Si è destreggiato con disinvoltura tra difesa e accusa, attraversando le aule dei processi più scottanti ma anche quelle di alcuni dei più controversi della storia italiana. Luigi Li Gotti, partito da Mesoraca di Crotone e trasferitosi a Roma negli anni ’70, è un nome di peso nel circuito giudiziario. Ha rappresentato le vittime della strage di Piazza Fontana e le vedove di via Fani, ha assistito la famiglia del commissario Luigi Calabresi, è stato al fianco dei parenti delle vittime del caso Moro. Ma basta guardare dall’altra parte del palcoscenico per vedere un altro Li Gotti: l’avvocato di Tommaso Buscetta, di Giovanni Brusca, di Salvatore Contorno, di Gaspare Mutolo, di Gioacchino La Barbera e di altri collaboratori di giustizia eccellenti dell’epoca del pentitismo siciliano: quello delle stragi, delle ipotizzate trattative e delle accuse a politici e a esponenti delle istituzioni. Era l’era dell’illuminazione legalitaria per molti ex esponenti di Cosa nostra e di personaggi che hanno costruito il loro destino sulle loro verità, talvolta scomode, altre volte convenienti e altre, infine, smentite. Difensore delle vittime (quelle del terrorismo) e dei carnefici mafiosi convertiti. È lui, toga sulle spalle, che assiste il pentito Francesco Di Carlo durante la deposizione in videoconferenza nell’udienza del processo al senatore Giulio Andreotti. Anni dopo è sempre lui a smentire pubblicamente che il suo cliente (Di Carlo) «abbia denunciato minacce che, secondo quanto appreso in ambienti giudiziari, sarebbero state rivolte a suoi familiari affinché non facesse i nomi di alcuni politici al processo contro Marcello Dell’Utri». Ma è anche il difensore di uomini dello Stato. Come il questore Francesco Gratteri, capo dello Sco (il Servizio centrale operativo della polizia di Stato finito nelle indagini per il blitz alla scuola Diaz durante il G8 di Genova e condannato a 4 anni, 3 dei quali indultati), che da poliziotto partecipò, coincidenza, proprio all’arresto di Brusca. E poi c’è la carriera politica. Dal Movimento sociale degli anni ’70, passando per Alleanza nazionale, fino alla svolta improvvisa nel giustizialismo dipietrista dell’Italia dei valori. Da sottosegretario alla Giustizia del secondo governo Prodi ha avuto tra le mani dossier bollenti e ha gestito il fragile sistema dei collaboratori di giustizia. Le sue posizioni sulla grazia ad Adriano Sofri e a Ovidio Bompressi scatenarono un terremoto politico: il suo collega Carlo Taormina lo accusò di conflitto di interessi (per la duplice veste da sottosegretario alla Giustizia e legale della famiglia Calabresi), chiedendone le dimissioni dal governo. Quando ne è uscito (ma non per gli strali di Taormina), e dopo la parentesi da senatore dipietrista, ha assunto la difesa di Pino Giglio, pentito di ’ndrangheta nel processo Aemilia, uno che ha spiegato come la mala faceva soldi in Emilia Romagna senza apparentemente sporcarsi le mani. E poi c’è il mondo imprenditoriale calabrese. Questa volta i pentiti non c’entrano. E Li Gotti compare tra i difensori degli indagati. L’inchiesta è quella sul patron del Crotone Calcio Raffaele Vrenna, coinvolto in una presunta truffa aggravata sui rifiuti ospedalieri. Anche qui Li Gotti ha saputo muoversi con l’abilità di chi conosce le regole del gioco. E alla fine il processo si è chiuso con le assoluzioni. Forse è proprio questa la chiave per descrivere il personaggio: un maestro dell’equilibrio, capace di adattarsi al contesto, di cambiare bandiera senza passare per un voltagabbana, di servire lo Stato e difendere chi quello stesso Stato lo ha tradito. Un esperto viaggiatore tra le insidie della giustizia (e della politica) italiana. E chissà se un giorno il suo nome verrà ricordato come quello di un servitore dello Stato o di un abile navigatore nei meccanismi del sistema. O forse, più semplicemente, di entrambi.
In Italia ci troviamo ogni due per tre a discutere del nulla (argomento altissimo in filosofia, argomento vomitevole in politica). L’ultimo riguarda l’onorevole Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia e nata nel 1986. Notatevi bene questa data. Qual è il nulla di cui si discute? La Colosimo è candidata, da parte del governo, alla presidenza della Commissione nazionale antimafia. Apriti cielo e spalancati fogna. La sinistra, il centrosinistra, insomma quelli che non sono al governo, hanno alzato le barricate. No, la Colosimo no perché sarebbe amica (dicono loro e lo sostengono anche oggi su Repubblica due autorevoli commentatori) di Luigi Ciavardini, ex Nar (appartenente ai Nuclei armati rivoluzionari, un’organizzazione terroristica italiana a ideologia neofascista e neonazista) condannato per essere stato uno degli esecutori materiali della strage di Bologna di quel terribile 2 agosto 1980 e anche per altri due omicidi.
Prima di tutto c’è un’ovvia considerazione relativa alle date. Nel 1980 la Colosimo non era ancora nata. Sarebbe nata sei anni dopo. Ciavardini, condannato a 30 anni di reclusione nel 2007, è residente nel carcere di Rebibbia. Allora: o la Colosimo, prima del concepimento e della successiva nascita, ha goduto di una vita soprannaturale in attesa della reincarnazione dalla quale aveva poteri di influsso sul mondo e anche sui Nar (e quindi su Ciavardini) oppure in tutto questo centra come i cavoli a merenda. Considerazioni ovvie ma, poiché si parla del nulla, l’ovvietà diventa un pensiero profondo.
Detto questo della Colosimo, tramite soggetti a lei vicini sentiti da Il Fatto, che ha relegato la notizia a pagina 9, si è venuti a sapere che la deputata «conosce Ciavardini da oltre dieci anni come chiunque sia entrato a Rebibbia». Il riferimento è a una associazione che si chiama Gruppo idee, costituita nel 2007 per fornire attività di sostegno ai detenuti, presidente della quale è Germana De Angelis, moglie di Ciavardini. Le stesse fonti sentite dal Fatto ci dicono che «Colosimo non nega di conoscere l’ex Nar, ma nell’ambito delle attività istituzionali svolte nel carcere romano quando era consigliere regionale del Lazio».
Pare a voi, gentili lettrici e gentili lettori, che questo sia sufficiente per affermare che la medesima Colosimo non è adatta a quell’incarico perché si troverà ad affrontare il coinvolgimento degli eversori neofascisti nella strategia stragista mafiosa degli anni 92-94 e il ruolo della falange armata? Proprio in Italia viene detto questo? Facciamo il caso, solo ad esempio, di Sergio D’Elia, ex terrorista che in gioventù aveva militato nella organizzazione terroristica di estrema sinistra Prima linea. Dopo 12 anni di carcere per banda armata e concorso morale in omicidio volontario, come sulla via di Damasco, ma senza cadere da cavallo, è divenuto sostenitore della non violenza e tra il 2006 e il 2008 è stato deputato della Rosa nel pugno. Ora è segretario dell’associazione Nessuno tocchi Caino. In più ieri sull’Unità ha proposto l’abolizione del carcere. Avrebbe detto Francesco Guicciardini expertus loquor, parla da esperto. Vogliamo parlare dei signori Francesca Mambro e Valerio Fioravanti? La prima ritenuta colpevole dell’omicidio di 96 persone e complessivamente condannata a nove ergastoli, 84 anni e 8 mesi di reclusione, il secondo esponente dei Nar, come Ciavardini, ritenuto colpevole di diversi reati, tipo l’omicidio di 95 persone delle quali 85 nella strage di Bologna. A quanto ci risulta questi signori vanno in giro per tutta Italia a tenere conferenze, Fioravanti tra l’altro sposato con la Mambro. Nella nostra cultura cristiana occidentale ci sono il pentimento e la conversione, ma da lì a diventare divulgatori di scienza e sapienza il passo può essere considerato, ma con una certa prudenza.
Vogliamo considerare tutti i terroristi di sinistra che vanno a tenere conferenze e corsi nelle università? Strano, no? Soprattutto in considerazione del fatto che a papa Benedetto XVI fu proibito di tenere una conferenza (tra l’altro avendone assoluta competenza essendo uno dei maggiori teologi del XX secolo) il 20 novembre del 2007. Che mondo strano. Pare quasi superfluo parlare del caso Sofri, divenuto guru dopo essere stato condannato come mandante dell’omicidio a sfondo terroristico del commissario di polizia Luigi Calabresi nel 1972. Contro la carcerazione di Adriano Sofri si sollevarono intellettuali italiani molti dei quali liberali, ma ex comunisti, e suoi amici e attivisti nel movimento Lotta continua.
Chiudo con una domanda. Con tutto questo, che cosa ha commesso di così rilevante Chiara Colosimo per non potere accedere a quella carica? Nulla. E se qualcuno ritiene che, viceversa, abbia commesso qualche cosa che non doveva ne porti le prove, con la consapevolezza che un’opinione, anche se viene da sinistra, almeno per ora, nel Codice di procedura penale non è considerata notizia criminis o prova.
In Italia ci troviamo ogni due per tre a discutere del nulla (argomento altissimo in filosofia, argomento vomitevole in politica). L’ultimo riguarda l’onorevole Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia e nata nel 1986. Notatevi bene questa data. Qual è il nulla di cui si discute? La Colosimo è candidata, da parte del governo, alla presidenza della Commissione nazionale antimafia. Apriti cielo e spalancati fogna. La sinistra, il centrosinistra, insomma quelli che non sono al governo, hanno alzato le barricate. No, la Colosimo no perché sarebbe amica (dicono loro e lo sostengono anche oggi su Repubblica due autorevoli commentatori) di Luigi Ciavardini, ex Nar (appartenente ai Nuclei armati rivoluzionari, un’organizzazione terroristica italiana a ideologia neofascista e neonazista) condannato per essere stato uno degli esecutori materiali della strage di Bologna di quel terribile 2 agosto 1980 e anche per altri due omicidi.
Prima di tutto c’è un’ovvia considerazione relativa alle date. Nel 1980 la Colosimo non era ancora nata. Sarebbe nata sei anni dopo. Ciavardini, condannato a 30 anni di reclusione nel 2007, è residente nel carcere di Rebibbia. Allora: o la Colosimo, prima del concepimento e della successiva nascita, ha goduto di una vita soprannaturale in attesa della reincarnazione dalla quale aveva poteri di influsso sul mondo e anche sui Nar (e quindi su Ciavardini) oppure in tutto questo centra come i cavoli a merenda. Considerazioni ovvie ma, poiché si parla del nulla, l’ovvietà diventa un pensiero profondo.
Detto questo della Colosimo, tramite soggetti a lei vicini sentiti da Il Fatto, che ha relegato la notizia a pagina 9, si è venuti a sapere che la deputata «conosce Ciavardini da oltre dieci anni come chiunque sia entrato a Rebibbia». Il riferimento è a una associazione che si chiama Gruppo idee, costituita nel 2007 per fornire attività di sostegno ai detenuti, presidente della quale è Germana De Angelis, moglie di Ciavardini. Le stesse fonti sentite dal Fatto ci dicono che «Colosimo non nega di conoscere l’ex Nar, ma nell’ambito delle attività istituzionali svolte nel carcere romano quando era consigliere regionale del Lazio».
Pare a voi, gentili lettrici e gentili lettori, che questo sia sufficiente per affermare che la medesima Colosimo non è adatta a quell’incarico perché si troverà ad affrontare il coinvolgimento degli eversori neofascisti nella strategia stragista mafiosa degli anni 92-94 e il ruolo della falange armata? Proprio in Italia viene detto questo? Facciamo il caso, solo ad esempio, di Sergio D’Elia, ex terrorista che in gioventù aveva militato nella organizzazione terroristica di estrema sinistra Prima linea. Dopo 12 anni di carcere per banda armata e concorso morale in omicidio volontario, come sulla via di Damasco, ma senza cadere da cavallo, è divenuto sostenitore della non violenza e tra il 2006 e il 2008 è stato deputato della Rosa nel pugno. Ora è segretario dell’associazione Nessuno tocchi Caino. In più ieri sull’Unità ha proposto l’abolizione del carcere. Avrebbe detto Francesco Guicciardini expertus loquor, parla da esperto. Vogliamo parlare dei signori Francesca Mambro e Valerio Fioravanti? La prima ritenuta colpevole dell’omicidio di 96 persone e complessivamente condannata a nove ergastoli, 84 anni e 8 mesi di reclusione, il secondo esponente dei Nar, come Ciavardini, ritenuto colpevole di diversi reati, tipo l’omicidio di 95 persone delle quali 85 nella strage di Bologna. A quanto ci risulta questi signori vanno in giro per tutta Italia a tenere conferenze, Fioravanti tra l’altro sposato con la Mambro. Nella nostra cultura cristiana occidentale ci sono il pentimento e la conversione, ma da lì a diventare divulgatori di scienza e sapienza il passo può essere considerato, ma con una certa prudenza.
Vogliamo considerare tutti i terroristi di sinistra che vanno a tenere conferenze e corsi nelle università? Strano, no? Soprattutto in considerazione del fatto che a papa Benedetto XVI fu proibito di tenere una conferenza (tra l’altro avendone assoluta competenza essendo uno dei maggiori teologi del XX secolo) il 20 novembre del 2007. Che mondo strano. Pare quasi superfluo parlare del caso Sofri, divenuto guru dopo essere stato condannato come mandante dell’omicidio a sfondo terroristico del commissario di polizia Luigi Calabresi nel 1972. Contro la carcerazione di Adriano Sofri si sollevarono intellettuali italiani molti dei quali liberali, ma ex comunisti, e suoi amici e attivisti nel movimento Lotta continua.
Chiudo con una domanda. Con tutto questo, che cosa ha commesso di così rilevante Chiara Colosimo per non potere accedere a quella carica? Nulla. E se qualcuno ritiene che, viceversa, abbia commesso qualche cosa che non doveva ne porti le prove, con la consapevolezza che un’opinione, anche se viene da sinistra, almeno per ora, nel Codice di procedura penale non è considerata notizia criminis o prova.
Nostalgia della rivolta. Epica e sentimenti rivoluzionari. Orgoglio dell’appartenenza. Elogio della solidarietà ribellistica. Ci sono tutti questi elementi in Lotta continua - I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, la docu-serie già visibile su Raiplay - e il 13 gennaio su Rai 3 - tratta da un libro dell’instancabile Aldo Cazzullo. «In quegli anni ho fatto la cosa giusta insieme alla maggioranza della mia generazione», scandisce Erri De Luca nell’incipit della storia. Ma dal suo volto rugoso non traspaiono accenni autocritici. Al contrario, lo scrittore napoletano rivendica «piena lealtà nei confronti delle ragioni che ci misero insieme e che ci hanno fatto partecipare di quel movimento rivoluzionario». Posta all’inizio dei quattro episodi, la riflessione dell’ex dirigente del servizio d’ordine di Lotta continua fornisce la chiave di lettura del documentario diretto da Tony Saccucci. Gli otto anni del movimento di cui fu leader Adriano Sofri sono raccontati da ex militanti, con la sola eccezione di Giampiero Mughini che, prima di allontanarsi da quel mondo, prestò la firma di giornalista professionista per rendere possibile la pubblicazione del quotidiano. È lui l’unico testimone critico della stagione che va dalle manifestazioni alla Fiat di Mirafiori del 1968 allo scioglimento del movimento al congresso di Rimini del 1976.
Il regista afferma di aver voluto fare un film «per i nostri figli». Tuttavia, se si prefiggeva non solo di celebrare, ma anche di tramandare la conoscenza di quegli accadimenti a chi non li ha vissuti, ricorrendo quasi esclusivamente a voci di dentro, esistenzialmente coinvolte e inevitabilmente indulgenti, bisogna dire che ha mancato il bersaglio.
«Per me fu l’incontro con la felicità. C’era l’idea che il mondo non sarebbe stato più lo stesso», dice la sociologa Donatella Barazzetti. «Volevamo mettere al centro del mondo l’uomo. Non il profitto, le macchine, il commercio», testimonia Vincenzo De Girolamo, ristoratore. Nella maggior parte dei ricordi non c’è, né può esserci, la giusta distanza emotiva per dare ai fatti una prospettiva storica. Così, nonostante l’impegno di Mughini, manca chi dica che le parole di De Luca, il più consultato insieme a Marco Boato, sono inesatte e presuntuose. È lontano dal vero che i giovani che militarono in Lotta continua e nei gruppi extraparlamentari fossero «la maggioranza» di quella generazione. Anche durante i formidabili anni c’erano ragazzi che non ambivano a «fare la rivoluzione». Che semplicemente studiavano e facevano sport. Che frequentavano gli oratori e i movimenti cattolici. O militavano in formazioni diversamente orientate. La presunzione per cui chi partecipò alle formazioni di estrema sinistra stava facendo «la cosa giusta» è invece un vizio tuttora in auge se, solo il primo agosto scorso, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Sofri, Gad Lerner ne ha pubblicamente rimarcato la vita vissuta «dalla parte giusta». Nei ricordi, del leader di Lc qualcuno rimarca «la prosopopea» e la sfrontatezza con la quale, nell’affollata aula magna della Normale di Pisa, chiese a Palmiro Togliatti «perché non avete fatto la rivoluzione?».
Testimonianza dopo testimonianza si coagula la storia della parte buona del movimento. «Loro erano i più vivi e vitali, altro che le litanie del Libretto rosso di Mao», ammette Mughini. Davanti ai cancelli di Mirafiori le proteste degli operai si saldano con quelle degli studenti. Ma poco alla volta l’utopia cede il passo alla necessità di «alzare il livello dello scontro». Nel dicembre del 1969, dopo la strage di Piazza Fontana e la morte Luigi Pinelli, la situazione precipita. Nasce il servizio d’ordine, una struttura parallela illegale. Si fa strada l’idea di ricorrere alla violenza. Nonostante De Luca parli di «anni di rame» prima dell’avvento degli anni di piombo, il 17 maggio 1972, a seguito di una lunga campagna denigratoria, viene ucciso il commissario Luigi Calabresi, assassinio che inaugura la stagione del terrorismo.
«Noi rifiutiamo l’idea che Lotta continua sia equiparabile a un’organizzazione terroristica», si difende Lerner. «Da Lotta continua nacque Prima linea. La violenza politica era il pane quotidiano di quegli anni e di quella gente», ribatte Mughini. Non sarà però il contrasto tra utopisti e fautori della lotta armata a portare alla fine di Lc. «È stato il femminismo a sciogliere Lotta continua. È il titolo voluto da Sofri», riconosce Paolo Liguori. «Sempre meglio dell’altro: Lotta continua si divide tra chi vuole la lotta armata e chi no». Dopo, gli ex militanti sono diventati una lobby? «L’ideologo è finito in galera, il leader carismatico, Mauro Rostagno, è stato ucciso dalla mafia, il capo dell’ala ecologista, Alex Langer, si è impiccato a un albicocco in Toscana», replica Boato. Prima di ammettere che, tra qualche decina di migliaia di militanti, alcuni di loro hanno conquistato ruoli di primo piano nel giornalismo, nella politica, nella cultura.
I ragazzi che volevano fare la rivoluzione è stato proiettato al Torino film festival suscitando, come ha rivelato Dagospia, non poche polemiche. Steve Della Casa, direttore artistico della manifestazione, fu l’organizzatore del corteo di Lc che portò al rogo del bar Angelo azzurro nel quale morì Roberto Crescenzio, uno studente-lavoratore di 22 anni. Per quei fatti Della Casa fu condannato a due anni con la condizionale. Ma se Torino, oltre a essere la città dove nacque e si sviluppò Lotta continua, è anche sede del Film festival, maggior cura si poteva chiedere alla Rai prima di proporre, dopo Esterno notte di Marco Bellocchio, un’altra opera contenente una visione parziale degli anni di piombo.
«Buoni 80 anni caro Adriano, vissuti dalla parte giusta». Poiché non è uno scherzo social di Paolo Bertolucci a Panatta (ne ha compiuti da poco otto di meno) il tweet può essere solo un gesto politico di solidarietà. Quella che Gad Lerner ancora una volta regala al suo amico Sofri, non limitandosi agli auguri ma ribadendo con ostinazione la superiorità culturale di chi pretende di aver camminato nella vita dalla parte illuminata del marciapiede.
Niente di speciale, una semplice conferma del settarismo onanistico che accompagna la sinistra nella sua espressione più infantile, quella dell’autogratificazione ad aeternum.
Sul patetico tema aveva già detto tutto con umorismo involontario Mario Capanna in Formidabili quegli anni. Ciò che merita una sottolineatura - perché il vizio della memoria non valga solo quando riguarda gli altri - è quel «vissuti dalla parte giusta». Era ovviamente anche quella di Lerner, allora giovane apprendista dentro Lotta Continua. Ed era soprattutto quella di Sofri, capo storico del movimento di estrema sinistra, condannato in via definitiva come mandante dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, l’episodio che il 17 maggio 1972 fece da spartiacque fra la contestazione violenta delle piazze pseudo-rivoluzionarie e la stagione del terrorismo delle Brigate rosse e di Prima Linea. Fu così giusta quella parte che l’Adriano fu condannato a 22 anni e ne ha fatti 15 nel carcere a Pisa, presentandosi con gli effetti personali davanti al portone mentre il suo luogotenente Giorgio Pietrostefani scappava per la seconda volta a Parigi e continua a sfuggire (con un senso del tutto personale della dignità) alla giustizia italiana.
La parte giusta di Sofri si limitò a prendere atto che gli errori si pagano, i delitti presuppongono una pena e i parenti delle vittime un risarcimento morale. Si chiama Giustizia. Alla fine ci arrivò, a differenza di Lerner che ancora oggi - in nome di una exception culturelle coltivata in vitro - ritiene nobile e formativa quella stagione di odio che diede il via alla notte della Repubblica. Per la verità anche Sofri fece fatica ad arrendersi. E spalleggiato dalla «nota lobby» (parole e musica dell’ex capo dello Stato Francesco Cossiga) trasformò un caso giudiziario in una guerra tribunalizia che non ha eguali: 15 processi in 12 anni, un record. Marce indietro e revisioni, le sentenze usate come chewing gum, un supporto mediatico imbarazzante e il «distratto disprezzo» degli eletti con l’eskimo sull’anima per chi la pensava diversamente. Proprio non ci volevano stare, i migliori.
Allora la «parte giusta» fece le prove generali, sostenuta dal battaglione Azov del mondo dell’editoria, degli intellettuali organici, della militanza di redazione, dei partigiani del giorno dopo, dei reduci entrati in politica e automaticamente ripuliti da ogni squallido fiancheggiamento. Quelli che allora furono cattivi maestri per avere condizionato la scelta di ragazzi psicolabili passati dal pugno chiuso alle P38, oggi sono tutti kantiani: «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me». Troppo facile. Emmanuel Kant non prevedeva tralicci a Segrate da far saltare in aria (e ai quali rimanere appesi per ignavia operativa), agguati alla schiena, sprangate letali e vite devastate di madri, mogli, figli di vittime innocenti metabolizzate davanti a bivacchi amarcord di gente «dalla parte giusta».
Ancora oggi, a 50 anni di distanza da quell’omicidio a sangue freddo che Sofri ordinò, Pietrostefani organizzò, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino eseguirono, mancano dettagli decisivi come i nomi di chi pedinò Calabresi, di chi fece da palo, dei manovali della logistica, delle coperture milanesi. Buon compleanno a tutti, quando arriverà.
Qualcuno può festeggiare due volte sapendo di averla fatta franca.






