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2023-10-20
Sunak corre da Netanyahu: «Uniti contro i nuovi nazisti». Diplomatici in fuga da Ankara
Rishi Sunak e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Continuano le dimostrazioni del sostegno occidentale a Israele. Ieri, infatti, si è recato nello Stato ebraico il premier britannico, Rishi Sunak. «Voglio che sappiate che io e il Regno Unito siamo dalla vostra parte», ha dichiarato appena atterrato a Tel Aviv, per poi condannare «gli indicibili e orribili atti di terrorismo», perpetrati da Hamas. Il premier ha quindi avuto un faccia a faccia con il presidente israeliano, Isaac Herzog, incontrando poi il suo omologo, Benjamin Netanyahu. Al termine del colloquio con quest’ultimo, i due leader hanno tenuto una conferenza stampa congiunta. «Hamas sono i nuovi nazisti, sono il nuovo Isis e dobbiamo combatterli insieme proprio come il mondo, il mondo civilizzato si è unito per combattere i nazisti», ha dichiarato Netanyahu, che ha anche parlato di un «asse del male», costituito da Iran, Hamas ed Hezbollah. Rivolgendosi poi a Sunak, il premier israeliano ha aggiunto: «Ottanta anni fa, signor primo ministro, il mondo civilizzato era al vostro fianco nei momenti più bui. Questa è la nostra ora più buia. È l’ora più buia del mondo. Dobbiamo restare uniti». «Sosteniamo assolutamente Israele nel difendersi in linea con il diritto internazionale, nel perseguire Hamas, nel riprendere gli ostaggi, nello scoraggiare ulteriori incursioni e nel rafforzare la sicurezza per il Paese nel lungo termine», ha replicato Sunak. «So che state prendendo ogni precauzione per evitare di danneggiare i civili, in netto contrasto con i terroristi di Hamas, che cercano di mettere in pericolo i civili», ha proseguito l’inquilino di Downing Street. «Riconosciamo inoltre che anche il popolo palestinese è vittima di Hamas», ha aggiunto. «Sono orgoglioso di essere qui con te come tuo amico nell’ora più buia di Israele. Saremo al tuo fianco con solidarietà, staremo con il tuo popolo e vogliamo anche che tu vinca», ha concluso il premier britannico. Nel corso del suo colloquio con Sunak, Herzog si è lamentato del fatto che la Bbc si rifiuta di chiamare «terroristi» i membri di Hamas. «Cos’altro devono vedere per capire che si tratta di un’atroce organizzazione terroristica?», ha chiesto il presidente israeliano. «Dovremmo chiamarlo per quello che è: un atto di terrorismo perpetrato da una malvagia organizzazione terroristica, Hamas», ha replicato Sunak, che si è diretto ieri sera in Arabia Saudita. Tutto questo mentre, sempre ieri, a recarsi in Israele è stato anche il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius.
Nel frattempo, Joe Biden, parlando dalla base tedesca di Ramstein, ha elogiato l’accordo raggiunto tra Netanyahu e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi: un accordo sulla base di cui entreranno aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso l’Egitto. In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha speso parole di encomio per al Sisi, definendolo «giusto» e «molto collaborativo». Biden ha anche detto che gli aiuti potrebbero iniziare ad arrivare già da oggi, mentre è stato costituito un comitato trilaterale tra Usa, Israele ed Egitto per sovrintendere alla loro erogazione. La questione dell’assistenza ai palestinesi sta intanto spaccando la politica statunitense: i repubblicani non hanno apprezzato il fatto che, l’altro ieri, la Casa Bianca ha annunciato l’intenzione di inviare 100 milioni di dollari in aiuti ai civili della Striscia di Gaza e della Cisgiordania.
Tornando al lato internazionale, il fronte occidentale è stato frattanto accusato da Recep Tayyip Erdogan di gettare benzina sul fuoco in riferimento alla crisi di Gaza. Il presidente turco ha anche criticato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, sostenendo inoltre che «la Turchia continuerà a lavorare per stabilire un cessate il fuoco umanitario e una stabilità permanente». Un cessate il fuoco «incondizionato» tra Israele e Hamas è stato invocato anche dal ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan. Non solo. Ieri, da Pyongyang, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha detto che Mosca è disponibile a collaborare con Ankara per ridurre la tensione in Medio Oriente. Eppure non è detto che la Turchia sia effettivamente un attore equidistante. Nel 2018, Erdogan si rifiutò di definire Hamas un’organizzazione terroristica e, nel 2020, ne ricevette due leader a Istanbul. Negli ultimi anni, Ankara ha poi rafforzato i propri legami con l’Iran, che storicamente spalleggia Hamas. La Turchia è inoltre stata tra i Paesi che frettolosamente avevano subito incolpato Israele della recente esplosione relativa all’ospedale di Gaza. In tutto questo, secondo Middle East Eye, lo Stato ebraico ha ritirato i propri diplomatici dalla Turchia, compreso l’ambasciatore Irit Lillian. «I diplomatici se ne sono andati giovedì per motivi di sicurezza e non a causa di una crisi diplomatica tra i due Paesi», ha comunque precisato la testata. Da questo punto di vista, ha molto più senso la posizione americana, che cerca di coniugare due esigenze: permettere a Israele di ripristinare la deterrenza ed evitare al contempo un allargamento del conflitto. In tal senso, gli Usa hanno puntato, sì, a dissuadere Netanyahu dall’adottare una reazione sproporzionata, ma hanno anche garantito il loro appoggio per colpire Hamas.
Lavrov da Kim rafforza l’appoggio contro l’Ucraina e gli Stati Uniti
Mosca sta rafforzando l’asse con la Repubblica popolare democratica di Corea.
Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha infatti incontrato ieri a Pyongyang Kim Jong-un, per poi avere anche un faccia a faccia con la sua omologa nordcoreana, Choe Son Hui.
Nel corso della visita, il ministro russo ha detto di apprezzare il «sostegno incrollabile e basato sui principi», garantito dalla Corea del Nord alla Russia sul conflitto ucraino. «Allo stesso modo, la Federazione russa estende il suo pieno sostegno e solidarietà alle aspirazioni della Repubblica popolare democratica di Corea», ha aggiunto Lavrov, che ha anche parlato di una politica americana «pericolosa» nei confronti di Pyongyang. «Dopo lo storico vertice tra il presidente Putin e il presidente Kim Jong-un, possiamo affermare con sicurezza che le relazioni hanno raggiunto un livello strategico qualitativamente nuovo», ha proseguito, riferendosi al vertice tenutosi il mese scorso in Russia tra Kim Jong-un e il capo del Cremlino. Il viaggio di Lavrov si inserisce quindi nel più generale contesto di un rafforzamento delle relazioni tra Mosca e Pyongyang: relazioni che, come abbiamo già in parte visto, si stanno cementando soprattutto in funzione antiamericana e con un’attenzione particolare al dossier ucraino.
D’altronde, la scorsa settimana la Casa Bianca aveva reso noto che la Corea del Nord avrebbe consegnato alla Russia oltre mille container di munizioni e attrezzature militari per il conflitto in Ucraina. «Condanniamo la Corea del Nord per aver fornito alla Russia questo equipaggiamento militare, che sarà utilizzato per attaccare le città ucraine e uccidere i civili ucraini e favorire la guerra illegittima della Russia», aveva detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. «In cambio del sostegno, riteniamo che Pyongyang stia cercando assistenza militare dalla Russia, compresi aerei da combattimento, missili terra-aria, veicoli blindati, attrezzature per la produzione di missili balistici o altri materiali e altre tecnologie avanzate», aveva aggiunto.
E attenzione: la questione va ben oltre i rapporti bilaterali tra Corea del Nord e Russia. Ieri, l’Associated Press ha riferito dell’esistenza di prove secondo cui Hamas, nel suo brutale attacco contro Israele il 7 ottobre, avrebbe utilizzato delle armi nordcoreane. Nonostante alcuni giorni fa Pyongyang avesse cercato di smentire che Hamas aveva usato suoi armamenti, l’analisi pubblicata dall’Associated Press sembra piuttosto solida. Questo vuol dire che l’influenza politico-militare della Corea del Nord presenta ramificazioni anche in Medio Oriente. In secondo luogo, non bisogna trascurare che Putin ha recentemente avuto un bilaterale con Xi Jinping a Pechino.
«I nostri due Paesi hanno approfondito la fiducia politica reciproca e mantenuto uno stretto ed efficace coordinamento strategico», aveva detto il presidente cinese nell’occasione.
Il capo del Cremlino sta insomma cercando di consolidare un network internazionale in funzione antiamericana, tenendo presente sia il dossier ucraino sia quello mediorientale. Ricordiamo infatti che, negli ultimissimi anni, sia la Russia sia la Cina hanno rafforzato i propri legami con quell’Iran che, a sua volta, spalleggia storicamente Hamas. A luglio 2022, Mosca aveva siglato con Teheran un accordo energetico dal valore di 40 miliardi di dollari, mentre a marzo 2021 Pechino aveva stretto con il regime khomeinista un patto di cooperazione venticinquennale.
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Il premier britannico dall’omologo: «Fermare l’escalation». Recep Tayyip Erdogan invoca il cessate il fuoco, mentre Israele ritira i suoi funzionari dalla Turchia per ragioni di sicurezza.Altre prove sull’uso di armi nordcoreane da parte degli jihadisti nell’attacco del 7 ottobre.Lo speciale contiene due articoli.Continuano le dimostrazioni del sostegno occidentale a Israele. Ieri, infatti, si è recato nello Stato ebraico il premier britannico, Rishi Sunak. «Voglio che sappiate che io e il Regno Unito siamo dalla vostra parte», ha dichiarato appena atterrato a Tel Aviv, per poi condannare «gli indicibili e orribili atti di terrorismo», perpetrati da Hamas. Il premier ha quindi avuto un faccia a faccia con il presidente israeliano, Isaac Herzog, incontrando poi il suo omologo, Benjamin Netanyahu. Al termine del colloquio con quest’ultimo, i due leader hanno tenuto una conferenza stampa congiunta. «Hamas sono i nuovi nazisti, sono il nuovo Isis e dobbiamo combatterli insieme proprio come il mondo, il mondo civilizzato si è unito per combattere i nazisti», ha dichiarato Netanyahu, che ha anche parlato di un «asse del male», costituito da Iran, Hamas ed Hezbollah. Rivolgendosi poi a Sunak, il premier israeliano ha aggiunto: «Ottanta anni fa, signor primo ministro, il mondo civilizzato era al vostro fianco nei momenti più bui. Questa è la nostra ora più buia. È l’ora più buia del mondo. Dobbiamo restare uniti». «Sosteniamo assolutamente Israele nel difendersi in linea con il diritto internazionale, nel perseguire Hamas, nel riprendere gli ostaggi, nello scoraggiare ulteriori incursioni e nel rafforzare la sicurezza per il Paese nel lungo termine», ha replicato Sunak. «So che state prendendo ogni precauzione per evitare di danneggiare i civili, in netto contrasto con i terroristi di Hamas, che cercano di mettere in pericolo i civili», ha proseguito l’inquilino di Downing Street. «Riconosciamo inoltre che anche il popolo palestinese è vittima di Hamas», ha aggiunto. «Sono orgoglioso di essere qui con te come tuo amico nell’ora più buia di Israele. Saremo al tuo fianco con solidarietà, staremo con il tuo popolo e vogliamo anche che tu vinca», ha concluso il premier britannico. Nel corso del suo colloquio con Sunak, Herzog si è lamentato del fatto che la Bbc si rifiuta di chiamare «terroristi» i membri di Hamas. «Cos’altro devono vedere per capire che si tratta di un’atroce organizzazione terroristica?», ha chiesto il presidente israeliano. «Dovremmo chiamarlo per quello che è: un atto di terrorismo perpetrato da una malvagia organizzazione terroristica, Hamas», ha replicato Sunak, che si è diretto ieri sera in Arabia Saudita. Tutto questo mentre, sempre ieri, a recarsi in Israele è stato anche il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius. Nel frattempo, Joe Biden, parlando dalla base tedesca di Ramstein, ha elogiato l’accordo raggiunto tra Netanyahu e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi: un accordo sulla base di cui entreranno aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso l’Egitto. In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha speso parole di encomio per al Sisi, definendolo «giusto» e «molto collaborativo». Biden ha anche detto che gli aiuti potrebbero iniziare ad arrivare già da oggi, mentre è stato costituito un comitato trilaterale tra Usa, Israele ed Egitto per sovrintendere alla loro erogazione. La questione dell’assistenza ai palestinesi sta intanto spaccando la politica statunitense: i repubblicani non hanno apprezzato il fatto che, l’altro ieri, la Casa Bianca ha annunciato l’intenzione di inviare 100 milioni di dollari in aiuti ai civili della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. Tornando al lato internazionale, il fronte occidentale è stato frattanto accusato da Recep Tayyip Erdogan di gettare benzina sul fuoco in riferimento alla crisi di Gaza. Il presidente turco ha anche criticato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, sostenendo inoltre che «la Turchia continuerà a lavorare per stabilire un cessate il fuoco umanitario e una stabilità permanente». Un cessate il fuoco «incondizionato» tra Israele e Hamas è stato invocato anche dal ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan. Non solo. Ieri, da Pyongyang, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha detto che Mosca è disponibile a collaborare con Ankara per ridurre la tensione in Medio Oriente. Eppure non è detto che la Turchia sia effettivamente un attore equidistante. Nel 2018, Erdogan si rifiutò di definire Hamas un’organizzazione terroristica e, nel 2020, ne ricevette due leader a Istanbul. Negli ultimi anni, Ankara ha poi rafforzato i propri legami con l’Iran, che storicamente spalleggia Hamas. La Turchia è inoltre stata tra i Paesi che frettolosamente avevano subito incolpato Israele della recente esplosione relativa all’ospedale di Gaza. In tutto questo, secondo Middle East Eye, lo Stato ebraico ha ritirato i propri diplomatici dalla Turchia, compreso l’ambasciatore Irit Lillian. «I diplomatici se ne sono andati giovedì per motivi di sicurezza e non a causa di una crisi diplomatica tra i due Paesi», ha comunque precisato la testata. Da questo punto di vista, ha molto più senso la posizione americana, che cerca di coniugare due esigenze: permettere a Israele di ripristinare la deterrenza ed evitare al contempo un allargamento del conflitto. 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Nel corso della visita, il ministro russo ha detto di apprezzare il «sostegno incrollabile e basato sui principi», garantito dalla Corea del Nord alla Russia sul conflitto ucraino. «Allo stesso modo, la Federazione russa estende il suo pieno sostegno e solidarietà alle aspirazioni della Repubblica popolare democratica di Corea», ha aggiunto Lavrov, che ha anche parlato di una politica americana «pericolosa» nei confronti di Pyongyang. «Dopo lo storico vertice tra il presidente Putin e il presidente Kim Jong-un, possiamo affermare con sicurezza che le relazioni hanno raggiunto un livello strategico qualitativamente nuovo», ha proseguito, riferendosi al vertice tenutosi il mese scorso in Russia tra Kim Jong-un e il capo del Cremlino. Il viaggio di Lavrov si inserisce quindi nel più generale contesto di un rafforzamento delle relazioni tra Mosca e Pyongyang: relazioni che, come abbiamo già in parte visto, si stanno cementando soprattutto in funzione antiamericana e con un’attenzione particolare al dossier ucraino. D’altronde, la scorsa settimana la Casa Bianca aveva reso noto che la Corea del Nord avrebbe consegnato alla Russia oltre mille container di munizioni e attrezzature militari per il conflitto in Ucraina. «Condanniamo la Corea del Nord per aver fornito alla Russia questo equipaggiamento militare, che sarà utilizzato per attaccare le città ucraine e uccidere i civili ucraini e favorire la guerra illegittima della Russia», aveva detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. «In cambio del sostegno, riteniamo che Pyongyang stia cercando assistenza militare dalla Russia, compresi aerei da combattimento, missili terra-aria, veicoli blindati, attrezzature per la produzione di missili balistici o altri materiali e altre tecnologie avanzate», aveva aggiunto. E attenzione: la questione va ben oltre i rapporti bilaterali tra Corea del Nord e Russia. Ieri, l’Associated Press ha riferito dell’esistenza di prove secondo cui Hamas, nel suo brutale attacco contro Israele il 7 ottobre, avrebbe utilizzato delle armi nordcoreane. Nonostante alcuni giorni fa Pyongyang avesse cercato di smentire che Hamas aveva usato suoi armamenti, l’analisi pubblicata dall’Associated Press sembra piuttosto solida. Questo vuol dire che l’influenza politico-militare della Corea del Nord presenta ramificazioni anche in Medio Oriente. In secondo luogo, non bisogna trascurare che Putin ha recentemente avuto un bilaterale con Xi Jinping a Pechino. «I nostri due Paesi hanno approfondito la fiducia politica reciproca e mantenuto uno stretto ed efficace coordinamento strategico», aveva detto il presidente cinese nell’occasione. Il capo del Cremlino sta insomma cercando di consolidare un network internazionale in funzione antiamericana, tenendo presente sia il dossier ucraino sia quello mediorientale. Ricordiamo infatti che, negli ultimissimi anni, sia la Russia sia la Cina hanno rafforzato i propri legami con quell’Iran che, a sua volta, spalleggia storicamente Hamas. A luglio 2022, Mosca aveva siglato con Teheran un accordo energetico dal valore di 40 miliardi di dollari, mentre a marzo 2021 Pechino aveva stretto con il regime khomeinista un patto di cooperazione venticinquennale.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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