2022-05-02
I vostri soldi, la stangataora viaggia in auto. In un anno 500 euro in più in manutenzione

Un’auto più salata. Nel 2021, la spesa media sostenuta dagli italiani per l’utilizzo della propria vettura si è attestata su circa 3.600 euro, in aumento del 15,9% in più rispetto al 2020.
In termini assoluti, si tratta di un rincaro per tasche degli automobilisti di 500 euro: è quanto emerge dall’annuario statistico dell’Automobil Club d’Italia, da cui si rileva come la spesa complessiva sia cresciuta del 16,2%, superando di poco i 144 miliardi di euro, circa 20 miliardi in più rispetto al 2020. La componente maggiore è rappresentata dall’acquisto dei veicoli e dalle rate di ammortamento: la crescita è del 9,1%, arrivando a 41 miliardi.
Tuttavia, l’incremento maggiore, con un +33,3%, è attribuibile ai carburanti (39 miliardi). In aumento risultano anche manutenzione e riparazione (25 miliardi e +17,4%).
IL GETTITO FISCALE
E, visto che in Italia aumenta il gettito fiscale complessivo, cresce pure la componente auto: poco meno di 62 miliardi di euro (+17%) sono confluiti nelle casse dello Stato. I maggiori incassi sono legati alla vendita dei carburanti (34,7 miliardi), mentre l’Iva ha generato 7,4 miliardi e le tasse automobilistiche 6,5 miliardi.
Per quanto riguarda il parco auto circolante con +10,1% di prime iscrizioni e +5,4% di autovetture (1.520.000 unità), la domanda ha mostrato una leggera ripresa dopo il tonfo causato dalla pandemia, ma rimane ancora molto lontana dagli anni migliori per il settore, quando si superavano i 2 milioni di targhe, o dal triennio 2017-19, caratterizzato da immatricolazioni annue intorno agli 1,9 milioni. L’Aci sottolinea inoltre come il mercato sia ormai «sempre più di sola sostituzione».
L’anno scorso il parco circolante è cresciuto di «sole 29 mila unità. Un quadro dovuto, probabilmente, al fatto che si è quasi raggiunto il punto di saturazione». L’auto in ogni caso resta in testa al gradimento degli italiani. Il rapporto autovetture-popolazione residente risulta, infatti, pari a 672 auto ogni mille abitanti (897 se si considerano tutte le tipologie di veicoli). I due indicatori sono in crescita rispetto al 2020 e risultano i più alti in Europa.
Ma urge rinnovare il parco circolante. L'Aci ribadisce, infine, il suo allarme sull'urgenza di svecchiare il parco circolante: nel 2021, l’età mediana delle auto è di 12 anni e 2 mesi (4 mesi in più rispetto al 2020). Le euro 0-1-2 (che hanno almeno 19 anni) sono 7.232.410, poco meno di 1 su 5 (il 18% circa del totale), mentre le rottamate, pari a 1.491.282, presentano un'età mediana di 17 anni e 5 mesi (5 mesi in più del 2020).
«I dati del rapporto scontano comunque l’effetto della pandemia - spiega Marco Ciglione - che lavora nell’area statistica dell’Aci -. Ad esempio le revisioni si sono arrestate per mesi. Adesso sono riprese e dunque peseranno sul prossimo dossier. Come pure i costi dell’energia i cui aumenti più significativi sono avvenuti negli ultimi mesi». Ma prima dei costi di manutenzione vengono i listini delle auto nuove ed usate. Un mercato letteralmente impazzito a causa della carenza delle componenti elettroniche dovuto prima al Covid e poi alla guerra in Ucraina. Se nel 2021 i listini del nuovo avevano visto rincari attorno al 3% quest’anno il range potrebbe raggiungere il 6%.
Paragonato all’Europa vediamo che il nostro Paese detiene il record: in Italia il balzo potrebbe appunto toccare il 6% contro un +4% in Germania, +2,4% in Spagna e +5,0% in Francia. Una prospettiva allarmante per i consumatori finali. Se il mercato del nuovo langue a causa soprattutto dei tempi lunghi di consegna (fino ad un anno) sono le quotazioni dell’usato ad aver subito una accelerata senza precedenti con balzi in aumento sino al 20%.
LE VENDITE
Entrando nel dettaglio e guardando alle tipologie di vetture vendute su internet, vediamo che le utilitarie sono quelle che hanno visto maggiormente crescere il loro prezzo medio nell’ultimo periodo: questa tipologia ha fatto registrare a gennaio il +17% rispetto al 2021, +20% guardando ai tre anni. Discorso simile per berline e citycar, che segnano un +15% e un +16% a gennaio 2022 paragonato a un anno fa. Aumenti importanti anche per crossover e monovolume (+12%). Ancora più incredibile la crescita del prezzo medio online per station wagon e Suv (rispettivamente +13% e +10%).
Per quanto riguarda l’alimentazione, le vetture a metano sono quelle cresciute di meno (+10%), quelle diesel hanno fatto registrare un +12%, e le benzina +15%. Meglio ancora va all’ibrido col +17% e al GPL, che segna un incredibile +22%. Per l’elettrico una situazione differente: negli ultimi tre anni ha visto calare il suo prezzo medio: dal 2019 ad oggi le vetture elettriche costano circa l’8% in meno. Nell’ultimo anno però anche queste ultime hanno visto aumentare il loro prezzo dell’11%.
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Gerusalemme annuncia la distruzione dell’edificio nella città santa di Qom dove i religiosi si erano riuniti per eleggere il successore di Khamenei. Teheran smentisce. Missili sullo Stato ebraico: 12 feriti.
Ieri pomeriggio l’offensiva israeliana sull’Iran ha visto una violenta accelerata con un attacco a Qom, città sacra del Paese. Aerei e droni dell’aeronautica israeliana (Iaf) hanno colpito l’edificio del Consiglio dove l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri, si era riunita per votare il nuovo leader supremo dell’Iran. All’interno si trovavano i religiosi chiamati a eleggere la Guida Suprema. Il fatto stesso che l’organo incaricato della successione si sia riunito in una fase di massima esposizione militare evidenzia una falla nei meccanismi di sicurezza: la convocazione in una sede nota e simbolica suggerisce un apparato informativo in evidente difficoltà e pesantemente infiltrato da Israele. Poco prima dell’attacco, su X era apparso un messaggio in lingua persiana attribuito al Mossad: «Non importa chi verrà scelto oggi; il suo destino è già stato decretato. Solo la nazione iraniana sceglierà il suo prossimo leader».
Il bilancio è ancora provvisorio, ma ci sarebbero molti morti e feriti. Tuttavia, l’agenzia ufficiale iraniana Tasnim ha smentito che fosse in corso la votazione: «La notizia del regime sionista circa l'attacco alla riunione degli esperti della leadership e del Consiglio direttivo ad interim è falsa. In quel momento non c’era nessun incontro del genere e queste voci sono un’operazione psicologica per creare un senso di vuoto di potere nel Paese», ha assicurato Tasnim mentre Donald Trump ha confermato l’attacco: «C’è stato un altro attacco alla nuova leadership. Sembra sia stato piuttosto sostanziale».
Successivamente le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato di aver lanciato una nona ondata di attacchi su Teheran. In Iran sono state segnalate esplosioni nella capitale e, secondo i media istituzionali, anche nelle città di Raj, Shiraz e Fawah e secondo media iraniani attacchi aerei hanno colpito anche l’aeroporto Mehrabad di Teheran. In contemporanea, il portavoce persiano delle Idf, il tenente colonnello in congedo Kamal Pinhasi, ha diramato un ordine di evacuazione per chi si trovava nella zona industriale di Hakimiyeh: «Nelle prossime ore, le Idf opereranno nell’area».
L’escalation del pomeriggio si è innestata su quanto avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, quando l’aeronautica militare israeliana aveva già colpito e smantellato alcune strutture all’interno del complesso dirigenziale del regime iraniano nel cuore di Teheran. Secondo le Idf, l’operazione è stata condotta sulla base di «informazioni precise» raccolte attraverso un lungo processo di intelligence. Nel mirino sono finiti l’ufficio presidenziale, l’edificio del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il luogo di ritrovo del più alto organo decisionale in materia di sicurezza, l’istituto per l’addestramento degli ufficiali militari e altre infrastrutture considerate chiave.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Nel pomeriggio dodici persone sono rimaste ferite nel centro di Israele a causa della caduta di detriti provenienti da un missile intercettato. Tra i feriti, una donna di 40 anni in condizioni moderate per una ferita alla testa e altre undici persone con lesioni lievi. La polizia di Tel Aviv ha accusato Teheran di aver impiegato bombe a grappolo contro aree civili. «Gli impatti causati hanno ferito civili e provocato danni», ha affermato il comandante Haim Sargaroff. L’Idf aveva poco prima confermato l’utilizzo di submunizioni nell’ultima ondata di lanci verso il centro del Paese.
Sul fronte settentrionale la tensione è cresciuta ulteriormente. Già ieri mattina l’esercito israeliano ha annunciato che proprie unità hanno assunto posizioni «offensive avanzate» nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare «un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele». Le forze sono entrate in territorio libanese per consolidare una fascia di difesa rafforzata lungo il confine. Nelle stesse ore Hezbollah ha lanciato 15 razzi verso le alture del Golan e cinque verso l’Alta Galilea, oltre a due droni intercettati sopra la Galilea occidentale. Da lunedì le Idf hanno colpito più di 160 obiettivi dell’organizzazione nel Libano meridionale, tra cui centri di comando e postazioni utilizzate per condurre attacchi verso Israele. In un’operazione condotta dalla Marina nella zona di Beirut è stato eliminato Reza Khuza’i, indicato come capo del reparto armamenti di Hezbollah e capo di stato maggiore del corpo libanese della Forza Quds iraniana. «Khuza’i è stato il braccio destro del comandante del Corpo d’Armata del Libano ed era considerato un attore chiave nel rafforzamento delle capacità di Hezbollah», hanno dichiarato le Idf, aggiungendo che «era responsabile della comunicazione tra l’organizzazione terroristica Hezbollah e il regime iraniano».
Nel quadro dell’escalation, la leadership di Hezbollah resta un obiettivo dichiarato di Israele «Siamo determinati a eliminare la minaccia rappresentata da Hezbollah e non ci fermeremo finché questa organizzazione non sarà disarmata», ha detto il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir. Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato: «Il primo ministro Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato le Idf ad avanzare e ad assumere il controllo di ulteriori posizioni strategiche in Libano, al fine di prevenire attacchi alle comunità israeliane di confine». E ha aggiunto: «Abbiamo promesso sicurezza alle comunità della Galilea, e la manterremo». In serata pero’ sono di nuovo suonate le sirene nel centro di Israele in seguito a lanci di razzi dal Libano che sono stati intercettati.
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Ansa
Quale sia l’obiettivo di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu è piuttosto evidente: non si fermeranno fino a quando gli ayatollah non alzeranno bandiera bianca.
O perlomeno fino a che i loro eserciti non avranno esaurito le scorte di missili. Altrettanto chiaro è l’obiettivo di ciò che resta del regime iraniano dopo l’uccisione di Khamenenon avendo scampo, proverà a coinvolgere nella guerra altri Paesi dell’area, nella speranza di gettare l’intera regione nel caos. Allo stesso tempo i pasdaran punteranno a vendere cara la pelle, giocando sull’aumento del prezzo del gas e del petrolio per rendere il conflitto costoso e insostenibile nel tempo. È per questo che hanno bloccato lo stretto di Hormuz, al cui imbocco stazionano migliaia di navi.
Detto ciò, se sono chiari sia gli obiettivi che le strategie dei contendenti, per quanto riguarda l’Europa si procede speditamente nel buio più fitto. Ursula von der Leyen si è presa il weekend per pensare, trascorso il quale non pare però aver ottenuto granché dalla riflessione. A parte generiche dichiarazioni, che sono state sovrastate da quelle dei leader dei singoli Paesi (vedi Macron), non sembra infatti avere alcuna strategia per affrontare la crisi. Lasciamo perdere il coinvolgimento diretto nel conflitto, con i droni di Teheran che hanno colpito una base aerea nella parte meridionale di Cipro. L’isola, oltre a far parte della Ue, dal primo gennaio ricopre la presidenza del Consiglio dell’Unione. Dunque, il bombardamento porterebbe a un coinvolgimento diretto dell’Europa, ma la baronessa che governa Bruxelles ha preferito far finta di niente.
Tuttavia, se è consentito ignorare un drone scagliato contro un aeroporto, più difficile è evitare di prendere posizione dinnanzi agli scossoni dell’economia. Con il prezzo del gas alle stelle e quello del petrolio intorno ai 100 dollari al barile (i Guardiani della rivoluzione sognano di farlo schizzare addirittura a 200), l’Europa rischia una sincope. Già l’economia del vecchio continente boccheggia, per via dell’aumento dei costi delle materie prime, dell’energia e dei dazi, ma se si aggiunge un rincaro del gasolio e del combustibile da riscaldamento c’è il pericolo concreto che entri in coma. Molti Paesi non sono ancora riusciti a riprendersi dallo shock causato dalla fine delle forniture a basso costo dalla Russia, misura inevitabile dopo le sanzioni imposte a Mosca a causa dell’invasione dell’Ucraina. Veder salire i prezzi dell’energia senza potersi rivolgere a fonti alternative a basso costo, perciò, sarebbe il colpo finale.
Ovviamente Ursula von der Leyen tutto questo lo sa. Ciò che invece non è in grado di immaginare è come si esce da un vicolo cieco che rischia di essere la tomba delle ambizioni di rilancio dell’economia europea. Gli investimenti nel green al momento non sono in grado di sostituire la produzione energetica derivante dal combustibile fossile. E nonostante la presidente Ue parli di accelerare il processo di transizione per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero, al momento a gas e petrolio non c’è alternativa.
Dunque? Un’idea ci sarebbe, ma richiede di dover ammettere di aver sbagliato tutto e, in particolare, di darla vinta all’odiato Putin. La soluzione, infatti, è raggiungere una tregua in Ucraina (senza i droni di Teheran potrebbe convenire anche a Mosca) e poi riaprire i gasdotti che Kiev ha sabotato. Vi pare una bestemmia? Forse lo è, se si considera che in quattro anni sono morti centinaia di migliaia di soldati, ma se il gas e il petrolio non possono arrivare dal Medioriente, è difficile immaginare che possano giungere da altre sponde. Del resto, come ha rivelato il Financial Times, già oggi l’Europa si prepara a una marcia indietro, riaprendo l’oleodotto russo che serve all’Ungheria. Fatta un’eccezione (per Orbán, il quale altrimenti avrebbe minacciato di bloccare le decisioni Ue), se ne può fare un’altra. La sola cosa certa è che l’Europa non può restare né al buio né al freddo. E dunque sono necessarie un po’ di fantasia e diplomazia per trovare la soluzione. A dire il vero serve anche un’altra cosa, ovvero che a guidare la Ue ci sia una statista, figura di cui al momento, a Bruxelles, non disponiamo. Purtroppo, ci è toccata una Von der Leyen e siccome siamo al secondo mandato della baronessa significa che l’Europa ama l’azzardo. Oppure è pronta al suicidio.
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Nel nuovo libro di Mario Giordano, le trame di finanza e banchieri. Nello stralcio, la storia di «Babbo Monte», l’istituto più antico del mondo divorato dai compagni e da un’operazione spericolata. Prima del salvataggio.
La più antica banca italiana è a Siena e si chiama Monte dei Paschi. Fino a qualche tempo fa tutti la conoscevano come Monte dei Fiaschi. Era praticamente fallita. Poi è intervenuto lo Stato, cioè noi contribuenti. Prima un paio di miliardi. Poi altri. Poi altri ancora. Gli italiani hanno sborsato di tasca loro, per salvarla, almeno 7 miliardi di euro (vogliamo essere prudenti).
Ma come si è finiti nell’abisso? Com’è stato possibile quel disastro? Il manager che incontro in un caldo pomeriggio di luglio conosce dal di dentro la storia della banca di Siena. Una banca nata nel 1472, vent’anni prima della scoperta dell’America. [...] Quando chiedo al manager come sia stato possibile distruggere questo patrimonio in pochi anni, lui sorride. Poi, dopo un attimo di silenzio, mi mostra la cattedrale della città. «La vedi quella?». La vedo. Ma che c’entra? «C’entra». Perché? «Guarda bene: vedi che è incompiuta?». Certo. «E sai perché?». No. «Perché nel Medioevo i senesi volevano costruire la chiesa più grande della cristianità». E non ci sono riusciti. «Cominciarono i lavori, ma poi arrivarono i guai. La peste, la guerra...». Così l’opera è rimasta a metà. «In realtà oggi è un quarto di quello che doveva essere. I senesi sono stati traditi dalla loro ambizione». L’ambizione, sempre quella. «La stessa che li ha traditi con la banca».
[...] Tutto comincia il 3 novembre 2007, in una riunione riservata a Siena, Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Mps. L’allora presidente del Monte dei Paschi, Giuseppe Mussari, annuncia a tre stretti collaboratori un’operazione colossale: «Prendiamo Antonveneta». Ma Antonveneta è un gigante, si stupiscono loro. «Se la prendiamo diventiamo la terza banca italiana». Ma quanto ci costa? «Il prezzo è a Nord di 6 miliardi», risponde testualmente Mussari. A Nord di 6 miliardi che vuol dire? «Più di 6 miliardi». Più di 6 miliardi? «Sì». E dove li troviamo tutti quei soldi?
In effetti: dove si trovano tutti quei soldi? La domanda rimane senza risposta. Non solo. Il prezzo «a Nord di sei miliardi», in realtà, si rivela molto più a Nord. Troppo a Nord. Arriva infatti a 10 miliardi (9 miliardi più il successivo acquisto di Interbanca da parte di Mps). Che sono tanti. Anzi, un’esagerazione. Soprattutto sono un’esagerazione per comprare una banca che solo poche settimane prima, il 30 luglio 2007, era stata valutata 6,64 miliardi. A rilevarla allora gli spagnoli del Santander che dopo due mesi l’hanno rivenduta al Monte dei Paschi per 10 miliardi. Buon affare per loro, un po’ meno per il Monte: com’è possibile pagare 10 miliardi a novembre ciò che a luglio ne valeva meno di 7? E com’è possibile che nessuno dica nulla? Che nessuno si opponga? Che nessuno protesti? Eppure è quello che succede. Effetto grandeur. L’operazione viene accolta da rulli di tamburo e grida di giubilo. Tutta la città è travolta da un’ondata di euforia. [...]
La notizia del colpo grosso senese trapela la sera del 7 novembre 2007 al Palasport, dove la squadra di pallacanestro sta giocando una partita di Eurolega, appuntamento immancabile per la città. [...] Il giorno dopo, 8 novembre, il Consiglio di amministrazione vara formalmente l’operazione e la notizia diventa ufficiale. È l’inizio del disastro. Eppure sembra l’inizio di una marcia trionfale: le autorità locali festeggiano, le assemblee approvano con votazioni bulgare. E il Capodanno 2008 viene celebrato in piazza del Campo con un superconcerto di cantanti famosi come l’ex Pfm Mauro Pagani, idolo del sindaco di Siena. Concerto gratis, ovviamente, grazie al contributo della Fondazione Monte dei Paschi.
applausi convinti
A discolpa dei senesi, però, va detto che ad applaudire, in quei giorni sciagurati, non ci sono soltanto loro con la loro vanità. Tutt’altro. L’operazione Mps-Antonveneta viene sottoscritta dalle meglio società di consulenza presenti sul mercato: ci mettono lo zampino Merrill Lynch, J.P. Morgan, Credit Suisse, Banca Leonardo e Mediobanca. Per Merrill Lynch c’è Andrea Orcel, ora a Unicredit. Per Mediobanca c’è Alberto Nagel. Sono, questi ultimi, due dei protagonisti del risiko bancario di oggi. Due dei manager supervalutati e superpagati, re di denari e del mercato. Ebbene: anche loro danno il via libera. Così come dà il via libera la Banca d’Italia, alla cui guida c’è niente meno che Mario Draghi. E così come dà il via libera il ministero del Tesoro, nonostante il parere contrario dei tecnici: lo fa con un «atto politico» da parte dell’allora direttore generale Vittorio Grilli (personaggio interessante, che poi ritroveremo in questa storia). Possibile che fra tutti questi fenomeni, più o meno draghi dell’economia, nessuno si accorga che in quell’operazione c’è qualcosa che non va? Che comprare per 10 miliardi ciò che è appena stato valutato 6 miliardi (e che probabilmente ne vale poco più di 2) non è una buona idea?
Invece nulla. Solo applausi ed euforia. E ovviamente pure i giornali, sempre pronti a cantare nel coro dei potenti, danno fiato alle trombe. Festeggiano l’operazione senza se e senza ma. Anche se qualche dubbio dovrebbe emergere. Anche se il giorno dell’annuncio il titolo di Mps perde il 10 per cento in Borsa. Niente da fare: nessuno coglie i segnali negativi. I titoli grondano solo entusiasmo. Monte Paschi si fa colosso e non cede poteri (La Repubblica, 9 novembre 2007). Mps blitz su Antonveneta. Via alla terza banca italiana (Corriere della Sera, 9 novembre 2007). Il capolavoro del Monte Paschi (Giuseppe Turani, La Repubblica, 11 novembre 2007). Il miracolo Monte Paschi: «Una piccola città regina d’Europa» (La Repubblica, 17 novembre 2007). Nel marzo 2008 il presidente della banca, Giuseppe Mussari, viene addirittura nominato banchiere dell’anno: il premio gli viene conferito proprio per quell’operazione che nel giro di pochi mesi porterà la banca al disastro.
Catanzarese trapiantato a Siena, ex Fgci diventato notabile, matrimonio altolocato e villa chic, più elegante che competente, impeccabile nei suoi abiti tasmania ma non sempre a proprio agio fra i numeri, proprietario di un cavallo (Già del Menhir) capace di vincere il Palio, Mussari si andrà così a schiantare circondato da yes-men e avvolto da una nuvola di tracotanza. Racconta Marco Parlangeli nel suo libro che tempo dopo, incontrandolo in un tribunale, gli chiese perché si era buttato in quella folle avventura. E lui rispose: «Perché così almeno abbiamo una storia da raccontare». Peccato solo che sia la storia di una catastrofe. E peccato soprattutto che quella catastrofe, poi, l’abbiamo pagata noi italiani.
Non si capisce nulla di questa storia, però, se non si racconta che cos’era il Babbo Monte, o se preferite: mucchina, prima del patatrac. Che cosa significava per Siena. In effetti: Babbo Monte era il bancomat della città. Un distributore di soldi e di benessere. Uno sportello automatico sempre aperto. Ovviamente a disposizione della politica. La banca, infatti, dipendeva dalla Fondazione e la Fondazione dipendeva dagli enti locali, che ne nominavano i vertici (dei 16 amministratori otto erano scelti dal Comune, cinque dalla Provincia, uno a testa da Regione, università e diocesi). E gli enti locali a loro volta dipendevano dalla politica, che a Siena nel dopoguerra ha avuto un solo colore, quello rosso del Partito comunista, poi Pds, Ds e Pd. Per questo si è sempre parlato di «banca della sinistra».
il legami con il pd
Ai tempi dell’operazione Antonveneta, per dire, l’eminenza grigia, l’uomo forte, il gran burattinaio delle vicende bancarie era tal Franco Ceccuzzi, professione dirigente di partito, parlamentare Pd dal 2006 al 2011, primo firmatario di 20 proposte di legge (nessuna diventata legge) fra le quali «tutela del Palio di Siena», «salvaguardia di Siena», «concessione contributi all’Università di Siena» ed «esenzione di Siena dalle imposte». Diventato sindaco nel 2011, stava per ricandidarsi nel 2013 quando ha ricevuto un avviso di garanzia ed è stato costretto a ritirarsi. Verrà assolto dopo 12 anni e dirà: «Il Pd mi ha fatto sparire». Strano, no? L’hanno fatto sparire mentre veniva giù tutto il castello rosso della banca. Chissà perché.
Comunque il castello rosso, bisogna dirlo, per anni è stato un meccanismo a suo modo perfetto. Un motore a quattro tempi che funzionava così: 1) la politica al comando (cioè la sinistra) sceglieva chi comandava in Fondazione; 2) chi comandava in Fondazione sceglieva chi comandava in banca; 3) chi comandava in banca girava i soldi guadagnati a chi comandava in Fondazione; 4) chi comandava in Fondazione distribuiva i soldi sul territorio, consentendo così alla politica (di sinistra) di restare al comando. Un circolo vizioso, insomma. Oppure virtuoso, dipende dai punti di vista.
la legge della gallina
In quel periodo, in effetti, Siena brillava di luce sfolgorante, mietendo successi in ogni campo: la squadra di basket vinceva scudetti su scudetti, la squadra di calcio era in Serie A, c’era un aeroporto funzionante, mostre, teatri, concerti, attività culturali a non finire. E dietro tutto, ovviamente, i soldi di Babbo Monte. Non c’era iniziativa che non fosse finanziata dalla banca. Nel 2007 la Fondazione era arrivata a distribuire 239 milioni di euro, in pratica più di mille euro per ogni abitante della provincia, neonati compresi. Oltre 3.000 euro a famiglia. È stato calcolato che con i suoi soldi la banca influenzava il 34 per cento del reddito della provincia e il 50 per cento del reddito del comune. Senza contare i 30.000 dipendenti dietro lo sportello. A Siena si diceva: «Qui ogni famiglia ha almeno una persona che lavora, ha lavorato o lavorerà per la banca».
Ma per tenere in piedi quel castello rosso, per tenere oliato quel motore perfetto, c’era una condizione da rispettare. Un elemento fondamentale. Quello che a Siena chiamavano «il tabù del 51 per cento». Cioè: per comandare la banca, e dunque la distribuzione dei soldi sul territorio, la Fondazione doveva continuare a possedere il 51 per cento delle azioni. E per questo anche quando la legge Ciampi (1998) impose alle fondazioni di scendere al di sotto del 51 per cento, a Siena lo fecero solo formalmente, sulla carta. Ed è per questo che, mentre le altre banche si fondevano, il Monte dei Paschi rimase lì, nella sua splendida solitudine senese, evitando ogni proposta di matrimonio che arrivava da fuori. La Fondazione doveva mantenere il 51 per cento delle azioni. Doveva comandare. Perché la politica non poteva fare a meno della sua gallina dalle uova d’oro.
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