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I magistrati contabili campani citano in giudizio 13 consiglieri regionali: hanno "la sindrome del Marchese Del Grillo".
I magistrati contabili campani citano in giudizio 13 consiglieri regionali: hanno "la sindrome del Marchese Del Grillo".
Caro Roberto Fico, le scrivo questa cartolina per esprimerle la soddisfazione mia e, immagino, di tanti lettori alla notizia del suo possibile ritorno in scena come candidato del campo largo (Pd - 5 stelle) alle elezioni regionali in Campania. Non vedevamo l’ora, glielo giuro. Sentivamo la sua mancanza.
Ci permettiamo solo di darle un consiglio: se sarà costretto a stare fuori casa più spesso e dovrà perciò, per forza di cose, affidare le incombenze domestiche a una colf, ecco, si premuri di metterla in regola. E in campagna elettorale si muova subito con l’auto blu, senza inutili pantomime. Tanto lo sanno tutti che l’autobus lei l’ha perso da un pezzo.
Ricorda? Nel marzo 2018, appena eletto presidente della Camera, volle mostrarsi cittadino come tutti gli altri, e andò a Montecitorio timbrando il biglietto su un bus. Il giorno dopo, però, aveva già l’auto blu. Ad agosto la Camera dei deputati, di auto blu, ne aveva comprate altre sette. Qualche tempo dopo la videro entrare allo stadio con nove agenti di scorta. Trasformazione completa: dal vaffa alla casta in un batter d’ovvio. Le Iene la accusarono anche di usare, nella casa della compagna, una colf non in regola. Lei querelò per diffamazione e perse la causa. Così della sua presidenza rimarranno fissi nella memoria due colori: le auto blu e i contratti in nero.
Ora, però, lei ha riscoperto anche il rosso Pd e noi non possiamo che festeggiare il ritrovato arcobaleno. Del resto l’ha sempre detto: «Il Pd è nemico numero uno del Paese, mai un’alleanza con loro». «Delinquenti». «Dove c’è Pd c’è marcio». E quelli la ricambiavano: «Scandaloso», «Simulatore», «Patetico». Così la definirono quando presiedeva Montecitorio. Nel febbraio 2019 le tirarono anche dei fascicoli in testa dicendo: «Lei non è una garanzia». Ottime premesse per la nuova alleanza. D’altra parte durante la campagna elettorale 2018 lei aveva garantito: «Mai saremo alleati della Lega». Poi fece il governo con loro. Quindi lo vede che abbiamo ragione? Il suo ritorno è urgente: la politica italiana ha proprio bisogno di un’iniezione di coerenza.
Cinquant’anni compiuti a ottobre, laureato in scienze delle comunicazioni con una tesi sui neomelodici napoletani, lei ha dichiarato anche un master in «Knowledge management» ai Politecnici di Napoli e Palermo. Un bel titolo di studio, sicuramente, se solo a Napoli e a Palermo esistessero i Politecnici. Grillino della prim’ora, è stato eletto nel 2013, diventando subito presidente della commissione vigilanza Rai. Rieletto nel 2018, è diventato presidente della Camera dei deputati. Indimenticabili le sue performance in quel ruolo. Come quando a Palermo per la commemorazione di Giovanni Falcone ascoltò l’inno d’Italia con le mani in tasca. O come quando in tv parlò di operazioni sotto «l’egidìa» dell’Onu. Con l’italiano, d’altra parte, ha litigato spesso: «Non so che cosa succederebbe, se ci sarebbero due aliquote», disse nel settembre 2018 mentre in aula ha confuso «constata» (verbo) con «costata» (di vitello), Casellati con «Castellati» e Giacomoni con «Giacomini». «Non importa presidente Fica», rispose quest’ultimo. Fu bellissimo anche il suo esordio istituzionale a Bruxelles: confuse un’istituzione (Consiglio europeo) con un’altra, dimostrando di non aver capito dove stesse. Le succede spesso, per altro. E per questo ci pare il candidato perfetto per il campo largo.
Sul Parlamento italiano, negli ultimi mesi, è tornata a svettare su tutte le altre una bandiera bipartisan: quella del privilegio del ceto politico rispetto al resto dei lavoratori. Si stanno delineando infatti, sentenza dopo sentenza, i costi mostruosi per il contribuente derivanti dall’abolizione ai tagli ai vitalizi decretati circa sei anni fa da Camera e Senato e cancellati da una serie di sentenze delle toghe e di delibere degli organi di autogoverno delle Camere.
Per farla breve, nel 2018, sotto la spinta del Movimento 5 stelle, che all’epoca era il partito di maggioranza relativa, Montecitorio e Palazzo Madama decidono di introdurre anche per i parlamentari eletti prima del 2012 il sistema contributivo, già valido per gli eletti dopo il 2012. Piccola postilla: per tutti i lavoratori dipendenti italiani il retributivo era già stato abolito da anni, e in questi anni per una cospicua fetta di ex-parlamentari valeva la regola secondo la quale dopo una manciata di mesi lo stipendio da deputato o senatore veniva perpetuato.
Appena disposto il taglio, un ex parlamentare e principe del foro, il bellunese Maurizio Paniz, si è posto alla testa della rivolta e ha raccolto circa 1.000 ricorsi (di 650 deputati e 350 senatori), depositati presso gli organi interni competenti di Camera e Senato (in base al famoso principio dell’autodichia) che per la parte senatoriale hanno già avuto piena soddisfazione, mentre per quella della Camera si avviano alla vittoria completa un caso alla volta. A luglio dello scorso anno, infatti, la commissione di garanzia del Senato, che è un organo inappellabile, ha cancellato la delibera con cui la precedente presidenza aveva introdotto i tagli. I ricorsi di Paniz, infatti, avevano portato la questione in commissione contenziosa, dopo un primo tentativo di ripristino fatto in Consiglio di presidenza, a cui si era opposto il segretario generale, prima di soccombere definitivamente la scorsa estate.
Ma il risultato più concreto è che tutto finirà ancora una volta sulle spalle dei contribuenti, con cifre monstre, anche nelle stime per difetto fatte dagli stessi uffici parlamentari. A Palazzo Madama il risparmio stimato, nella scorsa legislatura, era stato di circa 40 milioni l’anno, quindi in tutto di circa 200 milioni. Una cifra più o meno equivalente è stata stimata per la Camera, perché l’ammontare totale dipende dagli anni passati in Parlamento dagli ex deputati e non solo dal loro numero, ma in questo caso non tutte le sentenze sono state pronunciate, e per avere un dato definitivo sul peso nelle casse statali dello stop ai tagli bisognerà ancora attendere. Partiamo dunque dai dati certi: 851 ex senatori e 444 familiari di senatori deceduti, sono già tornati a ricevere i loro vitalizi integrali, per un totale - come detto - di 40 milioni l’anno. Tra qualche mese ne sapremo di più sui deputati, ma se si prendono in considerazione le stime sui risparmi fatti dagli uffici della Camera quando fu discusso il taglio sei anni fa, più o meno le cifre saranno simili a quelle di Palazzo Madama, per cui l’aggravio sui contribuenti sarà raddoppiato, per un totale di circa 80 milioni in più l’anno tra Camera e Senato.
A questo, che è sicuramente un danno economico per i cittadini, si aggiungono anche delle beffe, come quella che emerge da una sentenza relativa all’ex assessore regionale del Veneto, Renato Chisso, anche lui assistito da Paniz. Per avere le dimensioni esatte della sproporzione di trattamento tra cittadino comune ed eletti, basta infatti illustrare il caso recente di Chisso, che nel 2014 era stato arrestato in seguito allo scandalo Mose. Il politico chiese di patteggiare la pena, la quale viene fissata in due anni e 22 giorni di reclusione tra l’istituto penitenziario di Pisa e gli arresti domiciliari. Nel patteggiamento rientra anche la confisca di 2 milioni di euro, ma la linea di Paniz è stata di non considerare il vitalizio un privilegio collegato a una ristretta casta, bensì un normale trattamento pensionistico e come tale sottostante alle norme che regolano le pensioni, compresa la loro impignorabilità. E quando la Guardia di finanza è andata a bussare al Consiglio regionale del Veneto e ha confiscato tutto quanto era dovuto a Chisso (332.287 di vitalizio), si è dovuta scontrare con la forza del privilegio reclamata da Paniz: una sentenza dice che è possibile pignorare al massimo un quinto e la Finanza dovrà restituire a Chisso quattro quinti della somma citata più gli interessi e la rivalutazione. Ed è fin troppo facile prevedere che la sentenza sul ricorso di Chisso costituirà un precedente per una valanga di prossimi ricorsi da parte di altri politici nella sua stessa posizione, condannati a risarcimenti e sequestri, che solo in una minima parte potranno attingere ai vitalizi, di fatto oltre che generosi, ora anche impignorabili.
Panebianco o pane nero, questo è il problema. Noi, per dire, eravamo cresciuti con l’idea che la democrazia si fondasse sulla critica di chi sta al potere. E che un sistema sano dovesse tutelare in ogni modo chi si oppone a chi comanda, a chi sta nei palazzi, alle élite, insomma. Invece no: oggi veniamo a sapere, grazie a un definitivo editorialone sul Corriere della Sera, che la democrazia si difende in un solo modo: «isolando» quei pierini che non ne vogliono sapere di applaudire lorsignori. Ma come si permettono costoro di criticare la politica, il Parlamento e persino le «élite sociali»? Ovvio: questi brutti ceffi sono populisti e dunque devono essere messi al bando, come scrive con toni ispiratissimi Candida Michetta, al secolo Angelo Panebianco. Che chiede il loro isolamento. Per il momento s’intende. È chiaro infatti che si tratta solo del primo passo in attesa di misure più severe (confino? Taglio della lingua?). Solo così, in effetti, tappando la bocca a chi contesta il potere, si può difendere la democrazia.
La lezione di Candida Michetta è esemplare. E rappresenta il punto più alto di uno sport assai in voga: la caccia al populista. Il populista è quell’essere orrendo che, per dire, s’indigna se Piero Fessino (al secolo Piero Fassino) mostra in Parlamento il suo cedolino da 4.718 euro al mese, dimenticando per altro che ogni mese ne incassa altri 8.000 e lagnandosi perciò per la miseria del suo stipendio.
Che dite? Che anche a voi, quando l’avete visto, è venuto un conato di vomito? Tappatevi la bocca e rinchiudetevi in casa, se no Panebianco vi condanna al pane nero. E, ovviamente, vi manda in isolamento. Perché è evidente che voi state «svilendo e indebolendo le istituzioni». Le quali, si badi bene, non sono state svilite e indebolite da chi per anni ha accumulato stipendi d’oro e privilegi senza produrre risultati all’altezza di tanti onori; e nemmeno da chi per anni, nonostante gli stipendi d’oro e i privilegi, ha rubato e sprecato, sottraendo risorse agli italiani. Macché: le istituzioni sono state svilite e indebolite da chi ha denunciato tutto ciò. Un po’ come dire che se c’è un incendio la colpa è di chi grida «al fuoco».
Pensateci: abbiamo istituzioni che funzionano male, riforme che aspettano da anni, processi decisionali lentissimi, burocrazia irriformabile. E nello stesso tempo abbiamo un Parlamento rapidissimo nel ripristinare i vitalizi degli ex parlamentari e Regioni pronte a riempire in ogni modo le tasche dei propri consiglieri regionali, mentre i cittadini non riescono a far quadrare i conti del supermercato. Però il funzionamento della democrazia, ci spiega Candida Michetta, non è compromesso da questo, cioè dai politici che usano il potere per difendere i loro interessi. Macché: è compromesso da chi lo denuncia. Scopriamo infatti che è stata l’antipolitica a generare i difetti della politica. E, dunque, scopriamo che se non ci fosse stata l’antipolitica, la politica avrebbe funzionato a meraviglia. Si capisce: da sempre la debolezza delle istituzioni, scandalo Lockheed e Tangentopoli comprese, è figlia dell’antipolitica. Parola di scienziato della politica (e scienziato della politica, purtroppo, non è una battuta).
Del resto, così va il mondo di questi tempi. Certo: colpa anche dei 5 Stelle che hanno cavalcato l’anticasta per diventare poi supercasta. Colpa di Giggino Di Maio che fingeva di lottare contro i privilegi fino a quando non li ha ottenuti per sé. Tutto ciò ha indebolito le voci di protesta. Ma c’è un limite a tutto: le giravolte grilline non possono far dimenticare che il problema di questo sistema fragile e incrostato è di chi, da troppo tempo, approfitta dei suoi difetti. Non di chi li denuncia. E che, se si vuol difendere la democrazia, sono i primi che vanno combattuti. Non i secondi. Perché ho l’impressione che con la «caccia ai populisti», o se si preferisce dirlo in panebianchese: con il loro isolamento, si vogliano soltanto spegnere le voci del dissenso per lasciare chi sta al comando più libero ancora di farsi i comodi suoi.
Prendiamo anche l’ultima vicenda della tassa sugli extraprofitti delle banche. C’è stata una sollevazione a giornali quasi unificati contro il «provvedimento populista» del governo. Come se difendere, per una volta, gli interessi dei cittadini anziché quelli del grande potere finanziario, fosse una colpa grave, di cui vergognarsi. Ma santo cielo: le banche hanno realizzato utili spaventosi sfruttando il rialzo dei tassi d’interesse, hanno distribuito dividendi stellari e maxi aumenti di stipendio ai manager, mentre per quel rialzo dei tassi d’interesse famiglie, commercianti, artigiani venivano massacrati. Che male c’è se ora le banche restituiscono un po’ del maltolto? Che male c’è se chi finora ha pagato salato trova un po’ di ristoro anziché continuare a svenarsi per permettere loro di nuotare nell’oro? Assolutamente nulla, tanto è vero che a maggio una tassa sugli extraprofitti era ritenuta possibile pure dall’amministratore delegato del primo istituto di credito italiano, Carlo Messina di Intesa Sanpaolo. Eppure a dirlo oggi si passa per populisti. Si passa per quelli che «della caccia alle élite hanno fatto una professione». Quelli da isolare, insomma, secondo l’editto di Candida Michetta.
Che poi è anche divertente: di fronte alla tassa sugli extraprofitti tutti si scoprono liberali. Anche quelli che (a differenza del nostro direttore Maurizio Belpietro) non lo sono stati mai. E d’accordo, la misura della tassa sugli extraprofitti non è da vangelo di Adam Smith. Però, anche qui, mannaggia: ma a voi pare che le banche si siano comportate finora in modo liberale? E come? Distribuendo dividendi quando guadagnano e facendosi salvare dai soldi dei contribuenti non appena rischiano di fallire? Rispettando il mercato come Attila rispettava l’erba? E dov’erano tutti questi liberali quando i quattrini pubblici salvavano Mps? Dov’erano tutti questi liberali quando le banche alzavano i tassi sui prestiti ma non quelli sui depositi? Perché il mercato vale solo quando danneggia i cittadini? E non quando è a loro favore? E si può ancora dire tutto questo oggi o, solo a pensarlo, si diventa «un pezzo di società che svaluta e disprezza il talento altrui»? E quale sarebbe questo talento altrui di fronte al quale dobbiamo inchinarci? Quello di chi sceglie Panebianco per sé e lasciando sempre il pane nero per gli altri?

