C'è un politico che in tv vanta ascolti da record, il suo nome è Nicola Acunzo. Diplomato geometra, «laureando in lettere, attore prestato alla politica», scrivono di lui. Ha recitato per Mario Monicelli, Carlo Verdone, Leonardo Pieraccioni e Michele Placido. Proprio quest'ultimo, come riporta una biografia non ufficiale pubblicata sul web, lo avrebbe incoronato «il nuovo caratterista del cinema italiano d'autore». Accade però che questo politico, deputato della Repubblica italiana, sia anche membro della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Nulla di strano, se non fosse che Acunzo, ogni lunedì sera, è in onda sul piccolo schermo tra i protagonisti della fiction Rai Il commissario Ricciardi. Un parlamentare, membro di una commissione di vigilanza dei servizi radiotelevisivi che lavora (naturalmente pagato) da quella stessa azienda sui cui incarichi e indirizzi dovrebbe vigilare. Chi è l'onorevole Nicola Acunzo? Padre napoletano e madre cosentina, all'età di 6 anni si trasferisce dalla Lombardia a Battipaglia, ed è in provincia di Salerno che comincia ad avvicinarsi all'arte, mentre si diploma in un istituto per geometri, come racconta Giancarlo Tommasone sul sito Stylo24.it. Acunzo è versatile e soprattutto dentro di sé sente forte il richiamo della politica. Il 23 marzo del 2018 a 42 anni, inizia il mandato di deputato (siamo al primo Governo Conte) nelle file del Movimento 5 Stelle, partito in cui viene eletto. Due anni dopo il suo nome viene alla ribalta delle cronache nazionali, ma questa volta non per meriti artistici. Nell'aprile del 2020 il Movimento decreta la sua espulsione (assieme al senatore Mario Giarrusso) per non aver versato i rimborsi. Fu proprio lui ad uscire allo scoperto, dichiarando di non aver rimborsato neanche un euro nel 2019 per una «questione politica». Nel maggio dello scorso anno Acunzo transita nel gruppo Misto della Camera. Un mese dopo, siamo a luglio, diventa anche membro della XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) e dal 15 gennaio scorso è ufficialmente un deputato del Centro democratico – Italiani in Europa, il gruppo di Bruno Tabacci e dei «responsabili» della crisi di governo. Quando si gira la fiction Il commissario Ricciardi – le riprese della serie prodotta dalla Rai partono il 23 maggio del 2019 e si concludono il 30 novembre dello stesso anno – Acunzo è in tutto e per tutto un parlamentare del Movimento 5 Stelle. Ma soprattutto è membro di quella commissione parlamentare che ha il compito di nominare «componenti del Cda della Rai, definire l'indirizzo da seguire nella programmazione, nella pubblicità e nell'economia societaria, definendo i piani di spesa pluriennali». Così, il deputato ex grillino moroso, prende parte ai lavori di commissione perché ci sia trasparenza e non conflitti di interessi nella televisione di Stato, la stessa televisione di Stato che – con soldi pubblici – lo assume come attore.
Che tempo che Foa: potrebbe essere il titolo di una nuova trasmissione della Rai, se, come sembra ormai più che probabile, Marcello Foa diventerà prestissimo il nuovo presidente della tv di Stato. La cena di Arcore di lunedì scorso, alla quale hanno partecipato Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti, ha prodotto il risultato sperato dal leader del Carroccio: Marcello Foa, candidato alla presidenza di viale Mazzini da Lega e M5s, dopo la bocciatura in Commissione parlamentare di vigilanza dello scorso 1 agosto, potrà contare (salvo clamorosi imprevisti) sul voto favorevole di Forza Italia e quindi insediarsi sulla poltrona lasciata libera da Monica Maggioni.
«Su Foa», ha detto ieri il portavoce dei gruppi parlamentari di Forza Italia, Giorgio Mulè, intervistato da Sky Tg24, «c'è stato un cambiamento a 180 gradi. Noi non abbiamo criticato la persona, abbiamo detto alla Lega: visto che l'elezione del presidente della Rai necessita dei 3/5 di voti favorevoli in Vigilanza, quindi anche di quelli della minoranza, condividete il percorso che porterà al candidato che voi indicate. Non è stato fatto all'epoca, è stato fatto adesso. Quindi adesso», ha sottolineato Mulè, «certamente ci sono tutte le condizioni perché si arrivi ad una soluzione diversa rispetto a prima dell'estate».
Il via libera per Foa, a quanto si apprende, potrebbe passare per un'audizione in Vigilanza del candidato alla presidenza. Trattasi di puri formalismi: la sostanza è che a sbloccare lo stallo è stato il vertice di Arcore, nel quale si è discusso di Foa e di elezioni regionali. Silvio Berlusconi ha chiesto, e a quanto pare ottenuto, che il centrodestra si presenti compatto agli appuntamenti elettorali dei prossimi mesi, e ha rivendicato per Forza Italia due candidati alla presidenza, in Piemonte e Abruzzo. L'accordo è stato raggiunto, o almeno è vicino, e quindi anche per Foa il semaforo può diventare verde. Su tutte le furie il Pd, che grida allo scandalo, dimenticando forse di aver occupato tutto ciò che c'era da occupare, alla Rai e non solo, quando era al governo.
Il timing che porterà alla nomina di Marcello Foa è già definito. Questa mattina alle 8 si riunisce la Vigilanza, chiamata a esaminare la risoluzione presentata da Lega e M5s che impegna il Cda della Rai a «procedere con sollecitudine all'adozione di una nuova delibera di nomina del presidente, senza limitazioni all'eventuale candidatura di ciascun consigliere, con l'esclusione del solo amministratore delegato, al fine di consentire alla commissione di esprimersi e dare quindi piena operatività al sistema radiotelevisivo». Dunque, si potrà votare nuovamente su Foa, al contrario di quanto sostiene il Pd, che a sua volta ha presentato una risoluzione che esclude la possibilità di tornare a votare sul giornalista voluto alla guida di viale Mazzini da Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Una volta approvata la risoluzione presentata da Lega e M5s, nel pomeriggio di domani, giovedì, potrebbe già riunirsi il Cda della Rai, che prenderebbe atto di quanto stabilito dalla Vigilanza indicando Foa di nuovo. Sempre domani, in serata, appuntamento politico: a Palazzo Grazioli si incontreranno Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, per il secondo tempo del vertice di coalizione di lunedì scorso, allargato stavolta anche a Fratelli d'Italia. Una volta definiti tutti gli aspetti dell'accordo nel centrodestra, il mattino successivo, venerdì, la Vigilanza dovrebbe tornare a riunirsi e stavolta, grazie ai voti dei rappresentanti di Forza Italia, Foa diventerà il nuovo presidente della tv di Stato. «Berlusconi», attaccano il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, e il capogruppo in commissione di Vigilanza, Davide Faraone, «benedice il nuovo patto sulla Rai con il M5s. Il Pd ribadisce la propria netta opposizione. Marcello Foa non può essere ricandidato. Faremo ricorsi in tutte le sedi, per vanificare un voto che è contro la legge».
«Contro l'arroganza di Matteo Renzini non possiamo che votare no». Dentro Forza Italia lo strappo è pronto e senza almeno quattro voti azzurri domani Marcello Foa potrebbe non diventare presidente della Rai.
Sarebbe la prima sconfitta per il governo e arriverebbe per mano del principale alleato di coalizione della Lega. Tutti riconoscono il valore del professionista e del manager culturale, ma nel quartier generale di Silvio Berlusconi la risposta è un'eco diffusa che percorrere ogni corridoio: «Non ci sono le condizioni».
Così il partito va verso il paradosso di dover bocciare un giornalista liberale, affine ai valori del centrodestra moderato e lontano anni luce dalle eterne e pelose logiche della lottizzazione tanto care al centrosinistra. Non solo, il Cavaliere corre il rischio di dire no a un uomo dalla schiena dritta, ex responsabile della redazione Esteri del Giornale, ex direttore del sito Web, al quale ha dato lo stipendio per 22 anni. Insomma, una scelta poco comprensibile anche per la base, che di solito affolla le conferenze e le presentazioni dei libri del giornalista.
Il problema non è personale, ma politico, quindi paradossalmente appianabile anche in 24 ore. Secondo i berlusconiani sta nel comportamento di Matteo Renzini, soprannome con il quale i colonnelli del partito definiscono da qualche tempo l'alleato leghista, Matteo Salvini, ritenuto sempre più distante, sempre più individualista e refrattario al confronto, simile in guasconerie all'ex premier di centrosinistra. A Palazzo Grazioli spiegano che sarebbe bastata una telefonata per condividere nome e curriculum, mai arrivata. «Nessuna valutazione negativa su Foa, il suo file non è stato neppure aperto perché non sono state rispettate le precondizioni». Il vicepresidente Antonio Tajani precisa il concetto: «La proposta ci è stata resa nota 10 minuti prima dell'ufficializzazione senza passare attraverso un minimo percorso di consenso. Un metodo inaccettabile. Auspico che la Lega torni a far parte del centrodestra; questo governo a guida grillina ha oscillazioni preoccupanti».
In Forza Italia nessuno nasconde i pericoli in caso di no a Foa, che sono tre. Primo, quello di vedersi incollare l'etichetta di corifei del Pd in decomposizione, in una riedizione fuori dal tempo del patto del Nazareno e con motivazioni deliranti orecchiate dal retrobottega dei social (anti Mattarella, filo Putin, no-vax). Una scelta che potrebbe far scricchiolare anche altrove la problematica alleanza. Secondo, quello di mettersi contro il resto del centrodestra, visto che anche Giorgia Meloni ha indicato ai due rappresentanti di Fratelli d'Italia di votare sì con queste parole: «Il Pd parla di lottizzazione Rai dopo quello che ha fatto Renzi. È veramente ridicolo, il loro comportamento ci ha convinto a votare Foa presidente. Non ho condiviso il metodo, ma essere sovranista in Italia non è reato». Terzo pericolo, il più imbarazzante: se il candidato dovesse essere bruciato tornerebbero in auge nomi come quelli di Milena Gabanelli e Peter Gomez, che proprio Berlusconi avrebbe liquidato con una battuta: «Siamo su Scherzi a parte?». Come diceva Voltaire, «spesso il meglio è nemico del bene».
La scalata è ancora possibile, ma impervia. E i voti di Forza Italia in Commissione di Vigilanza sono fondamentali. Gli elettori sono 40, la maggioranza prevede i 2/3 dei votanti, quindi 27 preferenze. La maggioranza ne ha in mano 23 (14 del Movimento 5 stelle e 7 della Lega, ai quali si aggiungono i 2 di Fratelli d'Italia). Poiché Pd (7 voti) e Liberi e Uguali (2) si preparano a fare muro, Forza Italia diventa l'ago della bilancia. Come convincerla a cambiare idea? «Fuori i secondi, basterebbe una telefonata fra leader. Ma Renzini non la farà», tagliano corto nel quartiere generale berlusconiano.
Così si appresta a entrare in scena il sottosegretario alla presidenza, Giancarlo Giorgetti, il Kissinger della maggioranza, che ha approvato fin da subito il nome e il profilo professionale di Foa. E che potrebbe compiere il miracolo. Anche perché dopo il presidente sarà la volta dei direttori di rete e dei telegiornali, e comincia a farsi largo l'idea che le riottosità di Forza Italia nasconderebbero la volontà di utilizzare i voti per ottenere una rete a guida berlusconiana o un Tg in area moderata affidato a una risorsa interna all'azienda (per esempio Gennaro Sangiuliano, oggi vicedirettore di Raiuno). La Lega sarebbe anche d'accordo, ma l'idea di pescare dentro la redazione confligge con il diktat di Luigi Di Maio, che vorrebbe andare a cercare fuori i profili ideali (come Foa) per accelerare la rivoluzione.
Il protagonista, suo malgrado, della ruggente vicenda ritiene necessario abbassare i toni e aspettare. «Qui tutto viene strumentalizzato», taglia corto Foa. «Non ho chiesto nulla, non sono uno che briga e non ho mai frequentato un Palazzo. Chi mi descrive come Belzebù evidentemente non mi conosce. Non sono abituato a offendere nessuno, tanto meno le istituzioni. Sono soltanto un giornalista, quello sì. Ce l'ho nel sangue». A Indro Montanelli, che lo conosceva così bene da nominarlo caporedattore agli Esteri nel 1993, questa frase sarebbe piaciuta.





