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2020-07-09
Speranza chiude, i malati arrivano lo stesso
Ansa
- Sospesi tutti i voli dal Bangladesh dopo lo sbarco a Fiumicino di 36 infetti. Ma molti contagiati riescono a raggiungere comunque l'Italia con certificati medici falsi. I positivi giunti nella Capitale le scorse settimane potrebbero essere circa 600.
- Mentre in Libia aumentano i focolai, «Die Welt» pubblica un rapporto sull'immigrazione clandestina realizzato dagli analisti del ministero dell'Interno germanico: «Partenze concordate con gli scafisti».
Lo speciale contiene due articoli
Possono essere centinaia i positivi al coronavirus non tracciati, provenienti dal Bangladesh e ormai sparpagliati per tutte le nostre città. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ordinato la sospensione dei voli dalla capitale Dacca dopo che 36 passeggeri, su 225 sbarcati a Fiumicino, erano risultati infetti, ma quello di lunedì era solo l'ultimo degli otto voli arrivati negli ultimi giorni dalla capitale asiatica. «La cifra dei possibili positivi è di circa 600», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio 24, aggiungendo che si cerca di «rintracciare queste persone per poter fare il link epidemiologico e tamponi per tutti». La bomba contagi dall'estero è dunque già esplosa. Il blocco dei voli diretti, da ieri anche di quelli con scalo, non impedisce a centinaia di bengalesi di raggiungere in qualunque modo l'Italia perché «nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo», ha dichiarato Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla. Una prospettiva spaventosa, per la nostra sicurezza sanitaria, ma c'è di peggio. Sempre Rahman Shah, al quotidiano Il Messaggero ha rivelato che molti acquistano documenti falsi per entrare e uscire dal Bangladesh con un certificato medico, che attesti di non essere contagiati. Basterebbero tra 3.500 e 5.000 taka (ovvero 36-52 euro) per ottenere un pezzo di carta falso e in questo modo «ci si compra il diritto a volare verso l'Italia e verso l'Europa». Il diritto di poter viaggiare anche se si è ammalati, un'autentica follia che rischia di moltiplicare in tutta Italia nuovi focolai di Covid-19. In Bangladesh il numero dei positivi accertati è 172.134, ma sui dati c'è poco da stare tranquilli perché il Paese non è certo tenero nei confronti di chi parla dell'epidemia, perciò è possibile che i contagiati siano molti di più e che tanti di loro siano davvero in fuga, pur presentando i sintomi del coronavirus. Non solo, nei giorni scorsi le autorità bengalesi avrebbero scoperto che l'Istituto sanitario Regent, con filiali nei sobborghi di Dacca, malgrado avesse analizzato solo 4.200 campioni su oltre 10.000 test a pagamento raccolti, non si era fatto scrupolo di consegnare a tutti il certificato di negatività necessario per uscire dal Paese. Saranno già ovunque, i bangladesi infetti. La comunità, 175.000 persone in tutta Italia, la settima per numero di stranieri residenti, è presente soprattutto in Lazio (37.000), Lombardia (22.000), Veneto (17.000), Campania (11.000), Emilia Romagna (10.000) e Sicilia (10.000). Prima che scoppiasse l'emergenza Covid-19, molti bengalesi erano tornati a casa, ma ora cercano di rientrare in Italia anche perché sta per scadere il loro permesso di soggiorno e «l'ambasciata italiana a Dacca ha spiegato che dopo non concederà più visti d'ingresso», ha raccontato Batchu, sindacalista dei bangladesi, al Foglio. Secondo il referente della comunità bengalese di Roma «sono arrivati 9 voli per 1.500 passeggeri, stimiamo che ci siano altre 4.000 persone a cui scade a breve il permesso di soggiorno». Batchu assicura che molti stanno facendo i tamponi, che «questa cosa del coronavirus è vissuta come uno stigma sociale», tanti condividono lo stesso appartamento e lavorano in settori quali la ristorazione e il commercio, dove il rischio di contagio è particolarmente elevato. Solo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe risolvere la situazione a detta del sindacalista, spiegando ai bangladesi che «potranno comunque rientrare anche dopo con la procedura ordinaria, in questo modo si fermerebbero le partenze, purtroppo l'ambasciatore italiano a Dacca continua a dire il contrario». Ieri, un totale di 152 passeggeri del Bangladesh sbarcati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino con voli di scalo, sono stati respinti. Il primo aereo da Doha, in Qatar, aveva a bordo 40 bengalesi provenienti da Dacca, quello atterrato nella capitale ne aveva 112. Una donna del Bangladesh, incinta, è stata trasferita al Policlinico Gemelli. Agli altri viaggiatori di Qatar Airways è stato fatto il tampone «in quanto potenziali casi di contatto», ha spiegato il responsabile dell'Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Oggi sono previsti altri due voli dal Qatar e uno speciale dall'India, perfino il sindaco dem di Fiumicino, Esterino Montino, chiede al governo fermezza perché «solo impedendo lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo si può ottenere dalle compagnie aeree straniere che evitino di trasportare persone che vivono in Paesi in cui il virus non è sotto controllo». Il consorte della senatrice Monica Cirinnà ha poi aggiunto: «Mi auguro che i ministeri competenti affrontino con maggiore profondità il problema che non riguarda solo il Bangladesh, ricordo, ma diversi altri Paesi in cui in questo momento la pandemia è al massimo della sua potenza. Certo, serve del coraggio per fare questo».
Intanto, fortunatamente, i primi 270 tamponi effettuati al drive-in della Asl Roma 2 ai componenti della comunità del Bangladesh sono risultati tutti negativi.
Gli esperti del governo tedesco: «Accordi tra Ong e trafficanti»
La situazione è «catastrofica». Così dice all'Agenzia Nova il direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie, Badr al Din al Najjar. In particolare si registrano difficoltà nella città di Sebha, dove il numero di infetti aumenta rapidamente. Solo ieri si sono registrati 65 nuovi casi, e il totale dei contagiati sarebbe intorno alle 1200 unità. Il punto, come ha fatto notare al Giornale.it il giornalista Faraj Aljarih, è che in Libia «non ci sono abbastanza test per misurare l'estensione del Coronavirus e il paese soffre di un sistema sanitario che non è in grado di far fronte alla pandemia in alcun modo». Secondo Aljarih, «la Libia non ha ancora raggiunto l'apice della diffusione del virus e siamo solo all'inizio. Data la situazione epidemiologica nel Paese, si può affermare che il peggio deve inevitabilmente ancora arrivare, soprattutto se le autorità continuano a non prendere provvedimenti concreti sul terreno per contrastare la diffusione del virus».
Tutto ciò, evidentemente, avrà ripercussioni anche sull'Italia, perché gli sbarchi sulle nostre coste di stranieri provenienti dalla Libia sono in continuo aumento. Secondo i dati del Viminale, a ieri erano approdate in Italia 7.554 persone, contro le 3.073 registrato nello stesso periodo dell'anno scorso. E il flusso, considerato che ci avviamo verso il cuore dell'estate, è destinato a crescere. Non si tratta, badate bene, di una previsione apocalittica utile a spargere terrore per far guadagnare consenso ai pericolosi sovranisti. A mettere in guardia sono ricercatori piuttosto autorevoli.
Il giornale tedesco Die Welt, infatti, proprio ieri ha pubblicato un report molto interessante (e pure abbastanza inquietante) realizzato dal Gasim, che è il centro di analisi strategiche sull'immigrazione illegale del ministero dell'Interno tedesco. Stiamo parlando, dunque, di una istituzione pubblica germanica, le cui osservazioni sull'argomento sono state piuttosto puntuali già in precedenti occasioni.
Ebbene, il Gasim tocca due tasti dolenti. Il primo riguarda appunto le partenze dalla Libia, che secondo i ricercatori sono in crescita. «L'esperienza ha dimostrato», si legge in un passaggio del rapporto citato da Die Welt, «che ci sarà un aumento delle partenze nei prossimi mesi estivi, la cui entità dipenderà, tra le altre cose, dall'intensità dei combattimenti, dall'ulteriore sviluppo della pandemia di Covid e dalle capacità delle reti di contrabbando e dai soccorsi marittimi statali e privati».
Ecco, quest'ultima parte è forse la più sorprendente. Che ci fosse da attendere un'esplosione di partenze, infatti, era abbastanza chiaro. Ma che i «soccorsi marittimi statali e privati» giocassero un ruolo determinante in tutta la faccenda era decisamente meno scontato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli studi secondo la presenza delle Ong nel mar Mediterraneo non costituisce un «pull factor». Tradotto, significa che le navi umanitarie presenti nei pressi delle coste libiche non costituirebbero un «fattore di attrazione» per i migranti. Non staremo a questionare sull'attendibilità delle varie ricerche o sul loro orientamento ideologico. Ci limiteremo a riportare ciò che sostengono i ricercatori del Gasim tedesco. Costoro, infatti, sostengono - come scrive Die Welt - che «quando sono presenti navi delle Ong, ci sono partenze concordate. Secondo rifugiati e migranti, i trafficanti usano la funzione di localizzazione di vari siti Web per determinare la posizione delle navi delle Ong, e in singoli casi le hanno contattate tramite telefono satellitare». Queste affermazioni aiutano a farsi un'idea di che cosa avvenga nel Mediterraneo. È evidente che le partenze non dipendono esclusivamente dalla presenza delle imbarcazioni «umanitarie» nelle acque libiche. Anche perché, secondo gli analisti tedeschi, anche in assenza delle Ong si verificano sbarchi e ci sono traversate autonome compiute da stranieri che poi vengono recuperati nella zona Sar maltese da navi commerciali oppure riescono a giungere sulle rive italiane.
Tuttavia, quando ci sono navi Ong nei paraggi il procedimento diventa più facile. L'accusa che gli esperti del Gasim mettono per iscritto è parecchio pesante: secondo loro i trafficanti verificano la posizione delle imbarcazioni degli attivisti, poi le contattano e fanno in modo che il loro carico umano venga recuperato. Il che, si ci pensate, è abbastanza sensato. Se esistono navi che pattugliano il Mediterraneo per fare «ricerca e soccorso», è evidente che per i trafficanti di uomini ciò si riveli un vantaggio. Invece di trovare modovedette libiche che riportano indietro gli aspiranti profughi, gli scafisti possono contare su imbarcazioni che li fanno salire a bordo e li portano direttamente in Europa. E finché i governi continueranno a farsi ricattare dai taxisti del mare, questo meccanismo mortifero funzionerà a pieno ritmo.
Sospesi tutti i voli dal Bangladesh dopo lo sbarco a Fiumicino di 36 infetti. Ma molti contagiati riescono a raggiungere comunque l'Italia con certificati medici falsi. I positivi giunti nella Capitale le scorse settimane potrebbero essere circa 600.Mentre in Libia aumentano i focolai, «Die Welt» pubblica un rapporto sull'immigrazione clandestina realizzato dagli analisti del ministero dell'Interno germanico: «Partenze concordate con gli scafisti».Lo speciale contiene due articoliPossono essere centinaia i positivi al coronavirus non tracciati, provenienti dal Bangladesh e ormai sparpagliati per tutte le nostre città. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ordinato la sospensione dei voli dalla capitale Dacca dopo che 36 passeggeri, su 225 sbarcati a Fiumicino, erano risultati infetti, ma quello di lunedì era solo l'ultimo degli otto voli arrivati negli ultimi giorni dalla capitale asiatica. «La cifra dei possibili positivi è di circa 600», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio 24, aggiungendo che si cerca di «rintracciare queste persone per poter fare il link epidemiologico e tamponi per tutti». La bomba contagi dall'estero è dunque già esplosa. Il blocco dei voli diretti, da ieri anche di quelli con scalo, non impedisce a centinaia di bengalesi di raggiungere in qualunque modo l'Italia perché «nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo», ha dichiarato Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla. Una prospettiva spaventosa, per la nostra sicurezza sanitaria, ma c'è di peggio. Sempre Rahman Shah, al quotidiano Il Messaggero ha rivelato che molti acquistano documenti falsi per entrare e uscire dal Bangladesh con un certificato medico, che attesti di non essere contagiati. Basterebbero tra 3.500 e 5.000 taka (ovvero 36-52 euro) per ottenere un pezzo di carta falso e in questo modo «ci si compra il diritto a volare verso l'Italia e verso l'Europa». Il diritto di poter viaggiare anche se si è ammalati, un'autentica follia che rischia di moltiplicare in tutta Italia nuovi focolai di Covid-19. In Bangladesh il numero dei positivi accertati è 172.134, ma sui dati c'è poco da stare tranquilli perché il Paese non è certo tenero nei confronti di chi parla dell'epidemia, perciò è possibile che i contagiati siano molti di più e che tanti di loro siano davvero in fuga, pur presentando i sintomi del coronavirus. Non solo, nei giorni scorsi le autorità bengalesi avrebbero scoperto che l'Istituto sanitario Regent, con filiali nei sobborghi di Dacca, malgrado avesse analizzato solo 4.200 campioni su oltre 10.000 test a pagamento raccolti, non si era fatto scrupolo di consegnare a tutti il certificato di negatività necessario per uscire dal Paese. Saranno già ovunque, i bangladesi infetti. La comunità, 175.000 persone in tutta Italia, la settima per numero di stranieri residenti, è presente soprattutto in Lazio (37.000), Lombardia (22.000), Veneto (17.000), Campania (11.000), Emilia Romagna (10.000) e Sicilia (10.000). Prima che scoppiasse l'emergenza Covid-19, molti bengalesi erano tornati a casa, ma ora cercano di rientrare in Italia anche perché sta per scadere il loro permesso di soggiorno e «l'ambasciata italiana a Dacca ha spiegato che dopo non concederà più visti d'ingresso», ha raccontato Batchu, sindacalista dei bangladesi, al Foglio. Secondo il referente della comunità bengalese di Roma «sono arrivati 9 voli per 1.500 passeggeri, stimiamo che ci siano altre 4.000 persone a cui scade a breve il permesso di soggiorno». Batchu assicura che molti stanno facendo i tamponi, che «questa cosa del coronavirus è vissuta come uno stigma sociale», tanti condividono lo stesso appartamento e lavorano in settori quali la ristorazione e il commercio, dove il rischio di contagio è particolarmente elevato. Solo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe risolvere la situazione a detta del sindacalista, spiegando ai bangladesi che «potranno comunque rientrare anche dopo con la procedura ordinaria, in questo modo si fermerebbero le partenze, purtroppo l'ambasciatore italiano a Dacca continua a dire il contrario». Ieri, un totale di 152 passeggeri del Bangladesh sbarcati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino con voli di scalo, sono stati respinti. Il primo aereo da Doha, in Qatar, aveva a bordo 40 bengalesi provenienti da Dacca, quello atterrato nella capitale ne aveva 112. Una donna del Bangladesh, incinta, è stata trasferita al Policlinico Gemelli. Agli altri viaggiatori di Qatar Airways è stato fatto il tampone «in quanto potenziali casi di contatto», ha spiegato il responsabile dell'Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Oggi sono previsti altri due voli dal Qatar e uno speciale dall'India, perfino il sindaco dem di Fiumicino, Esterino Montino, chiede al governo fermezza perché «solo impedendo lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo si può ottenere dalle compagnie aeree straniere che evitino di trasportare persone che vivono in Paesi in cui il virus non è sotto controllo». Il consorte della senatrice Monica Cirinnà ha poi aggiunto: «Mi auguro che i ministeri competenti affrontino con maggiore profondità il problema che non riguarda solo il Bangladesh, ricordo, ma diversi altri Paesi in cui in questo momento la pandemia è al massimo della sua potenza. Certo, serve del coraggio per fare questo». Intanto, fortunatamente, i primi 270 tamponi effettuati al drive-in della Asl Roma 2 ai componenti della comunità del Bangladesh sono risultati tutti negativi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-chiude-i-malati-arrivano-lo-stesso-2646369411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-esperti-del-governo-tedesco-accordi-tra-ong-e-trafficanti" data-post-id="2646369411" data-published-at="1594245869" data-use-pagination="False"> Gli esperti del governo tedesco: «Accordi tra Ong e trafficanti» La situazione è «catastrofica». Così dice all'Agenzia Nova il direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie, Badr al Din al Najjar. In particolare si registrano difficoltà nella città di Sebha, dove il numero di infetti aumenta rapidamente. Solo ieri si sono registrati 65 nuovi casi, e il totale dei contagiati sarebbe intorno alle 1200 unità. Il punto, come ha fatto notare al Giornale.it il giornalista Faraj Aljarih, è che in Libia «non ci sono abbastanza test per misurare l'estensione del Coronavirus e il paese soffre di un sistema sanitario che non è in grado di far fronte alla pandemia in alcun modo». Secondo Aljarih, «la Libia non ha ancora raggiunto l'apice della diffusione del virus e siamo solo all'inizio. Data la situazione epidemiologica nel Paese, si può affermare che il peggio deve inevitabilmente ancora arrivare, soprattutto se le autorità continuano a non prendere provvedimenti concreti sul terreno per contrastare la diffusione del virus». Tutto ciò, evidentemente, avrà ripercussioni anche sull'Italia, perché gli sbarchi sulle nostre coste di stranieri provenienti dalla Libia sono in continuo aumento. Secondo i dati del Viminale, a ieri erano approdate in Italia 7.554 persone, contro le 3.073 registrato nello stesso periodo dell'anno scorso. E il flusso, considerato che ci avviamo verso il cuore dell'estate, è destinato a crescere. Non si tratta, badate bene, di una previsione apocalittica utile a spargere terrore per far guadagnare consenso ai pericolosi sovranisti. A mettere in guardia sono ricercatori piuttosto autorevoli. Il giornale tedesco Die Welt, infatti, proprio ieri ha pubblicato un report molto interessante (e pure abbastanza inquietante) realizzato dal Gasim, che è il centro di analisi strategiche sull'immigrazione illegale del ministero dell'Interno tedesco. Stiamo parlando, dunque, di una istituzione pubblica germanica, le cui osservazioni sull'argomento sono state piuttosto puntuali già in precedenti occasioni. Ebbene, il Gasim tocca due tasti dolenti. Il primo riguarda appunto le partenze dalla Libia, che secondo i ricercatori sono in crescita. «L'esperienza ha dimostrato», si legge in un passaggio del rapporto citato da Die Welt, «che ci sarà un aumento delle partenze nei prossimi mesi estivi, la cui entità dipenderà, tra le altre cose, dall'intensità dei combattimenti, dall'ulteriore sviluppo della pandemia di Covid e dalle capacità delle reti di contrabbando e dai soccorsi marittimi statali e privati». Ecco, quest'ultima parte è forse la più sorprendente. Che ci fosse da attendere un'esplosione di partenze, infatti, era abbastanza chiaro. Ma che i «soccorsi marittimi statali e privati» giocassero un ruolo determinante in tutta la faccenda era decisamente meno scontato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli studi secondo la presenza delle Ong nel mar Mediterraneo non costituisce un «pull factor». Tradotto, significa che le navi umanitarie presenti nei pressi delle coste libiche non costituirebbero un «fattore di attrazione» per i migranti. Non staremo a questionare sull'attendibilità delle varie ricerche o sul loro orientamento ideologico. Ci limiteremo a riportare ciò che sostengono i ricercatori del Gasim tedesco. Costoro, infatti, sostengono - come scrive Die Welt - che «quando sono presenti navi delle Ong, ci sono partenze concordate. Secondo rifugiati e migranti, i trafficanti usano la funzione di localizzazione di vari siti Web per determinare la posizione delle navi delle Ong, e in singoli casi le hanno contattate tramite telefono satellitare». Queste affermazioni aiutano a farsi un'idea di che cosa avvenga nel Mediterraneo. È evidente che le partenze non dipendono esclusivamente dalla presenza delle imbarcazioni «umanitarie» nelle acque libiche. Anche perché, secondo gli analisti tedeschi, anche in assenza delle Ong si verificano sbarchi e ci sono traversate autonome compiute da stranieri che poi vengono recuperati nella zona Sar maltese da navi commerciali oppure riescono a giungere sulle rive italiane. Tuttavia, quando ci sono navi Ong nei paraggi il procedimento diventa più facile. L'accusa che gli esperti del Gasim mettono per iscritto è parecchio pesante: secondo loro i trafficanti verificano la posizione delle imbarcazioni degli attivisti, poi le contattano e fanno in modo che il loro carico umano venga recuperato. Il che, si ci pensate, è abbastanza sensato. Se esistono navi che pattugliano il Mediterraneo per fare «ricerca e soccorso», è evidente che per i trafficanti di uomini ciò si riveli un vantaggio. Invece di trovare modovedette libiche che riportano indietro gli aspiranti profughi, gli scafisti possono contare su imbarcazioni che li fanno salire a bordo e li portano direttamente in Europa. E finché i governi continueranno a farsi ricattare dai taxisti del mare, questo meccanismo mortifero funzionerà a pieno ritmo.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.