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2022-07-22
Studio inchioda il modello Speranza. Le serrate hanno ucciso più del virus
Non bastava la caduta del governo. Sul modello Speranza, oltre a quella politica, piomba pure la pietra tombale scientifica. A seppellire due anni di disastri arriva uno studio comparato, firmato da John P.A. Ioannidis (già noto per le intemerate contro i lockdown), Francesco Zonta e Michael Levitt. Il paper fa parte del numero 213 di Environmental research ed è una colossale analisi sull’extra mortalità nel biennio 2020-2021. Poiché incrociano i dati di 33 Paesi sviluppati, gli autori non si soffermano a commentarli uno per uno. Ma per trarre le debite conclusioni, basta osservare le tabelle da loro elaborate.
Nel periodo considerato, l’Italia ha scontato un eccesso di dipartite che oscilla tra le 115.690 (con un fattore di aggiustamento per classi d’età) e le 166.373. Manco a dirlo: è il risultato peggiore dell’intero elenco. Anche a volersi limitare al paragone con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, nazioni simili alle nostre per collocazione geografica, dimensioni e popolazione, il nostro Paese esce a pezzi. Per intenderci: i tedeschi sono 82 milioni e mezzo, ma hanno avuto tra 54.740 e 128.557 defunti in più rispetto a quelli che, stando ai modelli statistici, era lecito aspettarsi. Solo la Spagna ha fatto un po’ peggio, se si considera il numero più elevato di decessi, calcolato senza aggiustamento per età: 95.964, su una popolazione di circa 47 milioni e mezzo di abitanti.
Sono numeri che riducono a un cumulo di macerie fumanti la Cattedrale sanitaria innalzata dai governi Conte bis e Draghi. Nonostante serrate, coprifuoco e super green pass, l’impatto della pandemia è stato pesante. Anzi, si può affermare che lo sia stato anche a causa di quelle misure. Si badi, infatti, a un dettaglio: Ioannidis & c. non conteggiano solo le vittime del Covid; misurano i morti in eccesso per tutte le cause. Ora, come abbiamo dimostrato più volte sulla Verità e come ormai ammettono pure molte virostar, da noi, nei bollettini dei deceduti per il coronavirus, sono state inserite anche moltissime persone trapassate per ben altri motivi: chi aveva il cancro, chi gravi patologie cardiovascolari, chi, addirittura, s’era schiantato con l’auto o era annegato in piscina. Se, al netto dei dubbi criteri di classificazione dei defunti, si riscontra ugualmente una consistente extra mortalità, ciò può significare una cosa sola: che ne hanno uccisi più le conseguenze delle restrizioni, del Covid stesso.
È un’idea cui alludono pure gli autori del saggio, i quali, peraltro, notano che la tendenza alla mortalità in eccesso si è mantenuta nei Paesi più sviluppati «nonostante la disponibilità di opzioni per una vaccinazione efficace nel 2021». Levitt, Zonta e Ioannidis sottolineano che i decessi in sovrannumero possono essere dovuti «agli effetti indiretti della pandemia e/o alle dirompenti misure adottate, tanto più in Paesi con sistemi sanitari molto fragili». Vengono in mente i catasti di visite saltate, screening oncologici rinviati e terapie sospese. Giusto ieri, Istat e Agenas hanno diffuso dati desolanti: 22% in meno di ricoveri ordinari nel 2020, -14% di ospedalizzazioni per cancro. Un’incuria certo connessa all’oggettiva emergenza, ma pure agli strascichi del delirio di regole e divieti che, tutt’ora, gravano sui nosocomi: medici sani cacciati dal posto di lavoro perché non vaccinati; altri schiaffati in quarantena da asintomatici; senza dimenticare le procedure bizantine per gli accessi ad ambulatori e sale operatorie.
Lo smacco emerge in modo ancora più chiaro quando si misura la proporzione dell’extra mortalità generale, rispetto alle dipartite attribuite al Covid (indice R). In tutti e cinque i Paesi europei che stiamo osservando, ci sono state più morti in eccesso rispetto alle sole morti per Covid. In parole povere, l’extra mortalità non è stata provocata esclusivamente dal virus. Ma, ancora una volta, l’Italia è l’ultima della classe: il parametro R oscilla tra 0,84 e 1,21 ed entrambi i valori sono superiori a quelli riscontrati in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
Dunque, pur prendendo per buoni i bollettini dell’Iss, avremmo ancora una cornucopia di decessi inattesi. Sono le vittime del glorificato «modello italiano». La mania del Covid zero, d’altronde, ci rende tragicamente grotteschi al cospetto della Svezia, già vituperata per il rifiuto di adottare lockdown totali: addirittura, nelle stime riadattate in base alle classi d’età, la nazione scandinava ha un deficit di 367 morti rispetto agli anni precedenti. Un bel trofeo per l’ex avvocato del popolo, l’ex assessore potentino e il quasi ex governo dei migliori.
Vaiolo, altra corsa (inutile) ai vaccini
L’emergenza è tutta da provare, ma intanto il ministero della Salute ha autorizzato la temporanea distribuzione del vaccino Jynneos di Bavarian Nordic contro il vaiolo delle scimmie (Monkeypox). Prima ancora dell’autorizzazione dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), ma con l’assenso della Commissione tecnico-scientifica di quella italiana (Aifa), è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto che autorizza l’immissione in commercio del prodotto fino al 31 dicembre 2022. Nel provvedimento si spiega che l’Aifa ha dato parere favorevole al vaccino - già approvato dall’Agenzia americana (Fda) per la prevenzione del vaiolo della scimmia negli adulti ad alto rischio di infezione - in attesa che si renda disponibile un vaccino con la medesima indicazione approvato da Ema.
La questione è più tecnica che di sostanza e chiarisce, in parte, il motivo di un allarmismo immotivato. In Unione europea (Ue), spiega il sito dell’Istituto superiore di sanità, non ci sono vaccini per il Monkeypox, ma quello per il vaiolo umano - non somministrato in Italia dal 1981, la malattia è eradicata - ha una efficacia di circa l’85% nella prevenzione del vaiolo delle scimmie.
Gli over 40 sono quindi protetti perché questo virus, a differenza del Sars-Cov2, muta più difficilmente e dà una malattia molto più benigna. In ogni caso, nel 2013 l’Ema, per la prevenzione del vaiolo umano, ha autorizzato Mva-Bn (Modified vaccinia Ankara-Bavarian Nordic) un vaccino di terza generazione con virus attenuato modificato (ceppo di Ankara, stessa famiglia del vaiolo) che viene commercializzato come Imvanex in Europa e Jynneos in America dove, dal 2019 è indicato anche per la prevenzione della Monkeypox. A inizio mese l’Ema ha avviato la procedura per ampliare l’indicazione di Imvanex in Ue, ma intanto, in nome di un allarme difficile da comprendere, oltre all’Aifa, anche il Consiglio superiore di sanità, si legge nel decreto ministeriale, ha espresso «parere favorevole in merito all’utilizzo emergenziale del vaccino contro il Monkeypox, Jynneo, fermo restando che la strategia vaccinale, anche in relazione alle dosi fornite da Hera, andrà prioritariamente orientata verso i soggetti a rischio per esposizione professionale e/o stili di vita», in particolare rapporti sessuali tra uomini.
Hera è l’Autorità europea per le emergenze sanitarie che si è assicurata, in settimana, altre 54.530 dosi del vaccino della biotech danese Bavarian Nordic portando il totale delle dosi acquistate a 163.620, come ha reso noto, lo scorso lunedì, la stessa commissaria europea alla Salute, Stella Kyriakides, che si è detta «preoccupata per il crescente numero di casi di vaiolo delle scimmie nell’Ue».
Mettendo i numeri in fila, però, qualcosa non torna sul termine emergenziale, soprattutto se si considera che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato, in un anno, 14.000 casi di vaiolo delle scimmie in oltre 70 Paesi e 5 decessi, tutti in Africa, dove è endemico. I dati diffusi ieri dall’Agenzia europea delle malattie (Ecdc) segnala che su 10.604 casi in Ue, la maggior parte ha una età media di 31-40 anni (42%) sono maschi (99,5%) e il 38% è positivo anche all’Hiv. Spagna e Germania hanno 2.835 e 2.033 infetti. Sono giovani uomini con pustole sulla pelle e malessere generale che guariscono in due settimane senza andare all’ospedale. L’Italia ha 374 casi, ma può contare su 5.300 dosi di vaccino già consegnate. Certo il vaccino serve per la prevenzione nelle persone a rischio, ma i numeri restano sproporzionati, come del resto la velocità della procedura di acquisto. Questa è la prima volta - sottolinea la Commissione europea - che il bilancio dell’Ue viene utilizzato attraverso il programma Eu4Health per acquistare direttamente vaccini per gli Stati membri. Non si sa per quale emergenza se, come ammette la stessa Oms, perfino in Africa, dove la prevenzione non brilla di certo, il Monkeypox virus si riesce ad autolimitare semplicemente perché si informano le persone sul fatto che il contagio avviene principalmente per contatti diretti con fluidi corporei.
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Una ricerca mostra l’esito nefasto dei lockdown. Le morti in eccesso, infatti, superano quelle per Sars Cov 2. Le conseguenze delle restrizioni sulla sanità, con esami e interventi saltati, sono state peggiori del patogeno.Via libera dal ministero della Salute al siero anti Monkeypox in via emergenziale. Riparte la manfrina allarmista: consegnate all’Italia 5.300 dosi, ma i casi son solo 374.Lo speciale contiene due articoli.Non bastava la caduta del governo. Sul modello Speranza, oltre a quella politica, piomba pure la pietra tombale scientifica. A seppellire due anni di disastri arriva uno studio comparato, firmato da John P.A. Ioannidis (già noto per le intemerate contro i lockdown), Francesco Zonta e Michael Levitt. Il paper fa parte del numero 213 di Environmental research ed è una colossale analisi sull’extra mortalità nel biennio 2020-2021. Poiché incrociano i dati di 33 Paesi sviluppati, gli autori non si soffermano a commentarli uno per uno. Ma per trarre le debite conclusioni, basta osservare le tabelle da loro elaborate. Nel periodo considerato, l’Italia ha scontato un eccesso di dipartite che oscilla tra le 115.690 (con un fattore di aggiustamento per classi d’età) e le 166.373. Manco a dirlo: è il risultato peggiore dell’intero elenco. Anche a volersi limitare al paragone con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, nazioni simili alle nostre per collocazione geografica, dimensioni e popolazione, il nostro Paese esce a pezzi. Per intenderci: i tedeschi sono 82 milioni e mezzo, ma hanno avuto tra 54.740 e 128.557 defunti in più rispetto a quelli che, stando ai modelli statistici, era lecito aspettarsi. Solo la Spagna ha fatto un po’ peggio, se si considera il numero più elevato di decessi, calcolato senza aggiustamento per età: 95.964, su una popolazione di circa 47 milioni e mezzo di abitanti. Sono numeri che riducono a un cumulo di macerie fumanti la Cattedrale sanitaria innalzata dai governi Conte bis e Draghi. Nonostante serrate, coprifuoco e super green pass, l’impatto della pandemia è stato pesante. Anzi, si può affermare che lo sia stato anche a causa di quelle misure. Si badi, infatti, a un dettaglio: Ioannidis & c. non conteggiano solo le vittime del Covid; misurano i morti in eccesso per tutte le cause. Ora, come abbiamo dimostrato più volte sulla Verità e come ormai ammettono pure molte virostar, da noi, nei bollettini dei deceduti per il coronavirus, sono state inserite anche moltissime persone trapassate per ben altri motivi: chi aveva il cancro, chi gravi patologie cardiovascolari, chi, addirittura, s’era schiantato con l’auto o era annegato in piscina. Se, al netto dei dubbi criteri di classificazione dei defunti, si riscontra ugualmente una consistente extra mortalità, ciò può significare una cosa sola: che ne hanno uccisi più le conseguenze delle restrizioni, del Covid stesso. È un’idea cui alludono pure gli autori del saggio, i quali, peraltro, notano che la tendenza alla mortalità in eccesso si è mantenuta nei Paesi più sviluppati «nonostante la disponibilità di opzioni per una vaccinazione efficace nel 2021». Levitt, Zonta e Ioannidis sottolineano che i decessi in sovrannumero possono essere dovuti «agli effetti indiretti della pandemia e/o alle dirompenti misure adottate, tanto più in Paesi con sistemi sanitari molto fragili». Vengono in mente i catasti di visite saltate, screening oncologici rinviati e terapie sospese. Giusto ieri, Istat e Agenas hanno diffuso dati desolanti: 22% in meno di ricoveri ordinari nel 2020, -14% di ospedalizzazioni per cancro. Un’incuria certo connessa all’oggettiva emergenza, ma pure agli strascichi del delirio di regole e divieti che, tutt’ora, gravano sui nosocomi: medici sani cacciati dal posto di lavoro perché non vaccinati; altri schiaffati in quarantena da asintomatici; senza dimenticare le procedure bizantine per gli accessi ad ambulatori e sale operatorie. Lo smacco emerge in modo ancora più chiaro quando si misura la proporzione dell’extra mortalità generale, rispetto alle dipartite attribuite al Covid (indice R). In tutti e cinque i Paesi europei che stiamo osservando, ci sono state più morti in eccesso rispetto alle sole morti per Covid. In parole povere, l’extra mortalità non è stata provocata esclusivamente dal virus. Ma, ancora una volta, l’Italia è l’ultima della classe: il parametro R oscilla tra 0,84 e 1,21 ed entrambi i valori sono superiori a quelli riscontrati in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Dunque, pur prendendo per buoni i bollettini dell’Iss, avremmo ancora una cornucopia di decessi inattesi. Sono le vittime del glorificato «modello italiano». La mania del Covid zero, d’altronde, ci rende tragicamente grotteschi al cospetto della Svezia, già vituperata per il rifiuto di adottare lockdown totali: addirittura, nelle stime riadattate in base alle classi d’età, la nazione scandinava ha un deficit di 367 morti rispetto agli anni precedenti. Un bel trofeo per l’ex avvocato del popolo, l’ex assessore potentino e il quasi ex governo dei migliori. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/studio-inchioda-modello-speranza-2657708725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vaiolo-altra-corsa-inutile-ai-vaccini" data-post-id="2657708725" data-published-at="1658427827" data-use-pagination="False"> Vaiolo, altra corsa (inutile) ai vaccini L’emergenza è tutta da provare, ma intanto il ministero della Salute ha autorizzato la temporanea distribuzione del vaccino Jynneos di Bavarian Nordic contro il vaiolo delle scimmie (Monkeypox). Prima ancora dell’autorizzazione dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), ma con l’assenso della Commissione tecnico-scientifica di quella italiana (Aifa), è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto che autorizza l’immissione in commercio del prodotto fino al 31 dicembre 2022. Nel provvedimento si spiega che l’Aifa ha dato parere favorevole al vaccino - già approvato dall’Agenzia americana (Fda) per la prevenzione del vaiolo della scimmia negli adulti ad alto rischio di infezione - in attesa che si renda disponibile un vaccino con la medesima indicazione approvato da Ema. La questione è più tecnica che di sostanza e chiarisce, in parte, il motivo di un allarmismo immotivato. In Unione europea (Ue), spiega il sito dell’Istituto superiore di sanità, non ci sono vaccini per il Monkeypox, ma quello per il vaiolo umano - non somministrato in Italia dal 1981, la malattia è eradicata - ha una efficacia di circa l’85% nella prevenzione del vaiolo delle scimmie. Gli over 40 sono quindi protetti perché questo virus, a differenza del Sars-Cov2, muta più difficilmente e dà una malattia molto più benigna. In ogni caso, nel 2013 l’Ema, per la prevenzione del vaiolo umano, ha autorizzato Mva-Bn (Modified vaccinia Ankara-Bavarian Nordic) un vaccino di terza generazione con virus attenuato modificato (ceppo di Ankara, stessa famiglia del vaiolo) che viene commercializzato come Imvanex in Europa e Jynneos in America dove, dal 2019 è indicato anche per la prevenzione della Monkeypox. A inizio mese l’Ema ha avviato la procedura per ampliare l’indicazione di Imvanex in Ue, ma intanto, in nome di un allarme difficile da comprendere, oltre all’Aifa, anche il Consiglio superiore di sanità, si legge nel decreto ministeriale, ha espresso «parere favorevole in merito all’utilizzo emergenziale del vaccino contro il Monkeypox, Jynneo, fermo restando che la strategia vaccinale, anche in relazione alle dosi fornite da Hera, andrà prioritariamente orientata verso i soggetti a rischio per esposizione professionale e/o stili di vita», in particolare rapporti sessuali tra uomini. Hera è l’Autorità europea per le emergenze sanitarie che si è assicurata, in settimana, altre 54.530 dosi del vaccino della biotech danese Bavarian Nordic portando il totale delle dosi acquistate a 163.620, come ha reso noto, lo scorso lunedì, la stessa commissaria europea alla Salute, Stella Kyriakides, che si è detta «preoccupata per il crescente numero di casi di vaiolo delle scimmie nell’Ue». Mettendo i numeri in fila, però, qualcosa non torna sul termine emergenziale, soprattutto se si considera che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato, in un anno, 14.000 casi di vaiolo delle scimmie in oltre 70 Paesi e 5 decessi, tutti in Africa, dove è endemico. I dati diffusi ieri dall’Agenzia europea delle malattie (Ecdc) segnala che su 10.604 casi in Ue, la maggior parte ha una età media di 31-40 anni (42%) sono maschi (99,5%) e il 38% è positivo anche all’Hiv. Spagna e Germania hanno 2.835 e 2.033 infetti. Sono giovani uomini con pustole sulla pelle e malessere generale che guariscono in due settimane senza andare all’ospedale. L’Italia ha 374 casi, ma può contare su 5.300 dosi di vaccino già consegnate. Certo il vaccino serve per la prevenzione nelle persone a rischio, ma i numeri restano sproporzionati, come del resto la velocità della procedura di acquisto. Questa è la prima volta - sottolinea la Commissione europea - che il bilancio dell’Ue viene utilizzato attraverso il programma Eu4Health per acquistare direttamente vaccini per gli Stati membri. Non si sa per quale emergenza se, come ammette la stessa Oms, perfino in Africa, dove la prevenzione non brilla di certo, il Monkeypox virus si riesce ad autolimitare semplicemente perché si informano le persone sul fatto che il contagio avviene principalmente per contatti diretti con fluidi corporei.
Nel riquadro: Gaio Sergio Orata, pioniere dell'acquacoltura (Getty Images)
Le ostriche hanno sempre goduto di solida fama, quale simbolo di prestigio sociale per chi partecipava ai conviti che le vedevano protagoniste in bella mostra, ma anche per i vari piaceri multisensoriali che sapevano poi trasmettere a chi le faceva proprie, magari in buona compagnia. Pur se la Francia, ora, è il maggior produttore e consumatore, all’Italia va la primogenitura della sua coltivazione. Ostrica eclettica, non solo per l’estetica del suo guscio, che può andare dal rosa sul delta del Po al verde delle coste liguri, ma anche per il gusto che dipende dall’ambiente in cui cresce, già descritto a suo tempo da Plinio il Vecchio con una sorta di mappa mediterranea delle varie specie, tanto che alcuni autori, registrandone i sapori variabili in base al territorio, dal dolce cremoso al salmastro minerale, ne hanno indicato un riferimento al terroir per il gusto delle varie specie di ostriche come si è fatto, a suo tempo, per i vini.
Il primo a intravederne le potenzialità, anche economiche, del suo allevamento è stato Caio Sergio Orata, nel I° secolo a.C. Nelle lagune dei Campi Flegrei aveva fatto una piccola fortuna con l’allevamento delle orate (da lì parte del suo nome trascritto negli archivi). Decise di fare un passo oltre e andò sulle rive brindisine, cioè in Puglia, a raccoglierne un po’, considerata l’alta qualità dovuta al mischiarsi delle sorgenti d’acqua dolce con l’acqua salmastra del mare, posto che le ostriche vivono sui fondali marini vicino alle foci dei fiumi. Quello che, poi, venne chiamato lago Lucrino (da lucro, ossia guadagno per il visionario Caio Sergio) era una laguna separata da una sottilissima lingua di dune dal mare, quindi soggetta al ritmo delle maree conseguenti, con un ideale mix di acque salmastre ricche di plancton nutriente che arricchiva le acque lacustri.
Ben presto la fama delle ostriche di Lucrino divenne forte richiamo per la buona società del tempo che vi si recava apposta senza badare a spese, posto che spesso venivano all’ombra del Vesuvio per rendere omaggio all’imperatore nelle sue pause di vacanza. In scavi archeologi a Baia, il borgo locale, vennero trovate delle fiaschette di vetro chiamate «ostraria» in cui vi erano incise delle vedute della stessa Baia e della vicina Pozzuoli dove erano tratteggiati dei filari di ostriche appese ai pali che uscivano dall’acqua. Erano uno dei souvenir per il ricco turismo che passava per i Campi Flegrei a fare incetta di ostriche golose. Una testimonianza giunta a noi per confermare il tipo di allevamento di questi molluschi che, ancora adesso, con le dovute modifiche, ottimizza il rapporto tra le ostriche e il loro ambiente.
Tecnica a pergolato che si trova ben descritta da Ausonio, «con le ostriche appese ai pali che oscillano tra le onde». Ostriche di solida fama come ben narrato da Archestrato da Gela, considerato il primo gastronauta della storia, nel suo I piaceri del buongustaio, e poi Teodosio che, nei Saturnalia, racconta dei sontuosi banchetti dove le ostriche vengono non solo consumate a crudo, ma pure messe a farcire golosi pasticci. Un’ostricoltura descritta da vari autori, da Varrone a Cicerone o Columella, tanto che vi erano patrizi che, con apposite «navi vivaio», andavano nei bacini dell’Egeo per trasportarle poi lungo la costiera napoletana, divenuta una sorta di California ostricara del tempo. Marco Gavio Apicio, considerato la penna gastronomica della Roma imperiale, consigliava di riporle in vasi pieni di aceto per poterle conservare al meglio per i banchetti. Coltura e allevamento dell’ostrica che, con l’occupazione delle Gallie, i Romani esportarono presso i cugini d’Oltralpe i quali ne fecero tesoro tanto da divenirne, ora, leader indiscussi per produzione e consumo. Con una lunga pausa legata alla caduta dell’Impero romano e ai tempi medioevali, anche se non tutto andò perduto perché recenti scavi nei Campi Flegrei hanno dimostrato che le ostricaie erano rimaste attive anche in quei tempi «oscuri».
L’interesse verso questi nobili e golosi frutti del mare si riaccese nel Cinquecento, ma non esattamente per le loro voluttà culinarie, ma per quanto andavano a stimolare… oltre lo spirito dei suoi golosi consumatori. Chiavi di lettura diverse, ma la conclusione sempre conseguente. Esordisce Michele Savonarola, medico e umanista del Quattrocento, che ammoniva al loro consumo, in quanto «incitavano alla lussuria». Più comprensivo Bartolomeo Sacchi, detto «il platina»: «Le ostriche sono fortemente afrodisiache e, come tali, molto apprezzate dai ricchi e lussuriosi». Di approccio più meramente scientifico, dal tocco ironico, il medico Baldassarre Pisanelli: «Il loro succo salato muove il corpo e risveglia lo spirito», lasciando poi al consumatore finale l’analisi conseguente in quanto, descrivendone «la sua forma voluttuosa», rimanda ad altri trattati di anatomia su Venere e dintorni.
In questa diatriba etico-filosofica-fisiologica, troviamo una quadra culinaria con Maestro Martino che sottolinea come ne vadano valorizzate freschezza e delicatezza, godendosele crude, condite con un tocco di limone e spezie.
Sulla fama erotizzante delle ostriche, varie le ipotesi. Scientifiche. Ricche di zinco, il minerale che, meglio di ogni altro, irrobustisce le virtù carnali: bastano sei ostriche per fare il pieno di zinco e capriole conseguenti. Nell’antichità, quando la scienza contava meno e la spontaneità faceva la differenza, venivano cotte sulla brace, condite con pepe e spezie assortite e se ne succhiava il frutto direttamente dal guscio. Meglio ancora se con degna partner a fare coppia golosa e complice. Il tempo scorre veloce. La Francia diventa leader riconosciuta, ma la costiera napoletana rimane solido punto di riferimento, tanto è vero che, quando a metà dell’Ottocento vi fu una crisi nei vari bacini di produzione, venne mandato dal governo transalpino un esperto a Napoli dove la coltivazione ostricante aveva sempre resistito alle mareggiate del tempo e, grazie alla volontà dei Borbone, si era dato ulteriore impulso alla sua produzione. Era il tempo in cui lo street food nella città di Pulcinella vedeva lungo le vie della riviera di Chiaia i banchetti con l’insegna di «Ostricaro fisico», ovvero gli ambulanti dedicati che, con coinvolgente arte partenopea, invogliavano i passanti ad assaggiare i loro prodotti: ostriche, così come datteri, vongole o lupini.
«Ostricaro fisico» termine nato goliardicamente per opera di Ferdinando II di Borbone che, un giorno, avendo particolarmente apprezzato quanto gli era stato offerto dall’ambulante di turno, lo aveva così omaggiato «voi siete un ostricaro fisico», parafrasando il titolo di dottore fisico di cui, al tempo, si fregiavano alcuni laureati in medicina per dare peso e importanza alla loro arte. Ostriche omaggiate nella letteratura, ad esempio con Mario Stefanile nel suo Partenope in cucina, del 1954, «quando un baldo marinaio ve le porge tra succosi spicchi di limone, abbandonatevi con ghiotta fiducia allo squisito sapore di mare, di vento, di raffinato zolfo, di lievemente amara salsedine…». Ma il tocco finale ce lo regala Hernest Hemingway, mentre passeggia pensieroso lungo via Toledo. Aveva da poco scritto Il vecchio e il mare, ispirato dalle atmosfere dell’amato Cilento. «Mangiando le ostriche, con quel forte sapore di mare, accompagnandole con un gustoso vino frizzante, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice», immaginandolo con la Venere conseguente a fargli toccare il cielo. Qualche mese dopo venne premiato con il Nobel per la letteratura.
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Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci