Stellantis regala 8 miliardi ai soci e altre promesse fragili all’Italia

Stellantis distribuirà «7,7 miliardi fra dividendi e buyback», ovvero il riacquisto di azioni proprie, perché «i soldi che non utilizziamo, li restituiamo agli azionisti», ha detto ieri il ceo Carlos Tavares, durante l’Investor Day del gruppo che si è tenuto ad Auburn Hills, nel Michigan. Il gruppo sta inoltre aggiornando il suo piano sul capitale «fissando livelli di liquidità con un target del 25-30% dei ricavi per il medio termine, spostando l’attenzione sull’efficienza del capitale e sostenendo forti rendimenti per gli azionisti». Se i soci possono brindare alle ricche cedole da staccare, in Italia i dipendenti delle fabbriche del gruppo restano col fiato sospeso (così come resta sospesa la gigafactory di Termoli) per il futuro della produzione di fronte a molte promesse e pochi fatti.
Sempre ieri al ministero delle Imprese e del Made in Italy si è tenuto il tavolo sulle prospettive dello stabilimento Stellantis di Modena, presieduto dal ministro Adolfo Urso, con sindacati, Anfia e rappresentanti dell’azienda. Secondo il ministro, il gruppo «ha confermato la volontà di voler investire in ricerca di sviluppo e in nuovi modelli», cioè «il modello endotermico». Urso dice di credere alla possibilità che in quello stabilimento «si sviluppi da una parte la via dei modelli elettrici dall’altra quella dei modelli endotermici», ha aggiunto. «Abbiamo chiesto che si rafforzi il Centro ricerche e sviluppo e che si garantisca la straordinaria filiera dell’indotto anche nei nuovi modelli elettrici e nella transizione verso la sostenibilità», ha spiegato, «mantenendo livelli occupazionali significativi anche per quegli stabilimenti».
Maurizio Oreggia, coordinatore automotive per la Fiom-Cgil nazionale, conferma invece «tutte le preoccupazioni, perché non sono emersi elementi di garanzia sul futuro dello storico sito produttivo di via Ciro Menotti di Modena dove fino a pochi mesi fa venivano prodotti i modelli Maserati. Altresì riteniamo grave quanto sta accadendo presso l’Innovation Lab Maserati di Modena, dove con la motivazione di una razionalizzazione degli spazi, di fatto, si ridimensiona sia in termini di organico che di strutture, un importante sito di ricerca e sviluppo, fondamentale per il rilancio di un prestigioso marchio italiano che già vive un pesantissima crisi che per i lavoratori si traduce in un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali».
«Ammortizzatori», prosegue Oreggia, «che non risparmiano nemmeno i lavoratori della Vm di Cento stante un piano quinquennale che non conosciamo e di cui apprendiamo l’esistenza soltanto oggi». La Fiom rinnova quindi la richiesta alla presidente del Consiglio Meloni di convocare Tavares.
Che intanto ieri, all’investor day negli Stati Uniti, è intervenuto anche sul tema dei dazi al Dragone che entreranno in vigore dal 4 luglio: «Con i dazi si cerca di aumentare la competitività, ma in realtà si creano squilibri. È ingenuo pensare che con i dazi saremo più protetti. Noi faremo tutto il possibile per vincere questa competizione». E poi: «La Cina sta diventando una parte importante del business e questo ha un impatto sul mercato. Si sta parlando di dazi, ma una cosa è chiara: non vogliamo stare sulla difensiva, dobbiamo andare all’attacco e cavalcare l’onda dell’offensiva cinese», ha sottolineato. Ricordando inoltre che la joint venture con i cinesi «Leapmotor è il numero tre del Lev» nel mercato del Paese asiatico. Leapmotor si «occuperà del mercato cinese e noi dell’export, per cui, sfrutteremo il vantaggio competitivo e tecnologico della Cina».
Nel comunicato diffuso mercoledì dalla Commissione Ue, sono stati menzionati diversi livelli di tariffe (da sommarsi all’attuale dazio del 10% previsto dall’Ue) in base al livello di sussidi identificato, dal 17% da applicare a Byd, al 20% per Geely, al 38% per Saic.
Anche alle altre società che esportano veicoli in Europa dalla Cina verrà applicato un dazio addizionale pari in media al 21% per i produttori che ha collaborato con Bruxelles, o del 38% per quelle che hanno rifiutato. Secondo gli analisti, il provvedimento avrà un impatto netto positivo su Stellantis perché il gruppo non ha capacità produttiva in Cina utilizzata per esportare auto in Europa, a differenza di altri produttori europei. Gli esperti si aspettano che il gruppo guidato da Tavares venda circa 50.000 auto in Cina nel 2024 generando ricavi per 1,7 miliardi, l’1% dei ricavi totali, e un utile operativo rettificato di 175 milioni, lo 0,9% del totale. L’impatto di una probabile ritorsione cinese sulle auto importate sarebbe, quindi, limitato per la società italo-francese. Sempre considerando l’aumento dei dazi Ue sulle auto elettriche cinesi importate, le case più a rischio sono quelle tedesche: la produzione locale cinese di Volkswagen dovrebbe consentire al gruppo di evitare i dazi di importazione cinesi potenzialmente più alti, ma i marchi premium del gruppo (Porsche, Lamborghini, Bentley, e in parte Audi) saranno colpiti con i costi che saranno parzialmente trasferiti sui clienti.
Sempre all’Investor Day, Tavares ha voluto evidenziare che la fabbrica di Termoli non è stata cancellata e che la decisione di sospendere il progetto della gigafactory «è stata presa da Acc e non da Stellantis in un mercato, quello dell’Ue, in cui ci sono molte tensioni sull’andamento delle vendite delle elettriche».






