(Ansa)
Il ministro sul Medio Oriente: «Noi siamo riusciti a fare entrare l'unico convoglio delle Nazioni Unite, siamo riusciti a far arrivare famiglie e bambini da Gaza perchè parliamo con Israele».
Il ministro sul Medio Oriente: «Noi siamo riusciti a fare entrare l'unico convoglio delle Nazioni Unite, siamo riusciti a far arrivare famiglie e bambini da Gaza perchè parliamo con Israele».
Donald Trump va allo scontro con il Sudafrica. Il presidente americano ha infatti firmato un ordine esecutivo che taglia l’assistenza di Washington a Pretoria: si tratta di una mossa che riguarda anche l'Iran.
Nel decreto, l’inquilino della Casa Bianca enumera varie motivazioni per la sua linea dura. La prima riguarda una controversa legge sudafricana, approvata lo scorso gennaio, in cui si rende lecita, seppure a determinate condizioni, l’espropriazione di terreni senza indennizzo. Alla base di questa norma sta la volontà di intervenire sul possesso degli appezzamenti di terra locali che risultano attualmente in gran parte appartenenti ai cittadini bianchi. Ebbene, nel decreto, il presidente americano lascia chiaramente intendere che questa norma sia discriminatoria.
Tuttavia, Trump cita due ulteriori motivazioni per il taglio all’assistenza a Pretoria. “Il Sudafrica ha assunto posizioni aggressive nei confronti degli Stati Uniti e dei suoi alleati, tra cui l'accusa di genocidio a Israele, e non ad Hamas, presso la Corte internazionale di giustizia, e il rilancio delle sue relazioni con l'Iran per sviluppare accordi commerciali, militari e nucleari”, recita l’ordine esecutivo. Questo vuol dire che, nella linea dura contro Pretoria, ha giocato un ruolo fondamentale anche la politica mediorientale.
Ricordiamo che, pochi giorni fa, Trump ha imposto delle sanzioni alla Corte penale internazionale, accusandola di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale americana, spiccando un mandato d’arresto contro il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Adesso, il decreto contro il Sudafrica lascia intendere come il presidente americano abbia intenzione di tenere un approccio severo anche nei confronti della Corte internazionale di giustizia, che fa capo alle Nazioni Unite. Tutto questo, mentre, la settimana scorsa, Trump aveva altresì ripristinato la politica della “massima pressione” sull’Iran. A ciò si aggiunga che il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha annunciato che non prenderà parte al G20 dei ministri degli Esteri che si terrà a fine mese a Johannesburg.
È quindi chiaro che Trump sta colpendo Pretoria (anche) per indebolire indirettamente Teheran. Senza trascurare che il Sudafrica è parte integrante di quegli stessi Brics che, a fine gennaio, il presidente americano aveva minacciato di sottoporre a pesanti dazi, qualora avessero proseguito nei loro progetti di de-dollarizzazione. Sullo sfondo, chiaramente, si staglia la competizione tra Stati Uniti e Cina. Quella Cina che, oltre a giocare un ruolo decisivo in seno al blocco dei Brics, ha anche siglato, nel 2021, un patto di cooperazione venticinquennale con Teheran. Tutto questo dimostra come Trump si stia muovendo contemporaneamente su numerosi tavoli interconnessi. D’altronde, non dimentichiamo che i rapporti tra Washington e Pretoria si erano guastati già ai tempi di Joe Biden: nel 2023, la sua amministrazione aveva infatti accusato il Sudafrica di fornire armamenti alla Russia.
Trentasette anni di vita, di tante vite, spesi per una semi-vita. È quello che è accaduto alla famiglia Guarnieri per assistere Alessandro, morto per una crisi respiratoria sabato scorso a 54 anni. Ne aveva 17 il 15 settembre 1987 quando entrò in coma a causa di un incidente stradale. Guidava la moto del fratello, un amico sul sedile posteriore, quando un camion sbucò senza rispettare lo stop. Per 37 anni è sopravvissuto in stato semi-vegetativo. Il paziente più longevo d’Europa. Non parlava. Non si alimentava autonomamente. Non controllava le funzioni corporee. Genitori, fratelli e amici lo hanno accudito un giorno alla volta per 13.283 giorni. Il quotidiano diventa eroico e l’eroico diventa quotidiano in silenzio. Ora il fratello Andrea, libero professionista nel campo delle politiche del lavoro, due anni più vecchio di lui, e il padre Giampaolo, ottantasettenne, mi ricevono nella casa in pieno centro a Padova.
Che cosa vi ha sostenuto in tutti questi anni?
Giampaolo Guarnieri: «La speranza di un miracolo. Forse il Signore non ci ha considerato degni. Oppure aveva piani diversi che adesso non conosciamo».
Andrea Guarnieri: «In un certo senso, si può dire che l’amore per lui di mia mamma, di mio papà, di mia nonna, di mio fratello Stefano, delle nostre mogli e dei nipoti, oltre a quello di tutte le persone che sono state vicine ad Alessandro in questi lunghi anni è stato qualcosa di miracoloso».
Giampaolo: «Si immagini che, alla prima udienza in tribunale, l’avvocato dello Stato disse che la colpa dell’incidente era di mio figlio perché a 17 anni non poteva portare un passeggero sulla moto».
Era un avvocato dello Stato perché il camion coinvolto era dell’esercito?
Giampaolo: «Della divisione Julia. Quando sentii quel discorso, urlai: “Se continua a dire queste cose la prendo a calci in culo”. Il giudice sospese l’udienza. Siamo ancora in causa per ottenere il risarcimento. Finora abbiamo chiesto i danni morali, per le lesioni e lo stato semi-vegetativo di tutti questi anni. Adesso li chiederemo per la morte derivata dall’incidente».
Andrea: «Pensi che non ci hanno mandato neanche un telegramma di scuse. E che non si è mai arrivati alla condanna penale perché ci fu l’amnistia».
Come ricordate quel giorno?
Giampaolo: «Avevo fatto tardi al lavoro e, impaziente, Alessandro era salito sulla moto di Andrea per provarla. Il camion non si era fermato all’incrocio. Mi chiamarono dall’ospedale. Dopo l’operazione dissero che Alessandro non sarebbe sopravvissuto più di 72 ore. Ci proposero di donare gli organi. Un paio d’anni prima, qui a Padova, il professor Vincenzo Gallucci aveva fatto il primo trapianto di cuore…».
Andrea: «Alessandro aveva un ematoma subdurale, un’emorragia nel cervello, le prime ore sono state le più critiche. Non prendemmo nemmeno in considerazione la donazione degli organi».
Poi che cosa accadde?
Andrea: «Alessandro rimase un mese in rianimazione. Pian piano cominciavamo a prendere coscienza della situazione. Lo trasferimmo all’ospedale di Innsbruck per traumatizzati cranici, dov’era stato ricoverato anche lo sciatore Leonardo David, finito in coma per una caduta in discesa libera. Lo operarono una seconda volta. Poi lo portammo al Montecatone di Imola, istituto all’avanguardia per questo tipo di malati. Mia madre stava lì tutta settimana. Mio padre li raggiungeva il sabato, con me e Stefano».
Che cure gli prestavano?
Andrea: «Faceva molta fisioterapia e riabilitazione per aiutare il cervello a recuperare le funzioni vitali. Poi continuammo la rieducazione all’ospedale di Abano. Attività in acqua, esercizi di logopedia. Infine, decidemmo di portarlo a casa. Era passato un anno».
Una volta a casa?
Andrea: «Ci accorgemmo di tutte le implicazioni che aveva una situazione che non avevamo mai affrontato. La nostra vita si adeguò. La professoressa Cecilia Morosini, una grande neuro-riabilitatrice chiamata “la signora dei risvegli”, studiò un nuovo programma che prevedeva l’ausilio di molte persone, anche cinque contemporaneamente per un esercizio al tappeto. In totale, lo aiutavano 15 persone al giorno, alcuni volontari, altri professionisti. Poi passammo all’assistenza di una persona specializzata che vivesse con noi e lui».
Alessandro aveva qualche consapevolezza della sua condizione, reagiva in qualche maniera?
Andrea: «Rideva alle nostre battute, manifestava preoccupazione se si avvicinava un medico o qualcuno di estraneo. Riusciva a entrare in comunione con le persone che lo assistevano. Sapeva trasmettere i suoi sentimenti».
Com’era la vostra giornata?
Andrea: «Quando stava “meglio”, al mattino faceva una colazione omogeneizzata con mia madre. Poi la fisioterapia fino all’ora di pranzo. Al pomeriggio riposava, merenda e ancora fisioterapia. Durante la notte mia madre si alzava per cambiargli la posizione e per qualsiasi altro bisogno».
Quando iniziò a stare meno bene?
Andrea: «Dal 2014 siamo dovuti ricorrere all’alimentazione per via nasogastrica a causa delle sue difficoltà respiratorie, ma nonostante questa limitazione aveva una qualità della vita accettabile. Purtroppo il Covid l’ha indebolito molto entrambe le volte, per quanto sia stato curato con attenzione. Questo ci ha costretto a limitare la fisioterapia e anche l’unica ora a settimana che ci garantiva il servizio pubblico è venuta meno. Per il resto in questi 37 anni tutti i fisioterapisti li abbiamo pagati noi».
Voi fratelli che ruolo avevate?
Andrea: «Io e Stefano abbiamo molto aiutato finché siamo rimasti in casa. Quando ci siamo sposati lo scenario è cambiato. In due abbiamo avuto sette figli, ma non abbiamo mai smesso di dedicare tutto il nostro tempo libero a lui. Soprattutto quando nostra madre non era più al 100%. Tutte le decisioni le abbiamo condivise. Questo approccio ha garantito una sopravvivenza straordinaria ad Alessandro, visto che di solito questi malati sopravvivono sei o sette anni».
Pregavate perché avvenisse un miracolo?
Giampaolo: «Continuo a farlo anche adesso sia per mia moglie che per lui. Perché le loro anime siano accolte in paradiso e sono convinto che è così, anche se qualche volta dubito. Chi non dubita mai?».
Andrea: «Di miracolo ha parlato anche il dottor Fabio Della Valle del reparto di medicina interna quando, in seguito a una crisi respiratoria, dopo Natale è stato dimesso: per noi è un miracolo che possa tornare a casa».
Vostra madre si è assunta la parte maggiore dell’assistenza.
Andrea: «Gli ha dedicato la vita. Sperava di accompagnarlo fino alla fine. Ma a un certo punto ha capito che le possibilità si affievolivano perché stava invecchiando».
Che rapporto avete avuto con il sistema sanitario?
Andrea: «Non c’è stata un’assistenza adeguata. Al di là dei medici di base che sono sempre stati presenti, non c’è un vero servizio per questi malati. Ci siamo arrangiati. Quando per qualche crisi venivano a prenderlo con il 118 dovevamo raccontare tutto da capo perché non c’era un diario clinico condiviso. Tante volte, di fronte a un aggravamento, abbiamo firmato per portarlo a casa, perché conoscevamo la situazione meglio del personale. Riportarlo nel suo ambiente lo aiutava a stabilizzarsi».
Faccio una sintesi che potrebbe fare chi è favorevole al suicidio assistito o all’eutanasia: le vostre vite sono state determinate dalla sua non vita?
Andrea: «Non è l’espressione esatta, la sua non era una non vita. Aveva delle reazioni, si relazionava con le persone e l’ambiente. In secondo luogo, non si può scegliere per un’altra persona. Avevamo il dovere di curarlo al meglio perché abbiamo dei valori diversi. Il padre di Eluana Englaro decise di sospendere l’alimentazione. Come si può decidere per gli altri? Se Alessandro avesse fatto un testamento biologico, l’avremmo rispettato. Ma un ragazzo di 17 anni come può pensare alla fine della sua vita?».
Giampaolo: «Siccome noi cattolici crediamo nel libero arbitrio, per conto mio ognuno può scegliere se sopravvivere in un certo modo o volere il suicidio assistito. Dio ci ha dato la libertà di scegliere e non colpevolizzo chi sceglie. Critico quel padre che ha voluto la morte della figlia».
Andrea: «Il punto è che, se da un lato c’è il libero arbitrio, dall’altro ci dev’essere un sistema che garantisce i livelli adeguati di assistenza. Ma non è così. Per avere un materasso antidecubito di ricambio abbiamo atteso tre mesi, dopo 72 ore dal suo decesso sono venuti a ritirarlo. Non tutte le famiglie possono sostenere autonomamente una situazione così per 37 anni. Se sei lasciato solo, è più facile decidere di farla finita. Perché ti senti un peso per i tuoi familiari. Anche vite come quella di Alessandro hanno un valore e un significato profondo».
Guardando indietro rifareste tutto quello che avete fatto?
Andrea: «Assolutamente sì. È stata una scelta basata sul rispetto per la vita e sull’amore per un fratello che non aveva nessuna colpa. Non potevamo fare diversamente, Alessandro c’era. Certo, se oggi a 56 anni dovessi scegliere per me forse sceglierei di non affrontare tutta questa fatica, soprattutto perché non c’è un sistema di cure adeguate a questi casi».
Giampaolo: «Ma sarebbe una scelta un po’ egoistica».
Andrea: «È vero. Qui abbiamo l’esempio di Alex Zanardi che ha saputo reinventarsi con enorme coraggio».
Qual è il vostro pensiero sulla proposta di legge sul fine vita del governatore del Veneto Luca Zaia che si è discussa nei giorni scorsi?
Andrea: «Vorremmo che ci fosse vera libertà di scelta. Che non si scegliesse il suicidio assistito perché i livelli di cura non sono garantiti. Il sistema deve garantire assistenza 24 ore al giorno anche a domicilio. Allora le alternative sarebbero davvero confrontabili. Finché l’assistenza non è pensata così c’è il rischio che vinca la cultura dello scarto. È necessario espandere e rendere accessibili a tutti le cure palliative. All’università di Verona c’è un Master su questa materia».
Senza Alessandro, com’è la nuova vita?
Andrea: «La prima reazione è un senso di vuoto. Subito dopo cresce la consapevolezza di essere uscito arricchito da questa storia. Amare le persone che incontriamo al di là di quello che apparentemente possono darti, gratuitamente e senza aspettarsi nulla. È la scelta migliore per noi stessi».
Giampaolo: «Mi sento più solo, ma ho l’aiuto degli altri miei figli. Qui, sulla carrozzina non posso muovermi come vorrei. Certe volte mi sembra di non essere vivo e, dopo la perdita di Alessandro, mi vien voglia che il Signore mi prenda, anche se ho paura della morte. Anzi, non della morte: di “sora morte corporale”».
La sanità è già in crisi e non certo per colpa di questo governo. Le penalizzazioni previste dal 2024 per i dipendenti pubblici rischiano però di aggravare la situazione, provocando fughe anticipate di medici e infermieri.
Nella manovra il governo ha messo 4 miliardi sulla sanità. Sono tanti o pochi? Tanti rispetto a ciò che si poteva spendere in una manovra striminzita (e questo non per colpa della Meloni, ma perché non si poteva fare ulteriore debito, grazie a quelli che hanno lasciato, con il famoso bonus edilizia, un carico da varie decine di miliardi e per varie altre eredità lasciate dagli altri esecutivi. Per quanto riguarda il settore dei dipendenti pubblici, il governo ha introdotto una norma per la quale chi andrà in pensione, a partire dall’anno prossimo, subirà una forma di penalizzazione. Questo ha già fatto scattare, nel comparto sanitario, una ridda di calcoli, di previsioni su quali comparti e su quanti soggetti si metteranno a riposo quest’anno: ovviamente quelli che hanno raggiunto i requisiti. Ad esempio, c’è chi ha calcolato che se ne andranno 1.000 medici del Pronto soccorso e una notevole quantità di infermieri, ma ancora non siamo a dati certi. Di questo provvedimento ci sono due letture possibili: una benevola, che è quella per la quale questo tipo di penalizzazioni dovrebbero indurre il personale del comparto medico, in generale, a posticipare il pensionamento e dunque a non privare il comparto di figure professionali che già sono in forte carenza; l’altra interpretazione, quella malevola, è che questa manovra altro non sia che un modo per spendere meno in pensioni dall’anno prossimo o, comunque, per un esborso minore di danaro data la penalizzazione e che, quindi, il tutto sia per far cassa.
Questa seconda interpretazione sarà valutabile sulla base di due numeri: quanti andranno in pensione anche anticipata quest’anno e quanto il provvedimento in sé porterà dall’anno prossimo danari nelle casse dello Stato. A nostro modesto avviso, se l’interpretazione malevola fosse verificata, sarebbe stato compiuto un errore, ma è prematuro affermarlo perché solo i numeri, a consuntivo, ce lo diranno.
Quello che è certo è che si preannuncia una massiccia uscita quest’anno dal Sistema sanitario nazionale e ciò comunque avrà un impatto negativo, in quanto c’è già carenza di medici in molti reparti. Vi sono molte cause che spiegano questa carenza: oggettivamente, non sono colpe attribuibili al governo in carica, ma affondano le proprie radici profonde almeno da Mario Monti in poi. Ad esempio, in Italia c’è una situazione un po’ particolare: una fortissima domanda di medici e nello stesso tempo (anche qui è eredità dei governi passati) abbiamo le facoltà di Medicina col numero chiuso.
A prescindere dalle responsabilità e dal passato, il fatto è che mancano medici e che spesso dobbiamo ricorrere a personale a gettone che costa una fortuna e che spesso presenta complessità anche da un punto di vista professionale: si tratta di uomini e donne in camice che reparti, ospedali e cliniche convenzionate come marziani che devono prendere in mano la situazione del paziente non conoscendone la storia clinica, solo per fare un esempio, e a volte neppure la lingua. È una soluzione, ma è profondamente sbagliata: costa e spesso non rende un buon servizio. Si potrebbe dire di questa scelta quello che Fantozzi disse dopo la visione della Corazzata Potëmkin, e che non scriviamo perché tutti lo sanno.
C’è poi un’eredità che è successiva all’indimenticabile governo Monti e che è quella che riguarda la scarsità delle borse di studio, tagli vari alla Sanità e, in particolar modo, ai soldi necessari per le specializzazioni che sono il momento importantissimo nel quale il laureato in medicina si rende preparato in uno specifico settore e può entrare, a meno che non faccia la scelta di fare il medico di base, nel vivo dell’attività specialistica e dunque diminuire le carenze che oggi ci sono nel sistema sanitario nazionale. Questo è avvenuto dal governo Gentiloni (in modo particolare) in poi. Man mano si sono operati tagli in un settore dove non si doveva assolutamente tagliare per la conquista di un sistema sanitario a livello nazionale, istituito dalla Legge n. 833 del 1978 (ministro della Sanità era la democristiana on. Tina Anselmi), che potesse permettere a tutti di esercitare il diritto alla salute, ed in particolare rispettando i principi di universalità (cioè l’estensione delle prestazioni sanitarie a tutta la popolazione), di uguaglianza (cioè i cittadini devono accedere alle prestazioni senza alcuna distinzione di condizioni individuali, sociali ed economiche) e di equità (che permette di superare le disuguaglianze di accesso dei cittadini alle prestazioni sanitarie perché garantisce la parità di accesso in rapporto a uguali bisogni di salute, a prescindere dal reddito). Con questi principi, capite bene, che: o si aveva la certezza che alcune spese fossero inutili o frutto di ruberie varie, o la spesa sanitaria risultava inviolabile.
Purtroppo, tutto è andato in senso contrario. Il governo in carica ha assicurato che il ristabilimento di condizioni degne di un Servizio sanitario nazionale sono condizione essenziale per rispettare gli articoli della Costituzione che riguardano la sanità: in particolare il numero 32 che, tra l’altro, recita così: «Garantisce cure gratuite agli indigenti». Speriamo che alle sane intenzioni seguano interventi efficaci.
Il Ddl Anziani promette di rivedere il welfare per le persone con più di 65 anni di età. La Verità ne ha parlato con il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci.
Il governo ha dato vita al ddl Anziani, Patto per la terza età. Di cosa si tratta?
«Abbiamo improntato una riforma strutturale proprio in favore delle politiche per gli anziani, al fine di introdurre un nuovo welfare che sia soprattutto coerente con il bisogno che si ha, sia come protezione della salute, che di assistenza per gli anziani. Si tratta in entrambi i casi di qualcosa di necessario in Italia, a fronte di un progressivo invecchiamento della popolazione. L’Italia è infatti al primo posto in Europa per numero di anziani, al secondo posto nel mondo dopo il Giappone. E quindi è importante che si introduca in Italia un welfare in maniera tale che si possano scongiurare situazioni di isolamento e anche di solitudine in cui possono versare le persone nella terza fase della vita».
Come è nato questo ddl?
«Quello sulle persone in età avanzata è stato un percorso che ci ha soddisfatto in modo particolare. Abbiamo ereditato questa materia dal passato governo, ma questo esecutivo è stato in grado di redigere un testo che fosse innanzitutto approvabile dalla Ragioneria dello Stato e poi nato all’interno di un lavoro interministeriale che ha coinvolto anche le realtà del terzo settore. Come gli operatori che sono attivi in ambito di politiche di assistenza agli anziani e di promozione della loro qualità della vita. È quindi un testo che crediamo possa avere una sua solidità e che crediamo sia stato poi l’elemento che ha portato il parlamento in prima lettura al Senato a votarlo a larga maggioranza, senza neanche un voto contrario. Quindi un lavoro serio, solido, fatto di passi compiuti uno alla volta, nell’obiettivo di scrivere una delega al governo che potesse essere la migliore possibile per poi prepararci alla fase successiva che sarà quella della scrittura dei decreti legislativi».
Quando potrà essere operativa la norma?
«L’obiettivo è quello di andare a pubblicare il testo in Gazzetta per la fine di questo mese, dal momento che questa materia è collegata anche agli obiettivi del Pnrr. Quindi, per raggiungere quegli obiettivi, per utilizzare le risorse che vengono messe a disposizione dal Piano nazionale ripresa resilienza è necessario per noi rispettare questa scadenza e far sì che le politiche a favore degli anziani possano ricevere anche sostegno da un piano nazionale che ha risorse eccezionali».
Cosa contiene in dettaglio?
«Io direi che ci sono due pilastri. Il primo è quello caratterizzato dalle politiche per promuovere il benessere. L’altro, invece, è quello per affrontare uno stato di malattia o la non autosufficienza. L’obiettivo primo che ci siamo dati è quello proprio di scongiurare l’isolamento e la solitudine, che ovviamente pongono le persone nella terza parte nella loro vita in una situazione particolarmente deprimente. Tutto questo introducendo degli strumenti come i condomini solidali e la coabitazione sociale e intergenerazionale. Ma non solo, c’è anche la promozione del turismo della salute, quella dell’attività fisica e sportiva, fino alla relazione anche con gli animali d’affezione, che sappiamo avere un ruolo particolarmente importante nelle persone anziane, che ricevono conforto e compagnia. Inoltre, sono anche elemento di socializzazione con altri, quindi facilitatori dei contatti umani. Abbiamo riservato spazio anche al servizio civile, sia per sostenere il rapporto intergenerazionale che per favorire il passaggio di testimone di culture e tradizioni. Certo, oltre a questo, vi è la parte invece della promozione del benessere come risposta al trattamento di una malattia o della non autosufficienza. In questo caso, il principio guida è stato ritrovare nella casa il luogo elettivo e privilegiato delle cure. In Italia c’è infatti una difficoltà nel trovare assistenza di prossimità».
Anche per evitare il sovraffollamento negli ospedali, immagino.
«Una relazione del ministero della Salute aveva evidenziato come 1,3 milioni di ricoveri vengono definiti come inappropriati, rispetto ai 5 milioni totali che ci sono all’anno. In pratica, i ricoveri avvengono perché non ci sono alternative di assistenza che potrebbero essere più corrette. Per questo, è prevista anche una serie di figure professionali che possano essere tarate sul bisogno dell’anziano e che possano quindi assisterlo».
Come si sta muovendo il governo per aiutare gli anziani in difficoltà economiche?
«Il Patto per la terza età, così l’abbiamo chiamato, deve dialogare con altre riforme strutturali. Come, per esempio, la riforma degli strumenti per dare aiuti alla povertà, come il caso del reddito di cittadinanza, che non è stato in grado di poter aiutare i poveri. Le riforme che questo governo vuole attuare sono quelle che dialogano tra loro, che abbandonano il percorso del bonus, quindi di iniziative occasionali, temporanee, che non danno stabilità e che invece fanno sì che il welfare possa essere vicino alle persone in maniera stabile e seria. Certo, per fare questo ci vuole una intera legislatura, ovviamente non è possibile farlo con governi di 12 o 18 mesi come quelli che si sono succeduti negli ultimi dodici anni».

