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2019-07-04
Il Pd invoca la censura sull’orrore dei bimbi
Ansa
Sembra quasi che l'inchiesta «Angeli e demoni» sugli affidi illeciti e gli abusi su minori di Bibbiano e dei Comuni limitrofi non esista. Martedì è uscita la notizia che, alla già lunga lista degli indagati, se ne sono aggiunti altri due, entrambi ex sindaci del Pd. In totale, le persone coinvolte nell'inchiesta sono 29, tra cui il primo cittadino di Bibbiano (anche lui del Partito democratico). Eppure, sui giornali italiani di tutto questo ieri non compariva nemmeno l'ombra. Giusto un trafiletto sul Corriere della Sera (a pagina 18, e senza la notizia degli indagati). Niente sulla Stampa. Niente nemmeno su Repubblica, a parte la rubrichina delle lettere di Concita De Gregorio dedicata a due genitori che invitavano a non demonizzare tutto il sistema dell'affido. Una coltre di silenzio impressionante. Certo, si tratta di indagini e arresti, non di condanne. Però, per l'ennesima volta, si ripropone il solito schema: se gli indagati e i fermati fossero stati della Lega, di Fratelli d'Italia, di Casapound, di Forza Italia eccetera, quante paginate avrebbero dedicato alla vicenda tutti gli autorevoli quotidiani? Sì, sarà pure un ragionamento becero e populista, ma descrive perfettamente la realtà italiana.
Nel Reggiano è stato scoperchiato un sistema che fa orrore, persino a prescindere dai reati. Mettiamo anche che tutti i protagonisti siano innocenti, quello che emerge è un mondo limaccioso, intriso di ideologia, dominato da pochi, sempre gli stessi.
Ma, poiché ci sono di mezzo i progressisti e poiché si lambisce il mondo Lgbt, ecco che l'intero baraccone passa in secondo piano. Al massimo, viene liquidato come un brutto caso di cronaca, quasi che la politica non c'entrasse nulla. E invece c'entra eccome. Perché il «modello Val d'Enza» è stato sostenuto, foraggiato, promosso e celebrato dagli amministratori del Pd. L'area culturale e politica di riferimento di tutti i protagonisti era quella progressista.
Capiamoci bene. Ciò non significa che il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, attualmente ai domiciliari, sia accusato di abusi sui bambini. Infatti nessuno, sui giornali, ha osato scrivere una cosa del genere su di lui o sui suoi ex colleghi amministratori.
Il Pd, tuttavia, sta un po' giocando con l'equivoco. Da quando la vicenda è esplosa, i dirigenti locali e nazionali del partito esibiscono indignazione, si comportano come se fossero ingiustamente accusati di violenze su minori. Da un lato tentano di scaricare le responsabilità politiche, dall'altro si atteggiano a vittime degli odiatori del Web.
E, sfruttando alcuni attacchi scomposti (ad esempio l'utilizzo dell'hashtag #pdfili) giunti per via telematica, tentano di silenziare definitivamente una storia già poco trattata dagli organi di informazione. Giusto ieri, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha fatto sapere di essere pronto a perseguire legalmente chiunque osi tirare in ballo il suo partito per il caso Bibbiano. «Adesso basta», ha scritto su Twitter. «Gli attacchi al Pd sul Web stanno diventando diffamazione. Per questo un team di avvocati è al lavoro per avviare azioni legali, fossero anche 100 al giorno». Poi ha invitato i suoi a darsi da fare: «È tempo di reagire con forza, segnalateci tutto quello che vedete in Rete».
Repubblica fa sapere che c'è «un pool di legali all'attacco per difendere l'immagine del Pd. Una squadra di avvocati ha avviato infatti azioni legali a tutela del partito e della sua comunità, infangati da numerosi attacchi perpetrati sui social allo scopo di creare un'equazione tra i casi di cronaca di Bibbiano e le polemiche sui migranti seguite al caso Sea Watch».
Quindi, fateci capire. Se uno sostiene che Graziano Delrio avrebbe fatto meglio a precipitarsi nella sua Reggio Emilia per occuparsi degli affidi illeciti piuttosto che recarsi a bordo della Sea Watch è un diffamatore che merita di essere zittito dagli avvocati?
«Non si tratta più di un attacco basato su critiche politiche», dice il «team social» del Pd, «ma di una campagna diffamatoria orchestrata per scatenare un'ondata di violenza». Dietro ci sarebbero sovranisti, leghisti, fascisti. Il dem Francesco Boccia annuncia un'interrogazione parlamentare, Matteo Renzi ne approfitta per rilanciare la sua iniziativa «contro le fake news» del 12 luglio. Tutti alzano un bel polverone, insomma. Così, tra un Tweet e l'altro, le acque si confondono, e uno scandalo che tocca nel profondo i democratici emiliani passa in secondo piano. Con la complicità dei media asserviti, come sempre.
Bonafede manda gli ispettori al tribunale dei minori. Interrogato il sindaco dem

Ansa
C'era stata una segnalazione sulla torbida gestione dei fondi per i servizi sociali del Comune di Bibbiano scoperchiata poi dalla Procura di Reggio Emilia con l'inchiesta che hanno ribattezzato «Angeli e demoni». La ex comandante della polizia municipale della Val d'Enza, Cristina Caggiati, hanno ricostruito gli investigatori, aveva subodorato qualcosa e aveva portato quelle «irregolarità» all'attenzione del sindaco dem finito ai domiciliari Andrea Carletti, accusato di falso e abuso d'ufficio. Cosa che, a sentire un testimone, l'ex vicecomandante della polizia municipale, Tito Fabbiani, «irritò il sindaco». Fabbiani, stando al documento giudiziario che richiama le sommarie informazioni testimoniali rilasciate ai carabinieri, lo descrive come un personaggio «particolarmente potente». Fabbiani e Caggiati sono poi stati licenziati (dopo essere stati sospesi) perché finiti in un'altra inchiesta giudiziaria e ora sono sotto processo. Quella comunicazione, però, finì nel cestino. Un atteggiamento che per il giudice «è segno di una chiara volontà di tenere coperti movimenti di fondi poco chiari, consentendo volutamente il permanere di situazioni di opacità funzionali alle attività illecite perseguite dai correi». E, addirittura, sostiene l'accusa, appena avuta notizia delle indagini, «si è attivato per fornire successiva copertura all'attività svolta dai coniugi strizzacervelli per minori Nadia Bolognini e Claudio Foti (ieri erano in programma i loro interrogatorio di garanzia).
Nelle comunicazioni pubbliche e finanche in un'audizione alla Commissione infanzia della Camera dei deputati il sindaco aveva fatto intendere che quella tra il Comune di Bibbiano e la onlus Hansel e Gretel di Moncalieri fosse una mera collaborazione scientifica a titolo gratuito. Pur di proteggere il sistema, il sindaco dem Carletti avrebbe «omesso di indicare il costo della collaborazione». Ma, soprattutto, avrebbe nascosto le modalità della corresponsione dei compensi. Perché, secondo l'accusa, erano «illegittime». La «copertura politica», così la definisce il giudice per le indagini preliminari che l'ha privato della libertà (il sindaco è agli arresti domiciliari), era arrivata in alto.
A leggere gli atti, quella di Carletti non sarebbe stata solo una «omissione di controllo sull'attività dell'amministrazione» ma, stando all'ordinanza di custodia cautelare, «si adoperava per consentire la prosecuzione dell'attività, ottenendo anche un notevole ritorno d'immagine, oltre che un incremento dei fondi a disposizione». Insomma, Carletti, secondo l'accusa, non aveva che da guadagnarci. Il suo avvocato, all'uscita dall'interrogatorio di garanzia, ha detto ai cronisti che il sindaco ha fornito «importantissimi chiarimenti per quella che è la sua posizione e ha rappresentato in pieno la sua perfetta buona fede e l'assoluta serenità in coscienza».
L'interrogatorio è durato un paio d'ore. E al termine, l'avvocato Giovanni Tarquini ha chiesto al gip la revoca della misura cautelare. Oltre al primo cittadino, sono sfilate davanti al gip Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, coppia omosessuale affidataria di una minore, indagate per maltrattamenti in famiglia, per aver denigrato, sistematicamente, tra giugno 2016 e dicembre 2018, i veri genitori della piccola, calcato la mano sui sensi di colpa della bambina e per averle inculcato la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata dalla famiglia d'origine. Le due si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Come Marietta Veltri, responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza e seconda solo alla dirigente Federica Anghinolfi. Anche lei ha fatto scena muta.
E mentre l'inchiesta è concentrata proprio sulla gestione dei servizi sociali, il ministro della Gustizia, Alfonso Bonafede, ha mandato i suoi ispettori al Tribunale per i minori di Bologna. Bonafede lo ha riferito rispondendo a un'interrogazione della deputata reggiana di Forza Italia, Benedetta Fiorini, definendo «inquietante» la «rete criminosa ordita in danno a malcapitati minorenni, sottoposti a veri e propri trattamenti coattivi, facendo finanche ricorso a dispositivi ad impulsi elettromagnetici». Tuttavia, prosegue il ministro, «le questioni sollevate investono solo in parte lo spettro delle competenze del ministero». In concreto i magistrati ricevono periodicamente relazioni sulla situazione dei minori dati in affidamento. Le competenze del ministero sono quelle di verificare che i magistrati facciano il loro lavoro come si deve.
E, proprio per verificare dove si erano inceppati i meccanismi, ha mandato i suoi ispettori. «Quello che possiamo fare», aggiunge Bonafede, «e che stiamo già ipotizzando è incrociare tutti i dati che arrivano dai diversi uffici giudiziari per verificare in maniera più stringente l'andamento delle situazione degli affidi di minori nei territori e individuare prima e meglio le criticità». E alla fine ha annunciato: «In qualsiasi aula giudiziaria verrà accertata l'esistenza di un abuso su un minore, posso garantire che non ci sarà nessuno sconto da parte della giustizia, che sarà inflessibile». Nel frattempo, però, cinque dei sette indagati convocati finora dal gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. E, come sottolineato dal Secolo d'Italia, «si è alzato un muro d'omertà».
Così spingevano le attiviste Lgbt
Al di là delle indagini e degli eventuali reati commessi dai singoli protagonisti dell'inchiesta «Angeli e demoni», risulta evidente la potente connotazione ideologica del «sistema Val d'Enza». Soprattutto, saltano all'occhio le tinte arcobaleno di questa ideologia. Per rendersene conto, basta dare un'occhiata alla storia di una delle indagate, Fadia Bassmaji. Costei è l'ex compagna di Federica Anghinolfi, attivista Lgbt e responsabile dei servizi sociali del territorio in provincia di Reggio Emilia.
La Bassmaji, assieme alla sua attuale compagna Daniela Bedogni (con cui è unita civilmente) aveva ottenuto in affidamento una bambina, la piccola Katia, che ora è stata tolta alla coppia per maltrattamenti. Le due donne avrebbero pure tentato di inculcare nella piccola «la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata presso la famiglia di origine». Proprio come la Anghinolfi, anche la Bassmaji era - scrive il giudice reggiano - «assai attiva» nel mondo arcobaleno. In particolare, si dedicava alla promozione dell'affido a coppie Lgbt, molto spesso all'interno di eventi sponsorizzati o comunque sostenuti dalle amministrazioni rosse.
Nel maggio del 2018, per esempio, la Bassmaji partecipò, a Mantova, al convegno «Affidarsi, uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt», iniziativa promossa dal Comune e dalla Provincia. Per promuovere il progetto «Affidarsi», la nostra realizzò anche una serie di video che sono facilmente rintracciabili sulla Rete. Del resto, questo è il mestiere di Fadia: fa la regista. Nel 2015 ha fondato l'associazione culturale «Sinonimia TeatroCultura-Bellezza», che si occupa di produrre spettacoli teatrali e di organizzare convegni. Come prevedibile si tratta per lo più di eventi impegnati sul fronte femminista-Lgbt.
Scorrendo il curriculum dell'associazione, si nota che la Bassmaji ha lavorato tantissimo con le amministrazioni pubbliche rosse. «Nel novembre 2016 la Regione Emilia Romagna - assessorato Pari opportunità commissiona a Fadia Bassmaji la performance Attesa Intermittente sul tema della violenza sulle donne in gravidanza»; «nel 2016 inizia un nuovo progetto in collaborazione con la Regione Emilia Romagna per la regia di un convegno sul tema della violenza e abuso su minori». Sempre nel 2016 è partner del Comune di Reggio Emilia e di altri Comuni della provincia.
Insomma, Fadia era ben inserita: collaborava con la Regione, vari Comuni, con l'Ausl di Reggio Emilia, con i teatri reggiani e, manco a dirlo, con i servizi sociali Val d'Enza della sua ex Anghinolfi. Nel 2017, la Bassmaji ha persino fatto lezione all'Università di Reggio Emilia, nel corso di Scienze e tecniche Psicologiche. Si trattava di un progetto messo in piedi dall'Arcigay, che lo definiva «uno dei primi esempi in Italia in cui l'associazione entra ufficialmente in un corso universitario». In quel frangente, era previsto un intervento di Fadia proprio sull'affido Lgbt.
Uno degli eventi più recenti a cui la signora ha partecipato è il convegno «Affido e adozioni nel mondo Lgbt», andato in scena al Cassero di Bologna il 13 giugno scorso. E qui si nota un particolare interessante. Quando la Bassmaji ha pubblicato su Facebook la notizia dell'evento, qualcuno sotto ha commentato: «Ottima iniziativa da replicare a Reggio Emilia». L'idea è molto piaciuta a Roberta Mori, esponente del Pd, che ha commentato pubblicando un grosso cuore arcobaleno.
Il nome della Mori compare spesso in relazione alla Anghinolfi e alla Bassmaji. In qualità di presidente della Commissione parità dell'Emilia Romagna, fu proprio l'esponente piddina a invitare, nel 2015, la responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza (che fu presentata come un modello dai dem). Nel settembre 2016, la Mori partecipò all'inaugurazione del centro «La Cura», uno dei luoghi cardine dell'attuale inchiesta sugli affidi. Nel 2017, invece, la signora è stata nominata dal governatore emiliano Stefano Bonaccini rappresentante della Regione nella «Rete nazionale Ready di coordinamento e sostegno delle politiche antidiscriminatorie, per il rispetto del genere e dell'orientamento sessuale». D'altra parte, la Mori è anche relatrice della legge regionale sull'omotransfobia che verrà votata nei prossimi giorni.
Almeno a livello ideologico, la vicinanza tra gli esponenti Pd e alcune protagoniste dell'inchiesta è piuttosto evidente. Salta all'occhio, un po' come il bel cuore rainbow che Roberta Mori ha messo sotto il post di Fadia Bassmaji su Facebook.
L’Emilia Romagna torna alla carica con la legge bavaglio sull’omofobia
L'inchiesta «Angeli e Demoni» e il relativo scandalo della gestione dei servizi sociali dei Comuni della Val d'Enza potrebbero avere non poche ripercussioni sul controverso disegno di legge regionale sull'omotransnegatività che nei mesi scorsi ha provocato laceranti divisioni nel Partito democratico e nella maggioranza di centrosinistra che guida la Regione Emilia Romagna.
L'unione della Val D'Enza riunisce infatti sette Comuni della provincia di Reggio Emilia, territorio che da sempre rappresenta uno dei laboratori più avanzati delle politiche pro Lgbt. Reggio è stata una delle prime città ad aderire alla Rete Ready (istituzioni che promuovono misure gay friendly) e nel maggio del 2017, il Comune, la Provincia, il tribunale, gli istituti penali, l'università e la Asl di Reggio Emilia hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per un tavolo inter-istituzionale per il contrasto all'omotrasnegatività. Viene inoltre dalla provincia di Reggio Emilia - dove risiede ancora come scritto sul suo sito Web - la presidente della Commissione pari ppportunità della Regione, Roberta Mori, la quale è relatrice del suddetto ddl regionale sull'omotransnegatività e che nel 2015 ascoltò in Commissione il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, finito ai domiciliari, e alcuni operatori dei servizi sociali della Val d'Enza tra cui Federica Anghinolfi.
Anche le interazioni su facebook della Mori mostrano un acceso sostegno alla galassia emiliana Lgbt. Ovviamente parliamo di azioni che agiscono all'interno della legalità e nessuno può mettere in discussione la buona fede della consigliera dem, tuttavia non è un mistero che l'humus culturale di certi ambienti favorevoli all'omogenitorialità sia condiviso anche da una parte della dirigenza emiliana del Pd.
Ulteriori perplessità su un testo di legge che vada a punire reati di opinione sono offerti anche dalla testimonianza, raccolta dal Giornale, di uno dei padri vittime dei servizi sociali al centro della bufera. Secondo l'uomo - intervistato in anonimato - fu mossa contro di lui l'accusa di omofobia per poi arrivare a toglierli i bambini e affidarli alla madre che, dopo essere andata via di casa, viveva con la sua nuova compagna.
Sebbene si parli di scenari ancora tutti da dimostrare da parte degli inquirenti, fonti interne alla Regione riferiscono di una clima di generale imbarazzo e di grossa resistenza alla legge. Ricordiamo che lo scorso aprile il testo è stato sul punto di saltare, quando 9 consiglieri cattolici dem della maggioranza hanno presentato un emendamento al ddl, con lo scopo dichiarato di escludere da sostegni e finanziamenti le associazioni che promuovano in qualche modo, oltre a violenze e discriminazioni di genere, anche l'utero in affitto.
Su pressione dei gruppi Lgbt e di esponenti della maggioranza esterni al Pd venne meno l'accordo nella coalizione di governo di far passare una legge che finanziasse progetti per combattere l'omofobia a patto che questi fondi non finissero ad alimentare le organizzazioni che promuovono il turismo riproduttivo. Il testo ora torna in aula non a seguito di una decisione collegiale ma per via di una forzatura operata dai sostenitori della legge che sanno bene che la situazione è tutt'altro che chiarita all'interno del Pd. Il dibattito rischia infatti di assestare un nuovo colpo sulla maggioranza, visto che i 9 consiglieri dem di area moderata non intendono retrocedere sulla condanna alla maternità surrogata, mentre l'ala più radicale del partito non sembra voler aprire alcuna trattativa per emendare il testo originale e i gruppi Lgbt bolognesi già annunciano presidi davanti all'assemblea regionale.
Intanto i dissidenti cattodem fanno notare che anche nei manifesti dei recenti pride emiliani tra le rivendicazioni appariva la regolamentazione della gestazione per altri. Dopo tutto su alcuni cartelli dei manifestati sono apparsi slogan come «l'utero è mio e me l'ho affitto io».
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Anche se i media compiacenti tacciono, il partito attiva un pool di professionisti per intraprendere azioni legali contro chi parla in Rete dello scandalo Bibbiano. Nicola Zingaretti ai suoi: «Segnalateci tutto».Verifiche in corso a Bologna e alla Procura di Reggio Emilia. Il primo cittadino di Bibbiano chiede la revoca dei domiciliari. Ben 5 indagati rifiutano di rispondere.Fadia Bassmaji, indagata ed ex compagna dell'assistente sociale arrestata, teneva lezioni all'ateneo reggiano e lavorava con i Comuni. Con il sostegno della piddina Roberta Mori.La settimana prossima in Emilia Romagna il voto sulla proposta che aveva diviso persino la sinistra.Lo speciale contiene quattro articoli.Sembra quasi che l'inchiesta «Angeli e demoni» sugli affidi illeciti e gli abusi su minori di Bibbiano e dei Comuni limitrofi non esista. Martedì è uscita la notizia che, alla già lunga lista degli indagati, se ne sono aggiunti altri due, entrambi ex sindaci del Pd. In totale, le persone coinvolte nell'inchiesta sono 29, tra cui il primo cittadino di Bibbiano (anche lui del Partito democratico). Eppure, sui giornali italiani di tutto questo ieri non compariva nemmeno l'ombra. Giusto un trafiletto sul Corriere della Sera (a pagina 18, e senza la notizia degli indagati). Niente sulla Stampa. Niente nemmeno su Repubblica, a parte la rubrichina delle lettere di Concita De Gregorio dedicata a due genitori che invitavano a non demonizzare tutto il sistema dell'affido. Una coltre di silenzio impressionante. Certo, si tratta di indagini e arresti, non di condanne. Però, per l'ennesima volta, si ripropone il solito schema: se gli indagati e i fermati fossero stati della Lega, di Fratelli d'Italia, di Casapound, di Forza Italia eccetera, quante paginate avrebbero dedicato alla vicenda tutti gli autorevoli quotidiani? Sì, sarà pure un ragionamento becero e populista, ma descrive perfettamente la realtà italiana. Nel Reggiano è stato scoperchiato un sistema che fa orrore, persino a prescindere dai reati. Mettiamo anche che tutti i protagonisti siano innocenti, quello che emerge è un mondo limaccioso, intriso di ideologia, dominato da pochi, sempre gli stessi. Ma, poiché ci sono di mezzo i progressisti e poiché si lambisce il mondo Lgbt, ecco che l'intero baraccone passa in secondo piano. Al massimo, viene liquidato come un brutto caso di cronaca, quasi che la politica non c'entrasse nulla. E invece c'entra eccome. Perché il «modello Val d'Enza» è stato sostenuto, foraggiato, promosso e celebrato dagli amministratori del Pd. L'area culturale e politica di riferimento di tutti i protagonisti era quella progressista. Capiamoci bene. Ciò non significa che il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, attualmente ai domiciliari, sia accusato di abusi sui bambini. Infatti nessuno, sui giornali, ha osato scrivere una cosa del genere su di lui o sui suoi ex colleghi amministratori. Il Pd, tuttavia, sta un po' giocando con l'equivoco. Da quando la vicenda è esplosa, i dirigenti locali e nazionali del partito esibiscono indignazione, si comportano come se fossero ingiustamente accusati di violenze su minori. Da un lato tentano di scaricare le responsabilità politiche, dall'altro si atteggiano a vittime degli odiatori del Web. E, sfruttando alcuni attacchi scomposti (ad esempio l'utilizzo dell'hashtag #pdfili) giunti per via telematica, tentano di silenziare definitivamente una storia già poco trattata dagli organi di informazione. Giusto ieri, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha fatto sapere di essere pronto a perseguire legalmente chiunque osi tirare in ballo il suo partito per il caso Bibbiano. «Adesso basta», ha scritto su Twitter. «Gli attacchi al Pd sul Web stanno diventando diffamazione. Per questo un team di avvocati è al lavoro per avviare azioni legali, fossero anche 100 al giorno». Poi ha invitato i suoi a darsi da fare: «È tempo di reagire con forza, segnalateci tutto quello che vedete in Rete».Repubblica fa sapere che c'è «un pool di legali all'attacco per difendere l'immagine del Pd. Una squadra di avvocati ha avviato infatti azioni legali a tutela del partito e della sua comunità, infangati da numerosi attacchi perpetrati sui social allo scopo di creare un'equazione tra i casi di cronaca di Bibbiano e le polemiche sui migranti seguite al caso Sea Watch».Quindi, fateci capire. Se uno sostiene che Graziano Delrio avrebbe fatto meglio a precipitarsi nella sua Reggio Emilia per occuparsi degli affidi illeciti piuttosto che recarsi a bordo della Sea Watch è un diffamatore che merita di essere zittito dagli avvocati?«Non si tratta più di un attacco basato su critiche politiche», dice il «team social» del Pd, «ma di una campagna diffamatoria orchestrata per scatenare un'ondata di violenza». Dietro ci sarebbero sovranisti, leghisti, fascisti. Il dem Francesco Boccia annuncia un'interrogazione parlamentare, Matteo Renzi ne approfitta per rilanciare la sua iniziativa «contro le fake news» del 12 luglio. Tutti alzano un bel polverone, insomma. Così, tra un Tweet e l'altro, le acque si confondono, e uno scandalo che tocca nel profondo i democratici emiliani passa in secondo piano. Con la complicità dei media asserviti, come sempre. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sullinchiesta-una-cortina-di-silenzio-e-il-pd-sguinzaglia-pure-gli-avvocati-2639077202.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bonafede-manda-gli-ispettori-al-tribunale-dei-minori-interrogato-il-sindaco-dem" data-post-id="2639077202" data-published-at="1779271101" data-use-pagination="False"> Bonafede manda gli ispettori al tribunale dei minori. Interrogato il sindaco dem Ansa C'era stata una segnalazione sulla torbida gestione dei fondi per i servizi sociali del Comune di Bibbiano scoperchiata poi dalla Procura di Reggio Emilia con l'inchiesta che hanno ribattezzato «Angeli e demoni». La ex comandante della polizia municipale della Val d'Enza, Cristina Caggiati, hanno ricostruito gli investigatori, aveva subodorato qualcosa e aveva portato quelle «irregolarità» all'attenzione del sindaco dem finito ai domiciliari Andrea Carletti, accusato di falso e abuso d'ufficio. Cosa che, a sentire un testimone, l'ex vicecomandante della polizia municipale, Tito Fabbiani, «irritò il sindaco». Fabbiani, stando al documento giudiziario che richiama le sommarie informazioni testimoniali rilasciate ai carabinieri, lo descrive come un personaggio «particolarmente potente». Fabbiani e Caggiati sono poi stati licenziati (dopo essere stati sospesi) perché finiti in un'altra inchiesta giudiziaria e ora sono sotto processo. Quella comunicazione, però, finì nel cestino. Un atteggiamento che per il giudice «è segno di una chiara volontà di tenere coperti movimenti di fondi poco chiari, consentendo volutamente il permanere di situazioni di opacità funzionali alle attività illecite perseguite dai correi». E, addirittura, sostiene l'accusa, appena avuta notizia delle indagini, «si è attivato per fornire successiva copertura all'attività svolta dai coniugi strizzacervelli per minori Nadia Bolognini e Claudio Foti (ieri erano in programma i loro interrogatorio di garanzia). Nelle comunicazioni pubbliche e finanche in un'audizione alla Commissione infanzia della Camera dei deputati il sindaco aveva fatto intendere che quella tra il Comune di Bibbiano e la onlus Hansel e Gretel di Moncalieri fosse una mera collaborazione scientifica a titolo gratuito. Pur di proteggere il sistema, il sindaco dem Carletti avrebbe «omesso di indicare il costo della collaborazione». Ma, soprattutto, avrebbe nascosto le modalità della corresponsione dei compensi. Perché, secondo l'accusa, erano «illegittime». La «copertura politica», così la definisce il giudice per le indagini preliminari che l'ha privato della libertà (il sindaco è agli arresti domiciliari), era arrivata in alto. A leggere gli atti, quella di Carletti non sarebbe stata solo una «omissione di controllo sull'attività dell'amministrazione» ma, stando all'ordinanza di custodia cautelare, «si adoperava per consentire la prosecuzione dell'attività, ottenendo anche un notevole ritorno d'immagine, oltre che un incremento dei fondi a disposizione». Insomma, Carletti, secondo l'accusa, non aveva che da guadagnarci. Il suo avvocato, all'uscita dall'interrogatorio di garanzia, ha detto ai cronisti che il sindaco ha fornito «importantissimi chiarimenti per quella che è la sua posizione e ha rappresentato in pieno la sua perfetta buona fede e l'assoluta serenità in coscienza». L'interrogatorio è durato un paio d'ore. E al termine, l'avvocato Giovanni Tarquini ha chiesto al gip la revoca della misura cautelare. Oltre al primo cittadino, sono sfilate davanti al gip Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, coppia omosessuale affidataria di una minore, indagate per maltrattamenti in famiglia, per aver denigrato, sistematicamente, tra giugno 2016 e dicembre 2018, i veri genitori della piccola, calcato la mano sui sensi di colpa della bambina e per averle inculcato la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata dalla famiglia d'origine. Le due si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Come Marietta Veltri, responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza e seconda solo alla dirigente Federica Anghinolfi. Anche lei ha fatto scena muta. E mentre l'inchiesta è concentrata proprio sulla gestione dei servizi sociali, il ministro della Gustizia, Alfonso Bonafede, ha mandato i suoi ispettori al Tribunale per i minori di Bologna. Bonafede lo ha riferito rispondendo a un'interrogazione della deputata reggiana di Forza Italia, Benedetta Fiorini, definendo «inquietante» la «rete criminosa ordita in danno a malcapitati minorenni, sottoposti a veri e propri trattamenti coattivi, facendo finanche ricorso a dispositivi ad impulsi elettromagnetici». Tuttavia, prosegue il ministro, «le questioni sollevate investono solo in parte lo spettro delle competenze del ministero». In concreto i magistrati ricevono periodicamente relazioni sulla situazione dei minori dati in affidamento. Le competenze del ministero sono quelle di verificare che i magistrati facciano il loro lavoro come si deve. E, proprio per verificare dove si erano inceppati i meccanismi, ha mandato i suoi ispettori. «Quello che possiamo fare», aggiunge Bonafede, «e che stiamo già ipotizzando è incrociare tutti i dati che arrivano dai diversi uffici giudiziari per verificare in maniera più stringente l'andamento delle situazione degli affidi di minori nei territori e individuare prima e meglio le criticità». E alla fine ha annunciato: «In qualsiasi aula giudiziaria verrà accertata l'esistenza di un abuso su un minore, posso garantire che non ci sarà nessuno sconto da parte della giustizia, che sarà inflessibile». Nel frattempo, però, cinque dei sette indagati convocati finora dal gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. E, come sottolineato dal Secolo d'Italia, «si è alzato un muro d'omertà». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullinchiesta-una-cortina-di-silenzio-e-il-pd-sguinzaglia-pure-gli-avvocati-2639077202.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-spingevano-le-attiviste-lgbt" data-post-id="2639077202" data-published-at="1779271101" data-use-pagination="False"> Così spingevano le attiviste Lgbt Al di là delle indagini e degli eventuali reati commessi dai singoli protagonisti dell'inchiesta «Angeli e demoni», risulta evidente la potente connotazione ideologica del «sistema Val d'Enza». Soprattutto, saltano all'occhio le tinte arcobaleno di questa ideologia. Per rendersene conto, basta dare un'occhiata alla storia di una delle indagate, Fadia Bassmaji. Costei è l'ex compagna di Federica Anghinolfi, attivista Lgbt e responsabile dei servizi sociali del territorio in provincia di Reggio Emilia. La Bassmaji, assieme alla sua attuale compagna Daniela Bedogni (con cui è unita civilmente) aveva ottenuto in affidamento una bambina, la piccola Katia, che ora è stata tolta alla coppia per maltrattamenti. Le due donne avrebbero pure tentato di inculcare nella piccola «la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata presso la famiglia di origine». Proprio come la Anghinolfi, anche la Bassmaji era - scrive il giudice reggiano - «assai attiva» nel mondo arcobaleno. In particolare, si dedicava alla promozione dell'affido a coppie Lgbt, molto spesso all'interno di eventi sponsorizzati o comunque sostenuti dalle amministrazioni rosse. Nel maggio del 2018, per esempio, la Bassmaji partecipò, a Mantova, al convegno «Affidarsi, uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt», iniziativa promossa dal Comune e dalla Provincia. Per promuovere il progetto «Affidarsi», la nostra realizzò anche una serie di video che sono facilmente rintracciabili sulla Rete. Del resto, questo è il mestiere di Fadia: fa la regista. Nel 2015 ha fondato l'associazione culturale «Sinonimia TeatroCultura-Bellezza», che si occupa di produrre spettacoli teatrali e di organizzare convegni. Come prevedibile si tratta per lo più di eventi impegnati sul fronte femminista-Lgbt. Scorrendo il curriculum dell'associazione, si nota che la Bassmaji ha lavorato tantissimo con le amministrazioni pubbliche rosse. «Nel novembre 2016 la Regione Emilia Romagna - assessorato Pari opportunità commissiona a Fadia Bassmaji la performance Attesa Intermittente sul tema della violenza sulle donne in gravidanza»; «nel 2016 inizia un nuovo progetto in collaborazione con la Regione Emilia Romagna per la regia di un convegno sul tema della violenza e abuso su minori». Sempre nel 2016 è partner del Comune di Reggio Emilia e di altri Comuni della provincia. Insomma, Fadia era ben inserita: collaborava con la Regione, vari Comuni, con l'Ausl di Reggio Emilia, con i teatri reggiani e, manco a dirlo, con i servizi sociali Val d'Enza della sua ex Anghinolfi. Nel 2017, la Bassmaji ha persino fatto lezione all'Università di Reggio Emilia, nel corso di Scienze e tecniche Psicologiche. Si trattava di un progetto messo in piedi dall'Arcigay, che lo definiva «uno dei primi esempi in Italia in cui l'associazione entra ufficialmente in un corso universitario». In quel frangente, era previsto un intervento di Fadia proprio sull'affido Lgbt. Uno degli eventi più recenti a cui la signora ha partecipato è il convegno «Affido e adozioni nel mondo Lgbt», andato in scena al Cassero di Bologna il 13 giugno scorso. E qui si nota un particolare interessante. Quando la Bassmaji ha pubblicato su Facebook la notizia dell'evento, qualcuno sotto ha commentato: «Ottima iniziativa da replicare a Reggio Emilia». L'idea è molto piaciuta a Roberta Mori, esponente del Pd, che ha commentato pubblicando un grosso cuore arcobaleno. Il nome della Mori compare spesso in relazione alla Anghinolfi e alla Bassmaji. In qualità di presidente della Commissione parità dell'Emilia Romagna, fu proprio l'esponente piddina a invitare, nel 2015, la responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza (che fu presentata come un modello dai dem). Nel settembre 2016, la Mori partecipò all'inaugurazione del centro «La Cura», uno dei luoghi cardine dell'attuale inchiesta sugli affidi. Nel 2017, invece, la signora è stata nominata dal governatore emiliano Stefano Bonaccini rappresentante della Regione nella «Rete nazionale Ready di coordinamento e sostegno delle politiche antidiscriminatorie, per il rispetto del genere e dell'orientamento sessuale». D'altra parte, la Mori è anche relatrice della legge regionale sull'omotransfobia che verrà votata nei prossimi giorni. Almeno a livello ideologico, la vicinanza tra gli esponenti Pd e alcune protagoniste dell'inchiesta è piuttosto evidente. Salta all'occhio, un po' come il bel cuore rainbow che Roberta Mori ha messo sotto il post di Fadia Bassmaji su Facebook. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullinchiesta-una-cortina-di-silenzio-e-il-pd-sguinzaglia-pure-gli-avvocati-2639077202.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lemilia-romagna-torna-alla-carica-con-la-legge-bavaglio-sullomofobia" data-post-id="2639077202" data-published-at="1779271101" data-use-pagination="False"> L’Emilia Romagna torna alla carica con la legge bavaglio sull’omofobia L'inchiesta «Angeli e Demoni» e il relativo scandalo della gestione dei servizi sociali dei Comuni della Val d'Enza potrebbero avere non poche ripercussioni sul controverso disegno di legge regionale sull'omotransnegatività che nei mesi scorsi ha provocato laceranti divisioni nel Partito democratico e nella maggioranza di centrosinistra che guida la Regione Emilia Romagna. L'unione della Val D'Enza riunisce infatti sette Comuni della provincia di Reggio Emilia, territorio che da sempre rappresenta uno dei laboratori più avanzati delle politiche pro Lgbt. Reggio è stata una delle prime città ad aderire alla Rete Ready (istituzioni che promuovono misure gay friendly) e nel maggio del 2017, il Comune, la Provincia, il tribunale, gli istituti penali, l'università e la Asl di Reggio Emilia hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per un tavolo inter-istituzionale per il contrasto all'omotrasnegatività. Viene inoltre dalla provincia di Reggio Emilia - dove risiede ancora come scritto sul suo sito Web - la presidente della Commissione pari ppportunità della Regione, Roberta Mori, la quale è relatrice del suddetto ddl regionale sull'omotransnegatività e che nel 2015 ascoltò in Commissione il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, finito ai domiciliari, e alcuni operatori dei servizi sociali della Val d'Enza tra cui Federica Anghinolfi. Anche le interazioni su facebook della Mori mostrano un acceso sostegno alla galassia emiliana Lgbt. Ovviamente parliamo di azioni che agiscono all'interno della legalità e nessuno può mettere in discussione la buona fede della consigliera dem, tuttavia non è un mistero che l'humus culturale di certi ambienti favorevoli all'omogenitorialità sia condiviso anche da una parte della dirigenza emiliana del Pd. Ulteriori perplessità su un testo di legge che vada a punire reati di opinione sono offerti anche dalla testimonianza, raccolta dal Giornale, di uno dei padri vittime dei servizi sociali al centro della bufera. Secondo l'uomo - intervistato in anonimato - fu mossa contro di lui l'accusa di omofobia per poi arrivare a toglierli i bambini e affidarli alla madre che, dopo essere andata via di casa, viveva con la sua nuova compagna. Sebbene si parli di scenari ancora tutti da dimostrare da parte degli inquirenti, fonti interne alla Regione riferiscono di una clima di generale imbarazzo e di grossa resistenza alla legge. Ricordiamo che lo scorso aprile il testo è stato sul punto di saltare, quando 9 consiglieri cattolici dem della maggioranza hanno presentato un emendamento al ddl, con lo scopo dichiarato di escludere da sostegni e finanziamenti le associazioni che promuovano in qualche modo, oltre a violenze e discriminazioni di genere, anche l'utero in affitto. Su pressione dei gruppi Lgbt e di esponenti della maggioranza esterni al Pd venne meno l'accordo nella coalizione di governo di far passare una legge che finanziasse progetti per combattere l'omofobia a patto che questi fondi non finissero ad alimentare le organizzazioni che promuovono il turismo riproduttivo. Il testo ora torna in aula non a seguito di una decisione collegiale ma per via di una forzatura operata dai sostenitori della legge che sanno bene che la situazione è tutt'altro che chiarita all'interno del Pd. Il dibattito rischia infatti di assestare un nuovo colpo sulla maggioranza, visto che i 9 consiglieri dem di area moderata non intendono retrocedere sulla condanna alla maternità surrogata, mentre l'ala più radicale del partito non sembra voler aprire alcuna trattativa per emendare il testo originale e i gruppi Lgbt bolognesi già annunciano presidi davanti all'assemblea regionale. Intanto i dissidenti cattodem fanno notare che anche nei manifesti dei recenti pride emiliani tra le rivendicazioni appariva la regolamentazione della gestazione per altri. Dopo tutto su alcuni cartelli dei manifestati sono apparsi slogan come «l'utero è mio e me l'ho affitto io».
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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