
La notizia è già abbastanza sorprendente di per sé: esistono autori che hanno pensato di realizzare una serie televisiva sull’utero in affitto, e non per parlarne bene. Ma a risultare davvero incredibile è che tale serie sia disponibile su una piattaforma come Netflix, che in questi anni si è rivelata essere il maggior moltiplicatore di ideologia woke nel mondo. Negli ultimi tempi, tuttavia, stravaganze di questo genere si ripetono con sempre maggiore frequenza, e si tratta di segnali particolarmente interessanti.
Lo spettacolo in questione si intitola Madre de alquiler, ovvero Madre surrogata, e non lascia il minimo spazio ai buoni sentimenti riguardo la compravendita di bambini. Finora i grandi network ci avevano abituati a prodotti come Maternità surrogata: una scelta d’amore, il documentario in tre puntate trasmesso di recente su RealTime (una sorta di vergognoso spot alla surrogazione). Ebbene, nella serie Netflix non c’è nulla di tutto questo.
La protagonista si chiama Yeni e appartiene al popolo Totonachi, che abitava larghe aree del Messico prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli. Erano gli uomini e le donne della vaniglia, che producevano in enormi quantità, mentre ora sono una minoranza non esattamente benestante.
La povera ragazza si trova a vivere un incubo. Il padre - per una serie di ragioni che non spieghiamo per non rovinare la visione - finisce in carcere e Yeni ha un’unica possibilità per liberarlo: accettare la proposta indecente avanzatale da una ricca famiglia di industriali guidata dalla spietata Nora Huizar. In buona sostanza dovrà fare da madre surrogata ai ricchi Julia e Carlos, i quali fanno parte di una potente dinastia di imprenditori del settore farmaceutico.
La trama ha senz’altro i tratti del melodramma, e l’intera serie ha parecchi elementi tipici delle caratteristiche soap opera latinoamericane. È un prodotto popolare, e funziona. Soprattutto, insiste sulla brutalità del ricatto a cui è sottoposta la giovane madre, e sul dolore che provoca la separazione dal neonato. Insomma, pur all’interno di un racconto a tinte forti e talvolta esasperato, la violenza della cosiddetta gestazione per altri emerge con estrema chiarezza. Anzi è lo spunto per altre crudeltà in cui indugiano con gusto i gestori della casa farmaceutica, come a dire che chi non si fa scrupoli a strappare un figlio alla madre certo non può agire con rettitudine in altre circostanze.
Più che la trama e gli spunti sociali e politici che offre, però, a risultare suggestivo è il meccanismo che ha portato all’uscita della serie. Si può dire che - magari indirettamente - Madre de alquiler sveli gli altarini del capitalismo woke. Si tratta, dicevamo, di una serie messicana. Netflix la manda in onda perché da qualche tempo ha deciso di dare spazio ai prodotti «locali» proprio per attrarre il pubblico più vasto possibile. Ed ecco che l’universo creativo messicano ha sfornato qualcosa di inaspettato, uno sceneggiato completamente estraneo alle logiche che oggi sembrano obbligatorie nelle produzioni occidentali.
Queste ultime hanno ormai raggiunto il livello della parodia: ingessate dalle quote etniche e di genere, funestate dalla cultura della cancellazione, imbolsite dalla retorica del riconoscimento delle minoranze. Fuori dal mondo occidentale, a quanto risulta, c’è invece terreno fertile per temi e prospettive differenti, per un orizzonte valoriale alternativo. Buono a sapersi.
Non è tutto. Netflix avrebbe comunque potuto rifiutarsi di mandare in onda un prodotto così radicalmente differente da ciò che normalmente propone. Ma non lo ha fatto. Motivo? A quanto pare, se qualcosa funziona e porta ascolti, anche le remore ideologiche possono passare in secondo piano. Dopo tutto, come ha fatto notare il pensatore francese Guillaume Travers, da un po’ di tempo insistere sulla visione woke «in modo così capillare e così forte non offre molte garanzie economiche». Già: non tutto il pubblico si fa irretire dall’ideologia, molti anzi iniziano a percepirla con fastidio, e reagiscono di conseguenza. Ergo anche i più accaniti sostenitori del «liberismo moralista» debbono correggere il tiro.
Perché il punto è il seguente: nel capitalismo woke, la parte fondamentale non è il woke bensì il capitalismo. I valori progressisti sono senz’altro utili a formare un tipo umano molto disponibile al consumo e facilmente manipolabile. Ma l’obiettivo vero resta far soldi, e se il progressismo esibito non serve alla causa, viene facilmente abbandonato.
La grande lezione di Madre de alquiler è essenzialmente questa: anche dietro il più smielato predicozzo c’è sempre il business. Chi si riempie la bocca con i «diritti», dunque, lo fa per guadagnare. Ecco perché i presunti diritti, nella gran parte dei casi non sono tali. E quand’anche lo siano, non appena smettono di garantire introiti sono facilmente dimenticati.





