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2019-07-04
Il Pd invoca la censura sull’orrore dei bimbi
Ansa
Sembra quasi che l'inchiesta «Angeli e demoni» sugli affidi illeciti e gli abusi su minori di Bibbiano e dei Comuni limitrofi non esista. Martedì è uscita la notizia che, alla già lunga lista degli indagati, se ne sono aggiunti altri due, entrambi ex sindaci del Pd. In totale, le persone coinvolte nell'inchiesta sono 29, tra cui il primo cittadino di Bibbiano (anche lui del Partito democratico). Eppure, sui giornali italiani di tutto questo ieri non compariva nemmeno l'ombra. Giusto un trafiletto sul Corriere della Sera (a pagina 18, e senza la notizia degli indagati). Niente sulla Stampa. Niente nemmeno su Repubblica, a parte la rubrichina delle lettere di Concita De Gregorio dedicata a due genitori che invitavano a non demonizzare tutto il sistema dell'affido. Una coltre di silenzio impressionante. Certo, si tratta di indagini e arresti, non di condanne. Però, per l'ennesima volta, si ripropone il solito schema: se gli indagati e i fermati fossero stati della Lega, di Fratelli d'Italia, di Casapound, di Forza Italia eccetera, quante paginate avrebbero dedicato alla vicenda tutti gli autorevoli quotidiani? Sì, sarà pure un ragionamento becero e populista, ma descrive perfettamente la realtà italiana.
Nel Reggiano è stato scoperchiato un sistema che fa orrore, persino a prescindere dai reati. Mettiamo anche che tutti i protagonisti siano innocenti, quello che emerge è un mondo limaccioso, intriso di ideologia, dominato da pochi, sempre gli stessi.
Ma, poiché ci sono di mezzo i progressisti e poiché si lambisce il mondo Lgbt, ecco che l'intero baraccone passa in secondo piano. Al massimo, viene liquidato come un brutto caso di cronaca, quasi che la politica non c'entrasse nulla. E invece c'entra eccome. Perché il «modello Val d'Enza» è stato sostenuto, foraggiato, promosso e celebrato dagli amministratori del Pd. L'area culturale e politica di riferimento di tutti i protagonisti era quella progressista.
Capiamoci bene. Ciò non significa che il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, attualmente ai domiciliari, sia accusato di abusi sui bambini. Infatti nessuno, sui giornali, ha osato scrivere una cosa del genere su di lui o sui suoi ex colleghi amministratori.
Il Pd, tuttavia, sta un po' giocando con l'equivoco. Da quando la vicenda è esplosa, i dirigenti locali e nazionali del partito esibiscono indignazione, si comportano come se fossero ingiustamente accusati di violenze su minori. Da un lato tentano di scaricare le responsabilità politiche, dall'altro si atteggiano a vittime degli odiatori del Web.
E, sfruttando alcuni attacchi scomposti (ad esempio l'utilizzo dell'hashtag #pdfili) giunti per via telematica, tentano di silenziare definitivamente una storia già poco trattata dagli organi di informazione. Giusto ieri, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha fatto sapere di essere pronto a perseguire legalmente chiunque osi tirare in ballo il suo partito per il caso Bibbiano. «Adesso basta», ha scritto su Twitter. «Gli attacchi al Pd sul Web stanno diventando diffamazione. Per questo un team di avvocati è al lavoro per avviare azioni legali, fossero anche 100 al giorno». Poi ha invitato i suoi a darsi da fare: «È tempo di reagire con forza, segnalateci tutto quello che vedete in Rete».
Repubblica fa sapere che c'è «un pool di legali all'attacco per difendere l'immagine del Pd. Una squadra di avvocati ha avviato infatti azioni legali a tutela del partito e della sua comunità, infangati da numerosi attacchi perpetrati sui social allo scopo di creare un'equazione tra i casi di cronaca di Bibbiano e le polemiche sui migranti seguite al caso Sea Watch».
Quindi, fateci capire. Se uno sostiene che Graziano Delrio avrebbe fatto meglio a precipitarsi nella sua Reggio Emilia per occuparsi degli affidi illeciti piuttosto che recarsi a bordo della Sea Watch è un diffamatore che merita di essere zittito dagli avvocati?
«Non si tratta più di un attacco basato su critiche politiche», dice il «team social» del Pd, «ma di una campagna diffamatoria orchestrata per scatenare un'ondata di violenza». Dietro ci sarebbero sovranisti, leghisti, fascisti. Il dem Francesco Boccia annuncia un'interrogazione parlamentare, Matteo Renzi ne approfitta per rilanciare la sua iniziativa «contro le fake news» del 12 luglio. Tutti alzano un bel polverone, insomma. Così, tra un Tweet e l'altro, le acque si confondono, e uno scandalo che tocca nel profondo i democratici emiliani passa in secondo piano. Con la complicità dei media asserviti, come sempre.
Bonafede manda gli ispettori al tribunale dei minori. Interrogato il sindaco dem

Ansa
C'era stata una segnalazione sulla torbida gestione dei fondi per i servizi sociali del Comune di Bibbiano scoperchiata poi dalla Procura di Reggio Emilia con l'inchiesta che hanno ribattezzato «Angeli e demoni». La ex comandante della polizia municipale della Val d'Enza, Cristina Caggiati, hanno ricostruito gli investigatori, aveva subodorato qualcosa e aveva portato quelle «irregolarità» all'attenzione del sindaco dem finito ai domiciliari Andrea Carletti, accusato di falso e abuso d'ufficio. Cosa che, a sentire un testimone, l'ex vicecomandante della polizia municipale, Tito Fabbiani, «irritò il sindaco». Fabbiani, stando al documento giudiziario che richiama le sommarie informazioni testimoniali rilasciate ai carabinieri, lo descrive come un personaggio «particolarmente potente». Fabbiani e Caggiati sono poi stati licenziati (dopo essere stati sospesi) perché finiti in un'altra inchiesta giudiziaria e ora sono sotto processo. Quella comunicazione, però, finì nel cestino. Un atteggiamento che per il giudice «è segno di una chiara volontà di tenere coperti movimenti di fondi poco chiari, consentendo volutamente il permanere di situazioni di opacità funzionali alle attività illecite perseguite dai correi». E, addirittura, sostiene l'accusa, appena avuta notizia delle indagini, «si è attivato per fornire successiva copertura all'attività svolta dai coniugi strizzacervelli per minori Nadia Bolognini e Claudio Foti (ieri erano in programma i loro interrogatorio di garanzia).
Nelle comunicazioni pubbliche e finanche in un'audizione alla Commissione infanzia della Camera dei deputati il sindaco aveva fatto intendere che quella tra il Comune di Bibbiano e la onlus Hansel e Gretel di Moncalieri fosse una mera collaborazione scientifica a titolo gratuito. Pur di proteggere il sistema, il sindaco dem Carletti avrebbe «omesso di indicare il costo della collaborazione». Ma, soprattutto, avrebbe nascosto le modalità della corresponsione dei compensi. Perché, secondo l'accusa, erano «illegittime». La «copertura politica», così la definisce il giudice per le indagini preliminari che l'ha privato della libertà (il sindaco è agli arresti domiciliari), era arrivata in alto.
A leggere gli atti, quella di Carletti non sarebbe stata solo una «omissione di controllo sull'attività dell'amministrazione» ma, stando all'ordinanza di custodia cautelare, «si adoperava per consentire la prosecuzione dell'attività, ottenendo anche un notevole ritorno d'immagine, oltre che un incremento dei fondi a disposizione». Insomma, Carletti, secondo l'accusa, non aveva che da guadagnarci. Il suo avvocato, all'uscita dall'interrogatorio di garanzia, ha detto ai cronisti che il sindaco ha fornito «importantissimi chiarimenti per quella che è la sua posizione e ha rappresentato in pieno la sua perfetta buona fede e l'assoluta serenità in coscienza».
L'interrogatorio è durato un paio d'ore. E al termine, l'avvocato Giovanni Tarquini ha chiesto al gip la revoca della misura cautelare. Oltre al primo cittadino, sono sfilate davanti al gip Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, coppia omosessuale affidataria di una minore, indagate per maltrattamenti in famiglia, per aver denigrato, sistematicamente, tra giugno 2016 e dicembre 2018, i veri genitori della piccola, calcato la mano sui sensi di colpa della bambina e per averle inculcato la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata dalla famiglia d'origine. Le due si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Come Marietta Veltri, responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza e seconda solo alla dirigente Federica Anghinolfi. Anche lei ha fatto scena muta.
E mentre l'inchiesta è concentrata proprio sulla gestione dei servizi sociali, il ministro della Gustizia, Alfonso Bonafede, ha mandato i suoi ispettori al Tribunale per i minori di Bologna. Bonafede lo ha riferito rispondendo a un'interrogazione della deputata reggiana di Forza Italia, Benedetta Fiorini, definendo «inquietante» la «rete criminosa ordita in danno a malcapitati minorenni, sottoposti a veri e propri trattamenti coattivi, facendo finanche ricorso a dispositivi ad impulsi elettromagnetici». Tuttavia, prosegue il ministro, «le questioni sollevate investono solo in parte lo spettro delle competenze del ministero». In concreto i magistrati ricevono periodicamente relazioni sulla situazione dei minori dati in affidamento. Le competenze del ministero sono quelle di verificare che i magistrati facciano il loro lavoro come si deve.
E, proprio per verificare dove si erano inceppati i meccanismi, ha mandato i suoi ispettori. «Quello che possiamo fare», aggiunge Bonafede, «e che stiamo già ipotizzando è incrociare tutti i dati che arrivano dai diversi uffici giudiziari per verificare in maniera più stringente l'andamento delle situazione degli affidi di minori nei territori e individuare prima e meglio le criticità». E alla fine ha annunciato: «In qualsiasi aula giudiziaria verrà accertata l'esistenza di un abuso su un minore, posso garantire che non ci sarà nessuno sconto da parte della giustizia, che sarà inflessibile». Nel frattempo, però, cinque dei sette indagati convocati finora dal gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. E, come sottolineato dal Secolo d'Italia, «si è alzato un muro d'omertà».
Così spingevano le attiviste Lgbt
Al di là delle indagini e degli eventuali reati commessi dai singoli protagonisti dell'inchiesta «Angeli e demoni», risulta evidente la potente connotazione ideologica del «sistema Val d'Enza». Soprattutto, saltano all'occhio le tinte arcobaleno di questa ideologia. Per rendersene conto, basta dare un'occhiata alla storia di una delle indagate, Fadia Bassmaji. Costei è l'ex compagna di Federica Anghinolfi, attivista Lgbt e responsabile dei servizi sociali del territorio in provincia di Reggio Emilia.
La Bassmaji, assieme alla sua attuale compagna Daniela Bedogni (con cui è unita civilmente) aveva ottenuto in affidamento una bambina, la piccola Katia, che ora è stata tolta alla coppia per maltrattamenti. Le due donne avrebbero pure tentato di inculcare nella piccola «la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata presso la famiglia di origine». Proprio come la Anghinolfi, anche la Bassmaji era - scrive il giudice reggiano - «assai attiva» nel mondo arcobaleno. In particolare, si dedicava alla promozione dell'affido a coppie Lgbt, molto spesso all'interno di eventi sponsorizzati o comunque sostenuti dalle amministrazioni rosse.
Nel maggio del 2018, per esempio, la Bassmaji partecipò, a Mantova, al convegno «Affidarsi, uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt», iniziativa promossa dal Comune e dalla Provincia. Per promuovere il progetto «Affidarsi», la nostra realizzò anche una serie di video che sono facilmente rintracciabili sulla Rete. Del resto, questo è il mestiere di Fadia: fa la regista. Nel 2015 ha fondato l'associazione culturale «Sinonimia TeatroCultura-Bellezza», che si occupa di produrre spettacoli teatrali e di organizzare convegni. Come prevedibile si tratta per lo più di eventi impegnati sul fronte femminista-Lgbt.
Scorrendo il curriculum dell'associazione, si nota che la Bassmaji ha lavorato tantissimo con le amministrazioni pubbliche rosse. «Nel novembre 2016 la Regione Emilia Romagna - assessorato Pari opportunità commissiona a Fadia Bassmaji la performance Attesa Intermittente sul tema della violenza sulle donne in gravidanza»; «nel 2016 inizia un nuovo progetto in collaborazione con la Regione Emilia Romagna per la regia di un convegno sul tema della violenza e abuso su minori». Sempre nel 2016 è partner del Comune di Reggio Emilia e di altri Comuni della provincia.
Insomma, Fadia era ben inserita: collaborava con la Regione, vari Comuni, con l'Ausl di Reggio Emilia, con i teatri reggiani e, manco a dirlo, con i servizi sociali Val d'Enza della sua ex Anghinolfi. Nel 2017, la Bassmaji ha persino fatto lezione all'Università di Reggio Emilia, nel corso di Scienze e tecniche Psicologiche. Si trattava di un progetto messo in piedi dall'Arcigay, che lo definiva «uno dei primi esempi in Italia in cui l'associazione entra ufficialmente in un corso universitario». In quel frangente, era previsto un intervento di Fadia proprio sull'affido Lgbt.
Uno degli eventi più recenti a cui la signora ha partecipato è il convegno «Affido e adozioni nel mondo Lgbt», andato in scena al Cassero di Bologna il 13 giugno scorso. E qui si nota un particolare interessante. Quando la Bassmaji ha pubblicato su Facebook la notizia dell'evento, qualcuno sotto ha commentato: «Ottima iniziativa da replicare a Reggio Emilia». L'idea è molto piaciuta a Roberta Mori, esponente del Pd, che ha commentato pubblicando un grosso cuore arcobaleno.
Il nome della Mori compare spesso in relazione alla Anghinolfi e alla Bassmaji. In qualità di presidente della Commissione parità dell'Emilia Romagna, fu proprio l'esponente piddina a invitare, nel 2015, la responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza (che fu presentata come un modello dai dem). Nel settembre 2016, la Mori partecipò all'inaugurazione del centro «La Cura», uno dei luoghi cardine dell'attuale inchiesta sugli affidi. Nel 2017, invece, la signora è stata nominata dal governatore emiliano Stefano Bonaccini rappresentante della Regione nella «Rete nazionale Ready di coordinamento e sostegno delle politiche antidiscriminatorie, per il rispetto del genere e dell'orientamento sessuale». D'altra parte, la Mori è anche relatrice della legge regionale sull'omotransfobia che verrà votata nei prossimi giorni.
Almeno a livello ideologico, la vicinanza tra gli esponenti Pd e alcune protagoniste dell'inchiesta è piuttosto evidente. Salta all'occhio, un po' come il bel cuore rainbow che Roberta Mori ha messo sotto il post di Fadia Bassmaji su Facebook.
L’Emilia Romagna torna alla carica con la legge bavaglio sull’omofobia
L'inchiesta «Angeli e Demoni» e il relativo scandalo della gestione dei servizi sociali dei Comuni della Val d'Enza potrebbero avere non poche ripercussioni sul controverso disegno di legge regionale sull'omotransnegatività che nei mesi scorsi ha provocato laceranti divisioni nel Partito democratico e nella maggioranza di centrosinistra che guida la Regione Emilia Romagna.
L'unione della Val D'Enza riunisce infatti sette Comuni della provincia di Reggio Emilia, territorio che da sempre rappresenta uno dei laboratori più avanzati delle politiche pro Lgbt. Reggio è stata una delle prime città ad aderire alla Rete Ready (istituzioni che promuovono misure gay friendly) e nel maggio del 2017, il Comune, la Provincia, il tribunale, gli istituti penali, l'università e la Asl di Reggio Emilia hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per un tavolo inter-istituzionale per il contrasto all'omotrasnegatività. Viene inoltre dalla provincia di Reggio Emilia - dove risiede ancora come scritto sul suo sito Web - la presidente della Commissione pari ppportunità della Regione, Roberta Mori, la quale è relatrice del suddetto ddl regionale sull'omotransnegatività e che nel 2015 ascoltò in Commissione il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, finito ai domiciliari, e alcuni operatori dei servizi sociali della Val d'Enza tra cui Federica Anghinolfi.
Anche le interazioni su facebook della Mori mostrano un acceso sostegno alla galassia emiliana Lgbt. Ovviamente parliamo di azioni che agiscono all'interno della legalità e nessuno può mettere in discussione la buona fede della consigliera dem, tuttavia non è un mistero che l'humus culturale di certi ambienti favorevoli all'omogenitorialità sia condiviso anche da una parte della dirigenza emiliana del Pd.
Ulteriori perplessità su un testo di legge che vada a punire reati di opinione sono offerti anche dalla testimonianza, raccolta dal Giornale, di uno dei padri vittime dei servizi sociali al centro della bufera. Secondo l'uomo - intervistato in anonimato - fu mossa contro di lui l'accusa di omofobia per poi arrivare a toglierli i bambini e affidarli alla madre che, dopo essere andata via di casa, viveva con la sua nuova compagna.
Sebbene si parli di scenari ancora tutti da dimostrare da parte degli inquirenti, fonti interne alla Regione riferiscono di una clima di generale imbarazzo e di grossa resistenza alla legge. Ricordiamo che lo scorso aprile il testo è stato sul punto di saltare, quando 9 consiglieri cattolici dem della maggioranza hanno presentato un emendamento al ddl, con lo scopo dichiarato di escludere da sostegni e finanziamenti le associazioni che promuovano in qualche modo, oltre a violenze e discriminazioni di genere, anche l'utero in affitto.
Su pressione dei gruppi Lgbt e di esponenti della maggioranza esterni al Pd venne meno l'accordo nella coalizione di governo di far passare una legge che finanziasse progetti per combattere l'omofobia a patto che questi fondi non finissero ad alimentare le organizzazioni che promuovono il turismo riproduttivo. Il testo ora torna in aula non a seguito di una decisione collegiale ma per via di una forzatura operata dai sostenitori della legge che sanno bene che la situazione è tutt'altro che chiarita all'interno del Pd. Il dibattito rischia infatti di assestare un nuovo colpo sulla maggioranza, visto che i 9 consiglieri dem di area moderata non intendono retrocedere sulla condanna alla maternità surrogata, mentre l'ala più radicale del partito non sembra voler aprire alcuna trattativa per emendare il testo originale e i gruppi Lgbt bolognesi già annunciano presidi davanti all'assemblea regionale.
Intanto i dissidenti cattodem fanno notare che anche nei manifesti dei recenti pride emiliani tra le rivendicazioni appariva la regolamentazione della gestazione per altri. Dopo tutto su alcuni cartelli dei manifestati sono apparsi slogan come «l'utero è mio e me l'ho affitto io».
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Anche se i media compiacenti tacciono, il partito attiva un pool di professionisti per intraprendere azioni legali contro chi parla in Rete dello scandalo Bibbiano. Nicola Zingaretti ai suoi: «Segnalateci tutto».Verifiche in corso a Bologna e alla Procura di Reggio Emilia. Il primo cittadino di Bibbiano chiede la revoca dei domiciliari. Ben 5 indagati rifiutano di rispondere.Fadia Bassmaji, indagata ed ex compagna dell'assistente sociale arrestata, teneva lezioni all'ateneo reggiano e lavorava con i Comuni. Con il sostegno della piddina Roberta Mori.La settimana prossima in Emilia Romagna il voto sulla proposta che aveva diviso persino la sinistra.Lo speciale contiene quattro articoli.Sembra quasi che l'inchiesta «Angeli e demoni» sugli affidi illeciti e gli abusi su minori di Bibbiano e dei Comuni limitrofi non esista. Martedì è uscita la notizia che, alla già lunga lista degli indagati, se ne sono aggiunti altri due, entrambi ex sindaci del Pd. In totale, le persone coinvolte nell'inchiesta sono 29, tra cui il primo cittadino di Bibbiano (anche lui del Partito democratico). Eppure, sui giornali italiani di tutto questo ieri non compariva nemmeno l'ombra. Giusto un trafiletto sul Corriere della Sera (a pagina 18, e senza la notizia degli indagati). Niente sulla Stampa. Niente nemmeno su Repubblica, a parte la rubrichina delle lettere di Concita De Gregorio dedicata a due genitori che invitavano a non demonizzare tutto il sistema dell'affido. Una coltre di silenzio impressionante. Certo, si tratta di indagini e arresti, non di condanne. Però, per l'ennesima volta, si ripropone il solito schema: se gli indagati e i fermati fossero stati della Lega, di Fratelli d'Italia, di Casapound, di Forza Italia eccetera, quante paginate avrebbero dedicato alla vicenda tutti gli autorevoli quotidiani? Sì, sarà pure un ragionamento becero e populista, ma descrive perfettamente la realtà italiana. Nel Reggiano è stato scoperchiato un sistema che fa orrore, persino a prescindere dai reati. Mettiamo anche che tutti i protagonisti siano innocenti, quello che emerge è un mondo limaccioso, intriso di ideologia, dominato da pochi, sempre gli stessi. Ma, poiché ci sono di mezzo i progressisti e poiché si lambisce il mondo Lgbt, ecco che l'intero baraccone passa in secondo piano. Al massimo, viene liquidato come un brutto caso di cronaca, quasi che la politica non c'entrasse nulla. E invece c'entra eccome. Perché il «modello Val d'Enza» è stato sostenuto, foraggiato, promosso e celebrato dagli amministratori del Pd. L'area culturale e politica di riferimento di tutti i protagonisti era quella progressista. Capiamoci bene. Ciò non significa che il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, attualmente ai domiciliari, sia accusato di abusi sui bambini. Infatti nessuno, sui giornali, ha osato scrivere una cosa del genere su di lui o sui suoi ex colleghi amministratori. Il Pd, tuttavia, sta un po' giocando con l'equivoco. Da quando la vicenda è esplosa, i dirigenti locali e nazionali del partito esibiscono indignazione, si comportano come se fossero ingiustamente accusati di violenze su minori. Da un lato tentano di scaricare le responsabilità politiche, dall'altro si atteggiano a vittime degli odiatori del Web. E, sfruttando alcuni attacchi scomposti (ad esempio l'utilizzo dell'hashtag #pdfili) giunti per via telematica, tentano di silenziare definitivamente una storia già poco trattata dagli organi di informazione. Giusto ieri, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha fatto sapere di essere pronto a perseguire legalmente chiunque osi tirare in ballo il suo partito per il caso Bibbiano. «Adesso basta», ha scritto su Twitter. «Gli attacchi al Pd sul Web stanno diventando diffamazione. Per questo un team di avvocati è al lavoro per avviare azioni legali, fossero anche 100 al giorno». Poi ha invitato i suoi a darsi da fare: «È tempo di reagire con forza, segnalateci tutto quello che vedete in Rete».Repubblica fa sapere che c'è «un pool di legali all'attacco per difendere l'immagine del Pd. Una squadra di avvocati ha avviato infatti azioni legali a tutela del partito e della sua comunità, infangati da numerosi attacchi perpetrati sui social allo scopo di creare un'equazione tra i casi di cronaca di Bibbiano e le polemiche sui migranti seguite al caso Sea Watch».Quindi, fateci capire. Se uno sostiene che Graziano Delrio avrebbe fatto meglio a precipitarsi nella sua Reggio Emilia per occuparsi degli affidi illeciti piuttosto che recarsi a bordo della Sea Watch è un diffamatore che merita di essere zittito dagli avvocati?«Non si tratta più di un attacco basato su critiche politiche», dice il «team social» del Pd, «ma di una campagna diffamatoria orchestrata per scatenare un'ondata di violenza». Dietro ci sarebbero sovranisti, leghisti, fascisti. Il dem Francesco Boccia annuncia un'interrogazione parlamentare, Matteo Renzi ne approfitta per rilanciare la sua iniziativa «contro le fake news» del 12 luglio. Tutti alzano un bel polverone, insomma. Così, tra un Tweet e l'altro, le acque si confondono, e uno scandalo che tocca nel profondo i democratici emiliani passa in secondo piano. Con la complicità dei media asserviti, come sempre. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sullinchiesta-una-cortina-di-silenzio-e-il-pd-sguinzaglia-pure-gli-avvocati-2639077202.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bonafede-manda-gli-ispettori-al-tribunale-dei-minori-interrogato-il-sindaco-dem" data-post-id="2639077202" data-published-at="1778705529" data-use-pagination="False"> Bonafede manda gli ispettori al tribunale dei minori. Interrogato il sindaco dem Ansa C'era stata una segnalazione sulla torbida gestione dei fondi per i servizi sociali del Comune di Bibbiano scoperchiata poi dalla Procura di Reggio Emilia con l'inchiesta che hanno ribattezzato «Angeli e demoni». La ex comandante della polizia municipale della Val d'Enza, Cristina Caggiati, hanno ricostruito gli investigatori, aveva subodorato qualcosa e aveva portato quelle «irregolarità» all'attenzione del sindaco dem finito ai domiciliari Andrea Carletti, accusato di falso e abuso d'ufficio. Cosa che, a sentire un testimone, l'ex vicecomandante della polizia municipale, Tito Fabbiani, «irritò il sindaco». Fabbiani, stando al documento giudiziario che richiama le sommarie informazioni testimoniali rilasciate ai carabinieri, lo descrive come un personaggio «particolarmente potente». Fabbiani e Caggiati sono poi stati licenziati (dopo essere stati sospesi) perché finiti in un'altra inchiesta giudiziaria e ora sono sotto processo. Quella comunicazione, però, finì nel cestino. Un atteggiamento che per il giudice «è segno di una chiara volontà di tenere coperti movimenti di fondi poco chiari, consentendo volutamente il permanere di situazioni di opacità funzionali alle attività illecite perseguite dai correi». E, addirittura, sostiene l'accusa, appena avuta notizia delle indagini, «si è attivato per fornire successiva copertura all'attività svolta dai coniugi strizzacervelli per minori Nadia Bolognini e Claudio Foti (ieri erano in programma i loro interrogatorio di garanzia). Nelle comunicazioni pubbliche e finanche in un'audizione alla Commissione infanzia della Camera dei deputati il sindaco aveva fatto intendere che quella tra il Comune di Bibbiano e la onlus Hansel e Gretel di Moncalieri fosse una mera collaborazione scientifica a titolo gratuito. Pur di proteggere il sistema, il sindaco dem Carletti avrebbe «omesso di indicare il costo della collaborazione». Ma, soprattutto, avrebbe nascosto le modalità della corresponsione dei compensi. Perché, secondo l'accusa, erano «illegittime». La «copertura politica», così la definisce il giudice per le indagini preliminari che l'ha privato della libertà (il sindaco è agli arresti domiciliari), era arrivata in alto. A leggere gli atti, quella di Carletti non sarebbe stata solo una «omissione di controllo sull'attività dell'amministrazione» ma, stando all'ordinanza di custodia cautelare, «si adoperava per consentire la prosecuzione dell'attività, ottenendo anche un notevole ritorno d'immagine, oltre che un incremento dei fondi a disposizione». Insomma, Carletti, secondo l'accusa, non aveva che da guadagnarci. Il suo avvocato, all'uscita dall'interrogatorio di garanzia, ha detto ai cronisti che il sindaco ha fornito «importantissimi chiarimenti per quella che è la sua posizione e ha rappresentato in pieno la sua perfetta buona fede e l'assoluta serenità in coscienza». L'interrogatorio è durato un paio d'ore. E al termine, l'avvocato Giovanni Tarquini ha chiesto al gip la revoca della misura cautelare. Oltre al primo cittadino, sono sfilate davanti al gip Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, coppia omosessuale affidataria di una minore, indagate per maltrattamenti in famiglia, per aver denigrato, sistematicamente, tra giugno 2016 e dicembre 2018, i veri genitori della piccola, calcato la mano sui sensi di colpa della bambina e per averle inculcato la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata dalla famiglia d'origine. Le due si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Come Marietta Veltri, responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza e seconda solo alla dirigente Federica Anghinolfi. Anche lei ha fatto scena muta. E mentre l'inchiesta è concentrata proprio sulla gestione dei servizi sociali, il ministro della Gustizia, Alfonso Bonafede, ha mandato i suoi ispettori al Tribunale per i minori di Bologna. Bonafede lo ha riferito rispondendo a un'interrogazione della deputata reggiana di Forza Italia, Benedetta Fiorini, definendo «inquietante» la «rete criminosa ordita in danno a malcapitati minorenni, sottoposti a veri e propri trattamenti coattivi, facendo finanche ricorso a dispositivi ad impulsi elettromagnetici». Tuttavia, prosegue il ministro, «le questioni sollevate investono solo in parte lo spettro delle competenze del ministero». In concreto i magistrati ricevono periodicamente relazioni sulla situazione dei minori dati in affidamento. Le competenze del ministero sono quelle di verificare che i magistrati facciano il loro lavoro come si deve. E, proprio per verificare dove si erano inceppati i meccanismi, ha mandato i suoi ispettori. «Quello che possiamo fare», aggiunge Bonafede, «e che stiamo già ipotizzando è incrociare tutti i dati che arrivano dai diversi uffici giudiziari per verificare in maniera più stringente l'andamento delle situazione degli affidi di minori nei territori e individuare prima e meglio le criticità». E alla fine ha annunciato: «In qualsiasi aula giudiziaria verrà accertata l'esistenza di un abuso su un minore, posso garantire che non ci sarà nessuno sconto da parte della giustizia, che sarà inflessibile». Nel frattempo, però, cinque dei sette indagati convocati finora dal gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. E, come sottolineato dal Secolo d'Italia, «si è alzato un muro d'omertà». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullinchiesta-una-cortina-di-silenzio-e-il-pd-sguinzaglia-pure-gli-avvocati-2639077202.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-spingevano-le-attiviste-lgbt" data-post-id="2639077202" data-published-at="1778705529" data-use-pagination="False"> Così spingevano le attiviste Lgbt Al di là delle indagini e degli eventuali reati commessi dai singoli protagonisti dell'inchiesta «Angeli e demoni», risulta evidente la potente connotazione ideologica del «sistema Val d'Enza». Soprattutto, saltano all'occhio le tinte arcobaleno di questa ideologia. Per rendersene conto, basta dare un'occhiata alla storia di una delle indagate, Fadia Bassmaji. Costei è l'ex compagna di Federica Anghinolfi, attivista Lgbt e responsabile dei servizi sociali del territorio in provincia di Reggio Emilia. La Bassmaji, assieme alla sua attuale compagna Daniela Bedogni (con cui è unita civilmente) aveva ottenuto in affidamento una bambina, la piccola Katia, che ora è stata tolta alla coppia per maltrattamenti. Le due donne avrebbero pure tentato di inculcare nella piccola «la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata presso la famiglia di origine». Proprio come la Anghinolfi, anche la Bassmaji era - scrive il giudice reggiano - «assai attiva» nel mondo arcobaleno. In particolare, si dedicava alla promozione dell'affido a coppie Lgbt, molto spesso all'interno di eventi sponsorizzati o comunque sostenuti dalle amministrazioni rosse. Nel maggio del 2018, per esempio, la Bassmaji partecipò, a Mantova, al convegno «Affidarsi, uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt», iniziativa promossa dal Comune e dalla Provincia. Per promuovere il progetto «Affidarsi», la nostra realizzò anche una serie di video che sono facilmente rintracciabili sulla Rete. Del resto, questo è il mestiere di Fadia: fa la regista. Nel 2015 ha fondato l'associazione culturale «Sinonimia TeatroCultura-Bellezza», che si occupa di produrre spettacoli teatrali e di organizzare convegni. Come prevedibile si tratta per lo più di eventi impegnati sul fronte femminista-Lgbt. Scorrendo il curriculum dell'associazione, si nota che la Bassmaji ha lavorato tantissimo con le amministrazioni pubbliche rosse. «Nel novembre 2016 la Regione Emilia Romagna - assessorato Pari opportunità commissiona a Fadia Bassmaji la performance Attesa Intermittente sul tema della violenza sulle donne in gravidanza»; «nel 2016 inizia un nuovo progetto in collaborazione con la Regione Emilia Romagna per la regia di un convegno sul tema della violenza e abuso su minori». Sempre nel 2016 è partner del Comune di Reggio Emilia e di altri Comuni della provincia. Insomma, Fadia era ben inserita: collaborava con la Regione, vari Comuni, con l'Ausl di Reggio Emilia, con i teatri reggiani e, manco a dirlo, con i servizi sociali Val d'Enza della sua ex Anghinolfi. Nel 2017, la Bassmaji ha persino fatto lezione all'Università di Reggio Emilia, nel corso di Scienze e tecniche Psicologiche. Si trattava di un progetto messo in piedi dall'Arcigay, che lo definiva «uno dei primi esempi in Italia in cui l'associazione entra ufficialmente in un corso universitario». In quel frangente, era previsto un intervento di Fadia proprio sull'affido Lgbt. Uno degli eventi più recenti a cui la signora ha partecipato è il convegno «Affido e adozioni nel mondo Lgbt», andato in scena al Cassero di Bologna il 13 giugno scorso. E qui si nota un particolare interessante. Quando la Bassmaji ha pubblicato su Facebook la notizia dell'evento, qualcuno sotto ha commentato: «Ottima iniziativa da replicare a Reggio Emilia». L'idea è molto piaciuta a Roberta Mori, esponente del Pd, che ha commentato pubblicando un grosso cuore arcobaleno. Il nome della Mori compare spesso in relazione alla Anghinolfi e alla Bassmaji. In qualità di presidente della Commissione parità dell'Emilia Romagna, fu proprio l'esponente piddina a invitare, nel 2015, la responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza (che fu presentata come un modello dai dem). Nel settembre 2016, la Mori partecipò all'inaugurazione del centro «La Cura», uno dei luoghi cardine dell'attuale inchiesta sugli affidi. Nel 2017, invece, la signora è stata nominata dal governatore emiliano Stefano Bonaccini rappresentante della Regione nella «Rete nazionale Ready di coordinamento e sostegno delle politiche antidiscriminatorie, per il rispetto del genere e dell'orientamento sessuale». D'altra parte, la Mori è anche relatrice della legge regionale sull'omotransfobia che verrà votata nei prossimi giorni. Almeno a livello ideologico, la vicinanza tra gli esponenti Pd e alcune protagoniste dell'inchiesta è piuttosto evidente. Salta all'occhio, un po' come il bel cuore rainbow che Roberta Mori ha messo sotto il post di Fadia Bassmaji su Facebook. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullinchiesta-una-cortina-di-silenzio-e-il-pd-sguinzaglia-pure-gli-avvocati-2639077202.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lemilia-romagna-torna-alla-carica-con-la-legge-bavaglio-sullomofobia" data-post-id="2639077202" data-published-at="1778705529" data-use-pagination="False"> L’Emilia Romagna torna alla carica con la legge bavaglio sull’omofobia L'inchiesta «Angeli e Demoni» e il relativo scandalo della gestione dei servizi sociali dei Comuni della Val d'Enza potrebbero avere non poche ripercussioni sul controverso disegno di legge regionale sull'omotransnegatività che nei mesi scorsi ha provocato laceranti divisioni nel Partito democratico e nella maggioranza di centrosinistra che guida la Regione Emilia Romagna. L'unione della Val D'Enza riunisce infatti sette Comuni della provincia di Reggio Emilia, territorio che da sempre rappresenta uno dei laboratori più avanzati delle politiche pro Lgbt. Reggio è stata una delle prime città ad aderire alla Rete Ready (istituzioni che promuovono misure gay friendly) e nel maggio del 2017, il Comune, la Provincia, il tribunale, gli istituti penali, l'università e la Asl di Reggio Emilia hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per un tavolo inter-istituzionale per il contrasto all'omotrasnegatività. Viene inoltre dalla provincia di Reggio Emilia - dove risiede ancora come scritto sul suo sito Web - la presidente della Commissione pari ppportunità della Regione, Roberta Mori, la quale è relatrice del suddetto ddl regionale sull'omotransnegatività e che nel 2015 ascoltò in Commissione il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, finito ai domiciliari, e alcuni operatori dei servizi sociali della Val d'Enza tra cui Federica Anghinolfi. Anche le interazioni su facebook della Mori mostrano un acceso sostegno alla galassia emiliana Lgbt. Ovviamente parliamo di azioni che agiscono all'interno della legalità e nessuno può mettere in discussione la buona fede della consigliera dem, tuttavia non è un mistero che l'humus culturale di certi ambienti favorevoli all'omogenitorialità sia condiviso anche da una parte della dirigenza emiliana del Pd. Ulteriori perplessità su un testo di legge che vada a punire reati di opinione sono offerti anche dalla testimonianza, raccolta dal Giornale, di uno dei padri vittime dei servizi sociali al centro della bufera. Secondo l'uomo - intervistato in anonimato - fu mossa contro di lui l'accusa di omofobia per poi arrivare a toglierli i bambini e affidarli alla madre che, dopo essere andata via di casa, viveva con la sua nuova compagna. Sebbene si parli di scenari ancora tutti da dimostrare da parte degli inquirenti, fonti interne alla Regione riferiscono di una clima di generale imbarazzo e di grossa resistenza alla legge. Ricordiamo che lo scorso aprile il testo è stato sul punto di saltare, quando 9 consiglieri cattolici dem della maggioranza hanno presentato un emendamento al ddl, con lo scopo dichiarato di escludere da sostegni e finanziamenti le associazioni che promuovano in qualche modo, oltre a violenze e discriminazioni di genere, anche l'utero in affitto. Su pressione dei gruppi Lgbt e di esponenti della maggioranza esterni al Pd venne meno l'accordo nella coalizione di governo di far passare una legge che finanziasse progetti per combattere l'omofobia a patto che questi fondi non finissero ad alimentare le organizzazioni che promuovono il turismo riproduttivo. Il testo ora torna in aula non a seguito di una decisione collegiale ma per via di una forzatura operata dai sostenitori della legge che sanno bene che la situazione è tutt'altro che chiarita all'interno del Pd. Il dibattito rischia infatti di assestare un nuovo colpo sulla maggioranza, visto che i 9 consiglieri dem di area moderata non intendono retrocedere sulla condanna alla maternità surrogata, mentre l'ala più radicale del partito non sembra voler aprire alcuna trattativa per emendare il testo originale e i gruppi Lgbt bolognesi già annunciano presidi davanti all'assemblea regionale. Intanto i dissidenti cattodem fanno notare che anche nei manifesti dei recenti pride emiliani tra le rivendicazioni appariva la regolamentazione della gestazione per altri. Dopo tutto su alcuni cartelli dei manifestati sono apparsi slogan come «l'utero è mio e me l'ho affitto io».
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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