È un momento particolare per il mercato. Come sta vivendo Blauer questa fase?
«È un momento complesso, ma fortunatamente la nostra politica ci ha ripagato. Abbiamo sempre puntato su qualità, prezzo, servizio e design, e il cliente ce lo sta riconoscendo. Poi è chiaro: quando un marchio è richiesto e si vende, tutto diventa più semplice».
Blauer celebra 25 anni di attività in Italia. Un traguardo importante.
«Assolutamente sì. Nel settore dell’abbigliamento, arrivare a 25 anni con le prospettive che abbiamo oggi è già un successo. Per questo abbiamo voluto organizzare un evento a Milano per festeggiare, anche se il marchio Blauer esiste dal 1936. È un brand storico americano, tuttora produttore ufficiale per polizia e corpi speciali. È un marchio vero, autentico, portato avanti di generazione in generazione».
Oggi a chi parla Blauer?
«La cosa molto positiva è che piace davvero a tutti. Siamo riusciti a conquistare anche i ragazzi di 14, 15, 16 anni, senza perdere il nostro pubblico storico che arriva tranquillamente oltre i 60. È una soddisfazione vedere davanti alle scuole gruppi di ragazzi: su dieci, cinque indossano Blauer».
Come è iniziata la vostra storia con Blauer?
«Ho visto un giubbotto Blauer indossato da una persona rientrata dagli Stati Uniti: era un capo della polizia americana, mi colpì subito. Riuscii a contattare la famiglia Blauer e andai da loro a chiedere la licenza. Erano titubanti: il fashion non era il loro mondo. Ma conoscevano il mio percorso, si fidarono e partimmo».
Come si è evoluto il rapporto con la casa madre americana?
«All’inizio fecero una prova di tre anni. Alla scadenza, mi rinnovarono la licenza per altri dieci anni e mi concessero una master license mondiale. A quel punto dissi chiaramente: “Gli investimenti, la distribuzione e lo stile li gestisco io. Ha senso che il marchio sia anche mio”. Così abbiamo creato una società italiana: 50% Fgf e 50% Blauer America. L’obiettivo, condiviso, è arrivare gradualmente al 100%».
Blauer oggi ha una forte identità italiana, pur essendo un marchio internazionale.
«Sì. Forse in passato abbiamo anche venduto troppo, allargando troppo la distribuzione. Ma oggi abbiamo trovato il nostro equilibrio. Non siamo un marchio di nicchia estrema, ma siamo immediatamente riconoscibili. In un momento di crisi, una distribuzione più ampia ci ha premiato».
Come sta andando l’internazionalizzazione?
« Molto bene. Fino al 2024 l’Italia pesava per il 70%, oggi siamo a 60-40 e nel 2026 vogliamo arrivare al 50-50. In Germania e Austria abbiamo numeri importanti. Stiamo crescendo in Spagna, Portogallo, Europa dell’Est e Balcani. Da due stagioni lavoriamo anche in Svizzera, Francia, Benelux, Scandinavia. Poi arriverà l’Asia: Corea e Giappone sono mercati chiave».
Cosa rende un capo Blauer unico?
«Siamo sempre rimasti fedeli al nostro Dna, senza inseguire le mode. Il nostro punto di forza è l’equilibrio tra tecnico e fashion, con qualità alta e prezzo corretto. Testo personalmente i capi. Facciamo trattamenti che permettono, ad esempio, di resistere alla pioggia leggera. È un prodotto che funziona davvero».
Come si bilanciano tradizione, funzionalità e innovazione?
«Attraverso la ricerca sui materiali. Prendi un bomber: è un capo iconico, ma può essere reinterpretato con tessuti tecnici, stretch, lana o cashmere. Le stagioni sono cambiate, i pesi sono cambiati, le persone vogliono comfort, praticità e facilità di lavaggio. Bisogna saper leggere il mondo».
Dove avviene la produzione?
«In diverse aree del mondo: Cina, Bangladesh, Tunisia, ma anche a Prato. Dipende dal prodotto. Il controllo però è totale: modelli e prototipi li sviluppiamo internamente, i materiali sono testati, e abbiamo un ufficio qualità a Hong Kong con personale nostro».
Quali sono state le sfide più grandi in questi 25 anni?
«All’inizio vendevamo solo giubbotti iconici della polizia. Poi ho capito che il mondo stava cambiando e ho introdotto il piumino, al momento giusto. Il Covid è stato il momento più difficile: mentre molti producevano la metà, io ho prodotto tutto quello che avevo venduto. Ho rischiato molto, ma ho consegnato prima di tutti e ho venduto tutto. Da lì siamo cresciuti ancora».
Blauer oggi è anche un total look.
«Esatto. Vendiamo giacche, ma anche felpe, t-shirt, polo, pantaloni e scarpe. Aprire i negozi è stato fondamentale per raccontare chi siamo: oggi abbiamo circa 1.500 punti vendita nel mondo e una dozzina di negozi diretti».
Quali sono i prossimi progetti?
«Continueremo con le collaborazioni: dopo Pirelli, stiamo lavorando a nuove partnership per il prossimo inverno. I nomi? Per ora restano riservati».