Lo stallo è, insomma, evidente. E Donald Trump teme di restare preso nel mezzo. Non è del resto escluso che, alla base di questa situazione, possa celarsi l'intenzione dei democratici di danneggiarlo in campagna elettorale. D'altronde, negli scorsi giorni, i repubblicani avevano avanzato numerose controfferte sulla spinosa questione dell'indennità di disoccupazione: controfferte tutte seccamente respinte dalla Pelosi. Tra l'altro, l'inquilino della Casa Bianca teme di restare paralizzato anche a causa dei senatori repubblicani più conservatori, che – soprattutto quelli non in cerca di riconferma a novembre – si dicono fermamente contrari a ulteriori aumenti della spesa pubblica.
È quindi probabilmente in tal senso che, giovedì scorso, Trump ha ventilato l'ipotesi di aggirare il Congresso e agire tramite ordine esecutivo. «Dopo aver lasciato lo studio ovale per l'Ohio, ho informato il mio staff di continuare a lavorare su un ordine esecutivo in relazione a riduzione delle tasse sui salari, protezioni dagli sfratti, estensioni di disoccupazione e opzioni di rimborso del prestito studentesco», ha twittato. La questione è controversa, perché non è esattamente chiaro se il presidente possa ricorrere allo strumento del decreto: è infatti il Congresso che detiene il controllo della spesa federale. Ciononostante, il consigliere per l'economia di Trump, Larry Kudlow, ha dichiarato oggi che sarebbe in via di definizione la stesura di un ordine esecutivo, volto a sospendere l'imposta sui salari: un ordine che - secondo lo stesso Kudlow - Trump molto probabilmente siglerà. È chiaro che, se decidesse realmente di perseguire questa strada, il presidente opterebbe per un rischio elevato, visto che sia i repubblicani che i democratici hanno in passato mostrato non poca freddezza in riferimento all'ipotesi di tagliare l'imposta sui salari. Bisognerà poi capire, in caso, come la Casa Bianca sceglierà di muoversi sotto il profilo tecnico.
In tutto questo, il Dipartimento del Lavoro americano ha annunciato che, nel mese di luglio, negli Stati Uniti sono stati creati 1,8 milioni di posti di lavoro. Una cifra sicuramente inferiore ai quasi 5 milioni registrati a giugno, ma che si spiega con la reintroduzione dei lockdown, avvenuta a causa della recente recrudescenza pandemica. Tenendo quindi conto della situazione, i dati occupazionali del mese scorso non possono definirsi negativi. Innanzitutto, a luglio la disoccupazione è scesa al 10,2%, rispetto all'11,1% di giugno. In secondo luogo, luglio è il terzo mese di fila in cui si registrano dati di ripresa per i posti di lavoro americani. Infine, non dimentichiamo che - proprio a causa dei nuovi lockdown - le attese fossero peggiori: alcuni economisti, intervistati da Refinitiv, avevano dichiarato di attendersi in luglio 1,6 milioni di posti di lavoro, oltre a un tasso di disoccupazione del 10,5%. Insomma, con questi dati positivi Trump sa di non poter rischiare sul fronte degli aiuti per il coronavirus. Perché sa che si tratta di una partita decisiva, in vista delle elezioni di novembre.
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