Prima dell’escalation, le stime per il 2026 indicavano un mercato in eccesso di offerta, con prezzi attorno ai 60 dollari. Ora gli analisti avvertono che, se le interruzioni persistessero, oggi i futures del Brent potrebbero anche schizzare a 100 dollari. Secondo Rystad Energy, l’impatto potenziale della chiusura – anche considerando deviazioni via oleodotti sauditi ed emiratini – equivarrebbe a una perdita netta di 8-10 milioni di barili al giorno; le stime parlano di 6,5-7,5 milioni di barili deviabili, ma resterebbe un calo vicino al 13% dell’offerta globale. In base all’analisi storica di Bloomberg Economics, una riduzione dell’1% dell’offerta tende a spingere i prezzi del 4%. Non sorprende che JPMorgan Chase veda scenari a 120-130 dollari, mentre Rabobank è più cauta (oltre 90 nel breve). L’Opec+, l’organizzazione dei Paesi esportatori di oro nero allargata alla Russia, ha annunciato ieri un aumento di 206.000 barili al giorno da aprile: meno dello 0,2% della domanda mondiale, insufficiente a compensare un blocco prolungato.
«Il fattore chiave è Hormuz», ha osservato Ajay Parmar di Icis. La chiusura può avvenire di fatto anche senza atto formale: se le assicurazioni rifiutano la copertura «war risk», le navi smettono di navigare. I premi sono già saliti oltre il 50%: assicurare una petroliera da 100 milioni di dollari costa circa 375.000 dollari a viaggio, contro i 250.000 precedenti. Oltre 150 petroliere risultano ancorate oltre lo Stretto secondo Al Jazeera e i pasdaran avrebbero colpito tre navi, con un morto, feriti e danni. Il colosso Msc ha ordinato alle navi nel Golfo di mettersi al riparo, così come Maersk ha sospeso i transiti.
Il conto non è solo petrolifero. Il Gnl, ovvero il gas liquefatto, è il vero nervo scoperto europeo. In Italia le importazioni nel 2025 hanno superato 20,9 miliardi di metri cubi, un terzo dei consumi nazionali (erano il 23,7% un anno prima), in crescita del 41% sul 2024. Il 90% dei carichi è arrivato da Stati Uniti (44,3%, oltre 9 miliardi di mc), Qatar (24,4%) e Algeria (21,3%). Un blocco di Hormuz avrebbe dunque ripercussioni immediate sui prezzi spot europei e sulle bollette del gas e della luce, dato che metà della produzione di elettricità in Italia è figlia del gas.
L’onda lunga della guerra tocca poi trasporti e commercio. La chiusura parziale degli spazi aerei in Iran, Iraq, Israele e nei Paesi del Golfo ha provocato la più ampia interruzione dei voli dalla pandemia: migliaia di cancellazioni, hub come Dubai in tilt. Secondo i dati raccolti dal sito di tracciamento dei voli FlightAware, domenica mattina oltre 6.700 voli risultavano in ritardo e 1.900 cancellati in tutto il mondo, numeri da sommare alle migliaia del giorno prima.
Dicevamo del commercio... l’interscambio Italia-Paesi del Golfo vale 29,4 miliardi di euro. Solo verso gli Emirati le esportazioni hanno toccato 7,9 miliardi nel 2024 (+19,4%), con un avanzo di 6 miliardi: meccanica, macchinari, moda, gioielli, arredo e agroalimentare. Centinaia di imprese italiane operano nell’area dove risiedono 13.000 connazionali.
Ci aspettano giorni di incertezza, dunque, che è nemica del business. Ma i rincari energetici inevitabilmente impattano sull’inflazione. Secondo uno studio della Federal Reserve, ogni aumento di 10 dollari del petrolio può aggiungere 20 punti base all’inflazione. Se i prezzi salissero di 30-40 dollari, l’effetto sui listini energetici e sui costi industriali sarebbe significativo. «Non sono preoccupato», ha detto Donald Trump, che può contare su produzione petrolifera e di gas di tutto rispetto. Ma per mercati, imprese e famiglie il conto della guerra è già iniziato.
Il fattore determinante sarà comunque il tempo. La durata del conflitto. A metà giugno si temeva il peggio, quando Israele e Iran iniziarono a bombardarsi a vicenda, poi in 12 giorni si concluse la guerra. E i rincari rientrarono. Proprio in virtù di questo precedente un ottimista storico dei mercati come Ed Yardeni ha spiegato: «Non ci sorprenderebbe se l’eventuale svendita dell’S&P 500 (l’indice più rappresentativo di Wall Street, ndr) di lunedì si trasformasse in un rally, trainato dalle aspettative di un calo dei prezzi del petrolio una volta terminata l’ultima guerra in Medio Oriente. Anche il prezzo dell’oro potrebbe registrare un’altra flessione lunedì. I rendimenti obbligazionari potrebbero scendere a causa sia della domanda di beni rifugio sia delle prospettive post-belliche di un calo dei prezzi del petrolio». Chi avrà ragione? Di sicuro la finanza ragiona diversamente dagli imprenditori e dai cittadini, che invece pagano e basta. Intanto, le Borse di Dubai e Abu Dhabi oggi e domani resteranno chiuse.