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2022-07-22
Studio inchioda il modello Speranza. Le serrate hanno ucciso più del virus
Non bastava la caduta del governo. Sul modello Speranza, oltre a quella politica, piomba pure la pietra tombale scientifica. A seppellire due anni di disastri arriva uno studio comparato, firmato da John P.A. Ioannidis (già noto per le intemerate contro i lockdown), Francesco Zonta e Michael Levitt. Il paper fa parte del numero 213 di Environmental research ed è una colossale analisi sull’extra mortalità nel biennio 2020-2021. Poiché incrociano i dati di 33 Paesi sviluppati, gli autori non si soffermano a commentarli uno per uno. Ma per trarre le debite conclusioni, basta osservare le tabelle da loro elaborate.
Nel periodo considerato, l’Italia ha scontato un eccesso di dipartite che oscilla tra le 115.690 (con un fattore di aggiustamento per classi d’età) e le 166.373. Manco a dirlo: è il risultato peggiore dell’intero elenco. Anche a volersi limitare al paragone con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, nazioni simili alle nostre per collocazione geografica, dimensioni e popolazione, il nostro Paese esce a pezzi. Per intenderci: i tedeschi sono 82 milioni e mezzo, ma hanno avuto tra 54.740 e 128.557 defunti in più rispetto a quelli che, stando ai modelli statistici, era lecito aspettarsi. Solo la Spagna ha fatto un po’ peggio, se si considera il numero più elevato di decessi, calcolato senza aggiustamento per età: 95.964, su una popolazione di circa 47 milioni e mezzo di abitanti.
Sono numeri che riducono a un cumulo di macerie fumanti la Cattedrale sanitaria innalzata dai governi Conte bis e Draghi. Nonostante serrate, coprifuoco e super green pass, l’impatto della pandemia è stato pesante. Anzi, si può affermare che lo sia stato anche a causa di quelle misure. Si badi, infatti, a un dettaglio: Ioannidis & c. non conteggiano solo le vittime del Covid; misurano i morti in eccesso per tutte le cause. Ora, come abbiamo dimostrato più volte sulla Verità e come ormai ammettono pure molte virostar, da noi, nei bollettini dei deceduti per il coronavirus, sono state inserite anche moltissime persone trapassate per ben altri motivi: chi aveva il cancro, chi gravi patologie cardiovascolari, chi, addirittura, s’era schiantato con l’auto o era annegato in piscina. Se, al netto dei dubbi criteri di classificazione dei defunti, si riscontra ugualmente una consistente extra mortalità, ciò può significare una cosa sola: che ne hanno uccisi più le conseguenze delle restrizioni, del Covid stesso.
È un’idea cui alludono pure gli autori del saggio, i quali, peraltro, notano che la tendenza alla mortalità in eccesso si è mantenuta nei Paesi più sviluppati «nonostante la disponibilità di opzioni per una vaccinazione efficace nel 2021». Levitt, Zonta e Ioannidis sottolineano che i decessi in sovrannumero possono essere dovuti «agli effetti indiretti della pandemia e/o alle dirompenti misure adottate, tanto più in Paesi con sistemi sanitari molto fragili». Vengono in mente i catasti di visite saltate, screening oncologici rinviati e terapie sospese. Giusto ieri, Istat e Agenas hanno diffuso dati desolanti: 22% in meno di ricoveri ordinari nel 2020, -14% di ospedalizzazioni per cancro. Un’incuria certo connessa all’oggettiva emergenza, ma pure agli strascichi del delirio di regole e divieti che, tutt’ora, gravano sui nosocomi: medici sani cacciati dal posto di lavoro perché non vaccinati; altri schiaffati in quarantena da asintomatici; senza dimenticare le procedure bizantine per gli accessi ad ambulatori e sale operatorie.
Lo smacco emerge in modo ancora più chiaro quando si misura la proporzione dell’extra mortalità generale, rispetto alle dipartite attribuite al Covid (indice R). In tutti e cinque i Paesi europei che stiamo osservando, ci sono state più morti in eccesso rispetto alle sole morti per Covid. In parole povere, l’extra mortalità non è stata provocata esclusivamente dal virus. Ma, ancora una volta, l’Italia è l’ultima della classe: il parametro R oscilla tra 0,84 e 1,21 ed entrambi i valori sono superiori a quelli riscontrati in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
Dunque, pur prendendo per buoni i bollettini dell’Iss, avremmo ancora una cornucopia di decessi inattesi. Sono le vittime del glorificato «modello italiano». La mania del Covid zero, d’altronde, ci rende tragicamente grotteschi al cospetto della Svezia, già vituperata per il rifiuto di adottare lockdown totali: addirittura, nelle stime riadattate in base alle classi d’età, la nazione scandinava ha un deficit di 367 morti rispetto agli anni precedenti. Un bel trofeo per l’ex avvocato del popolo, l’ex assessore potentino e il quasi ex governo dei migliori.
Vaiolo, altra corsa (inutile) ai vaccini
L’emergenza è tutta da provare, ma intanto il ministero della Salute ha autorizzato la temporanea distribuzione del vaccino Jynneos di Bavarian Nordic contro il vaiolo delle scimmie (Monkeypox). Prima ancora dell’autorizzazione dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), ma con l’assenso della Commissione tecnico-scientifica di quella italiana (Aifa), è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto che autorizza l’immissione in commercio del prodotto fino al 31 dicembre 2022. Nel provvedimento si spiega che l’Aifa ha dato parere favorevole al vaccino - già approvato dall’Agenzia americana (Fda) per la prevenzione del vaiolo della scimmia negli adulti ad alto rischio di infezione - in attesa che si renda disponibile un vaccino con la medesima indicazione approvato da Ema.
La questione è più tecnica che di sostanza e chiarisce, in parte, il motivo di un allarmismo immotivato. In Unione europea (Ue), spiega il sito dell’Istituto superiore di sanità, non ci sono vaccini per il Monkeypox, ma quello per il vaiolo umano - non somministrato in Italia dal 1981, la malattia è eradicata - ha una efficacia di circa l’85% nella prevenzione del vaiolo delle scimmie.
Gli over 40 sono quindi protetti perché questo virus, a differenza del Sars-Cov2, muta più difficilmente e dà una malattia molto più benigna. In ogni caso, nel 2013 l’Ema, per la prevenzione del vaiolo umano, ha autorizzato Mva-Bn (Modified vaccinia Ankara-Bavarian Nordic) un vaccino di terza generazione con virus attenuato modificato (ceppo di Ankara, stessa famiglia del vaiolo) che viene commercializzato come Imvanex in Europa e Jynneos in America dove, dal 2019 è indicato anche per la prevenzione della Monkeypox. A inizio mese l’Ema ha avviato la procedura per ampliare l’indicazione di Imvanex in Ue, ma intanto, in nome di un allarme difficile da comprendere, oltre all’Aifa, anche il Consiglio superiore di sanità, si legge nel decreto ministeriale, ha espresso «parere favorevole in merito all’utilizzo emergenziale del vaccino contro il Monkeypox, Jynneo, fermo restando che la strategia vaccinale, anche in relazione alle dosi fornite da Hera, andrà prioritariamente orientata verso i soggetti a rischio per esposizione professionale e/o stili di vita», in particolare rapporti sessuali tra uomini.
Hera è l’Autorità europea per le emergenze sanitarie che si è assicurata, in settimana, altre 54.530 dosi del vaccino della biotech danese Bavarian Nordic portando il totale delle dosi acquistate a 163.620, come ha reso noto, lo scorso lunedì, la stessa commissaria europea alla Salute, Stella Kyriakides, che si è detta «preoccupata per il crescente numero di casi di vaiolo delle scimmie nell’Ue».
Mettendo i numeri in fila, però, qualcosa non torna sul termine emergenziale, soprattutto se si considera che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato, in un anno, 14.000 casi di vaiolo delle scimmie in oltre 70 Paesi e 5 decessi, tutti in Africa, dove è endemico. I dati diffusi ieri dall’Agenzia europea delle malattie (Ecdc) segnala che su 10.604 casi in Ue, la maggior parte ha una età media di 31-40 anni (42%) sono maschi (99,5%) e il 38% è positivo anche all’Hiv. Spagna e Germania hanno 2.835 e 2.033 infetti. Sono giovani uomini con pustole sulla pelle e malessere generale che guariscono in due settimane senza andare all’ospedale. L’Italia ha 374 casi, ma può contare su 5.300 dosi di vaccino già consegnate. Certo il vaccino serve per la prevenzione nelle persone a rischio, ma i numeri restano sproporzionati, come del resto la velocità della procedura di acquisto. Questa è la prima volta - sottolinea la Commissione europea - che il bilancio dell’Ue viene utilizzato attraverso il programma Eu4Health per acquistare direttamente vaccini per gli Stati membri. Non si sa per quale emergenza se, come ammette la stessa Oms, perfino in Africa, dove la prevenzione non brilla di certo, il Monkeypox virus si riesce ad autolimitare semplicemente perché si informano le persone sul fatto che il contagio avviene principalmente per contatti diretti con fluidi corporei.
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Una ricerca mostra l’esito nefasto dei lockdown. Le morti in eccesso, infatti, superano quelle per Sars Cov 2. Le conseguenze delle restrizioni sulla sanità, con esami e interventi saltati, sono state peggiori del patogeno.Via libera dal ministero della Salute al siero anti Monkeypox in via emergenziale. Riparte la manfrina allarmista: consegnate all’Italia 5.300 dosi, ma i casi son solo 374.Lo speciale contiene due articoli.Non bastava la caduta del governo. Sul modello Speranza, oltre a quella politica, piomba pure la pietra tombale scientifica. A seppellire due anni di disastri arriva uno studio comparato, firmato da John P.A. Ioannidis (già noto per le intemerate contro i lockdown), Francesco Zonta e Michael Levitt. Il paper fa parte del numero 213 di Environmental research ed è una colossale analisi sull’extra mortalità nel biennio 2020-2021. Poiché incrociano i dati di 33 Paesi sviluppati, gli autori non si soffermano a commentarli uno per uno. Ma per trarre le debite conclusioni, basta osservare le tabelle da loro elaborate. Nel periodo considerato, l’Italia ha scontato un eccesso di dipartite che oscilla tra le 115.690 (con un fattore di aggiustamento per classi d’età) e le 166.373. Manco a dirlo: è il risultato peggiore dell’intero elenco. Anche a volersi limitare al paragone con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, nazioni simili alle nostre per collocazione geografica, dimensioni e popolazione, il nostro Paese esce a pezzi. Per intenderci: i tedeschi sono 82 milioni e mezzo, ma hanno avuto tra 54.740 e 128.557 defunti in più rispetto a quelli che, stando ai modelli statistici, era lecito aspettarsi. Solo la Spagna ha fatto un po’ peggio, se si considera il numero più elevato di decessi, calcolato senza aggiustamento per età: 95.964, su una popolazione di circa 47 milioni e mezzo di abitanti. Sono numeri che riducono a un cumulo di macerie fumanti la Cattedrale sanitaria innalzata dai governi Conte bis e Draghi. Nonostante serrate, coprifuoco e super green pass, l’impatto della pandemia è stato pesante. Anzi, si può affermare che lo sia stato anche a causa di quelle misure. Si badi, infatti, a un dettaglio: Ioannidis & c. non conteggiano solo le vittime del Covid; misurano i morti in eccesso per tutte le cause. Ora, come abbiamo dimostrato più volte sulla Verità e come ormai ammettono pure molte virostar, da noi, nei bollettini dei deceduti per il coronavirus, sono state inserite anche moltissime persone trapassate per ben altri motivi: chi aveva il cancro, chi gravi patologie cardiovascolari, chi, addirittura, s’era schiantato con l’auto o era annegato in piscina. Se, al netto dei dubbi criteri di classificazione dei defunti, si riscontra ugualmente una consistente extra mortalità, ciò può significare una cosa sola: che ne hanno uccisi più le conseguenze delle restrizioni, del Covid stesso. È un’idea cui alludono pure gli autori del saggio, i quali, peraltro, notano che la tendenza alla mortalità in eccesso si è mantenuta nei Paesi più sviluppati «nonostante la disponibilità di opzioni per una vaccinazione efficace nel 2021». Levitt, Zonta e Ioannidis sottolineano che i decessi in sovrannumero possono essere dovuti «agli effetti indiretti della pandemia e/o alle dirompenti misure adottate, tanto più in Paesi con sistemi sanitari molto fragili». Vengono in mente i catasti di visite saltate, screening oncologici rinviati e terapie sospese. Giusto ieri, Istat e Agenas hanno diffuso dati desolanti: 22% in meno di ricoveri ordinari nel 2020, -14% di ospedalizzazioni per cancro. Un’incuria certo connessa all’oggettiva emergenza, ma pure agli strascichi del delirio di regole e divieti che, tutt’ora, gravano sui nosocomi: medici sani cacciati dal posto di lavoro perché non vaccinati; altri schiaffati in quarantena da asintomatici; senza dimenticare le procedure bizantine per gli accessi ad ambulatori e sale operatorie. Lo smacco emerge in modo ancora più chiaro quando si misura la proporzione dell’extra mortalità generale, rispetto alle dipartite attribuite al Covid (indice R). In tutti e cinque i Paesi europei che stiamo osservando, ci sono state più morti in eccesso rispetto alle sole morti per Covid. In parole povere, l’extra mortalità non è stata provocata esclusivamente dal virus. Ma, ancora una volta, l’Italia è l’ultima della classe: il parametro R oscilla tra 0,84 e 1,21 ed entrambi i valori sono superiori a quelli riscontrati in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Dunque, pur prendendo per buoni i bollettini dell’Iss, avremmo ancora una cornucopia di decessi inattesi. Sono le vittime del glorificato «modello italiano». La mania del Covid zero, d’altronde, ci rende tragicamente grotteschi al cospetto della Svezia, già vituperata per il rifiuto di adottare lockdown totali: addirittura, nelle stime riadattate in base alle classi d’età, la nazione scandinava ha un deficit di 367 morti rispetto agli anni precedenti. Un bel trofeo per l’ex avvocato del popolo, l’ex assessore potentino e il quasi ex governo dei migliori. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/studio-inchioda-modello-speranza-2657708725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vaiolo-altra-corsa-inutile-ai-vaccini" data-post-id="2657708725" data-published-at="1658427827" data-use-pagination="False"> Vaiolo, altra corsa (inutile) ai vaccini L’emergenza è tutta da provare, ma intanto il ministero della Salute ha autorizzato la temporanea distribuzione del vaccino Jynneos di Bavarian Nordic contro il vaiolo delle scimmie (Monkeypox). Prima ancora dell’autorizzazione dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), ma con l’assenso della Commissione tecnico-scientifica di quella italiana (Aifa), è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto che autorizza l’immissione in commercio del prodotto fino al 31 dicembre 2022. Nel provvedimento si spiega che l’Aifa ha dato parere favorevole al vaccino - già approvato dall’Agenzia americana (Fda) per la prevenzione del vaiolo della scimmia negli adulti ad alto rischio di infezione - in attesa che si renda disponibile un vaccino con la medesima indicazione approvato da Ema. La questione è più tecnica che di sostanza e chiarisce, in parte, il motivo di un allarmismo immotivato. In Unione europea (Ue), spiega il sito dell’Istituto superiore di sanità, non ci sono vaccini per il Monkeypox, ma quello per il vaiolo umano - non somministrato in Italia dal 1981, la malattia è eradicata - ha una efficacia di circa l’85% nella prevenzione del vaiolo delle scimmie. Gli over 40 sono quindi protetti perché questo virus, a differenza del Sars-Cov2, muta più difficilmente e dà una malattia molto più benigna. In ogni caso, nel 2013 l’Ema, per la prevenzione del vaiolo umano, ha autorizzato Mva-Bn (Modified vaccinia Ankara-Bavarian Nordic) un vaccino di terza generazione con virus attenuato modificato (ceppo di Ankara, stessa famiglia del vaiolo) che viene commercializzato come Imvanex in Europa e Jynneos in America dove, dal 2019 è indicato anche per la prevenzione della Monkeypox. A inizio mese l’Ema ha avviato la procedura per ampliare l’indicazione di Imvanex in Ue, ma intanto, in nome di un allarme difficile da comprendere, oltre all’Aifa, anche il Consiglio superiore di sanità, si legge nel decreto ministeriale, ha espresso «parere favorevole in merito all’utilizzo emergenziale del vaccino contro il Monkeypox, Jynneo, fermo restando che la strategia vaccinale, anche in relazione alle dosi fornite da Hera, andrà prioritariamente orientata verso i soggetti a rischio per esposizione professionale e/o stili di vita», in particolare rapporti sessuali tra uomini. Hera è l’Autorità europea per le emergenze sanitarie che si è assicurata, in settimana, altre 54.530 dosi del vaccino della biotech danese Bavarian Nordic portando il totale delle dosi acquistate a 163.620, come ha reso noto, lo scorso lunedì, la stessa commissaria europea alla Salute, Stella Kyriakides, che si è detta «preoccupata per il crescente numero di casi di vaiolo delle scimmie nell’Ue». Mettendo i numeri in fila, però, qualcosa non torna sul termine emergenziale, soprattutto se si considera che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato, in un anno, 14.000 casi di vaiolo delle scimmie in oltre 70 Paesi e 5 decessi, tutti in Africa, dove è endemico. I dati diffusi ieri dall’Agenzia europea delle malattie (Ecdc) segnala che su 10.604 casi in Ue, la maggior parte ha una età media di 31-40 anni (42%) sono maschi (99,5%) e il 38% è positivo anche all’Hiv. Spagna e Germania hanno 2.835 e 2.033 infetti. Sono giovani uomini con pustole sulla pelle e malessere generale che guariscono in due settimane senza andare all’ospedale. L’Italia ha 374 casi, ma può contare su 5.300 dosi di vaccino già consegnate. Certo il vaccino serve per la prevenzione nelle persone a rischio, ma i numeri restano sproporzionati, come del resto la velocità della procedura di acquisto. Questa è la prima volta - sottolinea la Commissione europea - che il bilancio dell’Ue viene utilizzato attraverso il programma Eu4Health per acquistare direttamente vaccini per gli Stati membri. Non si sa per quale emergenza se, come ammette la stessa Oms, perfino in Africa, dove la prevenzione non brilla di certo, il Monkeypox virus si riesce ad autolimitare semplicemente perché si informano le persone sul fatto che il contagio avviene principalmente per contatti diretti con fluidi corporei.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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