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2021-12-10
Gli stessi contagi di un anno fa. Ma ora non c’è emergenza
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Numeri, numeri, numeri: se la matematica non è un’opinione, applicarla al Covid e alla gestione della pandemia in Italia è probabilmente l’unico modo per analizzare la situazione con obiettività, lasciando da parte le convinzioni che ciascuno di noi ha in merito alla questione. Il bollettino di ieri, diffuso come di consueto dal ministero della Salute, riporta 12.527 nuovi casi di Covid nelle 24 ore precedenti in Italia, contro i 17.959 dell’altro ieri, ma con molti meno tamponi effettuati a causa della festività dell’Immacolata (312.828, cioè 251.879 in meno dell’8 dicembre, quando erano stati 564.698). Infatti, il tasso di positività sale al 4% rispetto al 3,2% dell’altro ieri. I decessi sono stati 79, le terapie intensive sono salite di 20 raggiungendo quota 811, mentre i ricoveri ordinari sono cresciuti di 234 unità, per un totale di 6.333.
Ora facciamo un salto indietro esattamente di un anno, e vediamo quali erano i dati del Covid il 9 dicembre 2020. Quel giorno i nuovi casi furono 12.756, esattamente gli stessi di ieri, ma con soli 118.475 tamponi esaminati, infatti il tasso di positività fu del 10,8%. La crescita esponenziale di tamponi rispetto all’anno scorso, ricordiamolo, è dovuta soprattutto all’effetto del green pass. Andiamo avanti: i decessi, l’anno scorso, furono 499 (per la prima volta nel mese di dicembre 2020 scesero sotto quota 500). I ricoverati toccarono quota 29.653, i pazienti in terapia intensiva raggiunsero la cifra totale di 3.320.
Sovrapporre le due curve, quelle del 2020 e del 2021, in relazione allo stesso periodo, è illuminante: pensate che il 17 novembre 2020 i nuovi contagiati giornalieri toccarono la vetta di 35.075, mentre il 17 novembre 2021 erano solo 7.704; il 3 dicembre 2020 ci furono in Italia 741 morti per Covid, contro i 77 del 4 dicembre scorso. La curva del contagio, in questi giorni dello scorso anno, iniziava a scendere, oggi è in lieve ascesa. Cosa ci fa capire questa semplice comparazione tra i dati di oggi e quelli di un anno fa? Molto semplice: il numero dei decessi, quello delle terapie intensive e quello delle ospedalizzazioni negli ultimi 12 mesi è crollato in maniera vertiginosa: il 9 dicembre 2020 furono rispettivamente 499, 3.320 e 29.563, ieri sono stati 79, 811 e 6.333. Quello dei contagi giornalieri è praticamente lo stesso, seppure con molti più tamponi ora rispetto al 2020, e con il trend in crescita, al contrario di quanto accadeva 12 mesi fa. Ciò vuol dire che il virus circola tra di noi esattamente come l’anno scorso, anche se fa incommensurabilmente meno danni. Ovviamente, il merito di tutto questo, della riduzione di morti, terapie intensive e ricoveri, è dei vaccini. I vaccini salvano la vita, evitano di finire in un letto di ospedale, o addirittura intubati. Ma non frenano il contagio: lo dicono i numeri, che (almeno loro) non mentono mai.
Del resto, se c’è una cosa sulla quale nessuno ha dubbi, è che il vaccino non impedisce di contagiarsi e contagiare. Riduce le conseguenze, e di molto, ma non la trasmissione del virus. Il che ci fa capire quanto sia inutile, nella strategia di contenimento del contagio, il green pass, soprattutto quello rafforzato che, è bene ricordarlo, non si ottiene con il tampone negativo ma solo con la vaccinazione o il certificato di guarigione. In Italia, alle 10 di ieri mattina, c’erano 45.835.370 persone vaccinate con due dosi, il 77,35% della popolazione, e 9.871.725 con la terza dose già fatta, il 16,66% della popolazione. In attesa della seconda dose sono 1.666.336 italiani, il 2,81% della popolazione. L’anno scorso, è bene ricordarlo, i vaccini di questi tempi non erano ancora arrivati: il Vaccine Day, in tutta Europa, che diede simbolicamente il via alla campagna di vaccinazione, fu il 27 dicembre.
Numeri, non opinioni. Numeri che dimostrano una verità incontrovertibile, inoppugnabile, incontestabile, insindacabile: il super green pass non ferma il contagio, così come non lo fermano i vaccini. Allora viene da chiedersi che senso abbia, questo benedetto certificato verde, se non quello di rappresentare solo e soltanto una leva per convincere / costringere le persone a vaccinarsi. C’è di più, c’è un dato che i pasdaran del super green pass fingono di ignorare, ma che invece chiunque può verificare di persona, parlando con amici, parenti, conoscenti, colleghi. Chi ha in tasca (o sullo smartphone) quel benedetto certificato, si sente invulnerabile. Assistiamo infatti, ogni giorno, intorno a noi, a un rilassamento rispetto alle misure di prevenzione più semplici e più efficaci: indossare la mascherina, evitare gli assembramenti, lavarsi spesso e a fondo le mani. Un rilassamento dovuto al fatto che chi ha il super green pass, in sostanza chi si è vaccinato, ha la impressione (sbagliata) di non potersi contagiare e di non poter trasmettere il virus. La conseguenza è che le persone che hanno gli anticorpi ancora belli reattivi, perché si sono vaccinate da pochi mesi, possono infettarsi e contagiare chi incontrano, anche se non rischiano di finire in ospedale; quegli italiani, invece, che si sono vaccinati da cinque mesi e più, e che quindi hanno un bel certificato valido (il green pass dura 9 mesi) vivono come se il Covid non esistesse e rischiano anche di finire in terapia intensiva. Tutto sbagliato, tutto capovolto, ma questa è l’Italia che si avvia a festeggiare il Natale 2021: una nazione ostaggio di informazioni confuse e provvedimenti caotici, inutili, controproducenti.
Il certificato verde vale ovunque eccetto che nei palazzi dell’Ue
«È ora che l’Ue inizi a discutere dell’opportunità di introdurre il vaccino obbligatorio contro il Covid-19 anche perché la vaccinazione è il modo migliore per superare la pandemia. Inoltre serve adattare il green pass europeo ai richiami. Serve comunque un approccio comune». Così parlò una decina di giorni fa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando la nuova strategia dell’Ue contro la variante Omicron, «emergenza» che sarà discussa il 16 dicembre dai 27 Stati membri a Bruxelles. Vaccinazione per tutti sponsorizzata Ue, quindi. Tranne che nei palazzi della Ue. Infatti basta vedere cosa succede proprio a Bruxelles dove si riunisce il Consiglio europeo per i vari «vertici» che si svolgono nel Palazzo Europa. La prossima settimana, il 15 e 16 dicembre ci saranno i vertici sul partenariato orientale e dei leader proprio su Omicron e sono state rese note le modalità di accreditamento per i giornalisti. Nessun green pass europeo viene richiesto né tanto meno la vaccinazione ma, messo nero su bianco in una lettera, serve un tampone molecolare negativo da effettuare non più di 48 ore prima del 15 dicembre o, in alternativa, un certificato medico che attesti la guarigione negli ultimi sei mesi. Che significa questa disposizione, forse che l’Europa non crede nei vaccini tanto osannati? Oppure Charles Michel, il presidente del consiglio europeo, non condivide quel coordinamento continentale, per niente facile, per assicurare libera circolazione e vaccinazioni? Di certo ci sono due pesi e due misure. Nel nostro Paese, tutti i comuni mortali devono avere il green pass, se non addirittura il super green pass, altrimenti sono esclusi dalla vita sociale tanto che qualche «talebano» invoca l’obbligo vaccinale perché il tampone è una prassi quasi disdicevole o addirittura una scorciatoia da furbastri mal tollerata, mentre a Bruxelles è l’esatto contrario. Non serve alcuna vaccinazione, doppia o tripla con il richiamo, basta un tampone o un certificato medico di guarigione da Covid. Possibile che le norme per l’accreditamento dei giornalisti per l’accesso al Palazzo, siano un errore del presidente? Cosa non da escludere considerato che Charles Michel non è esente da gaffe essendo anche stato il protagonista del «Sofagate» dopo l’affronto di Erdogan a Ursula von der Leyen lasciata senza sedia d’onore a differenza degli altri due interlocutori (il presidente turco e quello Ue), e si dovette accomodare sul divano, durante una visita ufficiale ad Ankara. In quel caso imbarazzante si giustificò dicendo: «Pur percependo il carattere deplorevole della situazione, abbiamo scelto di non peggiorarla con un incidente pubblico». Un incidente diplomatico schivato ma che si ripresenta oggi nei confronti di tanti cittadini che si sono vaccinati o stanno in fila facendo la terza dose perché hanno sentito, fino allo sfinimento, che il vaccino è «l’unica arma contro il Covid». Michel forse non si fida e allora preferisce che chi entra a Palazzo Europa abbia avuto il Covid e sia guarito oppure che abbia appena fatto un tampone. Nel frattempo dalle nostre parti, dove sono state inoculate 100 milioni di dosi, non soltanto sta per partire la vaccinazione per i bambini dai 5 agli 11 anni, ma già si pensa a quella da 0 a 5 anni da far decollare a gennaio per arrivare a quella famosa immunità di gregge che tutti sanno essere impossibile da raggiungere.
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Il 9 dicembre 2020 identici i nuovi infetti. Ma con 499 morti e 3.320 intensive contro 79 e 811 di ieri, grazie ai vaccini. L’ansia è inutile.Per accedere al Consiglio europeo serve test o certificato di guarigione, ma niente pass.Lo speciale contiene due articoli. Numeri, numeri, numeri: se la matematica non è un’opinione, applicarla al Covid e alla gestione della pandemia in Italia è probabilmente l’unico modo per analizzare la situazione con obiettività, lasciando da parte le convinzioni che ciascuno di noi ha in merito alla questione. Il bollettino di ieri, diffuso come di consueto dal ministero della Salute, riporta 12.527 nuovi casi di Covid nelle 24 ore precedenti in Italia, contro i 17.959 dell’altro ieri, ma con molti meno tamponi effettuati a causa della festività dell’Immacolata (312.828, cioè 251.879 in meno dell’8 dicembre, quando erano stati 564.698). Infatti, il tasso di positività sale al 4% rispetto al 3,2% dell’altro ieri. I decessi sono stati 79, le terapie intensive sono salite di 20 raggiungendo quota 811, mentre i ricoveri ordinari sono cresciuti di 234 unità, per un totale di 6.333. Ora facciamo un salto indietro esattamente di un anno, e vediamo quali erano i dati del Covid il 9 dicembre 2020. Quel giorno i nuovi casi furono 12.756, esattamente gli stessi di ieri, ma con soli 118.475 tamponi esaminati, infatti il tasso di positività fu del 10,8%. La crescita esponenziale di tamponi rispetto all’anno scorso, ricordiamolo, è dovuta soprattutto all’effetto del green pass. Andiamo avanti: i decessi, l’anno scorso, furono 499 (per la prima volta nel mese di dicembre 2020 scesero sotto quota 500). I ricoverati toccarono quota 29.653, i pazienti in terapia intensiva raggiunsero la cifra totale di 3.320. Sovrapporre le due curve, quelle del 2020 e del 2021, in relazione allo stesso periodo, è illuminante: pensate che il 17 novembre 2020 i nuovi contagiati giornalieri toccarono la vetta di 35.075, mentre il 17 novembre 2021 erano solo 7.704; il 3 dicembre 2020 ci furono in Italia 741 morti per Covid, contro i 77 del 4 dicembre scorso. La curva del contagio, in questi giorni dello scorso anno, iniziava a scendere, oggi è in lieve ascesa. Cosa ci fa capire questa semplice comparazione tra i dati di oggi e quelli di un anno fa? Molto semplice: il numero dei decessi, quello delle terapie intensive e quello delle ospedalizzazioni negli ultimi 12 mesi è crollato in maniera vertiginosa: il 9 dicembre 2020 furono rispettivamente 499, 3.320 e 29.563, ieri sono stati 79, 811 e 6.333. Quello dei contagi giornalieri è praticamente lo stesso, seppure con molti più tamponi ora rispetto al 2020, e con il trend in crescita, al contrario di quanto accadeva 12 mesi fa. Ciò vuol dire che il virus circola tra di noi esattamente come l’anno scorso, anche se fa incommensurabilmente meno danni. Ovviamente, il merito di tutto questo, della riduzione di morti, terapie intensive e ricoveri, è dei vaccini. I vaccini salvano la vita, evitano di finire in un letto di ospedale, o addirittura intubati. Ma non frenano il contagio: lo dicono i numeri, che (almeno loro) non mentono mai. Del resto, se c’è una cosa sulla quale nessuno ha dubbi, è che il vaccino non impedisce di contagiarsi e contagiare. Riduce le conseguenze, e di molto, ma non la trasmissione del virus. Il che ci fa capire quanto sia inutile, nella strategia di contenimento del contagio, il green pass, soprattutto quello rafforzato che, è bene ricordarlo, non si ottiene con il tampone negativo ma solo con la vaccinazione o il certificato di guarigione. In Italia, alle 10 di ieri mattina, c’erano 45.835.370 persone vaccinate con due dosi, il 77,35% della popolazione, e 9.871.725 con la terza dose già fatta, il 16,66% della popolazione. In attesa della seconda dose sono 1.666.336 italiani, il 2,81% della popolazione. L’anno scorso, è bene ricordarlo, i vaccini di questi tempi non erano ancora arrivati: il Vaccine Day, in tutta Europa, che diede simbolicamente il via alla campagna di vaccinazione, fu il 27 dicembre. Numeri, non opinioni. Numeri che dimostrano una verità incontrovertibile, inoppugnabile, incontestabile, insindacabile: il super green pass non ferma il contagio, così come non lo fermano i vaccini. Allora viene da chiedersi che senso abbia, questo benedetto certificato verde, se non quello di rappresentare solo e soltanto una leva per convincere / costringere le persone a vaccinarsi. C’è di più, c’è un dato che i pasdaran del super green pass fingono di ignorare, ma che invece chiunque può verificare di persona, parlando con amici, parenti, conoscenti, colleghi. Chi ha in tasca (o sullo smartphone) quel benedetto certificato, si sente invulnerabile. Assistiamo infatti, ogni giorno, intorno a noi, a un rilassamento rispetto alle misure di prevenzione più semplici e più efficaci: indossare la mascherina, evitare gli assembramenti, lavarsi spesso e a fondo le mani. Un rilassamento dovuto al fatto che chi ha il super green pass, in sostanza chi si è vaccinato, ha la impressione (sbagliata) di non potersi contagiare e di non poter trasmettere il virus. La conseguenza è che le persone che hanno gli anticorpi ancora belli reattivi, perché si sono vaccinate da pochi mesi, possono infettarsi e contagiare chi incontrano, anche se non rischiano di finire in ospedale; quegli italiani, invece, che si sono vaccinati da cinque mesi e più, e che quindi hanno un bel certificato valido (il green pass dura 9 mesi) vivono come se il Covid non esistesse e rischiano anche di finire in terapia intensiva. Tutto sbagliato, tutto capovolto, ma questa è l’Italia che si avvia a festeggiare il Natale 2021: una nazione ostaggio di informazioni confuse e provvedimenti caotici, inutili, controproducenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stessi-contagi-anno-fa-emergenza-2655969248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-certificato-verde-vale-ovunque-eccetto-che-nei-palazzi-dellue" data-post-id="2655969248" data-published-at="1639103769" data-use-pagination="False"> Il certificato verde vale ovunque eccetto che nei palazzi dell’Ue «È ora che l’Ue inizi a discutere dell’opportunità di introdurre il vaccino obbligatorio contro il Covid-19 anche perché la vaccinazione è il modo migliore per superare la pandemia. Inoltre serve adattare il green pass europeo ai richiami. Serve comunque un approccio comune». Così parlò una decina di giorni fa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando la nuova strategia dell’Ue contro la variante Omicron, «emergenza» che sarà discussa il 16 dicembre dai 27 Stati membri a Bruxelles. Vaccinazione per tutti sponsorizzata Ue, quindi. Tranne che nei palazzi della Ue. Infatti basta vedere cosa succede proprio a Bruxelles dove si riunisce il Consiglio europeo per i vari «vertici» che si svolgono nel Palazzo Europa. La prossima settimana, il 15 e 16 dicembre ci saranno i vertici sul partenariato orientale e dei leader proprio su Omicron e sono state rese note le modalità di accreditamento per i giornalisti. Nessun green pass europeo viene richiesto né tanto meno la vaccinazione ma, messo nero su bianco in una lettera, serve un tampone molecolare negativo da effettuare non più di 48 ore prima del 15 dicembre o, in alternativa, un certificato medico che attesti la guarigione negli ultimi sei mesi. Che significa questa disposizione, forse che l’Europa non crede nei vaccini tanto osannati? Oppure Charles Michel, il presidente del consiglio europeo, non condivide quel coordinamento continentale, per niente facile, per assicurare libera circolazione e vaccinazioni? Di certo ci sono due pesi e due misure. Nel nostro Paese, tutti i comuni mortali devono avere il green pass, se non addirittura il super green pass, altrimenti sono esclusi dalla vita sociale tanto che qualche «talebano» invoca l’obbligo vaccinale perché il tampone è una prassi quasi disdicevole o addirittura una scorciatoia da furbastri mal tollerata, mentre a Bruxelles è l’esatto contrario. Non serve alcuna vaccinazione, doppia o tripla con il richiamo, basta un tampone o un certificato medico di guarigione da Covid. Possibile che le norme per l’accreditamento dei giornalisti per l’accesso al Palazzo, siano un errore del presidente? Cosa non da escludere considerato che Charles Michel non è esente da gaffe essendo anche stato il protagonista del «Sofagate» dopo l’affronto di Erdogan a Ursula von der Leyen lasciata senza sedia d’onore a differenza degli altri due interlocutori (il presidente turco e quello Ue), e si dovette accomodare sul divano, durante una visita ufficiale ad Ankara. In quel caso imbarazzante si giustificò dicendo: «Pur percependo il carattere deplorevole della situazione, abbiamo scelto di non peggiorarla con un incidente pubblico». Un incidente diplomatico schivato ma che si ripresenta oggi nei confronti di tanti cittadini che si sono vaccinati o stanno in fila facendo la terza dose perché hanno sentito, fino allo sfinimento, che il vaccino è «l’unica arma contro il Covid». Michel forse non si fida e allora preferisce che chi entra a Palazzo Europa abbia avuto il Covid e sia guarito oppure che abbia appena fatto un tampone. Nel frattempo dalle nostre parti, dove sono state inoculate 100 milioni di dosi, non soltanto sta per partire la vaccinazione per i bambini dai 5 agli 11 anni, ma già si pensa a quella da 0 a 5 anni da far decollare a gennaio per arrivare a quella famosa immunità di gregge che tutti sanno essere impossibile da raggiungere.
Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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