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2020-02-13
Sui preti sposati Francesco infrange i sogni progressisti
Ansa
Le previsioni che i lettori della Verità avevano potuto considerare già una settimana fa, e ripetute anche nell'edizione di ieri, si sono rivelate autentiche. Papa Francesco nell'esortazione post sinodale Querida Amazonia non ratifica in modo diretto nessuna delle novità che il documento finale del sinodo panamazzonico aveva approvato con maggioranza qualificata. Nessuna apertura all'ordinazione al sacerdozio per diaconi permanenti sposati, come indicato, invece, dal paragrafo 111 del documento finale, nessun cenno alla richiesta del diaconato permanente per le donne. Anche sul possibile rito liturgico ad hoc, il Papa non va oltre a considerazioni sul tema dell'inculturazione (c'è però un richiamo nella nota a piè di pagina n. 120).
Il quarto e ultimo «sogno» dell'esortazione pubblicata ieri - i capitoli, infatti, sono cadenzati richiamandosi a una chiave onirica - è appunto questo «sogno ecclesiale» per l'Amazzonia. Gli altri «sogni» hanno come oggetto il «sociale», il «culturale» e «l'ecologico», punti su cui il Papa si dilunga ampiamente tra inserti poetici e riferimenti ai poveri, agli alberi, al capitalismo, agli ecosistemi e al perdono per alcune spedizioni missionarie.
Ma è l'ultimo «sogno», quello «ecclesiale», che per molti si è trasformato in una specie di incubo, viste le aspettative che vasti settori della Chiesa avevano rispetto alle novità e ai preti sposati in particolare. Il Papa, dicevamo, non ha aperto a nulla in modo diretto e si può immaginare che il cardinale Claudio Hummes, vero deus ex machina del sinodo, e il vescovo Erwin Kräutler, gran fautore dei preti sposati in Amazzonia, mastichino amaro (insieme a diversi prelati e teologi tedeschi).
Per quanto riguarda la possibile via ai preti sposati, che erano stati invocati per risolvere il problema di alcune aree geografiche private dell'eucaristia, Francesco ribadisce che è solo il prete a «presiedere l'Eucaristia», così come a confessare, e non indica alcuno spazio per il celibato opzionale dei sacerdoti. Nemmeno in Amazzonia. Anzi, chiede ai vescovi di pregare per le vocazioni e incoraggia i missionari a scegliere l'Amazzonia come loro terreno pastorale.
Sul ruolo delle donne, il Papa scrive che bisogna «evitare di ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali» e che le donne impegnate nella Chiesa amazzonica «dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l'Ordine sacro». Incarichi riconosciuti quindi, magari con mandato del vescovo locale, ma nessuna ordinazione.
Il testo del Papa su questi due punti, su cui tutti i mass media si sono concentrati, rappresenta una chiara sorpresa. Resta da capire se e quanto abbiano inciso nella scelta di Francesco il libro del cardinale Robert Sarah con Benedetto XVI a difesa della norma del celibato sacerdotale per la Chiesa latina, e anche le corse in avanti del sinodo della Chiesa tedesca (dai preti sposati alla benedizione per le coppie gay). Le indiscrezioni che arrivano da oltre Tevere dicono che il Papa da un lato fosse personalmente combattuto sul tema celibato dei preti e dall'altro volesse però dare appoggio al percorso sinodale. La geometria variabile del pensiero di Francesco - lui stesso nel 2013 ha detto che «il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, aperto» - in qualche modo trova però conferma anche nel testo di Querida Amazonia. E nella interpretazione che ne hanno fornito durante la conferenza stampa di presentazione altri due gesuiti, il direttore di Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro, e il cardinale Michael Czerny.
Al numero 2 dell'esortazione il Papa comunica che non ha intenzione di «sostituire né ripetere» il documento finale del sinodo - quello che aveva le aperture ai preti sposti - , ma lo presenta «ufficialmente», auspicando che «tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro» e che in Amazzonia «si impegnino nella sua applicazione». Si annuncia così una novità, quella di una esortazione del Papa, quindi un documento del magistero ordinario, che viene in un certo senso posto sullo stesso piano di un testo che non ha alcun valore magisteriale. Infatti, Czerny in conferenza stampa si è concentrato su questo punto, spiegando che «a parte l'autorità magisteriale formale, la presentazione ufficiale e l'incoraggiamento conferiscono al documento conclusivo una certa autorità morale. Ignorarla sarebbe una mancanza di obbedienza alla legittima autorità del Santo Padre». In cardinale invoca perciò una «comprensione creativa» che tenga insieme «il processo sinodale, il documento conclusivo e l'esortazione post sinodale».
Questa prospettiva solleva alcune considerazioni sul rapporto tra primato di Pietro, prerogativa del Papa appunto, e sinodalità. Tra l'altro la «comprensione creativa» può lasciar intendere un sistema di porte girevoli in cui tutto può accadere. Padre Antonio Spadaro nella sua interpretazione, pubblicata ieri «tempestivamente», fa notare che «l'esortazione dunque non supera il documento finale, né intende dargli semplicemente il suo sigillo. Francesco lo assume tutto e lo accompagna, guidandone la ricezione all'interno del percorso sinodale, che è in divenire e non può certamente dirsi concluso». Non a caso il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del sinodo dei vescovi, ieri, rispondendo all'ultima domanda in conferenza stampa, ha ricordato un punto fermo del papato di Francesco: «Il tempo è superiore allo spazio». Ma questa volta i tempi sembrano essersi allungati, proprio per volontà del Papa.
Per i «riformatori» non finisce qui
Parafrasando una delle poesie che compaiono tra le pagine di Querida Amazonia si potrebbe dire che «quelli che credevano che il celibato dei preti fosse una corda per giocare si sbagliavano». Perché il percorso sinodale panamazzonico, fortissimamente voluto dal cardinale Claudio Hummes, si è trasformato in una specie di palude su cui molti sogni si sono arenati.
Le spinte dietro alla possibile ordinazione di preti sposati, spinte che hanno le loro braccia operative in Sud America e il cervello in Germania, sono in realtà parte di una costellazione di novità che dagli anni Settanta cerca di rivoluzionare la Chiesa. Il paradigma di una nuova teologia morale, il celibato dei preti e l'ordinazione delle donne, oltre al refrain della sinodalità, sono i punti su cui la Chiesa, non per colpa della stampa, tende a polarizzarsi dall'interno. Di fronte al fatto della mancata apertura di papa Francesco sui preti sposati il sistema è andato un po' in tilt.
Il direttore dei media vaticani, Andrea Tornielli, nel suo editoriale su Vatican news di ieri, dice che Francesco «eccede le diatribe dialettiche che hanno finito per rappresentare il sinodo quasi come un referendum sulla possibilità di ordinare sacerdoti uomini sposati» e ha deciso «di rispondere non prevedendo cambiamenti o ulteriori possibilità di deroghe rispetto a quelle già previste dalla vigente disciplina ecclesiastica, ma chiedendo di ripartire dall'essenziale». Dalla fede, dalla missione, dal kerigma, dalla grazia e «non dalle strategie di marketing o dalle tecniche comunicative degli influencer religiosi». Insomma, il Papa ha chiuso le porte, il Papa è in continuità con i suoi predecessori, il Papa non ascolta certo quei «conservatori» che complottano contro di lui, il Papa va al cuore della fede. L'impressione, leggendo l'editoriale di Tornielli, è quella di tanta acqua da buttare sul fuoco, ed è anche comprensibile visto com'è andato l'ultimo mese, tra il giallo (ancora non pienamente risolto) del libro del cardinale Robert Sarah con Benedetto XVI e altri mal di pancia di alcuni cardinali che hanno mal sopportato l'attivismo del cardinale Hummes.
Leggendo però la puntuale interpretazione dell'esortazione fornita dall'altro grande consigliere di Francesco, il direttore della Civiltà cattolica, Antonio Spadaro, si ha come l'impressione che qui sul fuoco invece dell'acqua si butti benzina. Anche Spadaro fa riferimento all'eccedere del Papa rispetto ai poli dialettici per cercare una soluzione superiore, ma per Spadaro questa soluzione pare essere in un sinodo permanente attivo che metta tutto in un processo sempre aperto. Per cui, come ebbe a dire lo stesso Spadaro in un suo magistrale tweet, potrebbe davvero accadere che «2+2 in #teologia faccia 5».
Certo, anche Tornielli sottolinea che la questione discussa da lungo tempo, quella del celibato, «potrà esserlo ancora in futuro», ma nel senso di Spadaro per il sinodo si scorge quasi un leggero rosicare di fronte al brusco stop del processo panamazzonico. Quasi come un influencer religioso che deve far presto a dettare la linea, uno youtuber che ricorda come tutto non sia finito qua, ma c'è un orizzonte da esplorare ancora. Non tutto è perduto, c'è sempre un sinodo possibile davanti a noi. «Quelli che credevano che il celibato dei preti fosse una corda per giocare si sbagliavano». Anche i consiglieri del Papa, a volte, non sanno più come tirarla.
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L'esortazione del Papa la dà vinta a Ratzinger e delude chi ha usato il sinodo amazzonico per demolire il celibato sacerdotale.Il fronte modernista prepara la già la vendetta. Andrea Tornielli fa il pompiere adombrando nuove discussioni «in futuro». Antonio Spadaro minaccia una specie di assemblea permanente.Lo speciale contiene due articoliLe previsioni che i lettori della Verità avevano potuto considerare già una settimana fa, e ripetute anche nell'edizione di ieri, si sono rivelate autentiche. Papa Francesco nell'esortazione post sinodale Querida Amazonia non ratifica in modo diretto nessuna delle novità che il documento finale del sinodo panamazzonico aveva approvato con maggioranza qualificata. Nessuna apertura all'ordinazione al sacerdozio per diaconi permanenti sposati, come indicato, invece, dal paragrafo 111 del documento finale, nessun cenno alla richiesta del diaconato permanente per le donne. Anche sul possibile rito liturgico ad hoc, il Papa non va oltre a considerazioni sul tema dell'inculturazione (c'è però un richiamo nella nota a piè di pagina n. 120).Il quarto e ultimo «sogno» dell'esortazione pubblicata ieri - i capitoli, infatti, sono cadenzati richiamandosi a una chiave onirica - è appunto questo «sogno ecclesiale» per l'Amazzonia. Gli altri «sogni» hanno come oggetto il «sociale», il «culturale» e «l'ecologico», punti su cui il Papa si dilunga ampiamente tra inserti poetici e riferimenti ai poveri, agli alberi, al capitalismo, agli ecosistemi e al perdono per alcune spedizioni missionarie.Ma è l'ultimo «sogno», quello «ecclesiale», che per molti si è trasformato in una specie di incubo, viste le aspettative che vasti settori della Chiesa avevano rispetto alle novità e ai preti sposati in particolare. Il Papa, dicevamo, non ha aperto a nulla in modo diretto e si può immaginare che il cardinale Claudio Hummes, vero deus ex machina del sinodo, e il vescovo Erwin Kräutler, gran fautore dei preti sposati in Amazzonia, mastichino amaro (insieme a diversi prelati e teologi tedeschi). Per quanto riguarda la possibile via ai preti sposati, che erano stati invocati per risolvere il problema di alcune aree geografiche private dell'eucaristia, Francesco ribadisce che è solo il prete a «presiedere l'Eucaristia», così come a confessare, e non indica alcuno spazio per il celibato opzionale dei sacerdoti. Nemmeno in Amazzonia. Anzi, chiede ai vescovi di pregare per le vocazioni e incoraggia i missionari a scegliere l'Amazzonia come loro terreno pastorale. Sul ruolo delle donne, il Papa scrive che bisogna «evitare di ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali» e che le donne impegnate nella Chiesa amazzonica «dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l'Ordine sacro». Incarichi riconosciuti quindi, magari con mandato del vescovo locale, ma nessuna ordinazione. Il testo del Papa su questi due punti, su cui tutti i mass media si sono concentrati, rappresenta una chiara sorpresa. Resta da capire se e quanto abbiano inciso nella scelta di Francesco il libro del cardinale Robert Sarah con Benedetto XVI a difesa della norma del celibato sacerdotale per la Chiesa latina, e anche le corse in avanti del sinodo della Chiesa tedesca (dai preti sposati alla benedizione per le coppie gay). Le indiscrezioni che arrivano da oltre Tevere dicono che il Papa da un lato fosse personalmente combattuto sul tema celibato dei preti e dall'altro volesse però dare appoggio al percorso sinodale. La geometria variabile del pensiero di Francesco - lui stesso nel 2013 ha detto che «il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, aperto» - in qualche modo trova però conferma anche nel testo di Querida Amazonia. E nella interpretazione che ne hanno fornito durante la conferenza stampa di presentazione altri due gesuiti, il direttore di Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro, e il cardinale Michael Czerny.Al numero 2 dell'esortazione il Papa comunica che non ha intenzione di «sostituire né ripetere» il documento finale del sinodo - quello che aveva le aperture ai preti sposti - , ma lo presenta «ufficialmente», auspicando che «tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro» e che in Amazzonia «si impegnino nella sua applicazione». Si annuncia così una novità, quella di una esortazione del Papa, quindi un documento del magistero ordinario, che viene in un certo senso posto sullo stesso piano di un testo che non ha alcun valore magisteriale. Infatti, Czerny in conferenza stampa si è concentrato su questo punto, spiegando che «a parte l'autorità magisteriale formale, la presentazione ufficiale e l'incoraggiamento conferiscono al documento conclusivo una certa autorità morale. Ignorarla sarebbe una mancanza di obbedienza alla legittima autorità del Santo Padre». In cardinale invoca perciò una «comprensione creativa» che tenga insieme «il processo sinodale, il documento conclusivo e l'esortazione post sinodale».Questa prospettiva solleva alcune considerazioni sul rapporto tra primato di Pietro, prerogativa del Papa appunto, e sinodalità. Tra l'altro la «comprensione creativa» può lasciar intendere un sistema di porte girevoli in cui tutto può accadere. Padre Antonio Spadaro nella sua interpretazione, pubblicata ieri «tempestivamente», fa notare che «l'esortazione dunque non supera il documento finale, né intende dargli semplicemente il suo sigillo. Francesco lo assume tutto e lo accompagna, guidandone la ricezione all'interno del percorso sinodale, che è in divenire e non può certamente dirsi concluso». Non a caso il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del sinodo dei vescovi, ieri, rispondendo all'ultima domanda in conferenza stampa, ha ricordato un punto fermo del papato di Francesco: «Il tempo è superiore allo spazio». Ma questa volta i tempi sembrano essersi allungati, proprio per volontà del Papa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sui-preti-sposati-francesco-infrange-i-sogni-progressisti-2645128368.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-i-riformatori-non-finisce-qui" data-post-id="2645128368" data-published-at="1782246378" data-use-pagination="False"> Per i «riformatori» non finisce qui Parafrasando una delle poesie che compaiono tra le pagine di Querida Amazonia si potrebbe dire che «quelli che credevano che il celibato dei preti fosse una corda per giocare si sbagliavano». Perché il percorso sinodale panamazzonico, fortissimamente voluto dal cardinale Claudio Hummes, si è trasformato in una specie di palude su cui molti sogni si sono arenati. Le spinte dietro alla possibile ordinazione di preti sposati, spinte che hanno le loro braccia operative in Sud America e il cervello in Germania, sono in realtà parte di una costellazione di novità che dagli anni Settanta cerca di rivoluzionare la Chiesa. Il paradigma di una nuova teologia morale, il celibato dei preti e l'ordinazione delle donne, oltre al refrain della sinodalità, sono i punti su cui la Chiesa, non per colpa della stampa, tende a polarizzarsi dall'interno. Di fronte al fatto della mancata apertura di papa Francesco sui preti sposati il sistema è andato un po' in tilt. Il direttore dei media vaticani, Andrea Tornielli, nel suo editoriale su Vatican news di ieri, dice che Francesco «eccede le diatribe dialettiche che hanno finito per rappresentare il sinodo quasi come un referendum sulla possibilità di ordinare sacerdoti uomini sposati» e ha deciso «di rispondere non prevedendo cambiamenti o ulteriori possibilità di deroghe rispetto a quelle già previste dalla vigente disciplina ecclesiastica, ma chiedendo di ripartire dall'essenziale». Dalla fede, dalla missione, dal kerigma, dalla grazia e «non dalle strategie di marketing o dalle tecniche comunicative degli influencer religiosi». Insomma, il Papa ha chiuso le porte, il Papa è in continuità con i suoi predecessori, il Papa non ascolta certo quei «conservatori» che complottano contro di lui, il Papa va al cuore della fede. L'impressione, leggendo l'editoriale di Tornielli, è quella di tanta acqua da buttare sul fuoco, ed è anche comprensibile visto com'è andato l'ultimo mese, tra il giallo (ancora non pienamente risolto) del libro del cardinale Robert Sarah con Benedetto XVI e altri mal di pancia di alcuni cardinali che hanno mal sopportato l'attivismo del cardinale Hummes. Leggendo però la puntuale interpretazione dell'esortazione fornita dall'altro grande consigliere di Francesco, il direttore della Civiltà cattolica, Antonio Spadaro, si ha come l'impressione che qui sul fuoco invece dell'acqua si butti benzina. Anche Spadaro fa riferimento all'eccedere del Papa rispetto ai poli dialettici per cercare una soluzione superiore, ma per Spadaro questa soluzione pare essere in un sinodo permanente attivo che metta tutto in un processo sempre aperto. Per cui, come ebbe a dire lo stesso Spadaro in un suo magistrale tweet, potrebbe davvero accadere che «2+2 in #teologia faccia 5». Certo, anche Tornielli sottolinea che la questione discussa da lungo tempo, quella del celibato, «potrà esserlo ancora in futuro», ma nel senso di Spadaro per il sinodo si scorge quasi un leggero rosicare di fronte al brusco stop del processo panamazzonico. Quasi come un influencer religioso che deve far presto a dettare la linea, uno youtuber che ricorda come tutto non sia finito qua, ma c'è un orizzonte da esplorare ancora. Non tutto è perduto, c'è sempre un sinodo possibile davanti a noi. «Quelli che credevano che il celibato dei preti fosse una corda per giocare si sbagliavano». Anche i consiglieri del Papa, a volte, non sanno più come tirarla.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?