True
2021-12-10
Gli stessi contagi di un anno fa. Ma ora non c’è emergenza
Getty Images
Numeri, numeri, numeri: se la matematica non è un’opinione, applicarla al Covid e alla gestione della pandemia in Italia è probabilmente l’unico modo per analizzare la situazione con obiettività, lasciando da parte le convinzioni che ciascuno di noi ha in merito alla questione. Il bollettino di ieri, diffuso come di consueto dal ministero della Salute, riporta 12.527 nuovi casi di Covid nelle 24 ore precedenti in Italia, contro i 17.959 dell’altro ieri, ma con molti meno tamponi effettuati a causa della festività dell’Immacolata (312.828, cioè 251.879 in meno dell’8 dicembre, quando erano stati 564.698). Infatti, il tasso di positività sale al 4% rispetto al 3,2% dell’altro ieri. I decessi sono stati 79, le terapie intensive sono salite di 20 raggiungendo quota 811, mentre i ricoveri ordinari sono cresciuti di 234 unità, per un totale di 6.333.
Ora facciamo un salto indietro esattamente di un anno, e vediamo quali erano i dati del Covid il 9 dicembre 2020. Quel giorno i nuovi casi furono 12.756, esattamente gli stessi di ieri, ma con soli 118.475 tamponi esaminati, infatti il tasso di positività fu del 10,8%. La crescita esponenziale di tamponi rispetto all’anno scorso, ricordiamolo, è dovuta soprattutto all’effetto del green pass. Andiamo avanti: i decessi, l’anno scorso, furono 499 (per la prima volta nel mese di dicembre 2020 scesero sotto quota 500). I ricoverati toccarono quota 29.653, i pazienti in terapia intensiva raggiunsero la cifra totale di 3.320.
Sovrapporre le due curve, quelle del 2020 e del 2021, in relazione allo stesso periodo, è illuminante: pensate che il 17 novembre 2020 i nuovi contagiati giornalieri toccarono la vetta di 35.075, mentre il 17 novembre 2021 erano solo 7.704; il 3 dicembre 2020 ci furono in Italia 741 morti per Covid, contro i 77 del 4 dicembre scorso. La curva del contagio, in questi giorni dello scorso anno, iniziava a scendere, oggi è in lieve ascesa. Cosa ci fa capire questa semplice comparazione tra i dati di oggi e quelli di un anno fa? Molto semplice: il numero dei decessi, quello delle terapie intensive e quello delle ospedalizzazioni negli ultimi 12 mesi è crollato in maniera vertiginosa: il 9 dicembre 2020 furono rispettivamente 499, 3.320 e 29.563, ieri sono stati 79, 811 e 6.333. Quello dei contagi giornalieri è praticamente lo stesso, seppure con molti più tamponi ora rispetto al 2020, e con il trend in crescita, al contrario di quanto accadeva 12 mesi fa. Ciò vuol dire che il virus circola tra di noi esattamente come l’anno scorso, anche se fa incommensurabilmente meno danni. Ovviamente, il merito di tutto questo, della riduzione di morti, terapie intensive e ricoveri, è dei vaccini. I vaccini salvano la vita, evitano di finire in un letto di ospedale, o addirittura intubati. Ma non frenano il contagio: lo dicono i numeri, che (almeno loro) non mentono mai.
Del resto, se c’è una cosa sulla quale nessuno ha dubbi, è che il vaccino non impedisce di contagiarsi e contagiare. Riduce le conseguenze, e di molto, ma non la trasmissione del virus. Il che ci fa capire quanto sia inutile, nella strategia di contenimento del contagio, il green pass, soprattutto quello rafforzato che, è bene ricordarlo, non si ottiene con il tampone negativo ma solo con la vaccinazione o il certificato di guarigione. In Italia, alle 10 di ieri mattina, c’erano 45.835.370 persone vaccinate con due dosi, il 77,35% della popolazione, e 9.871.725 con la terza dose già fatta, il 16,66% della popolazione. In attesa della seconda dose sono 1.666.336 italiani, il 2,81% della popolazione. L’anno scorso, è bene ricordarlo, i vaccini di questi tempi non erano ancora arrivati: il Vaccine Day, in tutta Europa, che diede simbolicamente il via alla campagna di vaccinazione, fu il 27 dicembre.
Numeri, non opinioni. Numeri che dimostrano una verità incontrovertibile, inoppugnabile, incontestabile, insindacabile: il super green pass non ferma il contagio, così come non lo fermano i vaccini. Allora viene da chiedersi che senso abbia, questo benedetto certificato verde, se non quello di rappresentare solo e soltanto una leva per convincere / costringere le persone a vaccinarsi. C’è di più, c’è un dato che i pasdaran del super green pass fingono di ignorare, ma che invece chiunque può verificare di persona, parlando con amici, parenti, conoscenti, colleghi. Chi ha in tasca (o sullo smartphone) quel benedetto certificato, si sente invulnerabile. Assistiamo infatti, ogni giorno, intorno a noi, a un rilassamento rispetto alle misure di prevenzione più semplici e più efficaci: indossare la mascherina, evitare gli assembramenti, lavarsi spesso e a fondo le mani. Un rilassamento dovuto al fatto che chi ha il super green pass, in sostanza chi si è vaccinato, ha la impressione (sbagliata) di non potersi contagiare e di non poter trasmettere il virus. La conseguenza è che le persone che hanno gli anticorpi ancora belli reattivi, perché si sono vaccinate da pochi mesi, possono infettarsi e contagiare chi incontrano, anche se non rischiano di finire in ospedale; quegli italiani, invece, che si sono vaccinati da cinque mesi e più, e che quindi hanno un bel certificato valido (il green pass dura 9 mesi) vivono come se il Covid non esistesse e rischiano anche di finire in terapia intensiva. Tutto sbagliato, tutto capovolto, ma questa è l’Italia che si avvia a festeggiare il Natale 2021: una nazione ostaggio di informazioni confuse e provvedimenti caotici, inutili, controproducenti.
Il certificato verde vale ovunque eccetto che nei palazzi dell’Ue
«È ora che l’Ue inizi a discutere dell’opportunità di introdurre il vaccino obbligatorio contro il Covid-19 anche perché la vaccinazione è il modo migliore per superare la pandemia. Inoltre serve adattare il green pass europeo ai richiami. Serve comunque un approccio comune». Così parlò una decina di giorni fa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando la nuova strategia dell’Ue contro la variante Omicron, «emergenza» che sarà discussa il 16 dicembre dai 27 Stati membri a Bruxelles. Vaccinazione per tutti sponsorizzata Ue, quindi. Tranne che nei palazzi della Ue. Infatti basta vedere cosa succede proprio a Bruxelles dove si riunisce il Consiglio europeo per i vari «vertici» che si svolgono nel Palazzo Europa. La prossima settimana, il 15 e 16 dicembre ci saranno i vertici sul partenariato orientale e dei leader proprio su Omicron e sono state rese note le modalità di accreditamento per i giornalisti. Nessun green pass europeo viene richiesto né tanto meno la vaccinazione ma, messo nero su bianco in una lettera, serve un tampone molecolare negativo da effettuare non più di 48 ore prima del 15 dicembre o, in alternativa, un certificato medico che attesti la guarigione negli ultimi sei mesi. Che significa questa disposizione, forse che l’Europa non crede nei vaccini tanto osannati? Oppure Charles Michel, il presidente del consiglio europeo, non condivide quel coordinamento continentale, per niente facile, per assicurare libera circolazione e vaccinazioni? Di certo ci sono due pesi e due misure. Nel nostro Paese, tutti i comuni mortali devono avere il green pass, se non addirittura il super green pass, altrimenti sono esclusi dalla vita sociale tanto che qualche «talebano» invoca l’obbligo vaccinale perché il tampone è una prassi quasi disdicevole o addirittura una scorciatoia da furbastri mal tollerata, mentre a Bruxelles è l’esatto contrario. Non serve alcuna vaccinazione, doppia o tripla con il richiamo, basta un tampone o un certificato medico di guarigione da Covid. Possibile che le norme per l’accreditamento dei giornalisti per l’accesso al Palazzo, siano un errore del presidente? Cosa non da escludere considerato che Charles Michel non è esente da gaffe essendo anche stato il protagonista del «Sofagate» dopo l’affronto di Erdogan a Ursula von der Leyen lasciata senza sedia d’onore a differenza degli altri due interlocutori (il presidente turco e quello Ue), e si dovette accomodare sul divano, durante una visita ufficiale ad Ankara. In quel caso imbarazzante si giustificò dicendo: «Pur percependo il carattere deplorevole della situazione, abbiamo scelto di non peggiorarla con un incidente pubblico». Un incidente diplomatico schivato ma che si ripresenta oggi nei confronti di tanti cittadini che si sono vaccinati o stanno in fila facendo la terza dose perché hanno sentito, fino allo sfinimento, che il vaccino è «l’unica arma contro il Covid». Michel forse non si fida e allora preferisce che chi entra a Palazzo Europa abbia avuto il Covid e sia guarito oppure che abbia appena fatto un tampone. Nel frattempo dalle nostre parti, dove sono state inoculate 100 milioni di dosi, non soltanto sta per partire la vaccinazione per i bambini dai 5 agli 11 anni, ma già si pensa a quella da 0 a 5 anni da far decollare a gennaio per arrivare a quella famosa immunità di gregge che tutti sanno essere impossibile da raggiungere.
Continua a leggereRiduci
Il 9 dicembre 2020 identici i nuovi infetti. Ma con 499 morti e 3.320 intensive contro 79 e 811 di ieri, grazie ai vaccini. L’ansia è inutile.Per accedere al Consiglio europeo serve test o certificato di guarigione, ma niente pass.Lo speciale contiene due articoli. Numeri, numeri, numeri: se la matematica non è un’opinione, applicarla al Covid e alla gestione della pandemia in Italia è probabilmente l’unico modo per analizzare la situazione con obiettività, lasciando da parte le convinzioni che ciascuno di noi ha in merito alla questione. Il bollettino di ieri, diffuso come di consueto dal ministero della Salute, riporta 12.527 nuovi casi di Covid nelle 24 ore precedenti in Italia, contro i 17.959 dell’altro ieri, ma con molti meno tamponi effettuati a causa della festività dell’Immacolata (312.828, cioè 251.879 in meno dell’8 dicembre, quando erano stati 564.698). Infatti, il tasso di positività sale al 4% rispetto al 3,2% dell’altro ieri. I decessi sono stati 79, le terapie intensive sono salite di 20 raggiungendo quota 811, mentre i ricoveri ordinari sono cresciuti di 234 unità, per un totale di 6.333. Ora facciamo un salto indietro esattamente di un anno, e vediamo quali erano i dati del Covid il 9 dicembre 2020. Quel giorno i nuovi casi furono 12.756, esattamente gli stessi di ieri, ma con soli 118.475 tamponi esaminati, infatti il tasso di positività fu del 10,8%. La crescita esponenziale di tamponi rispetto all’anno scorso, ricordiamolo, è dovuta soprattutto all’effetto del green pass. Andiamo avanti: i decessi, l’anno scorso, furono 499 (per la prima volta nel mese di dicembre 2020 scesero sotto quota 500). I ricoverati toccarono quota 29.653, i pazienti in terapia intensiva raggiunsero la cifra totale di 3.320. Sovrapporre le due curve, quelle del 2020 e del 2021, in relazione allo stesso periodo, è illuminante: pensate che il 17 novembre 2020 i nuovi contagiati giornalieri toccarono la vetta di 35.075, mentre il 17 novembre 2021 erano solo 7.704; il 3 dicembre 2020 ci furono in Italia 741 morti per Covid, contro i 77 del 4 dicembre scorso. La curva del contagio, in questi giorni dello scorso anno, iniziava a scendere, oggi è in lieve ascesa. Cosa ci fa capire questa semplice comparazione tra i dati di oggi e quelli di un anno fa? Molto semplice: il numero dei decessi, quello delle terapie intensive e quello delle ospedalizzazioni negli ultimi 12 mesi è crollato in maniera vertiginosa: il 9 dicembre 2020 furono rispettivamente 499, 3.320 e 29.563, ieri sono stati 79, 811 e 6.333. Quello dei contagi giornalieri è praticamente lo stesso, seppure con molti più tamponi ora rispetto al 2020, e con il trend in crescita, al contrario di quanto accadeva 12 mesi fa. Ciò vuol dire che il virus circola tra di noi esattamente come l’anno scorso, anche se fa incommensurabilmente meno danni. Ovviamente, il merito di tutto questo, della riduzione di morti, terapie intensive e ricoveri, è dei vaccini. I vaccini salvano la vita, evitano di finire in un letto di ospedale, o addirittura intubati. Ma non frenano il contagio: lo dicono i numeri, che (almeno loro) non mentono mai. Del resto, se c’è una cosa sulla quale nessuno ha dubbi, è che il vaccino non impedisce di contagiarsi e contagiare. Riduce le conseguenze, e di molto, ma non la trasmissione del virus. Il che ci fa capire quanto sia inutile, nella strategia di contenimento del contagio, il green pass, soprattutto quello rafforzato che, è bene ricordarlo, non si ottiene con il tampone negativo ma solo con la vaccinazione o il certificato di guarigione. In Italia, alle 10 di ieri mattina, c’erano 45.835.370 persone vaccinate con due dosi, il 77,35% della popolazione, e 9.871.725 con la terza dose già fatta, il 16,66% della popolazione. In attesa della seconda dose sono 1.666.336 italiani, il 2,81% della popolazione. L’anno scorso, è bene ricordarlo, i vaccini di questi tempi non erano ancora arrivati: il Vaccine Day, in tutta Europa, che diede simbolicamente il via alla campagna di vaccinazione, fu il 27 dicembre. Numeri, non opinioni. Numeri che dimostrano una verità incontrovertibile, inoppugnabile, incontestabile, insindacabile: il super green pass non ferma il contagio, così come non lo fermano i vaccini. Allora viene da chiedersi che senso abbia, questo benedetto certificato verde, se non quello di rappresentare solo e soltanto una leva per convincere / costringere le persone a vaccinarsi. C’è di più, c’è un dato che i pasdaran del super green pass fingono di ignorare, ma che invece chiunque può verificare di persona, parlando con amici, parenti, conoscenti, colleghi. Chi ha in tasca (o sullo smartphone) quel benedetto certificato, si sente invulnerabile. Assistiamo infatti, ogni giorno, intorno a noi, a un rilassamento rispetto alle misure di prevenzione più semplici e più efficaci: indossare la mascherina, evitare gli assembramenti, lavarsi spesso e a fondo le mani. Un rilassamento dovuto al fatto che chi ha il super green pass, in sostanza chi si è vaccinato, ha la impressione (sbagliata) di non potersi contagiare e di non poter trasmettere il virus. La conseguenza è che le persone che hanno gli anticorpi ancora belli reattivi, perché si sono vaccinate da pochi mesi, possono infettarsi e contagiare chi incontrano, anche se non rischiano di finire in ospedale; quegli italiani, invece, che si sono vaccinati da cinque mesi e più, e che quindi hanno un bel certificato valido (il green pass dura 9 mesi) vivono come se il Covid non esistesse e rischiano anche di finire in terapia intensiva. Tutto sbagliato, tutto capovolto, ma questa è l’Italia che si avvia a festeggiare il Natale 2021: una nazione ostaggio di informazioni confuse e provvedimenti caotici, inutili, controproducenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-contagi-anno-fa-emergenza-2655969248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-certificato-verde-vale-ovunque-eccetto-che-nei-palazzi-dellue" data-post-id="2655969248" data-published-at="1639103769" data-use-pagination="False"> Il certificato verde vale ovunque eccetto che nei palazzi dell’Ue «È ora che l’Ue inizi a discutere dell’opportunità di introdurre il vaccino obbligatorio contro il Covid-19 anche perché la vaccinazione è il modo migliore per superare la pandemia. Inoltre serve adattare il green pass europeo ai richiami. Serve comunque un approccio comune». Così parlò una decina di giorni fa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando la nuova strategia dell’Ue contro la variante Omicron, «emergenza» che sarà discussa il 16 dicembre dai 27 Stati membri a Bruxelles. Vaccinazione per tutti sponsorizzata Ue, quindi. Tranne che nei palazzi della Ue. Infatti basta vedere cosa succede proprio a Bruxelles dove si riunisce il Consiglio europeo per i vari «vertici» che si svolgono nel Palazzo Europa. La prossima settimana, il 15 e 16 dicembre ci saranno i vertici sul partenariato orientale e dei leader proprio su Omicron e sono state rese note le modalità di accreditamento per i giornalisti. Nessun green pass europeo viene richiesto né tanto meno la vaccinazione ma, messo nero su bianco in una lettera, serve un tampone molecolare negativo da effettuare non più di 48 ore prima del 15 dicembre o, in alternativa, un certificato medico che attesti la guarigione negli ultimi sei mesi. Che significa questa disposizione, forse che l’Europa non crede nei vaccini tanto osannati? Oppure Charles Michel, il presidente del consiglio europeo, non condivide quel coordinamento continentale, per niente facile, per assicurare libera circolazione e vaccinazioni? Di certo ci sono due pesi e due misure. Nel nostro Paese, tutti i comuni mortali devono avere il green pass, se non addirittura il super green pass, altrimenti sono esclusi dalla vita sociale tanto che qualche «talebano» invoca l’obbligo vaccinale perché il tampone è una prassi quasi disdicevole o addirittura una scorciatoia da furbastri mal tollerata, mentre a Bruxelles è l’esatto contrario. Non serve alcuna vaccinazione, doppia o tripla con il richiamo, basta un tampone o un certificato medico di guarigione da Covid. Possibile che le norme per l’accreditamento dei giornalisti per l’accesso al Palazzo, siano un errore del presidente? Cosa non da escludere considerato che Charles Michel non è esente da gaffe essendo anche stato il protagonista del «Sofagate» dopo l’affronto di Erdogan a Ursula von der Leyen lasciata senza sedia d’onore a differenza degli altri due interlocutori (il presidente turco e quello Ue), e si dovette accomodare sul divano, durante una visita ufficiale ad Ankara. In quel caso imbarazzante si giustificò dicendo: «Pur percependo il carattere deplorevole della situazione, abbiamo scelto di non peggiorarla con un incidente pubblico». Un incidente diplomatico schivato ma che si ripresenta oggi nei confronti di tanti cittadini che si sono vaccinati o stanno in fila facendo la terza dose perché hanno sentito, fino allo sfinimento, che il vaccino è «l’unica arma contro il Covid». Michel forse non si fida e allora preferisce che chi entra a Palazzo Europa abbia avuto il Covid e sia guarito oppure che abbia appena fatto un tampone. Nel frattempo dalle nostre parti, dove sono state inoculate 100 milioni di dosi, non soltanto sta per partire la vaccinazione per i bambini dai 5 agli 11 anni, ma già si pensa a quella da 0 a 5 anni da far decollare a gennaio per arrivare a quella famosa immunità di gregge che tutti sanno essere impossibile da raggiungere.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci