- Il «Guardian» elenca le intimidazioni fatte dal magnate ai giornalisti che seguivano il suo caso. E restano dubbi sul ruolo del marito di Hillary (che però non è indagato).
- Joe Biden è in crisi nera di popolarità e i fogli progressisti, incluso l’«Economist», temono un trionfo di Donald Trump. Ma il tempo stringe e i liberal non hanno un vero piano B.
Lo speciale contiene due articoli.
Il nome di Bill Clinton continua a spuntare dai documenti giudiziari che, desegretati su ordine del giudice Loretta Preska, sono relativi a una causa civile per diffamazione, intentata nel 2015 da una delle vittime di Jeffrey Epstein, Virginia Giuffre, contro Ghislaine Maxwell: la socia del finanziere, morto suicida in carcere nell’agosto 2019. Ebbene, tra i nuovi incartamenti è emerso uno scambio di email, avvenuto nel 2011, tra la giornalista Sharon Churcher e la stessa Giuffre. In particolare, quest’ultima espresse preoccupazione sulla copertura giornalistica del caso Epstein da parte del magazine Vanity Fair, scrivendo: «Ieri, mentre stavo facendo delle ricerche su Vf, mi sono preoccupata di cosa potrebbero voler scrivere su di me considerando che B. Clinton è entrato in Vf e li ha minacciati di non scrivere articoli sul traffico sessuale relativo al suo buon amico JE (Jeffrey Epstein, ndr)». Non è chiaro se l’affermazione della Giuffre si basasse su conoscenze di prima mano o su fonti di stampa. Tale episodio era stato riportato nel 2007 dal sito Gawker. Come che sia, le presunte minacce di Clinton ai vertici della redazione di Vanity Fair sono state smentite sia all’epoca sia l’altro ieri, quando l’allora direttore della rivista, Graydon Carter, ha dichiarato al Telegraph: «Questo non è categoricamente accaduto». Un’affermazione, la sua, che è stata rilanciata dallo staff dello stesso Clinton.
Ora, pur prendendo atto di queste smentite, bisogna rammentare ulteriori elementi, resi noti da John Connolly: un giornalista di Vanity Fair che si occupò all’epoca del caso Epstein. A ricordarli è stato ieri il Guardian. «Nel 2019, Connolly ha detto a Npr che Epstein aveva minacciato Carter anni prima quando Vanity Fair aveva preso in considerazione la possibilità di seguire le accuse di cattiva condotta sessuale contro il finanziere», ha scritto la testata britannica. «Connolly affermò che nel 2006, quando stava indagando su Epstein, un gatto morto era stato messo fuori dalla casa di Carter. Secondo Npr, Connolly ha detto che Carter gli aveva riferito che era preoccupato per la sicurezza dei suoi figli e il giornalista ha detto che aveva deciso di interrompere le sue inchieste», ha proseguito il Guardian. Nell’agosto 2019, il New York Magazine riportò inoltre che «secondo un rapporto di All Things Considered della Npr, Epstein ha minacciato orribilmente il direttore di Vanity Fair, Graydon Carter, per allontanare la giornalista Vicky Ward dalla pista degli abusi sessuali di Epstein su minori, dopo che lei aveva scritto un articolo su di lui nel 2003». «Il mese scorso», continuò la testata, «la Ward ha accusato Carter di aver rimosso le accuse di abusi delle sorelle Maria e Annie Farmer – che sostengono che Epstein le abbia aggredite sessualmente quando Annie aveva 15 anni – dopo che il finanziere aveva fatto pressioni sul direttore». Stando alla stessa testata, Carter avrebbe inoltre raccontato a Connolly di aver trovato un proiettile fuori dalla propria porta.
Ma non è tutto. Tra i nuovi documenti desegretati, spunta anche una richiesta, avanzata dai legali della Giuffre, per chiamare a testimoniare Clinton. «Ha viaggiato con Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell e potrebbe avere informazioni sulla condotta di traffico sessuale di Ghislaine Maxwell e Jeffrey Epstein», sostennero. Ricordiamo che, nella prima tranche di documenti, un’altra vittima del finanziere, Johanna Sjoberg, aveva raccontato di aver saputo proprio da Epstein che a Clinton piacevano le ragazze giovani. Va detto che dai vari incartamenti in via di pubblicazione non emergono elementi penalmente rivelanti sull’ex presidente dem. Tuttavia questi dettagli certo non fanno bene alla sua reputazione, che già da qualche anno si è appannata. D’altronde, nel 2021 il New York Post rivelò che Epstein aveva visitato la Casa Bianca ai tempi dell’amministrazione Clinton per almeno 17 volte. Tutto questo può tradursi in un problema per l’immagine pubblica della Clinton Foundation e del suo network. Senza trascurare che alcuni fedelissimi dei Clinton ricoprono oggi posizioni apicali nell’amministrazione Biden. Finora, l’ex presidente si è limitato a riproporre un vecchio comunicato del 2019, in cui sosteneva di non essere coinvolto nelle attività illegali di Epstein e di aver effettuato quattro viaggi sul suo jet: «Uno in Europa, uno in Asia e due in Africa, comprese tappe legate al lavoro della Clinton Foundation».
Dai documenti, pubblicati fino a questo momento, Donald Trump è uscito invece fondamentalmente indenne. Viene citato due volte dalla Sjoberg. Nella prima occasione, racconta che Epstein lo avrebbe chiamato per andare al suo casinò di Atlantic City, dopo che i piloti del jet gli avevano detto che avrebbero effettuato un atterraggio in quella città. Nella seconda, la Sjoberg ha negato di aver avuto rapporti sessuali con il futuro presidente repubblicano. Oltre ad Andrea di York, a uscirne peggio sono invece vari esponenti del Partito democratico. Dagli incartamenti emerge infatti che la Giuffre ha raccontato di aver avuto rapporti sessuali con l’ex governatore dem del New Mexico, Bill Richardson, e con i miliardari Glenn Dubin e Thomas Pritzker: il primo è un finanziatore dell’Asinello, mentre il secondo è il cugino dell’attuale governatore dem dell’Illinois, J. B. Pritzker. Richardson fu anche segretario all’Energia nell’amministrazione Clinton dal 1998 al 2001.
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