Domani, la plenaria del Parlamento europeo voterà l’Act in support of ammunition production (Asap). Si tratta della norma, promossa dal commissario al Mercato interno, Thierry Breton, che con un finanziamento da 500 milioni punta ad aumentare il potenziale dell’industria della Difesa continentale. Obiettivo: arrivare a fabbricare un milione di proiettili l’anno per l’Ucraina. Un progetto che, se da un lato conferma le difficoltà delle forze Nato nell’approvvigionare Kiev, in un contesto in cui persino gli arsenali occidentali rischiano di rimanere sguarniti, dall’altro dimostra che, a Bruxelles, nessuno considera seriamente l’ipotesi di una fine delle ostilità a breve. Ormai, l’orizzonte mentale delle nostre élite è tarato sulla prospettiva di combattimenti di lunga durata.
La filosofia è quella che ha già esposto, giorni fa, l’Alto rappresentante Ue, Josep Borell: «Questo non è il momento di conversazioni diplomatiche sulla pace. È il momento di sostenere militarmente la guerra». Il fatto che il dogma bellicista sia affidato alla faciloneria di un burocrate che non conosce Belgorod, la città russa spesso teatro delle rappresaglie ucraine, è l’emblema della banalità con la quale stiamo correndo il pericolo di precipitare nell’abisso. Ma questa è un’altra storia.
L’assemblea di domani, dopo l’ok alla procedura d’urgenza per arrivare alla chiama finale sul provvedimento, potrebbe non essere priva di sorprese. A destra, qualche dubbio sull’Asap è serpeggiato tra gli europarlamentari della Lega, nella famiglia di Identità e democrazia. Sul fronte opposto, s’erano registrati mal di pancia tra i dem, con un paio astenuti sull’iter accelerato e il voto contrario di Massimiliano Smeriglio. Ciò che agita il Pd è la possibilità, prevista dalla norma proposta dalla Commissione, che si adottino modifiche ai piani di resilienza per dirottare denaro verso il comparto della Difesa. Insomma, diventerebbe legittimo spendere i soldi del Pnrr in armi e munizioni.
È della linea da adottare sulla questione, che ieri ha parlato Elly Schlein alle sue truppe, in videoconferenza. Il tracollo elettorale del partito ha fatto saltare la sua trasferta a Bruxelles, dove la segretaria piddina avrebbe dovuto incontrare la presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, e il gruppo dei socialisti europei, al quale proporre un emendamento per abrogare i riferimenti al Recovery fund. Tra i dem si è fatta strada l’idea di abbandonare l’Aula, qualora la normativa non venisse corretta. Il governo italiano ha già escluso revisioni del Pnrr per le finalità dell’Asap. Ieri, però, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha illustrato al Copasir il settimo decreto per l’invio di armi a Kiev, i cui contenuti, come i precedenti, sono secretati.
Intanto, a manifestare disagio per il «terzo pilastro» degli aiuti all’Ucraina - dopo i miliardi stanziati, con ironia orwelliana, dal Fondo per la pace - adesso è l’industria.
Euractiv ha riferito di colloqui con diplomatici dell’Ue, secondo i quali le aziende mal digeriscono sia la richiesta di condividere con l’esecutivo comunitario informazioni sensibili, sia la facoltà, che la Commissione riserverebbe a sé stessa, di definire le priorità negli ordinativi, quantunque in accordo con gli Stati membri nei quali operano le singole compagnie.
Il timore dei produttori riguarda il modo in cui verrebbero utilizzate certe «indiscrezioni» che l’Ue sarebbe autorizzata a raccogliere: parliamo di dati su capacità produttiva, previsioni su eventuali colli di bottiglia, elementi della supply chain, scorte e difficoltà a reperire materiali. E poi c’è il tema della garanzia che i dettagli top secret vengano adeguatamente protetti dai concorrenti e dai Paesi esteri. Già: alla faccia della cooperazione, la Difesa rimane un affare di Stato.
Com’è evidente, in ballo ci sono questioni delicatissime. La legge, i cui tempi di approvazione sono stati tagliati drasticamente, altererebbe gli equilibri di un settore strategico nel quale, per ovvi motivi, si opera in strettissima collaborazione con i governi nazionali. Bruxelles, da questo punto di vista, sta ricascando nella stessa trappola dell’euro: anteporre, all’integrazione politica (in tal caso, la costituzione di una Difesa e di un’agenda internazionale autenticamente comuni), l’integrazione economica (ditte che fabbricano equipaggiamento militare, le quali dovrebbero lavorare in sinergia, come in un vero mercato unico). La questione si è fatta ancor più grossa quando, pochi giorni fa, un funzionario della Casa Bianca, citato dall’Ansa, ha manifestato l’interesse di Washington per «l’apertura del processo di approvvigionamento e di acquisto alle industrie esterne all’Unione europea», che faciliterebbe le consegne all’Ucraina. Gli Usa, in pratica, hanno fiutato l’affare. E vuole tuffarcisi. Perché i russi saranno «orsi». Ma pure gli americani sono famelici.







La sinistra confonde i folli con chi ha il porto d'armi
In questo Paese c'è uno strano concetto di responsabilità oggettiva; lo si tira fuori ogniqualvolta ci sia l'occasione di sparare a zero - è il caso di dirlo - contro i legali possessori di armi. Qualcuno commette un crimine con una pistola? All'improvviso, tutti gli italiani che ne detengono legittimamente una sono dei potenziali criminali. E naturalmente, la strage di Ardea era un'occasione troppo ghiotta perché gli esponenti di questa sottocultura disarmista non la cogliessero al volo.
Ha cominciato, subito dopo l'eccidio, il candidato sindaco a Roma, Carlo Calenda: «Troppe armi da fuoco in giro», ha twittato. Una banalità che se la batte con altri gettonatissimi luoghi comuni: «Non ci sono più le mezze stagioni», o «Quello che ti frega non è il cado ma l'umidità». La ciliegina sulla torta l'ha messa, però, il segretario dem, Enrico Letta: «Un'arma in casa è sempre alla base di un rischio, di una fatalità, di un momento di follia», ha spiegato il nipotissimo. «Non possiamo assistere impotenti a tutto questo. Nuove norme sul possesso e l'utilizzo delle armi sono necessarie». Speriamo non siano tipo quelle proposte, anni fa, da un paio di senatrici del suo partito, secondo le quali i legali possessori di armi avrebbero dovuto depositarle tutte nei poligoni della loro zona, anziché custodirle nella propria abitazione. Così, i campi di tiro sarebbero diventati degli arsenali, a presidio dei quali avremmo dovuto schierare l'esercito.
Un discorso diverso l'ha fatto il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, che senza invocare nuove assurde trafile burocratiche da imporre agli onesti cittadini oplofili (ad esempio, controlli psichiatrici annuali), ha ricordato che sarebbe necessario rendere finalmente operativo il Centro elaborazione dati, contenente le informazioni sui possessori di armi. Peccato, però, che, come ha sottolineato Armi e tiro, per come è stato impostato normativamente, il Ced non contempli due elementi che sarebbero stati essenziali per prevenire la tragedia di Ardea: primo, la possibilità di accertare la morte del detentore dell'arma; secondo, la possibilità di incrociare dati di pubbliche amministrazioni diverse. Come l'ufficio anagrafe, che ad Ardea era a conoscenza del decesso del padre dell'omicida, mai comunicato alle forze dell'ordine dalla famiglia. Era infatti da costui, guardia giurata, che il killer aveva ereditato la Beretta semiautomatica con cui ha ucciso i due fratellini e l'anziano intervenuto per salvarli.
Mentre tutti si stracciano le vesti per le "armi facili", tuttavia, continuano a sfuggire alcuni particolari in grado di ribaltare la narrazione dominante.
Anzitutto, qui non si tratta di inventare nuove leggi, bensì di applicare quelle esistenti. Andrea Pignani, il trentaquattrenne assassino, era già fuorilegge: non poteva custodire quell'arma. E se pure avesse fatto domanda, nessuna Questura gli avrebbe rilasciato una licenza di porto, poiché il suo medico curante sarebbe stato costretto a rilasciare un certificato anamnestico, nel quale si sarebbe fatto accenno ai suoi problemi psichiatrici. Dunque, se anche fossero esistiti gli assurdi obblighi di controlli psicofisici annuali, chiesti dai disarmisti, essi non avrebbero potuto impedire il massacro.
I veri interrogativi, semmai, riguardano il comportamento di polizia e carabinieri. La madre di Pignani sostiene di essersi già rivolta, in passato, alle forze dell'ordine, dopo che il figlio l'aveva aggredita con un coltello. Possibile che, in un Paese in cui gli agenti, per prassi, sequestrano preventivamente le armi a chiunque abbia avuto anche una semplice lite con un vicino, nessuno si sia reso conto che in quella casa c'era un soggetto pericoloso, con facile accesso a una pistola? Gli abitanti del quartiere, tra l'altro, sostenevano che l'assassino l'avesse già brandita, per minacciare le persone con cui discuteva. Possibile che in una località come Ardea, che certo non è New York, né polizia né carabinieri fossero a conoscenza di questi episodi? Possibile che si siano trincerati dietro l'assenza di una "denuncia formale"? Possibile che le forze dell'ordine siano state capaci, in tempi di Covid, di contare quanta gente c'era nelle case, mentre non è stato spedito alcun controllo nell'abitazione di Pignani? Possibile che, in Italia, nessuno sia mai responsabile di niente, a meno che non sia un appassionato di armi - che allora diventa responsabile dei crimini degli altri?