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2020-07-09
Speranza chiude, i malati arrivano lo stesso
Ansa
- Sospesi tutti i voli dal Bangladesh dopo lo sbarco a Fiumicino di 36 infetti. Ma molti contagiati riescono a raggiungere comunque l'Italia con certificati medici falsi. I positivi giunti nella Capitale le scorse settimane potrebbero essere circa 600.
- Mentre in Libia aumentano i focolai, «Die Welt» pubblica un rapporto sull'immigrazione clandestina realizzato dagli analisti del ministero dell'Interno germanico: «Partenze concordate con gli scafisti».
Lo speciale contiene due articoli
Possono essere centinaia i positivi al coronavirus non tracciati, provenienti dal Bangladesh e ormai sparpagliati per tutte le nostre città. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ordinato la sospensione dei voli dalla capitale Dacca dopo che 36 passeggeri, su 225 sbarcati a Fiumicino, erano risultati infetti, ma quello di lunedì era solo l'ultimo degli otto voli arrivati negli ultimi giorni dalla capitale asiatica. «La cifra dei possibili positivi è di circa 600», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio 24, aggiungendo che si cerca di «rintracciare queste persone per poter fare il link epidemiologico e tamponi per tutti». La bomba contagi dall'estero è dunque già esplosa. Il blocco dei voli diretti, da ieri anche di quelli con scalo, non impedisce a centinaia di bengalesi di raggiungere in qualunque modo l'Italia perché «nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo», ha dichiarato Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla. Una prospettiva spaventosa, per la nostra sicurezza sanitaria, ma c'è di peggio. Sempre Rahman Shah, al quotidiano Il Messaggero ha rivelato che molti acquistano documenti falsi per entrare e uscire dal Bangladesh con un certificato medico, che attesti di non essere contagiati. Basterebbero tra 3.500 e 5.000 taka (ovvero 36-52 euro) per ottenere un pezzo di carta falso e in questo modo «ci si compra il diritto a volare verso l'Italia e verso l'Europa». Il diritto di poter viaggiare anche se si è ammalati, un'autentica follia che rischia di moltiplicare in tutta Italia nuovi focolai di Covid-19. In Bangladesh il numero dei positivi accertati è 172.134, ma sui dati c'è poco da stare tranquilli perché il Paese non è certo tenero nei confronti di chi parla dell'epidemia, perciò è possibile che i contagiati siano molti di più e che tanti di loro siano davvero in fuga, pur presentando i sintomi del coronavirus. Non solo, nei giorni scorsi le autorità bengalesi avrebbero scoperto che l'Istituto sanitario Regent, con filiali nei sobborghi di Dacca, malgrado avesse analizzato solo 4.200 campioni su oltre 10.000 test a pagamento raccolti, non si era fatto scrupolo di consegnare a tutti il certificato di negatività necessario per uscire dal Paese. Saranno già ovunque, i bangladesi infetti. La comunità, 175.000 persone in tutta Italia, la settima per numero di stranieri residenti, è presente soprattutto in Lazio (37.000), Lombardia (22.000), Veneto (17.000), Campania (11.000), Emilia Romagna (10.000) e Sicilia (10.000). Prima che scoppiasse l'emergenza Covid-19, molti bengalesi erano tornati a casa, ma ora cercano di rientrare in Italia anche perché sta per scadere il loro permesso di soggiorno e «l'ambasciata italiana a Dacca ha spiegato che dopo non concederà più visti d'ingresso», ha raccontato Batchu, sindacalista dei bangladesi, al Foglio. Secondo il referente della comunità bengalese di Roma «sono arrivati 9 voli per 1.500 passeggeri, stimiamo che ci siano altre 4.000 persone a cui scade a breve il permesso di soggiorno». Batchu assicura che molti stanno facendo i tamponi, che «questa cosa del coronavirus è vissuta come uno stigma sociale», tanti condividono lo stesso appartamento e lavorano in settori quali la ristorazione e il commercio, dove il rischio di contagio è particolarmente elevato. Solo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe risolvere la situazione a detta del sindacalista, spiegando ai bangladesi che «potranno comunque rientrare anche dopo con la procedura ordinaria, in questo modo si fermerebbero le partenze, purtroppo l'ambasciatore italiano a Dacca continua a dire il contrario». Ieri, un totale di 152 passeggeri del Bangladesh sbarcati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino con voli di scalo, sono stati respinti. Il primo aereo da Doha, in Qatar, aveva a bordo 40 bengalesi provenienti da Dacca, quello atterrato nella capitale ne aveva 112. Una donna del Bangladesh, incinta, è stata trasferita al Policlinico Gemelli. Agli altri viaggiatori di Qatar Airways è stato fatto il tampone «in quanto potenziali casi di contatto», ha spiegato il responsabile dell'Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Oggi sono previsti altri due voli dal Qatar e uno speciale dall'India, perfino il sindaco dem di Fiumicino, Esterino Montino, chiede al governo fermezza perché «solo impedendo lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo si può ottenere dalle compagnie aeree straniere che evitino di trasportare persone che vivono in Paesi in cui il virus non è sotto controllo». Il consorte della senatrice Monica Cirinnà ha poi aggiunto: «Mi auguro che i ministeri competenti affrontino con maggiore profondità il problema che non riguarda solo il Bangladesh, ricordo, ma diversi altri Paesi in cui in questo momento la pandemia è al massimo della sua potenza. Certo, serve del coraggio per fare questo».
Intanto, fortunatamente, i primi 270 tamponi effettuati al drive-in della Asl Roma 2 ai componenti della comunità del Bangladesh sono risultati tutti negativi.
Gli esperti del governo tedesco: «Accordi tra Ong e trafficanti»
La situazione è «catastrofica». Così dice all'Agenzia Nova il direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie, Badr al Din al Najjar. In particolare si registrano difficoltà nella città di Sebha, dove il numero di infetti aumenta rapidamente. Solo ieri si sono registrati 65 nuovi casi, e il totale dei contagiati sarebbe intorno alle 1200 unità. Il punto, come ha fatto notare al Giornale.it il giornalista Faraj Aljarih, è che in Libia «non ci sono abbastanza test per misurare l'estensione del Coronavirus e il paese soffre di un sistema sanitario che non è in grado di far fronte alla pandemia in alcun modo». Secondo Aljarih, «la Libia non ha ancora raggiunto l'apice della diffusione del virus e siamo solo all'inizio. Data la situazione epidemiologica nel Paese, si può affermare che il peggio deve inevitabilmente ancora arrivare, soprattutto se le autorità continuano a non prendere provvedimenti concreti sul terreno per contrastare la diffusione del virus».
Tutto ciò, evidentemente, avrà ripercussioni anche sull'Italia, perché gli sbarchi sulle nostre coste di stranieri provenienti dalla Libia sono in continuo aumento. Secondo i dati del Viminale, a ieri erano approdate in Italia 7.554 persone, contro le 3.073 registrato nello stesso periodo dell'anno scorso. E il flusso, considerato che ci avviamo verso il cuore dell'estate, è destinato a crescere. Non si tratta, badate bene, di una previsione apocalittica utile a spargere terrore per far guadagnare consenso ai pericolosi sovranisti. A mettere in guardia sono ricercatori piuttosto autorevoli.
Il giornale tedesco Die Welt, infatti, proprio ieri ha pubblicato un report molto interessante (e pure abbastanza inquietante) realizzato dal Gasim, che è il centro di analisi strategiche sull'immigrazione illegale del ministero dell'Interno tedesco. Stiamo parlando, dunque, di una istituzione pubblica germanica, le cui osservazioni sull'argomento sono state piuttosto puntuali già in precedenti occasioni.
Ebbene, il Gasim tocca due tasti dolenti. Il primo riguarda appunto le partenze dalla Libia, che secondo i ricercatori sono in crescita. «L'esperienza ha dimostrato», si legge in un passaggio del rapporto citato da Die Welt, «che ci sarà un aumento delle partenze nei prossimi mesi estivi, la cui entità dipenderà, tra le altre cose, dall'intensità dei combattimenti, dall'ulteriore sviluppo della pandemia di Covid e dalle capacità delle reti di contrabbando e dai soccorsi marittimi statali e privati».
Ecco, quest'ultima parte è forse la più sorprendente. Che ci fosse da attendere un'esplosione di partenze, infatti, era abbastanza chiaro. Ma che i «soccorsi marittimi statali e privati» giocassero un ruolo determinante in tutta la faccenda era decisamente meno scontato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli studi secondo la presenza delle Ong nel mar Mediterraneo non costituisce un «pull factor». Tradotto, significa che le navi umanitarie presenti nei pressi delle coste libiche non costituirebbero un «fattore di attrazione» per i migranti. Non staremo a questionare sull'attendibilità delle varie ricerche o sul loro orientamento ideologico. Ci limiteremo a riportare ciò che sostengono i ricercatori del Gasim tedesco. Costoro, infatti, sostengono - come scrive Die Welt - che «quando sono presenti navi delle Ong, ci sono partenze concordate. Secondo rifugiati e migranti, i trafficanti usano la funzione di localizzazione di vari siti Web per determinare la posizione delle navi delle Ong, e in singoli casi le hanno contattate tramite telefono satellitare». Queste affermazioni aiutano a farsi un'idea di che cosa avvenga nel Mediterraneo. È evidente che le partenze non dipendono esclusivamente dalla presenza delle imbarcazioni «umanitarie» nelle acque libiche. Anche perché, secondo gli analisti tedeschi, anche in assenza delle Ong si verificano sbarchi e ci sono traversate autonome compiute da stranieri che poi vengono recuperati nella zona Sar maltese da navi commerciali oppure riescono a giungere sulle rive italiane.
Tuttavia, quando ci sono navi Ong nei paraggi il procedimento diventa più facile. L'accusa che gli esperti del Gasim mettono per iscritto è parecchio pesante: secondo loro i trafficanti verificano la posizione delle imbarcazioni degli attivisti, poi le contattano e fanno in modo che il loro carico umano venga recuperato. Il che, si ci pensate, è abbastanza sensato. Se esistono navi che pattugliano il Mediterraneo per fare «ricerca e soccorso», è evidente che per i trafficanti di uomini ciò si riveli un vantaggio. Invece di trovare modovedette libiche che riportano indietro gli aspiranti profughi, gli scafisti possono contare su imbarcazioni che li fanno salire a bordo e li portano direttamente in Europa. E finché i governi continueranno a farsi ricattare dai taxisti del mare, questo meccanismo mortifero funzionerà a pieno ritmo.
Sospesi tutti i voli dal Bangladesh dopo lo sbarco a Fiumicino di 36 infetti. Ma molti contagiati riescono a raggiungere comunque l'Italia con certificati medici falsi. I positivi giunti nella Capitale le scorse settimane potrebbero essere circa 600.Mentre in Libia aumentano i focolai, «Die Welt» pubblica un rapporto sull'immigrazione clandestina realizzato dagli analisti del ministero dell'Interno germanico: «Partenze concordate con gli scafisti».Lo speciale contiene due articoliPossono essere centinaia i positivi al coronavirus non tracciati, provenienti dal Bangladesh e ormai sparpagliati per tutte le nostre città. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ordinato la sospensione dei voli dalla capitale Dacca dopo che 36 passeggeri, su 225 sbarcati a Fiumicino, erano risultati infetti, ma quello di lunedì era solo l'ultimo degli otto voli arrivati negli ultimi giorni dalla capitale asiatica. «La cifra dei possibili positivi è di circa 600», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio 24, aggiungendo che si cerca di «rintracciare queste persone per poter fare il link epidemiologico e tamponi per tutti». La bomba contagi dall'estero è dunque già esplosa. Il blocco dei voli diretti, da ieri anche di quelli con scalo, non impedisce a centinaia di bengalesi di raggiungere in qualunque modo l'Italia perché «nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo», ha dichiarato Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla. Una prospettiva spaventosa, per la nostra sicurezza sanitaria, ma c'è di peggio. Sempre Rahman Shah, al quotidiano Il Messaggero ha rivelato che molti acquistano documenti falsi per entrare e uscire dal Bangladesh con un certificato medico, che attesti di non essere contagiati. Basterebbero tra 3.500 e 5.000 taka (ovvero 36-52 euro) per ottenere un pezzo di carta falso e in questo modo «ci si compra il diritto a volare verso l'Italia e verso l'Europa». Il diritto di poter viaggiare anche se si è ammalati, un'autentica follia che rischia di moltiplicare in tutta Italia nuovi focolai di Covid-19. In Bangladesh il numero dei positivi accertati è 172.134, ma sui dati c'è poco da stare tranquilli perché il Paese non è certo tenero nei confronti di chi parla dell'epidemia, perciò è possibile che i contagiati siano molti di più e che tanti di loro siano davvero in fuga, pur presentando i sintomi del coronavirus. Non solo, nei giorni scorsi le autorità bengalesi avrebbero scoperto che l'Istituto sanitario Regent, con filiali nei sobborghi di Dacca, malgrado avesse analizzato solo 4.200 campioni su oltre 10.000 test a pagamento raccolti, non si era fatto scrupolo di consegnare a tutti il certificato di negatività necessario per uscire dal Paese. Saranno già ovunque, i bangladesi infetti. La comunità, 175.000 persone in tutta Italia, la settima per numero di stranieri residenti, è presente soprattutto in Lazio (37.000), Lombardia (22.000), Veneto (17.000), Campania (11.000), Emilia Romagna (10.000) e Sicilia (10.000). Prima che scoppiasse l'emergenza Covid-19, molti bengalesi erano tornati a casa, ma ora cercano di rientrare in Italia anche perché sta per scadere il loro permesso di soggiorno e «l'ambasciata italiana a Dacca ha spiegato che dopo non concederà più visti d'ingresso», ha raccontato Batchu, sindacalista dei bangladesi, al Foglio. Secondo il referente della comunità bengalese di Roma «sono arrivati 9 voli per 1.500 passeggeri, stimiamo che ci siano altre 4.000 persone a cui scade a breve il permesso di soggiorno». Batchu assicura che molti stanno facendo i tamponi, che «questa cosa del coronavirus è vissuta come uno stigma sociale», tanti condividono lo stesso appartamento e lavorano in settori quali la ristorazione e il commercio, dove il rischio di contagio è particolarmente elevato. Solo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe risolvere la situazione a detta del sindacalista, spiegando ai bangladesi che «potranno comunque rientrare anche dopo con la procedura ordinaria, in questo modo si fermerebbero le partenze, purtroppo l'ambasciatore italiano a Dacca continua a dire il contrario». Ieri, un totale di 152 passeggeri del Bangladesh sbarcati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino con voli di scalo, sono stati respinti. Il primo aereo da Doha, in Qatar, aveva a bordo 40 bengalesi provenienti da Dacca, quello atterrato nella capitale ne aveva 112. Una donna del Bangladesh, incinta, è stata trasferita al Policlinico Gemelli. Agli altri viaggiatori di Qatar Airways è stato fatto il tampone «in quanto potenziali casi di contatto», ha spiegato il responsabile dell'Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Oggi sono previsti altri due voli dal Qatar e uno speciale dall'India, perfino il sindaco dem di Fiumicino, Esterino Montino, chiede al governo fermezza perché «solo impedendo lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo si può ottenere dalle compagnie aeree straniere che evitino di trasportare persone che vivono in Paesi in cui il virus non è sotto controllo». Il consorte della senatrice Monica Cirinnà ha poi aggiunto: «Mi auguro che i ministeri competenti affrontino con maggiore profondità il problema che non riguarda solo il Bangladesh, ricordo, ma diversi altri Paesi in cui in questo momento la pandemia è al massimo della sua potenza. Certo, serve del coraggio per fare questo». Intanto, fortunatamente, i primi 270 tamponi effettuati al drive-in della Asl Roma 2 ai componenti della comunità del Bangladesh sono risultati tutti negativi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-chiude-i-malati-arrivano-lo-stesso-2646369411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-esperti-del-governo-tedesco-accordi-tra-ong-e-trafficanti" data-post-id="2646369411" data-published-at="1594245869" data-use-pagination="False"> Gli esperti del governo tedesco: «Accordi tra Ong e trafficanti» La situazione è «catastrofica». Così dice all'Agenzia Nova il direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie, Badr al Din al Najjar. In particolare si registrano difficoltà nella città di Sebha, dove il numero di infetti aumenta rapidamente. Solo ieri si sono registrati 65 nuovi casi, e il totale dei contagiati sarebbe intorno alle 1200 unità. Il punto, come ha fatto notare al Giornale.it il giornalista Faraj Aljarih, è che in Libia «non ci sono abbastanza test per misurare l'estensione del Coronavirus e il paese soffre di un sistema sanitario che non è in grado di far fronte alla pandemia in alcun modo». Secondo Aljarih, «la Libia non ha ancora raggiunto l'apice della diffusione del virus e siamo solo all'inizio. Data la situazione epidemiologica nel Paese, si può affermare che il peggio deve inevitabilmente ancora arrivare, soprattutto se le autorità continuano a non prendere provvedimenti concreti sul terreno per contrastare la diffusione del virus». Tutto ciò, evidentemente, avrà ripercussioni anche sull'Italia, perché gli sbarchi sulle nostre coste di stranieri provenienti dalla Libia sono in continuo aumento. Secondo i dati del Viminale, a ieri erano approdate in Italia 7.554 persone, contro le 3.073 registrato nello stesso periodo dell'anno scorso. E il flusso, considerato che ci avviamo verso il cuore dell'estate, è destinato a crescere. Non si tratta, badate bene, di una previsione apocalittica utile a spargere terrore per far guadagnare consenso ai pericolosi sovranisti. A mettere in guardia sono ricercatori piuttosto autorevoli. Il giornale tedesco Die Welt, infatti, proprio ieri ha pubblicato un report molto interessante (e pure abbastanza inquietante) realizzato dal Gasim, che è il centro di analisi strategiche sull'immigrazione illegale del ministero dell'Interno tedesco. Stiamo parlando, dunque, di una istituzione pubblica germanica, le cui osservazioni sull'argomento sono state piuttosto puntuali già in precedenti occasioni. Ebbene, il Gasim tocca due tasti dolenti. Il primo riguarda appunto le partenze dalla Libia, che secondo i ricercatori sono in crescita. «L'esperienza ha dimostrato», si legge in un passaggio del rapporto citato da Die Welt, «che ci sarà un aumento delle partenze nei prossimi mesi estivi, la cui entità dipenderà, tra le altre cose, dall'intensità dei combattimenti, dall'ulteriore sviluppo della pandemia di Covid e dalle capacità delle reti di contrabbando e dai soccorsi marittimi statali e privati». Ecco, quest'ultima parte è forse la più sorprendente. Che ci fosse da attendere un'esplosione di partenze, infatti, era abbastanza chiaro. Ma che i «soccorsi marittimi statali e privati» giocassero un ruolo determinante in tutta la faccenda era decisamente meno scontato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli studi secondo la presenza delle Ong nel mar Mediterraneo non costituisce un «pull factor». Tradotto, significa che le navi umanitarie presenti nei pressi delle coste libiche non costituirebbero un «fattore di attrazione» per i migranti. Non staremo a questionare sull'attendibilità delle varie ricerche o sul loro orientamento ideologico. Ci limiteremo a riportare ciò che sostengono i ricercatori del Gasim tedesco. Costoro, infatti, sostengono - come scrive Die Welt - che «quando sono presenti navi delle Ong, ci sono partenze concordate. Secondo rifugiati e migranti, i trafficanti usano la funzione di localizzazione di vari siti Web per determinare la posizione delle navi delle Ong, e in singoli casi le hanno contattate tramite telefono satellitare». Queste affermazioni aiutano a farsi un'idea di che cosa avvenga nel Mediterraneo. È evidente che le partenze non dipendono esclusivamente dalla presenza delle imbarcazioni «umanitarie» nelle acque libiche. Anche perché, secondo gli analisti tedeschi, anche in assenza delle Ong si verificano sbarchi e ci sono traversate autonome compiute da stranieri che poi vengono recuperati nella zona Sar maltese da navi commerciali oppure riescono a giungere sulle rive italiane. Tuttavia, quando ci sono navi Ong nei paraggi il procedimento diventa più facile. L'accusa che gli esperti del Gasim mettono per iscritto è parecchio pesante: secondo loro i trafficanti verificano la posizione delle imbarcazioni degli attivisti, poi le contattano e fanno in modo che il loro carico umano venga recuperato. Il che, si ci pensate, è abbastanza sensato. Se esistono navi che pattugliano il Mediterraneo per fare «ricerca e soccorso», è evidente che per i trafficanti di uomini ciò si riveli un vantaggio. Invece di trovare modovedette libiche che riportano indietro gli aspiranti profughi, gli scafisti possono contare su imbarcazioni che li fanno salire a bordo e li portano direttamente in Europa. E finché i governi continueranno a farsi ricattare dai taxisti del mare, questo meccanismo mortifero funzionerà a pieno ritmo.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.