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La banda degli incapaci

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Staffan De Mistura, l’ispettore Clouseau va alla guerra

Il compito di riportare la pace in Siria che l'Onu ha affidato a Staffan De Mistura è considerata una "missione impossibile". In effetti, nonostante Staffan si affanni da oltre un biennio, il Paese è sempre più nel marasma.

Io però mi chiedo: perché si deve mettere un pover'uomo, alle soglie dei 70, nelle condizioni di fare un'altra figuraccia delle molte già collezionate? Dicono che, nell'ambito Onu, di cui è altissimo funzionario, De Mistura sia il non plus ultra. Certo, rispetto ai rozzoni yankee o del terzo mondo che bazzicano le Nazioni unite, lui è di un'altra pasta. A parte che è un marchese dalmata con sangue svedese - e già con questo dà la polvere ai più - ma è la grazia da boudoir settecentesco che lo rende inarrivabile. Ha un birignao da giocatore di canasta che esce come una melodia da una bocca disposta su misura per cocktail e olivette. Ma qui si annida l'equivoco. Che c'entra un gentiluomo in frac e papillon con la polvere e gli spari di Aleppo? Niente. È un cavolo a merenda, destinato al fallimento. Ban Ki-moon, il segretario Onu, che ha voluto Staffan in Siria, ha preso lo stesso granchio di Mario Monti che gli affibbiò la patata dei marò.

De Mistura finì per caso nell'infelice faccenda dei due fucilieri italiani. Era sottosegretario agli Esteri, nominato da Monti, nel novembre 2011, perché apparteneva alla cerchia in loden del suo governo: estraneo alla politica, formazione internazionale, soavità di modi. Nella divisione dei compiti alla Farnesina - ministro il marchese Giulio Terzi di Sant'Agata, sottosegretario geopolitico Marta Dassù - fu deciso di affidargli la diplomazia parallela dei rinfreschi internazionali e delle ciacole di salotto, disponendo il De Mistura di ben sette idiomi per intortare gli interlocutori: italiano, svedese, francese, tedesco, inglese, spagnolo, arabo.

Aveva appena cominciato a fare baciamani, inforcando i suoi inseparabili occhiali pince-nez, quando gli Indù ci confiscarono i marò. Monti, preso alla sprovvista da una brutalità che in Bocconi neanche immaginava, si dette subito la zappa sui piedi accettando la giurisdizione indiana anziché internazionalizzare la vertenza. E poiché gli errori sono come le ciliegie, si ridette una zappata incaricando Staffan di risolvere il pasticcio. Il marchese dalmata gli parve l'uomo giusto per i 40 anni trascorsi all'Onu, l'esperienza nei Paesi difficili - Somalia, Sudan, Afghanistan, Pakistan, ecc. - la nota passione per i viaggi aerei in cui ammazzava il tempo tra adorabili spuntini. La scelta di De Mistura non piacque però al ministro degli Esteri - il Terzi di Sant'Agata - che fece subito sapere di non averne saputo nulla. Una partenza col piede sbagliato che preannunciava lo sfascio che verrà. Giunto a Delhi col sorriso, il nostro Staffan fu accolto con ostilità. Gli indiani infatti si chiedevano perché mai l'Italia gli avesse spedito un tizio che all'Onu era considerato vicino al Pakistan, ossia al loro nemico storico. Lo scrutarono in cagnesco mettendolo in imbarazzo. Staffan divenne untuoso. Giorni prima c'era stata a Roma una marcia di solidarietà per i due marò in cui sfilarono cinquemila persone. «Gli italiani sono forse arrabbiati con noi?», gli chiesero i turbanti che lo attorniavano. Chiunque al suo posto avrebbe risposto: «Certo. Sono incavolati neri!». Almeno per mostrare i muscoli.

Lui, invece, pensando di farsi perdonare il Pakistan, rispose amabilmente: «Ma quando mai? Cosa sono cinquemila persone su una popolazione di 60 milioni?» I Sikh capirono che era un calabrache e pensarono che se gli italiani se ne infischiavano dei marò, erano liberi di infilzarli all'uso bengalese.

Così, la partita fu persa dall'inizio. Steffan passò inutilmente due anni a fare la navetta con l'India lasciandosi menare per il naso da presunti principi del foro, profumatamente pagati per nulla, tribunali vari che si rimpallavano le competenze, politici biforcuti. Alla fine aveva perduto ogni credibilità ma, vista la pena che si era dato, nessuno osava mandarlo a quel paese. Ci volle uno straniero, anche se molto addentro nelle nostre cose, per dire pane al pane. Toccò infatti a Edward Luttwak, il politologo Usa, prorompere in ciò che pensavano tutti: «De Mistura è un bellimbusto e in India è considerato un cretino. Ha fatto carriera all'Onu, dove essere totalmente incapaci non è un ostacolo». Così, appena insediato, il governo Renzi mise Steffan alla porta, rimettendo la faccenda al Tribunale internazionale dell'Aja. Con l'uscita di scena del Nostro e finiti i minuetti, i marò prigionieri poterono entrambi tornare in Italia.

Ora però mi manca il cuore di mollare De Mistura in balia dei suoi fallimenti - compreso quello che si profila in Siria - senza accennare alla sua leggenda. Gli si attribuiscono infatti gesta alla Lawrence d'Arabia. Innanzitutto, ha all'attivo la bellezza di 19 missioni all'estero in alcune delle quali ha rischiato la pelle. E poi sentite questa. Trent'anni fa, fu incaricato dall'Onu di distribuire vaccini in Sudan dove le auto erano inutilizzabili per difficoltà nei rifornimenti e bisognava attraversare il deserto coi cammelli che sono dieci volte più lenti. I vaccini però, se non ben conservati, sono deperibili. E che ti studia, l'astuto Staffan per proteggerli? L'installazione sulla gobba dei quadrupedi di pannelli solari per tenere i vaccini alle basse temperature necessarie a conservarli. Inoltre, per timore che i predoni del Sahara rubassero i camelidi, ne dipinse di blu le gobbe per facilitarne l'individuazione all'elicottero dell'Onu che li scortava. Sembra la storia di un eroe salgariano ma è il nostro Staffan.

Classe 1947, De Mistura è un perfetto sangue misto che traspira cosmopolitismo da ogni poro. Di famiglia marchionale italiana di Sebenico, il padre, alla fine della guerra, dopo l'infoibazione di un fratello da parte dei titini, fuggì a Roma dalla Dalmazia. Traslocò poi a Stoccolma dove sposò una nobile svedese e ne ebbe Staffan. Preso però da nostalgia, quattro anni dopo tornò in Italia con la famiglia.

Il bimbo passò l'infanzia a Capri, per ragioni che ignoro ma certo legate all'eleganza dei luoghi, e l'adolescenza a Roma. Questa è poi rimasta, pur tra i mille andirivieni, la sua città di riferimento. Qui, ha fatto il Classico dai Gesuiti dell'Istituto Massimo e ha preso la laurea con lode in Scienze Politiche alla Sapienza, arricchita da una specializzazione in “Negoziati complessi", mai però servita a concluderne uno con successo.

Nella Roma degli anni '60, De Mistura ha condotto la vita del pariolino facendosi notare per alcune anticipazioni. In particolare, le toppe di cuoio sui gomiti delle giacche, un unicum all'epoca, e la frequentazione, anch'essa elitaria, del Gruppo Studentesco Europeo di Via della Ferratella dove, sotto la guida di Altiero Spinelli, si fantasticava della futura Europa unita.

Oggi, vive dietro l'angolo di Piazza di Spagna e circola - che più chic non si può - con una 500 Giardinetta di mezzo secolo fa. È sposato a Genevienne, una signora francese, e ha due figlie.

Sulle sue nazionalità, il discorso è complesso. Quando nacque in Svezia, fu iscritto all'anagrafe come apolide. Poi, per via di mamma, divenne svedese. Italiano fu solo dal 1999, per un impulso del Presidente, Carlo Azeglio Ciampi, che si era commosso a vederlo sbattersi da un fronte di guerra all'altro. Così, con motu proprio gli conferì la cittadinanza. Da allora, è un fiore all'occhiello nazionale che - col suo accento esotico, il mondialismo, la mobilità ubiqua - ci riscatta un po' tutti dal provincialismo italico. Negli ultimi anni è stato sommerso di riconoscimenti. Napolitano lo ha nominato Grande Ufficiale. Mattarella, Cavaliere di Gran Croce. L'Università di Genova lo ha laureato honoris causa in Scienze strategiche. Trieste lo ha proclamato «Dalmata dell'anno». Ha ricevuto il Premio Fiuggi di Cultura. Poiché ha moltiplicato le onorificenze mentre le sbagliava tutte, si aspetta ora il tracollo della Siria per arricchirgli il medagliere.