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2019-05-13
La fine del mondo dipinta da Greta arriva pure su Netflix
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La lezione di Greta Thunberg, la piccoletta con la treccia bionda e lo sguardo corrucciato che, in Svezia, s'è rifiutata di entrare a scuola per dare una sveglia al proprio governo lassista, è arrivata alla plenaria della Cop 24, nei salotti italiani. S'è sparsa per il mondo con la virulenza che i fenomeni mediatici portano con sé. E al mondo ha ricordato quanto pericolo e concreto sia quel che va sotto il nome di "climate change". «La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha sentenziato Greta, nei suoi abiti da quindicenne, standosene tutta fiera davanti alla platea di Katowice, in Polonia. «Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo», ha continuato, ignara che il futuro di orrori paventato nel suo intervento pubblico ha già avuto una rappresentazione per immagini su Netflix, dove il 17 maggio debutta la seconda stagione di The Rain.
The Rain è una serie danese: un dramma piuttosto giovanile nel quale si racconta l'apocalisse. Un apocalisse che, diversamente da quanto visto nella televisione più recente, non ha le sembianze di un qualche virus zombificante né di una guerra aliena, ma di un pericolo climatico. La popolazione danese, nella serie Netflix, è decimata da una pioggia acida, conseguenza di orripilanti azioni umane. La pioggia cade sul suolo danese e ne bagna gli abitanti. È un attimo. Lo spazio di un tuono e questi cadono a terra, preda di convulsioni e febbri. I danesi si ammalano e, uno ad uno, muoiono. I sopravvissuti, pochi, lasciano le città, le case nelle quali sono cresciuti e si ritirano in zone sicure, consapevoli che, con il calare del solo, puntuale ogni giorno, la pioggia tornerà a battere.
«Tantissimi show, film, serie e libri sono ambientati in scenari post-apocalittici simili a quello di cui tratta The Rain», ha raccontato Lucas Lynggaard Tønnesen, che nella produzione Netflix è Rasmus Andersen, un ragazzino problematico che sembra essere immune al virus. «Penso che sia un tema molto vicino a noi al momento, basti pensare al cambiamento climatico e a quel che sta generando. È un tema, questo, con il quale penso che chiunque possa relazionarsi: è molto convincente, molto forte, è un tema che chiunque, in questo momento storico, può comprendere», ha continuato l'attore che, ospite a Milano del Seriescon, è parso ben consapevole del carico d'attualità che la produzione danese si porta appresso. Riferimenti alla piccola Greta Thunberg non ce ne sono stati. Né Lucas Lynggaard Tønnesen ha voluto esibirsi in panegirici sul ruolo che i governi occidentali hanno giocato nell'emergenza. Tuttavia, l'apocalisse così come l'ha descritta The Rain, nelle parole del ragazzo, ha assunto i contorni di un evento, se non reale, quanto meno possibile. Ipotetico.
The Rain, a differenza di una The Walking Dead qualsiasi, è giocata sulle conseguenze di un'emergenza reale. E questo, almeno in parte, potrebbe servire a spiegarne il successo. La prima stagione del dramma danese, che nella seconda dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla metamorfosi in atto nel personaggio di Lucas Lynggaard Tønnesen, ha saputo attrarre a sé un pubblico composito. Ha saputo dare adito ad un dibattito. «The Rain è il primo show danese visto in tutto il mondo. È incredibile, non riesco ancora a realizzare che così tante persone possano guardare questo show», ha ammesso l'attore, diciannove anni a luglio. «Dopo aver girato la prima stagione, non avevamo idea di come sarebbe andata: chi l'avrebbe visto, se avrebbe avuto successo. Abbiamo scoperto che la prima stagione è piaciuta molto ai giovani e quindi abbiamo cercato di trovare una formula per parlare a loro» ha continuato, presentando una seconda stagione in cui al realismo dell'apocalisse climatica sembra mescolarsi il surrealismo dovuto alle mutazioni genetiche. Cose da supereroi, o quasi.
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La serie danese The Rain racconta l'apocalisse causata dai cambiamenti climatici. Niente zombie o maledizioni: a uccidere questa volta sono piogge acide. La seconda stagione partirà il 17 maggio e verrà trasmessa in tutto il mondo sulla piattaforma di streaming. All'interno una gallery fotografica.La lezione di Greta Thunberg, la piccoletta con la treccia bionda e lo sguardo corrucciato che, in Svezia, s'è rifiutata di entrare a scuola per dare una sveglia al proprio governo lassista, è arrivata alla plenaria della Cop 24, nei salotti italiani. S'è sparsa per il mondo con la virulenza che i fenomeni mediatici portano con sé. E al mondo ha ricordato quanto pericolo e concreto sia quel che va sotto il nome di "climate change". «La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha sentenziato Greta, nei suoi abiti da quindicenne, standosene tutta fiera davanti alla platea di Katowice, in Polonia. «Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo», ha continuato, ignara che il futuro di orrori paventato nel suo intervento pubblico ha già avuto una rappresentazione per immagini su Netflix, dove il 17 maggio debutta la seconda stagione di The Rain.The Rain è una serie danese: un dramma piuttosto giovanile nel quale si racconta l'apocalisse. Un apocalisse che, diversamente da quanto visto nella televisione più recente, non ha le sembianze di un qualche virus zombificante né di una guerra aliena, ma di un pericolo climatico. La popolazione danese, nella serie Netflix, è decimata da una pioggia acida, conseguenza di orripilanti azioni umane. La pioggia cade sul suolo danese e ne bagna gli abitanti. È un attimo. Lo spazio di un tuono e questi cadono a terra, preda di convulsioni e febbri. I danesi si ammalano e, uno ad uno, muoiono. I sopravvissuti, pochi, lasciano le città, le case nelle quali sono cresciuti e si ritirano in zone sicure, consapevoli che, con il calare del solo, puntuale ogni giorno, la pioggia tornerà a battere.«Tantissimi show, film, serie e libri sono ambientati in scenari post-apocalittici simili a quello di cui tratta The Rain», ha raccontato Lucas Lynggaard Tønnesen, che nella produzione Netflix è Rasmus Andersen, un ragazzino problematico che sembra essere immune al virus. «Penso che sia un tema molto vicino a noi al momento, basti pensare al cambiamento climatico e a quel che sta generando. È un tema, questo, con il quale penso che chiunque possa relazionarsi: è molto convincente, molto forte, è un tema che chiunque, in questo momento storico, può comprendere», ha continuato l'attore che, ospite a Milano del Seriescon, è parso ben consapevole del carico d'attualità che la produzione danese si porta appresso. Riferimenti alla piccola Greta Thunberg non ce ne sono stati. Né Lucas Lynggaard Tønnesen ha voluto esibirsi in panegirici sul ruolo che i governi occidentali hanno giocato nell'emergenza. Tuttavia, l'apocalisse così come l'ha descritta The Rain, nelle parole del ragazzo, ha assunto i contorni di un evento, se non reale, quanto meno possibile. Ipotetico.The Rain, a differenza di una The Walking Dead qualsiasi, è giocata sulle conseguenze di un'emergenza reale. E questo, almeno in parte, potrebbe servire a spiegarne il successo. La prima stagione del dramma danese, che nella seconda dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla metamorfosi in atto nel personaggio di Lucas Lynggaard Tønnesen, ha saputo attrarre a sé un pubblico composito. Ha saputo dare adito ad un dibattito. «The Rain è il primo show danese visto in tutto il mondo. È incredibile, non riesco ancora a realizzare che così tante persone possano guardare questo show», ha ammesso l'attore, diciannove anni a luglio. «Dopo aver girato la prima stagione, non avevamo idea di come sarebbe andata: chi l'avrebbe visto, se avrebbe avuto successo. Abbiamo scoperto che la prima stagione è piaciuta molto ai giovani e quindi abbiamo cercato di trovare una formula per parlare a loro» ha continuato, presentando una seconda stagione in cui al realismo dell'apocalisse climatica sembra mescolarsi il surrealismo dovuto alle mutazioni genetiche. Cose da supereroi, o quasi.
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Lo ha dichiarato la vicepresidente del Lazio Roberta Angelilli a margine dell’incontro con il commissario per la Politica regionale e di coesione Raffaele Fitto, che si è tenuto presso la Rappresentanza dello Stato Libero di Baviera.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.