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2022-07-22
Studio inchioda il modello Speranza. Le serrate hanno ucciso più del virus
Non bastava la caduta del governo. Sul modello Speranza, oltre a quella politica, piomba pure la pietra tombale scientifica. A seppellire due anni di disastri arriva uno studio comparato, firmato da John P.A. Ioannidis (già noto per le intemerate contro i lockdown), Francesco Zonta e Michael Levitt. Il paper fa parte del numero 213 di Environmental research ed è una colossale analisi sull’extra mortalità nel biennio 2020-2021. Poiché incrociano i dati di 33 Paesi sviluppati, gli autori non si soffermano a commentarli uno per uno. Ma per trarre le debite conclusioni, basta osservare le tabelle da loro elaborate.
Nel periodo considerato, l’Italia ha scontato un eccesso di dipartite che oscilla tra le 115.690 (con un fattore di aggiustamento per classi d’età) e le 166.373. Manco a dirlo: è il risultato peggiore dell’intero elenco. Anche a volersi limitare al paragone con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, nazioni simili alle nostre per collocazione geografica, dimensioni e popolazione, il nostro Paese esce a pezzi. Per intenderci: i tedeschi sono 82 milioni e mezzo, ma hanno avuto tra 54.740 e 128.557 defunti in più rispetto a quelli che, stando ai modelli statistici, era lecito aspettarsi. Solo la Spagna ha fatto un po’ peggio, se si considera il numero più elevato di decessi, calcolato senza aggiustamento per età: 95.964, su una popolazione di circa 47 milioni e mezzo di abitanti.
Sono numeri che riducono a un cumulo di macerie fumanti la Cattedrale sanitaria innalzata dai governi Conte bis e Draghi. Nonostante serrate, coprifuoco e super green pass, l’impatto della pandemia è stato pesante. Anzi, si può affermare che lo sia stato anche a causa di quelle misure. Si badi, infatti, a un dettaglio: Ioannidis & c. non conteggiano solo le vittime del Covid; misurano i morti in eccesso per tutte le cause. Ora, come abbiamo dimostrato più volte sulla Verità e come ormai ammettono pure molte virostar, da noi, nei bollettini dei deceduti per il coronavirus, sono state inserite anche moltissime persone trapassate per ben altri motivi: chi aveva il cancro, chi gravi patologie cardiovascolari, chi, addirittura, s’era schiantato con l’auto o era annegato in piscina. Se, al netto dei dubbi criteri di classificazione dei defunti, si riscontra ugualmente una consistente extra mortalità, ciò può significare una cosa sola: che ne hanno uccisi più le conseguenze delle restrizioni, del Covid stesso.
È un’idea cui alludono pure gli autori del saggio, i quali, peraltro, notano che la tendenza alla mortalità in eccesso si è mantenuta nei Paesi più sviluppati «nonostante la disponibilità di opzioni per una vaccinazione efficace nel 2021». Levitt, Zonta e Ioannidis sottolineano che i decessi in sovrannumero possono essere dovuti «agli effetti indiretti della pandemia e/o alle dirompenti misure adottate, tanto più in Paesi con sistemi sanitari molto fragili». Vengono in mente i catasti di visite saltate, screening oncologici rinviati e terapie sospese. Giusto ieri, Istat e Agenas hanno diffuso dati desolanti: 22% in meno di ricoveri ordinari nel 2020, -14% di ospedalizzazioni per cancro. Un’incuria certo connessa all’oggettiva emergenza, ma pure agli strascichi del delirio di regole e divieti che, tutt’ora, gravano sui nosocomi: medici sani cacciati dal posto di lavoro perché non vaccinati; altri schiaffati in quarantena da asintomatici; senza dimenticare le procedure bizantine per gli accessi ad ambulatori e sale operatorie.
Lo smacco emerge in modo ancora più chiaro quando si misura la proporzione dell’extra mortalità generale, rispetto alle dipartite attribuite al Covid (indice R). In tutti e cinque i Paesi europei che stiamo osservando, ci sono state più morti in eccesso rispetto alle sole morti per Covid. In parole povere, l’extra mortalità non è stata provocata esclusivamente dal virus. Ma, ancora una volta, l’Italia è l’ultima della classe: il parametro R oscilla tra 0,84 e 1,21 ed entrambi i valori sono superiori a quelli riscontrati in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
Dunque, pur prendendo per buoni i bollettini dell’Iss, avremmo ancora una cornucopia di decessi inattesi. Sono le vittime del glorificato «modello italiano». La mania del Covid zero, d’altronde, ci rende tragicamente grotteschi al cospetto della Svezia, già vituperata per il rifiuto di adottare lockdown totali: addirittura, nelle stime riadattate in base alle classi d’età, la nazione scandinava ha un deficit di 367 morti rispetto agli anni precedenti. Un bel trofeo per l’ex avvocato del popolo, l’ex assessore potentino e il quasi ex governo dei migliori.
Vaiolo, altra corsa (inutile) ai vaccini
L’emergenza è tutta da provare, ma intanto il ministero della Salute ha autorizzato la temporanea distribuzione del vaccino Jynneos di Bavarian Nordic contro il vaiolo delle scimmie (Monkeypox). Prima ancora dell’autorizzazione dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), ma con l’assenso della Commissione tecnico-scientifica di quella italiana (Aifa), è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto che autorizza l’immissione in commercio del prodotto fino al 31 dicembre 2022. Nel provvedimento si spiega che l’Aifa ha dato parere favorevole al vaccino - già approvato dall’Agenzia americana (Fda) per la prevenzione del vaiolo della scimmia negli adulti ad alto rischio di infezione - in attesa che si renda disponibile un vaccino con la medesima indicazione approvato da Ema.
La questione è più tecnica che di sostanza e chiarisce, in parte, il motivo di un allarmismo immotivato. In Unione europea (Ue), spiega il sito dell’Istituto superiore di sanità, non ci sono vaccini per il Monkeypox, ma quello per il vaiolo umano - non somministrato in Italia dal 1981, la malattia è eradicata - ha una efficacia di circa l’85% nella prevenzione del vaiolo delle scimmie.
Gli over 40 sono quindi protetti perché questo virus, a differenza del Sars-Cov2, muta più difficilmente e dà una malattia molto più benigna. In ogni caso, nel 2013 l’Ema, per la prevenzione del vaiolo umano, ha autorizzato Mva-Bn (Modified vaccinia Ankara-Bavarian Nordic) un vaccino di terza generazione con virus attenuato modificato (ceppo di Ankara, stessa famiglia del vaiolo) che viene commercializzato come Imvanex in Europa e Jynneos in America dove, dal 2019 è indicato anche per la prevenzione della Monkeypox. A inizio mese l’Ema ha avviato la procedura per ampliare l’indicazione di Imvanex in Ue, ma intanto, in nome di un allarme difficile da comprendere, oltre all’Aifa, anche il Consiglio superiore di sanità, si legge nel decreto ministeriale, ha espresso «parere favorevole in merito all’utilizzo emergenziale del vaccino contro il Monkeypox, Jynneo, fermo restando che la strategia vaccinale, anche in relazione alle dosi fornite da Hera, andrà prioritariamente orientata verso i soggetti a rischio per esposizione professionale e/o stili di vita», in particolare rapporti sessuali tra uomini.
Hera è l’Autorità europea per le emergenze sanitarie che si è assicurata, in settimana, altre 54.530 dosi del vaccino della biotech danese Bavarian Nordic portando il totale delle dosi acquistate a 163.620, come ha reso noto, lo scorso lunedì, la stessa commissaria europea alla Salute, Stella Kyriakides, che si è detta «preoccupata per il crescente numero di casi di vaiolo delle scimmie nell’Ue».
Mettendo i numeri in fila, però, qualcosa non torna sul termine emergenziale, soprattutto se si considera che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato, in un anno, 14.000 casi di vaiolo delle scimmie in oltre 70 Paesi e 5 decessi, tutti in Africa, dove è endemico. I dati diffusi ieri dall’Agenzia europea delle malattie (Ecdc) segnala che su 10.604 casi in Ue, la maggior parte ha una età media di 31-40 anni (42%) sono maschi (99,5%) e il 38% è positivo anche all’Hiv. Spagna e Germania hanno 2.835 e 2.033 infetti. Sono giovani uomini con pustole sulla pelle e malessere generale che guariscono in due settimane senza andare all’ospedale. L’Italia ha 374 casi, ma può contare su 5.300 dosi di vaccino già consegnate. Certo il vaccino serve per la prevenzione nelle persone a rischio, ma i numeri restano sproporzionati, come del resto la velocità della procedura di acquisto. Questa è la prima volta - sottolinea la Commissione europea - che il bilancio dell’Ue viene utilizzato attraverso il programma Eu4Health per acquistare direttamente vaccini per gli Stati membri. Non si sa per quale emergenza se, come ammette la stessa Oms, perfino in Africa, dove la prevenzione non brilla di certo, il Monkeypox virus si riesce ad autolimitare semplicemente perché si informano le persone sul fatto che il contagio avviene principalmente per contatti diretti con fluidi corporei.
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Una ricerca mostra l’esito nefasto dei lockdown. Le morti in eccesso, infatti, superano quelle per Sars Cov 2. Le conseguenze delle restrizioni sulla sanità, con esami e interventi saltati, sono state peggiori del patogeno.Via libera dal ministero della Salute al siero anti Monkeypox in via emergenziale. Riparte la manfrina allarmista: consegnate all’Italia 5.300 dosi, ma i casi son solo 374.Lo speciale contiene due articoli.Non bastava la caduta del governo. Sul modello Speranza, oltre a quella politica, piomba pure la pietra tombale scientifica. A seppellire due anni di disastri arriva uno studio comparato, firmato da John P.A. Ioannidis (già noto per le intemerate contro i lockdown), Francesco Zonta e Michael Levitt. Il paper fa parte del numero 213 di Environmental research ed è una colossale analisi sull’extra mortalità nel biennio 2020-2021. Poiché incrociano i dati di 33 Paesi sviluppati, gli autori non si soffermano a commentarli uno per uno. Ma per trarre le debite conclusioni, basta osservare le tabelle da loro elaborate. Nel periodo considerato, l’Italia ha scontato un eccesso di dipartite che oscilla tra le 115.690 (con un fattore di aggiustamento per classi d’età) e le 166.373. Manco a dirlo: è il risultato peggiore dell’intero elenco. Anche a volersi limitare al paragone con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, nazioni simili alle nostre per collocazione geografica, dimensioni e popolazione, il nostro Paese esce a pezzi. Per intenderci: i tedeschi sono 82 milioni e mezzo, ma hanno avuto tra 54.740 e 128.557 defunti in più rispetto a quelli che, stando ai modelli statistici, era lecito aspettarsi. Solo la Spagna ha fatto un po’ peggio, se si considera il numero più elevato di decessi, calcolato senza aggiustamento per età: 95.964, su una popolazione di circa 47 milioni e mezzo di abitanti. Sono numeri che riducono a un cumulo di macerie fumanti la Cattedrale sanitaria innalzata dai governi Conte bis e Draghi. Nonostante serrate, coprifuoco e super green pass, l’impatto della pandemia è stato pesante. Anzi, si può affermare che lo sia stato anche a causa di quelle misure. Si badi, infatti, a un dettaglio: Ioannidis & c. non conteggiano solo le vittime del Covid; misurano i morti in eccesso per tutte le cause. Ora, come abbiamo dimostrato più volte sulla Verità e come ormai ammettono pure molte virostar, da noi, nei bollettini dei deceduti per il coronavirus, sono state inserite anche moltissime persone trapassate per ben altri motivi: chi aveva il cancro, chi gravi patologie cardiovascolari, chi, addirittura, s’era schiantato con l’auto o era annegato in piscina. Se, al netto dei dubbi criteri di classificazione dei defunti, si riscontra ugualmente una consistente extra mortalità, ciò può significare una cosa sola: che ne hanno uccisi più le conseguenze delle restrizioni, del Covid stesso. È un’idea cui alludono pure gli autori del saggio, i quali, peraltro, notano che la tendenza alla mortalità in eccesso si è mantenuta nei Paesi più sviluppati «nonostante la disponibilità di opzioni per una vaccinazione efficace nel 2021». Levitt, Zonta e Ioannidis sottolineano che i decessi in sovrannumero possono essere dovuti «agli effetti indiretti della pandemia e/o alle dirompenti misure adottate, tanto più in Paesi con sistemi sanitari molto fragili». Vengono in mente i catasti di visite saltate, screening oncologici rinviati e terapie sospese. Giusto ieri, Istat e Agenas hanno diffuso dati desolanti: 22% in meno di ricoveri ordinari nel 2020, -14% di ospedalizzazioni per cancro. Un’incuria certo connessa all’oggettiva emergenza, ma pure agli strascichi del delirio di regole e divieti che, tutt’ora, gravano sui nosocomi: medici sani cacciati dal posto di lavoro perché non vaccinati; altri schiaffati in quarantena da asintomatici; senza dimenticare le procedure bizantine per gli accessi ad ambulatori e sale operatorie. Lo smacco emerge in modo ancora più chiaro quando si misura la proporzione dell’extra mortalità generale, rispetto alle dipartite attribuite al Covid (indice R). In tutti e cinque i Paesi europei che stiamo osservando, ci sono state più morti in eccesso rispetto alle sole morti per Covid. In parole povere, l’extra mortalità non è stata provocata esclusivamente dal virus. Ma, ancora una volta, l’Italia è l’ultima della classe: il parametro R oscilla tra 0,84 e 1,21 ed entrambi i valori sono superiori a quelli riscontrati in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Dunque, pur prendendo per buoni i bollettini dell’Iss, avremmo ancora una cornucopia di decessi inattesi. Sono le vittime del glorificato «modello italiano». La mania del Covid zero, d’altronde, ci rende tragicamente grotteschi al cospetto della Svezia, già vituperata per il rifiuto di adottare lockdown totali: addirittura, nelle stime riadattate in base alle classi d’età, la nazione scandinava ha un deficit di 367 morti rispetto agli anni precedenti. Un bel trofeo per l’ex avvocato del popolo, l’ex assessore potentino e il quasi ex governo dei migliori. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/studio-inchioda-modello-speranza-2657708725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vaiolo-altra-corsa-inutile-ai-vaccini" data-post-id="2657708725" data-published-at="1658427827" data-use-pagination="False"> Vaiolo, altra corsa (inutile) ai vaccini L’emergenza è tutta da provare, ma intanto il ministero della Salute ha autorizzato la temporanea distribuzione del vaccino Jynneos di Bavarian Nordic contro il vaiolo delle scimmie (Monkeypox). Prima ancora dell’autorizzazione dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), ma con l’assenso della Commissione tecnico-scientifica di quella italiana (Aifa), è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto che autorizza l’immissione in commercio del prodotto fino al 31 dicembre 2022. Nel provvedimento si spiega che l’Aifa ha dato parere favorevole al vaccino - già approvato dall’Agenzia americana (Fda) per la prevenzione del vaiolo della scimmia negli adulti ad alto rischio di infezione - in attesa che si renda disponibile un vaccino con la medesima indicazione approvato da Ema. La questione è più tecnica che di sostanza e chiarisce, in parte, il motivo di un allarmismo immotivato. In Unione europea (Ue), spiega il sito dell’Istituto superiore di sanità, non ci sono vaccini per il Monkeypox, ma quello per il vaiolo umano - non somministrato in Italia dal 1981, la malattia è eradicata - ha una efficacia di circa l’85% nella prevenzione del vaiolo delle scimmie. Gli over 40 sono quindi protetti perché questo virus, a differenza del Sars-Cov2, muta più difficilmente e dà una malattia molto più benigna. In ogni caso, nel 2013 l’Ema, per la prevenzione del vaiolo umano, ha autorizzato Mva-Bn (Modified vaccinia Ankara-Bavarian Nordic) un vaccino di terza generazione con virus attenuato modificato (ceppo di Ankara, stessa famiglia del vaiolo) che viene commercializzato come Imvanex in Europa e Jynneos in America dove, dal 2019 è indicato anche per la prevenzione della Monkeypox. A inizio mese l’Ema ha avviato la procedura per ampliare l’indicazione di Imvanex in Ue, ma intanto, in nome di un allarme difficile da comprendere, oltre all’Aifa, anche il Consiglio superiore di sanità, si legge nel decreto ministeriale, ha espresso «parere favorevole in merito all’utilizzo emergenziale del vaccino contro il Monkeypox, Jynneo, fermo restando che la strategia vaccinale, anche in relazione alle dosi fornite da Hera, andrà prioritariamente orientata verso i soggetti a rischio per esposizione professionale e/o stili di vita», in particolare rapporti sessuali tra uomini. Hera è l’Autorità europea per le emergenze sanitarie che si è assicurata, in settimana, altre 54.530 dosi del vaccino della biotech danese Bavarian Nordic portando il totale delle dosi acquistate a 163.620, come ha reso noto, lo scorso lunedì, la stessa commissaria europea alla Salute, Stella Kyriakides, che si è detta «preoccupata per il crescente numero di casi di vaiolo delle scimmie nell’Ue». Mettendo i numeri in fila, però, qualcosa non torna sul termine emergenziale, soprattutto se si considera che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato, in un anno, 14.000 casi di vaiolo delle scimmie in oltre 70 Paesi e 5 decessi, tutti in Africa, dove è endemico. I dati diffusi ieri dall’Agenzia europea delle malattie (Ecdc) segnala che su 10.604 casi in Ue, la maggior parte ha una età media di 31-40 anni (42%) sono maschi (99,5%) e il 38% è positivo anche all’Hiv. Spagna e Germania hanno 2.835 e 2.033 infetti. Sono giovani uomini con pustole sulla pelle e malessere generale che guariscono in due settimane senza andare all’ospedale. L’Italia ha 374 casi, ma può contare su 5.300 dosi di vaccino già consegnate. Certo il vaccino serve per la prevenzione nelle persone a rischio, ma i numeri restano sproporzionati, come del resto la velocità della procedura di acquisto. Questa è la prima volta - sottolinea la Commissione europea - che il bilancio dell’Ue viene utilizzato attraverso il programma Eu4Health per acquistare direttamente vaccini per gli Stati membri. Non si sa per quale emergenza se, come ammette la stessa Oms, perfino in Africa, dove la prevenzione non brilla di certo, il Monkeypox virus si riesce ad autolimitare semplicemente perché si informano le persone sul fatto che il contagio avviene principalmente per contatti diretti con fluidi corporei.
Il punto è che il mercato, soprattutto in Europa, ha abbandonato qualsiasi velleità di tagli per il 2026 e in poco più di due settimana ha subito oscillazioni abbastanza marcate sugli indici di riferimento che servono a fissare il costo, per esempio, dei mutui immobiliari.
Tanto per capirsi. Il 27 febbraio (il giorno prima dell’attacco di Usa e Israele all’Iran), l’Euribor a 3 mesi (il riferimento per i variabili) era al 2,01%, mentre ieri prezzava il 2,16%. Così come l’Eurirs a 20 anni (il riferimento per i tassi fissi) è passato dal 3% al 3,18%. Insomma l’Euribor è cresciuto dello 0,15% e l’Eurirs dello 0,18%. Cosa vuol dire tutto questo per l’italiano medio che chiede soldi in prestito alla banca per comprare casa? Qual è l’aggravio del conflitto iniziato a fine febbraio nel Golfo?
«Su un mutuo di 200.000 a 20 anni», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development Mutuisupermarket.it, «l’aumento dello 0,15% del tasso comporta un’impennata della rata di 15,08 euro (180 euro in un anno ndr), mentre con un rialzo dello 0,18% la maggiorazione annuale sarebbe di 216 euro. Ovviamente la variazione ha un impatto immediato su chi ha già sottoscritto un prestito variabile e potrebbe riguardare dal prossimo mese chi invece dovesse stipulare un finanziamento a tasso fisso (perché gli istituti di credito normalmente adeguano il costo dei mutui all’Eurirs del mese precedente ndr)».
Finita qui? Se ci basiamo sulle indicazioni dei future sull’Euribor la giostra è appena iniziata. La curva evidenzia un rialzo dei tassi della Banca centrale europea dal 2 al 2,25% già a partire dal mese di maggio e prevede un’ ulteriore risalita fino al 2,47% per dicembre. Insomma, sono in ballo un paio di aumenti da qui alla fine dell’anno.
In soldoni? «È bene ricordare», continua Bertolino, «che parliamo di aspettative su un mercato che è estremamente volatile e influenzato dal rullo ininterrotto di notizie di cronaca che arrivano dal Golfo Persico. Anche perché ultimamente la Lagarde si muove sempre in relazioni a dati consolidati sull’andamento dei prezzi di medio e lungo periodo. Quindi escluderei un rialzo già domani e resterei cauto anche sulla possibilità di aumenti nella riunione successiva della Bce».
In un contesto così variabile ci sono banche che hanno portato sul mercato (in realtà già prima dell’inizio della guerra) prodotti innovativi che assicurano una sorta di mutuo a tasso fisso garantito. Come funziona il meccanismo? «Alcuni istituti hanno costituito dei “fondi interni” per garantire tassi fissi bloccati purché la stipula del mutuo avvenga entro l’estate. Tu avvii l’istruttoria con un tasso definito e poi anche se il costo del denaro dovesse salire hai tempo fino all’estate per stipulare un contratto definitivo agli stessi tassi dell’istruttoria». Al momento ci sono Credit Agricole che lascia invariati i tassi fino al 30 di settembre (avvio istruttoria entro il 15 maggio), Bper che dà tempo per l’istruttoria fino alla fine di marzo e per la stipula entro fine maggio (anche se i termini potrebbero essere prorogati) e Banco Bpm che lascia i tassi invariati fino al 30 giugno per le istruttorie sottoscritte entro il 15 aprile. E le novità potrebbero non essere finite qui. Perché è quando la geopolitica sembra impazzita che gli altri attori del mercato hanno il dovere di usare tutte le leve a loro disposizione per «tranquillizzare» investitori e risparmiatori. Sperando che si rinsavisca il prima possibile.
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(Imagoeconomica)
La direzione politica è chiara: la Commissione, ammette la necessità di rendere più credibile e gestibile la transizione ecologica nei settori industriali sotto pressione, ma non intende fare marcia indietro. «L’Ets resta uno strumento collaudato per guidare la trasformazione industriale», ha detto a chiare lettere la Von der Leyen che concede al massimo che sia «adattato alle nuove realtà». Il presidente promette un mix di flessibilità e di sostegni alle industrie ad alta intensità energetica. Riconosce che, dall’inizio del conflitto in Iran, «l’Europa ha già speso ulteriori 6 miliardi di euro per le importazioni di combustibili fossili» e «un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas dalla regione del Golfo potrebbe avere un impatto significativo sulla nostra economia», ma l’Ets è un totem intoccabile.
«Il sistema deve essere mantenuto e sarà mantenuto», tuttavia «sono possibili e necessari degli aggiustamenti», ha detto in una nota l’eurodeputato Peter Liese, portavoce per la politica climatica del Ppe, indicando che «la Germania può svolgere un importante ruolo di mediazione». «La cosa più importante è che anche dopo il 2039 siano ancora disponibili quote sufficienti: è assolutamente irrealistico pensare che nei settori interessati - dall’acciaio al cemento, al trasporto aereo - a partire dal 2039 non ci saranno più emissioni». Liese esorta un «approccio più moderato» sul sistema di assegnazione gratuita delle quote e una revisione della riserva di stabilità del mercato per disporre di un maggior numero di quote. «La cancellazione delle quote deve essere interrotta al più presto. Mi aspetto che la Commissione presenti la proposta già prima di luglio e chiedo che il Parlamento la approvi con procedura d’urgenza», commenta Liese.
Un alto funzionario Ue ha detto che la maggioranza dei 27 Paesi dell’Unione ritiene «indispensabile» il sistema di scambio delle quote di emissione, «non solo per la transizione ma perché è stato importante per le strategie degli investimenti».
Una maggioranza che, però, dovrà vedersela con l’opposizione di nove Paesi, un terzo dei membri della Ue, tra i quali Italia, Romania e Polonia, intenzionati a proporre «iniziative comuni» per affrontare la questione dell’incidenza dell’Ets sulla produzione di energia. Questi Paesi ieri si sono riuniti a margine del Consiglio Ambiente a Bruxelles per verificare la possibilità di coordinare una linea comune a fronte della «diffusa preoccupazione» per l’impatto del sistema delle quote di CO2 sulla produzione termoelettrica e sull’industria. Se questi nove Paesi dovessero votare insieme nel Consiglio, formerebbero una minoranza di blocco, impedendo la formazione di una maggioranza qualificata.
Intanto infuria la speculazione sui prezzi della benzina. Con il petrolio ormai stabilmente sopra i 100 dollari al barile e l’incertezza sui tempi della risoluzione della guerra in Iran, la corsa al ritocco dei listini dei carburanti è quotidiana. Per un pieno si possono pagare anche 30 euro in più se si sceglie il distributore sbagliato. Nella stessa città, a poca distanza, ci sono differenze importanti. A Roma ieri una pompa indicava 1,57 euro il litro e un’altra a distanza di una manciata di chilometri 2,25 euro. Situazione simile a Milano con 50 centesimi di differenza tra due pompe a due chilometri una dall’altra.
Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha esortato Bruxelles a mettere un tetto al prezzo del gas ad Amsterdam (la borsa di riferimento dell’Europa). Poi ha auspicato che si possano «trovare con i Paesi europei delle soluzioni che allevino l’aumento dei prezzi, che a volte non ha significato. Perché ora non c’è il blocco del petrolio, ci sono tutte le riserve del mese scorso. Dovrebbero iniziare ad aumentare i prezzi, semmai, all’inizio del mese successivo, se non arriva il petrolio».
Il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, durante il Tavolo Pmi, ha parlato dei provvedimenti che il governo si appresta a realizzare per fronteggiare le conseguenze della guerra nel Golfo. A cominciare da misure mirate nei confronti dell’autotrasporto, per evitare che l’aumento del carburante possa attivare una spirale inflativa, e delle imprese manifatturiere ed esportatrici. L’area del Golfo rappresenta un importante mercato per il made in Italy, come dimostra la crescita dell’export nel 2025, che in alcuni di quei Paesi ha superato anche il 30%. Urso ha sottolineato che «tutto dipenderà dalla durata e dall’estensione del conflitto, che allo stato attuale nessuno può prevedere, con conseguenze economiche che potrebbero aggravarsi nel tempo».
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