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Con Marina Terragni, garante per l'infanzia e l'adolescenza, parliamo del sistema di gestione dei minori e dei casi dolorosi di piccoli tolti alle famiglie.
Con Marina Terragni, garante per l'infanzia e l'adolescenza, parliamo del sistema di gestione dei minori e dei casi dolorosi di piccoli tolti alle famiglie.
Dal 6 ottobre su RaiPlay, Gaja Masciano e Costantino Seghi sono i giovani protagonisti della produzione tratta dal best-seller di Enrico Galiano.
Non è bella, in senso stretta. Non è memorabile, neppure originale. Ma, nella sua mancanza di inventiva, nella capacità di aderire così bene ai dettami moderni in fatto di serialità, Eppure cadiamo felici ha la propria straordinarietà. Ed è questa ad essere la dimostrazione di come la Rai possa davvero competere con le piattaforme più nuove. La serie televisiva, otto episodi liberamente tratti dal best-seller omonimo di Enrico Galiano, è un teen drama, di quelli che Netflix o Amazon Prime Video avrebbero potuto mandare in onda. La storia è nota. Un’adolescente riottosa, sempre pronta a dichiarare il proprio odio nei confronti del mondo. Una madre mediocre, incapace di garantire alla figlia una sfera di affetti stabili, un luogo da chiamare casa. Un padre assente, nonni troppo impegnati a combattere la propria guerra con i figli per potersi prendere cura della nipote. Gioia, nella serie, disponibile su RaiPlay da venerdì 6 ottobre, è sola. E, come spesso accade nelle drammatizzazioni televisive degli universali adolescenziali, tale vorrebbe rimanere.
Gioia vorrebbe essere invisibile, dice, ignorata da tutti. Non vorrebbe essere guardata, non verrebbe che i coetanei le rivolgessero la parola. L’amicizia le provoca il vomito, figurarsi l’amore. Gioia, interpretata nello show da Gaja Masciano, è un cliché con i capelli rossi. Tinti, perché lo sguardo dello spettatore sappia riconoscerli immediatamente come finti. Non ci prova neanche, quel suo personaggio, a darsi un’aria verosimile. Schifa le attenzioni di Andrea (Enea Barozzi), il bello della scuola, con gli occhi cerchiati di kajal e le unghie dipinte di nero, come un Damiano dei Måneskin qualsiasi. Cose cui non saprebbe dare un nome la spingono altrove, nelle notti buie di Gorizia, a fianco di un ragazzo sconosciuto: Lo (Costantino Seghi), un senzatetto dall’aura problematica, costretto da un misterioso incidente passato ad una vita di strada. Gioia ne è innamorata. E al diavolo la scuola, sua madre Sabrina (Giorgia Wurth), l’ormai familiare disagio filiale. Gioia ha altro, a Gorizia: quella parvenza di socialità che i tanti traslochi l’avevano spinta a detestare aprioristicamente. Non sa che il passato di Lo l’aspetta al varco. Non sa, e neppure teme, e la serie va, come altre prima, senza grande suspense ma con una sua importanza. Perché quel che Eppure cadiamo felici fa è altro: dire e ribadire che RaiPlay c’è.
C’è nella gara alla produttività, c’è nel tentativo di portare online un pubblico giovane, i fan di Mare Fuori, i ragazzini disposti ad abbracciare una versione 2.0, meno vetusta e più dinamica, della televisione generalista. Poco importa, dunque, quanto sia bella o originale Eppure cadiamo felici. Il suo scopo non è nella bellezza, meno che mai nella capacità di rimanere scolpita nella memoria di chi la guardi. Eppure cadiamo felici è un manifesto programmatico, una dichiarazione d’intenti. Ed è qui che il suo essere uguale a mille altre si rivela efficace, capace di dire che pure la Rai sa fare.
E meno male che ci sono esperti, allarmati per la facilità con cui viene assecondata la «voglia» dei giovanissimi di cambiar sesso. La Società psicoanalitica italiana (Spi), ha scritto al premier Giorgia Meloni manifestando «grande preoccupazione per l’uso di farmaci, finalizzato a produrre un arresto dello sviluppo puberale in ragazzi di entrambi i sessi, a cui è stata diagnosticata una “disforia di genere”».
Si nasce o maschio, o femmina. Aiutare un bambino con soluzioni tecniche, ovvero ormoni utili a «guadagnare tempo», a non identificarsi nel proprio corpo per vivere «nel proprio genere» di fantasia, o a credere che possa essere «di tutti i generi», provoca danni irreversibili.
In qualità di presidente della Spi, Sarantis Thanopulos, psichiatra e psicoanalista, osserva che «la sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica accompagnata da un’approfondita riflessione sullo sviluppo psichico, e suscita forti perplessità».
La triptorelina (Trp), una molecola in grado di agire sul sistema endocrino e sospendere l’arrivo della pubertà, era stata inserita lo scorso anno tra i medicinali erogabili a carico del Servizio sanitario nazionale. L’uso non era stato liberalizzato per la disforia di genere, bensì «in casi molto circoscritti», aveva tenuto a precisare il Comitato nazionale per la bioetica, come «la presenza di una profonda sofferenza dei ragazzi con psicopatologie psichiatriche e che giungono al rischio di comportamenti autolesionistici e/o tentativi di suicidio, a causa dello sviluppo del corpo nella direzione non desiderata, ove le loro condizioni patologiche non siano altrimenti trattabili».
La Spi, però, ricorda che la diagnosi di disforia di genere «in età prepuberale è basata sulle affermazioni dei soggetti interessati e non può essere oggetto di un’attenta valutazione, finché lo sviluppo dell’identità sessuale è ancora in corso. Solo una parte minoritaria dei ragazzi che dichiarano di non identificarsi con il loro sesso conferma questa posizione nell’adolescenza, dopo la pubertà».
Intanto, si blocca lo sviluppo psicosessuale e, sospenderlo o prevenirlo «in attesa della maturazione di una sua definizione identitaria stabile, è in contraddizione con il fatto che questo sviluppo è un fattore centrale del processo della definizione», scrive l’esecutivo della società di cui fanno parte medici chirurghi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicologi e psicoterapeuti.
Assuntina Morresi, oggi riconfermata nel Comitato nazionale per la bioetica, nel motivare il suo voto contrario all’uso della Trp, che secondo la letteratura lascerebbe il corpo di un minore in un limbo, nell’agosto del 2018 si era chiesta «come è possibile in queste condizioni di non appartenenza a nessun genere, “esplorare la propria identità di genere”? Rispetto a quale ipotesi si verifica e si esplora, in assenza di un corpo sessuato, cioè in assenza dell’espressione fisica della propria identità di genere, se non a un immaginario?».
La scorsa estate, il Centro studi Livatino attento a tematiche riguardanti il diritto alla vita, la famiglia e la libertà religiosa, aveva inviato una lettera all’Aifa segnalando come «alto il rischio, adoperando la triptorelina per bloccare la pubertà fino a quattro anni circa, dai 12 ai 16 anni d’età, di indurre farmacologicamente un disallineamento fra lo sviluppo fisico e quello cognitivo del minore; inoltre, non esistono evidenze sull’effettivo pieno ripristino della fertilità nel caso di desistenza dal trattamento e di permanenza nel sesso di appartenenza».
È tipico dell’età adolescenziale provare ad assumere momentaneamente diverse identità, ma non si può bloccare o manipolare il corpo assecondando l’idea che il genere sia intrappolato nella biologia. Per questo, la Società psicoanalitica italiana chiede al presidente del Consiglio che sulla questione venga avviata «una rigorosa discussione scientifica», e si mette a disposizione per fornire il proprio contributo.
Pronta è arrivata la condivisione da parte di Pro Vita & Famiglia, che ritiene «fondamentale trattare l’argomento con la complessità e la delicatezza che merita, soprattutto considerando le controindicazioni che hanno i trattamenti che vogliono provocare un arresto dello sviluppo puberale, in ragazzi a cui è stata diagnostica la disforia di genere».
L’associazione ricorda le decine di «casi drammatici che ci arrivano dall’estero, dei cosiddetti “detransitioner”, giovani che hanno portato avanti queste procedure e che si sono poi pentiti e che ora si trovano nel dramma di non poter più tornare indietro, con conseguenze quindi irreversibili dal punto di vista fisico e psicologico».
Thanopulos, nel 2019, scrisse sul Manifesto un intervento, che gli provocò feroci critiche dal mondo Lgbt. «Interferire con lo sviluppo psicocorporeo nell’infanzia, bloccandolo o modificandolo medicalmente, sulla base di convinzioni o comportamenti ancora da evolvere, che così si rendono definitivi, è un abuso», ammoniva l’oggi presidente Spi. La questione continua a rimanere urgente.
Un altro libro fondamentale sul tema dell’amicizia adolescenziale è L’amico ritrovato, primo capitolo della Trilogia del ritorno, che comprende anche Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore di Fred Uhlman, scrittore e pittore tedesco, nato a Stoccarda nel 1901, laureato in giurisprudenza, avvocato e oratore del partito socialdemocratico. L’avvento del nazismo lo costrinse a passare dalla condizione di avvocato a quella di apolide, che riuscirà a illuminare con qualche guadagno cominciando la carriera di pittore. Nel 1971 pubblicò la sua opera più famosa: il romanzo breve L’amico ritrovato (Reunion).
Il protagonista Hans Schwarz è un sedicenne figlio di una famiglia di ebrei tedeschi. Il padre è un medico, decorato nella prima guerra mondiale, non credente, figlio della madrepatria Germania. Nel febbraio 1932 nella sua classe di ginnasio liceo viene aggregato anche Konradin von Hohenfels, di famiglia nobile e figlio di un ex ambasciatore. I ragazzi sono due solitari, entrambi privi di amici. Attraverso il comune amore per la bellezza e per la storia - entrambi hanno una collezione di monete greche - i due diventano amici, un’amicizia potente, che il nazismo interromperà. Konradin subisce il fascino di Hitler; Hans comincia a essere perseguitato, è costretto a fuggire dalla Germania, i suoi genitori sono spinti al suicidio, una tragedia questa molto diffusa e poco raccontata.
Il libro è intriso di dolcezza e di nostalgia, punteggiato di lunghe descrizioni di luoghi che non esistono più, distrutti dalle bombe e dalla follia, di un società cancellata per sempre con la sua perduta grazia. Eppure il sapore che indugia sulle nostre labbra dopo la lettura è la fragranza del vino locale, bevuto nelle osterie rivestite di legno scuro sulle rive del Neckar e del Reno. Non c’è nulla della furia di Wagner; è come se Mozart avesse riscritto Il crepuscolo degli dei. Io credo sinceramente che questo esile libretto troverà sugli scaffali un suo posto duraturo con una prosa tormentosa quanto lirica. L’amicizia tra Hans e Konradin ha le caratteristiche dell’amicizia adolescenziale, totalitaria e potente, vale a dire un’amicizia basata sui massimi sistemi, un legame all’interno del quale si parla di Dio e della morte. Hans è sconvolto dall’incendio di una casa vicina che ha distrutto nel rogo la vita di due ragazzine, che diventa simbolo di ogni dolore innocente e che inevitabilmente rimanda la mente del lettore a tutte le vite innocenti che stanno per essere bruciate.
Hans preferisce credere che Dio non esista, piuttosto che credere all’esistenza di un Dio che permette che i bambini siano torturati. Konradin ne è scosso, ma sarà proprio questa meditazione sul dolore innocente che rafforzerà la sua fede in Cristo e gli permetterà di fare alla fine la sua scelta eroica. Se il nazismo e la morte non li avessero separati, Hans e Konradin sarebbero rimasti con la loro amicizia eterna, ognuno a proteggere i bambini dell’altro, ognuno testimone di nozze dell’altro. Lo scopo dell’amicizia adolescenziale è renderci più forti, migliori. Ognuno dei due ragazzi dà il meglio di sé. Lo scopo dell’amicizia adolescenziale è parlare di Dio e della morte. Lo scopo è anche quello di creare un legame forte che permetta il distacco dai genitori, che difatti nel libro restano sullo sfondo, esattamente come sono sullo sfondo durante l’adolescenza.
C’è un momento in cui il ragazzo o la ragazza rompono o interrompono il rapporto esclusivo con il genitore attraverso una relazione forte con una persona dello stesso sesso. Questo preparerà la capacità a una relazione molto più complessa con una persona del sesso opposto che a sua volta permetterà loro di diventare completamente adulti e, finalmente, a loro volta genitori. La relazione con l’amico dello stesso sesso ha funzioni fondamentali: permette il distacco emotivo dai genitori, indispensabile a diventare adulti, permette la formazione del senso del sé, che si attua solo nella relazione, non in solitudine, prepara alla relazione con l’altro sesso più difficile e complessa e offre per tutta la vita un sostegno.
Nei tempi descritti nel libro le classi erano giustamente separate in classi maschili e femminili. Spesso c’erano anche due ingressi separati. È una forma di assoluta saggezza: perché mettere sugli stessi banchi persone che hanno gli ormoni alle stelle salvo poi stupirsi che non seguono le lezioni perché pensano ad altro? Fino agli anni Cinquanta le classi erano rigidamente separate, era possibile quindi che si formasse la formidabile amicizia adolescenziale, era possibile restare concentrati sul problema di Dio e della morte. Ora in un mondo «eroticizzato» e sessualizzato immerso in classi miste ci si avventura troppo presto in avventure con l’altro sesso, troppo acerbe e che lasciano l’amaro in bocca. La sessualità non è un giocattolo e può generare la vita. Può fare morti e feriti. Può dare senso alla vita, può crearla, può spezzare e distruggere.
Il secondo danno è che l’amicizia adolescenziale, fondamentale per la nostra vita, venga scambiata per altro. Su molti siti la storia del libro è presentato come una forma più o meno inconsapevole di omosessualità, termine improprio con cui si indica la negazione della sessualità che viene sostituita da un rapporto erotico tra uguali. È vero l’esatto contrario. È l’amicizia adolescenziale che nel mondo attuale tragicamente sessualizzato, anzi eroticizzato, è scambiata per un rapporto omosessuale, e questa è una trappola che ingabbia innumerevoli ragazzi e ragazze anche per la vita. L’amicizia tra Hans e Konradin nasce perché ognuno ha caratteristiche che l’altro vorrebbe avere, bellezza e stato sociale da un lato, libertà di movimento e pensiero dall’altro, mentre in comune ci sono l’amore per la bellezza e la sofferta ricerca della verità metafisica.
Tutto questo può simulare un innamoramento, proprio perché prepara al vero innamoramento, quello con l’altro sesso, che sarebbe meglio avvenisse solo dopo che la maturazione psicologica sarà completata, e l’amicizia adolescenziale ha proprio il compito di portare a termine questa maturazione, insegnando a smussare gli angoli spinosi dell’ego, ad ascoltare l’altro, a entrare nella sua testa, a perdonare imperfezioni e colpe. La cosiddetta omosessualità, termine improprio, non è genetica.
Questo è stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio dagli studi del genetista Andrea Ganna in uno studio di Harvard e Mit pubblicato su Science, che conferma le ipotesi di Joseph Nicolosi e Richard Cohen: non una caratteristica genetica, ma risultato di ambiente e cultura; non un destino, ma uno stile di vita che diventa talmente abitudinario da creare dipendenza.
Ed è uno stile di vita biologicamente perdente, in quanto biologicamente sterile e in quanto gravato da un aumento statisticamente importante di malattie, un comportamento quindi su cui è doveroso dichiarare la verità che è quella che rende liberi, che dà la potenza del cambiamento. Quante persone restano bloccate dalla eroticizzazione della fisiologica amicizia adolescenziale, verso la quale spingono media, scuola, politica e attivisti che entrano nelle scuole? L’amicizia adolescenziale è una fortuna straordinaria, preziosa e potente, che ha il dono di renderci migliori.
Siamo tutti ragazzini. È il lato «perturbante» del nostro tempo, dai calzini arcobaleno del sindaco alla sorprendente e sguaiata macumba degli ultrasessantenni vincitori delle Olimpiadi invernali a Milano, a tante altre e più inquietanti istantanee della vita quotidiana. Ma perché il cittadino dell'Occidente contemporaneo fatica ad uscire dall'adolescenza e dalle sue manifestazioni? Il fatto è che si è accantonato uno dei saperi su cui da millenni e in ogni continente si è fondata la pedagogia e l'educazione delle persone e dei giovani: la conoscenza delle «età della vita», che insegnava a stare al proprio posto del mondo. Dove molto dipende da quanto tempo ci sei: appena entrato, o non più bebè ma bambino, adolescente, adulto, anziano. Non si tratta di «ghettizzazioni ideologiche» come credevano i fantasiosi psicologi che negli anni Settanta facevano vagire signore di mezz'età in cerca di rinascita. La vita è questo: un imparare a «durare» nel tempo (come pensava il filosofo Henry Bergson); passando dalle prime fasi di competenza soprattutto materna, a quelle ulteriori dove per entrambi i sessi diventa importante la spinta e l'attenzione del padre.
A cambiare infatti, che lo si voglia o no, è innanzitutto il corpo, e con lui la psiche che accompagna lo sviluppo cerebrale e affettivo. Dimenticare che il tempo scorre e noi cambiamo con esso, produce appunto il teatro dell'assurdo rappresentato nella società occidentale. Dove al proprio posto non ci sta più nessuno, anche perché nessuno gli ha più insegnato a riconoscerlo. Al massimo tutti gli chiedono di essere «figo» e «rock». È da questa grottesca banalizzazione e mancato insegnamento, da questa assenza di iniziazione alla propria attuale posizione nel mondo, che ha origine gran parte del caos attuale. Ne parla Le età della vita del filosofo e teologo cattolico italo-tedesco Romano Guardini, oggi disponibile nella prima traduzione integrale italiana delle lezioni tenute sul tema all'Università di Monaco dagli anni Cinquanta ai Sessanta. Un libro utile, agilissimo e chiaro, al contrario dei concettosi tomi sfornati oggi dall'editoria psicologica a furia di copia e incolla.
Guardini ricordava già allora che la prima fase della vita, dalla quale dipenderà poi molto di ciò che accade dopo, è la «vita del grembo», quando siamo nella pancia della madre e in comunicazione con lei. La vita pratica quotidiana conosceva da sempre ingenui «riti di iniziazione» al transito dall'ospitalità materna alla scoperta del mondo attorno: le parole che a volte la mamma sussurra al suo piccolo, le canzoncine che anche il papà può cantargli, la musica. Quel passaggio dal grembo al mondo è delicato, e Guardini già all'inizio degli anni Cinquanta scrive che a colpi di tecnica si cercherà di renderlo più rapido e inconsapevole possibile, e ciò potrebbe dare problemi sia alla madre sia al bambino. Come poi purtroppo accadde, soprattutto in Italia, fra i Paesi in testa alla classifica mondiale per parti cesarei e conseguenti problemi, specialmente dei bambini non aiutati da quel veloce e «programmato» ingresso nella vita ad affrontare gli sforzi per governare la successiva complessità dei processi di sviluppo e adattamento.
La grande avventura continua poi nell'infanzia, con i suoi passaggi decisivi come la conquista dell'autonomia dal seno materno, e il passaggio alla posizione eretta: prima immagine dell'Io, assieme alla parola. A cominciare dal «cos'è questo?». È questa «la grande domanda» che svela l'estraneità del bambino al mondo attorno, ma anche la sua decisione di conoscerlo ed entrarci. La vera vita umana comincia lì. L'esistenza del bambino sarà tanto più forte e felice quanto più serrato sarà il dialogo con adulti che lo amino e accompagnino in questa conquista. Sbarazzarsi del bambino mettendogli in mano un gadget elettronico, smartphone o altro, blocca invece il processo di sviluppo umano e ne inaugura un altro, attuale, di sottomissione umana alla tecnologia. In esso il bambino deve rinunciare ad essere il creatore e protagonista dello sviluppo della propria vita per adattarsi ai supporti tecnologici. È quanto accade in Occidente, dove la tecnica si è sviluppata autonomamente dall'uomo che contemporaneamente ha smesso di riflettere su di sé e sui cicli della propria vita.
Comprendere le forme e il significato dei cicli della vita dalla nascita alla morte, infatti, non si esaurisce con razionalizzazioni e concetti, ma porta a confrontarsi coi grandi temi trascendenti del «da dove veniamo e dove andiamo», da cui dipende anche la nostra vita quotidiana. Ciò però non è consentito dall'attuale modello di sviluppo, rigidamente materialistico. Non a caso Guardini è filosofo e teologo e i non molti che hanno sviluppato ricerche in questo campo, come il medico e pedagogista Bernard Lievegoed, in Le età evolutive dall'infanzia alla maggiore età (Natura e cultura), o gli O'Neil-Lowndes in Il cammino della vita (Aedel) fanno riferimento all'antroposofia di Rudolf Steiner. Difficile, infatti, capire la vita umana parlando con i computer e senza guardare in alto, al cielo.
Il rifiuto di genitori e educatori ad accompagnare e rispondere personalmente alle «grandi domande» poste da bambini e adolescenti, delegando la cosa alle tecnologie non aiuta l'adolescente a trovare la propria forza personale nell'auto autoaffermarsi, che è poi l'aspirazione e difficile compito di quella fase. Che invece diventa spesso, oggi, l'affermazione di un narcisismo fine a sé stesso o l'avanzare incerto sotto la guida dell'influencer: il contrario di una figura educativa, e un adattatore personalmente interessato a moltiplicare individui manipolati.
Ciò impedisce poi alla fase successiva, la giovinezza (ormai indistinguibile dall'adolescenza, meta comune di vecchi e bambini) di realizzare il suo scopo: «il rafforzarsi della personalità e la spinta vitale». Entrambe sono infatti ormai diventate appannaggio di interminabili pratiche sociopsicologiche che coprono la questione con fiumi di parole o imbarazzati silenzi, invece di invitare i giovani a entrare finalmente nella vita per quello che è, e al punto in cui sono, mettendo fine ai preparativi. Non arriva mai, così, il «coraggio di prendere le risoluzioni che decidono della propria vita... come ad esempio la professione». Ma anche altre, a cominciare dall'amore, con il suo compito di togliere l'individuo dalla famiglia e «portarlo a creare un nuovo centro della propria vita». Questo coraggio c'è poco, anche perché per la prima volta nella storia, in Occidente l'uomo rotola dall'infanzia al fine vita senza mai essere stato addestrato e iniziato alla fase della vita in cui è, né a quella dove andrà. Sempre per questa ignoranza l'adulto fatica a raggiungere la stabile fermezza di quella fase, e l'anziano non accetta la fine della vita con le sue consapevolezze, sdrammatizzazioni e profondità.
È solo lo «stare al proprio posto», nella fase di vita che si sta attraversando, che dà quel coraggio e quell'interesse.

