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2020-02-14
Ecco la cura di Antonio Spadaro per il virus: «Tutti in piazza stretti stretti come fratelli»
Antonio Spadaro/Ansa
Non resistono. È più forte di loro. Per i progressisti - laici e clericali - il panico da coronavirus è un'occasione ghiotta per avventurarsi in ardite metafore e attaccare lo spauracchio che coltivano con pertinacia: il sovranismo.
Dopo Massimo Recalcati, arriva il nuovo fascicolo de La Civiltà Cattolica, diretta da padre Antonio Spadaro. La rivista uscirà nel fine settimana, ma ieri Avvenire ha anticipato l'editoriale del gesuita. Che peraltro, sembra partire con il piede giusto, poiché riconosce che, insieme alle opportunità, la globalizzazione s'è portata dietro tante insidie: più «siamo connessi», rileva Spadaro, «più il contatto si può trasformare in contagio; la comunicazione in contaminazione; le influenze in infezioni». Sarebbe troppo semplice, però, se la soluzione fosse la profilassi. Scherziamo? Quarantene degli studenti? Stop ai voli dalla Cina? Quella è roba per sovranisti psichici (copyright sulla definizione del suddetto Recalcati).
Bisogna resistere alla «concezione angustamente securitaria», al nazionalismo, all'«ostilità verso l'integrazione», all'«uso politico del cristianesimo» (che evidentemente è strumentale solo quando Matteo Salvini tira fuori il rosario, mai quando i vescovi fanno campagna elettorale per il Pd, come in Emilia Romagna). «Viviamo in una bolla filtrata da mascherine» e non ci rendiamo conto che «il cattolicesimo» ha «gli anticorpi per debellare» il virus della paura: riconoscere «l'estraneo e il diverso come “fratello"». La Covid-19 magari la sconfiggeranno i medici e i vaccini, però al suo sintomo più preoccupante - l'odio - ci penseranno loro: i buoni. Quelli capaci di scardinare gli «algoritmi che fanno scattare una reazione di paura». Ovvero, le sardine. No, non i pesci in senso letterale: quelli fanno bene, sì. Chi ne mangia, come in Giappone, pare campi a lungo. Qua però s'intendono Mattia Santori e compagni, eroi della «reazione antivirale» che attiva «un processo riabilitativo, ricostituente», a colpi di «piazze», di «Erasmus» e altre iniziative utili a «incontrarsi, fare cose insieme», a mettere in campo una «risposta fisica» (sorvoliamo sul fatto che i luoghi affollati sono quelli che più favoriscono i contagi...).
Siamo alle solite. Chi ha timore dell'epidemia, quella che è l'Oms - mica la Lega - a definire «peggio del terrorismo», è stato contagiato dalla vera malattia del nostro tempo: la paura, che rafforza i nazionalismi aggressivi, alimenta il razzismo e bla bla bla. La minestra, riscaldatissima, la conoscete già. L'hanno imparata anche quelli di Pechino, tant'è che l'ambasciata s'è affrettata a invocare la fine delle «aggressioni» ai danni dei cinesi. Come se in Italia si fosse scatenata la persecuzione di chi ha gli occhi a mandorla (casomai, finora, le uniche iniziative di «segregazione» le hanno attuate su sé stessi proprio i cinesi, con le quarantene fai da te).
A padre Spadaro, che essendo un prete sarà prodigo di consigli esistenziali, verrebbe da domandare come dovremmo comportarci, in questi giorni in cui peraltro il numero di vittime è schizzato, perché il regime di Xi Jinping s'è messo a contarle sul serio. Se indossiamo le vituperate mascherine o ci passiamo il gel igienizzante sulle mani, dopo dobbiamo andare a confessarci? Se non facciamo una scorpacciata di ravioli al vapore e pollo alle mandorle, dopo dobbiamo recitare dieci Avemarie di riparazione? Oppure il gesuita de La Civiltà Cattolica ci chiede di imitare il fulgido esempio di San Luigi Gonzaga, il quale, durante la pestilenza del 1590 a Roma, si caricò in spalla un infetto e pochi giorni dopo morì?
Rimane la sensazione che la preoccupazione della gente per il coronavirus non sia tanto una manifestazione di «una concezione angustamente securitaria», quanto la comprensibile e legittima strizza di buscarsi una malattia respiratoria. Una malattia che ha ucciso più della Sars e ha mietuto vittime persino quando i contagiati erano giovani e forti.
Cosa c'entra tutto questo con i sovranismi? La «reazione di paura» non scatta per colpa delle «retoriche di odio». Scatta perché le persone non vogliono ammalarsi e non vogliono morire. Scatta perché la Cina è stata a lungo reticente sulla Covid-19: prima ha sottovalutato il pericolo, poi ha manipolato al ribasso le stime sulla diffusione del morbo, quindi ha tardato enormemente a prendere le contromisure e a collaborare con il resto del mondo. La soluzione al problema è un consesso internazionale che abbia il coraggio di imporre al regime comunista, noncurante dell'eventuale nocumento ai reciproci interessi commerciali, un comportamento degno di un Paese che vuole sedere al tavolo con i grandi. E che, come gli altri, deve stare alle regole. Difficile che a piegare il Dragone siano gli Erasmus e le piazze di Santori.
Se poi ogni fenomeno globale deve ridursi alla polemicuccia contro Salvini e all'adorazione mistica per le sardine, allora - per restare alle metafore mediche - viene il sospetto che padre Spadaro e gli altri censori del sovranismo psichico siano affetti da un'altra patologia: il provincialismo. Qui siamo di fronte a minacce planetarie, eppure i gesuiti ci spacciano per «cattolico», cioè «universale», il civismo di parrocchia e il cattocomunismo 2.0. Siamo tutti atterriti dalle contraddizioni della globalizzazione, che - lo sa pure Spadaro - ci avvicina ma ci rende più vulnerabili (anche in termini economici), eppure la strada indicata dalla Chiesa moderna è «abbracciamoci tutti e volemose bene». «L'apocalisse è a portata di mano», sentenzia il gesuita, eppure la salvezza è a portata di mano: è una scatoletta di pesce azzurro.
Hubei, 242 morti in un giorno. Le autorità: «Picco dovuto ai nuovi criteri di conteggio»
Nel giro di un giorno i contagi da Covid-19 hanno superato 60.000: quasi 20.000 in più. In Cina, nella sola provincia dell'Hubei, dove si trova Wuhan, epicentro dell'infezione, nella giornata di mercoledì, i nuovi casi della sindrome da nuovo coronavirus (Sars-CoV-2) sono stati 14.840 e i decessi 242. Nei gironi precedenti i dati erano nell'odine di 2.000 nuove infezioni e un centinaio di morti al giorno.
L'impennata è dovuta alla decisione delle autorità dell'Hubei, dove si trova oltre l'80% dei malati, di cambiare il sistema di diagnosi della Covid-19. Secondo le nuove regole, si includono nel conteggio i casi «clinicamente diagnosticati». In altre parole, oltre a quelli positivi al test, vengono considerati malati anche i soggetti che presentano i sintomi sospetti (febbre tosse, vomito, congiuntivite) e che, sottoposti a radiografia, mostrano un'infezione polmonare. La spiegazione ufficiale di questo cambiamento, secondo China.org, è «assicurare che i pazienti ricevano trattamenti standardizzati, in linea con quelli per i casi confermati, quanto prima possibile per migliorare il tasso di successo delle terapie». La cosa è un po' strana, se si considera che, quando c'è già l'interessamento dei polmoni, la patologia è in fase avanzata. Forse, come osserva il Time, la revisione dei criteri è utile «per rimanere in linea con la classificazione di diagnosi utilizzata dalle altre regioni del Paese» e del mondo, visto che probabilmente nella provincia di Hubei il numero di casi è stato finora sottostimato. «La correzione dei dati», spiega Victor Shih, specialista in politica cinese dell'Università della California San Diego intervistato dal Guardian, «dimostra senza dubbio che ci sono stati per tutto il tempo due elenchi dei numeri di contagi confermati, altrimenti il governo non avrebbe potuto aggiungere così tanti nuovi casi in un giorno soltanto».
Probabilmente, all'origine del nuovo metodo di diagnosi, c'è anche la scarsa reperibilità dei kit diagnostici, insieme ai necessari tempi di attesa per la risposta (fino a 2 giorni). Troppi pazienti, in queste settimane, sono stati mandati a casa per l'impossibilità di fare il test per carenza di dispositivi o in attesa del risultato, con il rischio di un'ulteriore diffusione dell'epidemia. Inoltre, alcuni medici, dice Fortune, mettono in dubbio l'affidabilità del test, che darebbe troppo spesso risultati falsi negativi: il paziente pur avendo il virus è scambiato per sano perché il dispositivo, che dovrebbe riconoscere molecole specifiche del virus, non è in grado di individuale. Circa 200 kit difettosi per i test sul coronavirus difettosi sarebbero in circolazione anche negli Stati Uniti. Dal Centers for disease control and disease prevention ne sono stati inviati almeno 200 in vari laboratori americani per la diagnosi di Covid-19. Il problema sembra essere un reagente, ma aiuta a comprendere che la lotta al virus è tutt'altro che semplice.
In ogni caso, contrariamente a quanto aveva dichiarato nei gironi scorsi Pechino, nella provincia di Hubei, il numero di nuovi morti per il coronavirus è comunque aumentato anche considerando solo le 107 persone risultate positive ai test genetici (sui 242 morti totali dell'Hubei). Questi, uniti ai 12 decessi avvenuti nel resto della Cina, hanno fatto registrare mercoledì un nuovo record nel numero di morti dovuti alla Covid-19 in un solo giorno.
Aumentano i contagi e le morti anche al di fuori dei confini della Cina. Dopo i due decessi, a causa del virus Sars-CoV-2, registrati nelle Filippine e Hong Kong, ieri è morta in Giappone una donna di 80 anni. Sempre in Giappone, nella baia di Yokohama, crescano i casi di coronavirus sulla nave da crociera Diamond Princess, ferma in quarantena dal 5 febbraio. Con altri 44 nuovi casi accertati, ieri i positivi sono diventati 218. Dalla nave, diventata il secondo luogo più colpito al mondo dall'epidemia, nelle prossime ore dovrebbero sbarcare i passeggeri più anziani, fa sapere il governo giapponese. A bordo ci sono ancora oltre 3.000 persone, tra cui 35 italiani, di cui 25 membri dell'equipaggio, che al momento starebbero bene.
Sono già in viaggio per la Cina, dopo 14 giorni di quarantena all'ospedale Spallanzani, i 19 turisti cinesi e l'autista del bus che hanno viaggiato insieme alla coppia arrivata da Hong Kong e risultata positiva al test. I coniugi sono ancora in prognosi riservata, ma in condizioni stabili e restano ricoverati nel reparto di terapia intensiva dell'istituto romano. L'italiano di 29 anni, rientrato con altri 55 connazionali da Wuhan e trasferito nei giorni scorsi nello stesso centro, è in buone condizioni, non ha sintomi, è sempre senza febbre e continua la terapia antivirale. Ieri, ad accompagnato i 20 turisti dimessi dallo Spallanzani, c'era anche il dottor Zhang dell'ambasciata cinese che ha lanciato un appello, segnalando che «nella comunità cinese si sta diffondendo il panico. Non per l'epidemia di coronavirus, ma per la sicurezza. Ci sono state aggressioni verso cinesi in Italia, non turisti, ma comunità cinese».
Intanto a Wuhan arrivano le purghe di Xi
Il coronavirus continua a mietere vittime, e non solo tra i contagiati. Ieri, infatti, il governo cinese ha rimosso dalle loro cariche il segretario del Partito comunista della provincia focolaio dell'epidemia, Hubei, Jiang Chaoliang, e quello della città di Wuhan, Ma Guoqiang che a fine gennaio, in un'intervista alla tv statale Cctv, aveva ammesso le negligenze e le omissioni delle autorità locali dopo i primi episodi di coronavirus: «In questo momento mi sento in colpa. Se fossero state adottate prima le misure di controllo rigorose, il risultato sarebbe stato migliore di quello attuale».
Le purghe di ieri arrivano dopo quelle dei giorni scorsi verso i membri del partito provinciali con incarichi nel settore sanitario e i vertici della Croce rossa locali. Per combattere non solo l'epidemia, ma anche l'emorragia di consenso del suo popolo in seguito alla mancata trasparenza sul diffondersi del virus, Xi Jinping usa quindi il pugno di ferro.
E per evitare la crisi politica, rafforzando il già tentacolare controllo del suo governo sui cittadini, al posto degli epurati, il presidente ha paracadutato alla guida della provincia il potente sindaco di Shanghai, Ying Yong, mentre per la guida del partito a Wuhan è stato scelto Wang Zhonglin, 57 anni, segretario del partito a Jinan, capoluogo della provincia di Shandong.
Entrambi i funzionari sono fedelissimi del numero uno della Repubblica popolare cinese.
«Mandare Ying Yong e Wang Zhonglin a Hubei dimostra che il governo centrale è determinato a risolvere la questione e a dare risposte alla gente», ha detto una fonte al South China Morning Post.
Ma la furia del Dragone si è abbattuta anche oltreconfine: Zhang Xiaoming è stato sostituito dall'incarico di direttore dell'Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao del Consiglio di Stato da Xia Baolong, già vicepresidente e segretario generale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese e dal 2012 al 2017 segretario del Partito comunista della provincia di Zhejiang, dove aveva già lavorato a stretto contatto con Xi.
Xia è il primo ufficiale a ricoprire tale ruolo senza aver avuto precedentemente incarichi a Hong Kong, da quando l'ufficio è stato fondato nel 1978. Ma nel rimpasto dei vertici in corso, l'unica cosa che conta è l'assoluta fedeltà alla dittatura cinese. E in pochi forse rispondono meglio a questo requisito di Xia: quando era segretario a Zhejiang, infatti, ha perfino lanciato una campagna di distruzione delle chiese e delle croci che in tre anni ha colpito circa 1.500 chiese, soprattutto protestanti, e ha portato all'arresto di decine di pastori e di fedeli che difendevano i loro luoghi di culto. Lo zelante servitore del capo è stato posto non a caso a controllo dell'ex colonia britannica. A pesare sulle sorti di Zhang, effettivamente, non sono state solo le dure precauzioni adottate da Hong Kong per evitare che il contagio del coronavirus si espandesse senza controllo nel territorio.
La quarantena obbligatoria di due settimane per chiunque arrivasse dalla Cina, pena sei mesi di reclusione, e la chiusura di quasi tutti i punti di transito con il territorio cinese, sono state sicuramente ritenute uno schiaffo da Pechino, che ha colto l'occasione per inasprire il suo controllo su Hong Kong, dove da poco meno di un anno, quasi ininterrottamente, i cittadini scendono in piazza in seguito alla controversa legge sull'estradizione, imbarazzando un regime che non riesce a fermare le proteste pro democrazia.
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Il gesuita usa il virus per la propaganda contro i sovranismi. Così «La Civiltà Cattolica» si riduce a incensare Mattia Santori e co, che possiedono l'antidoto alla paura del contagio e del «diverso»: tenersi stretti stretti in piazza.Nella provincia c'è penuria di kit diagnostici. Aumentano i casi sulla nave a Yokohama A Roma, la comitiva della coppia infettata lascia la quarantena. L'italiano è stabile.Rimossi due dirigenti locali del partito. Uno aveva ammesso le negligenze. Epurazioni anche a Hong Kong.Lo speciale contiene tre articoli.Non resistono. È più forte di loro. Per i progressisti - laici e clericali - il panico da coronavirus è un'occasione ghiotta per avventurarsi in ardite metafore e attaccare lo spauracchio che coltivano con pertinacia: il sovranismo. Dopo Massimo Recalcati, arriva il nuovo fascicolo de La Civiltà Cattolica, diretta da padre Antonio Spadaro. La rivista uscirà nel fine settimana, ma ieri Avvenire ha anticipato l'editoriale del gesuita. Che peraltro, sembra partire con il piede giusto, poiché riconosce che, insieme alle opportunità, la globalizzazione s'è portata dietro tante insidie: più «siamo connessi», rileva Spadaro, «più il contatto si può trasformare in contagio; la comunicazione in contaminazione; le influenze in infezioni». Sarebbe troppo semplice, però, se la soluzione fosse la profilassi. Scherziamo? Quarantene degli studenti? Stop ai voli dalla Cina? Quella è roba per sovranisti psichici (copyright sulla definizione del suddetto Recalcati). Bisogna resistere alla «concezione angustamente securitaria», al nazionalismo, all'«ostilità verso l'integrazione», all'«uso politico del cristianesimo» (che evidentemente è strumentale solo quando Matteo Salvini tira fuori il rosario, mai quando i vescovi fanno campagna elettorale per il Pd, come in Emilia Romagna). «Viviamo in una bolla filtrata da mascherine» e non ci rendiamo conto che «il cattolicesimo» ha «gli anticorpi per debellare» il virus della paura: riconoscere «l'estraneo e il diverso come “fratello"». La Covid-19 magari la sconfiggeranno i medici e i vaccini, però al suo sintomo più preoccupante - l'odio - ci penseranno loro: i buoni. Quelli capaci di scardinare gli «algoritmi che fanno scattare una reazione di paura». Ovvero, le sardine. No, non i pesci in senso letterale: quelli fanno bene, sì. Chi ne mangia, come in Giappone, pare campi a lungo. Qua però s'intendono Mattia Santori e compagni, eroi della «reazione antivirale» che attiva «un processo riabilitativo, ricostituente», a colpi di «piazze», di «Erasmus» e altre iniziative utili a «incontrarsi, fare cose insieme», a mettere in campo una «risposta fisica» (sorvoliamo sul fatto che i luoghi affollati sono quelli che più favoriscono i contagi...). Siamo alle solite. Chi ha timore dell'epidemia, quella che è l'Oms - mica la Lega - a definire «peggio del terrorismo», è stato contagiato dalla vera malattia del nostro tempo: la paura, che rafforza i nazionalismi aggressivi, alimenta il razzismo e bla bla bla. La minestra, riscaldatissima, la conoscete già. L'hanno imparata anche quelli di Pechino, tant'è che l'ambasciata s'è affrettata a invocare la fine delle «aggressioni» ai danni dei cinesi. Come se in Italia si fosse scatenata la persecuzione di chi ha gli occhi a mandorla (casomai, finora, le uniche iniziative di «segregazione» le hanno attuate su sé stessi proprio i cinesi, con le quarantene fai da te). A padre Spadaro, che essendo un prete sarà prodigo di consigli esistenziali, verrebbe da domandare come dovremmo comportarci, in questi giorni in cui peraltro il numero di vittime è schizzato, perché il regime di Xi Jinping s'è messo a contarle sul serio. Se indossiamo le vituperate mascherine o ci passiamo il gel igienizzante sulle mani, dopo dobbiamo andare a confessarci? Se non facciamo una scorpacciata di ravioli al vapore e pollo alle mandorle, dopo dobbiamo recitare dieci Avemarie di riparazione? Oppure il gesuita de La Civiltà Cattolica ci chiede di imitare il fulgido esempio di San Luigi Gonzaga, il quale, durante la pestilenza del 1590 a Roma, si caricò in spalla un infetto e pochi giorni dopo morì? Rimane la sensazione che la preoccupazione della gente per il coronavirus non sia tanto una manifestazione di «una concezione angustamente securitaria», quanto la comprensibile e legittima strizza di buscarsi una malattia respiratoria. Una malattia che ha ucciso più della Sars e ha mietuto vittime persino quando i contagiati erano giovani e forti. Cosa c'entra tutto questo con i sovranismi? La «reazione di paura» non scatta per colpa delle «retoriche di odio». Scatta perché le persone non vogliono ammalarsi e non vogliono morire. Scatta perché la Cina è stata a lungo reticente sulla Covid-19: prima ha sottovalutato il pericolo, poi ha manipolato al ribasso le stime sulla diffusione del morbo, quindi ha tardato enormemente a prendere le contromisure e a collaborare con il resto del mondo. La soluzione al problema è un consesso internazionale che abbia il coraggio di imporre al regime comunista, noncurante dell'eventuale nocumento ai reciproci interessi commerciali, un comportamento degno di un Paese che vuole sedere al tavolo con i grandi. E che, come gli altri, deve stare alle regole. Difficile che a piegare il Dragone siano gli Erasmus e le piazze di Santori.Se poi ogni fenomeno globale deve ridursi alla polemicuccia contro Salvini e all'adorazione mistica per le sardine, allora - per restare alle metafore mediche - viene il sospetto che padre Spadaro e gli altri censori del sovranismo psichico siano affetti da un'altra patologia: il provincialismo. Qui siamo di fronte a minacce planetarie, eppure i gesuiti ci spacciano per «cattolico», cioè «universale», il civismo di parrocchia e il cattocomunismo 2.0. Siamo tutti atterriti dalle contraddizioni della globalizzazione, che - lo sa pure Spadaro - ci avvicina ma ci rende più vulnerabili (anche in termini economici), eppure la strada indicata dalla Chiesa moderna è «abbracciamoci tutti e volemose bene». «L'apocalisse è a portata di mano», sentenzia il gesuita, eppure la salvezza è a portata di mano: è una scatoletta di pesce azzurro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spadaro-ha-la-cura-ittica-al-morbo-tutti-in-erasmus-come-le-sardine-2645152449.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hubei-242-morti-in-un-giorno-le-autorita-picco-dovuto-ai-nuovi-criteri-di-conteggio" data-post-id="2645152449" data-published-at="1778863738" data-use-pagination="False"> Hubei, 242 morti in un giorno. Le autorità: «Picco dovuto ai nuovi criteri di conteggio» Nel giro di un giorno i contagi da Covid-19 hanno superato 60.000: quasi 20.000 in più. In Cina, nella sola provincia dell'Hubei, dove si trova Wuhan, epicentro dell'infezione, nella giornata di mercoledì, i nuovi casi della sindrome da nuovo coronavirus (Sars-CoV-2) sono stati 14.840 e i decessi 242. Nei gironi precedenti i dati erano nell'odine di 2.000 nuove infezioni e un centinaio di morti al giorno. L'impennata è dovuta alla decisione delle autorità dell'Hubei, dove si trova oltre l'80% dei malati, di cambiare il sistema di diagnosi della Covid-19. Secondo le nuove regole, si includono nel conteggio i casi «clinicamente diagnosticati». In altre parole, oltre a quelli positivi al test, vengono considerati malati anche i soggetti che presentano i sintomi sospetti (febbre tosse, vomito, congiuntivite) e che, sottoposti a radiografia, mostrano un'infezione polmonare. La spiegazione ufficiale di questo cambiamento, secondo China.org, è «assicurare che i pazienti ricevano trattamenti standardizzati, in linea con quelli per i casi confermati, quanto prima possibile per migliorare il tasso di successo delle terapie». La cosa è un po' strana, se si considera che, quando c'è già l'interessamento dei polmoni, la patologia è in fase avanzata. Forse, come osserva il Time, la revisione dei criteri è utile «per rimanere in linea con la classificazione di diagnosi utilizzata dalle altre regioni del Paese» e del mondo, visto che probabilmente nella provincia di Hubei il numero di casi è stato finora sottostimato. «La correzione dei dati», spiega Victor Shih, specialista in politica cinese dell'Università della California San Diego intervistato dal Guardian, «dimostra senza dubbio che ci sono stati per tutto il tempo due elenchi dei numeri di contagi confermati, altrimenti il governo non avrebbe potuto aggiungere così tanti nuovi casi in un giorno soltanto». Probabilmente, all'origine del nuovo metodo di diagnosi, c'è anche la scarsa reperibilità dei kit diagnostici, insieme ai necessari tempi di attesa per la risposta (fino a 2 giorni). Troppi pazienti, in queste settimane, sono stati mandati a casa per l'impossibilità di fare il test per carenza di dispositivi o in attesa del risultato, con il rischio di un'ulteriore diffusione dell'epidemia. Inoltre, alcuni medici, dice Fortune, mettono in dubbio l'affidabilità del test, che darebbe troppo spesso risultati falsi negativi: il paziente pur avendo il virus è scambiato per sano perché il dispositivo, che dovrebbe riconoscere molecole specifiche del virus, non è in grado di individuale. Circa 200 kit difettosi per i test sul coronavirus difettosi sarebbero in circolazione anche negli Stati Uniti. Dal Centers for disease control and disease prevention ne sono stati inviati almeno 200 in vari laboratori americani per la diagnosi di Covid-19. Il problema sembra essere un reagente, ma aiuta a comprendere che la lotta al virus è tutt'altro che semplice. In ogni caso, contrariamente a quanto aveva dichiarato nei gironi scorsi Pechino, nella provincia di Hubei, il numero di nuovi morti per il coronavirus è comunque aumentato anche considerando solo le 107 persone risultate positive ai test genetici (sui 242 morti totali dell'Hubei). Questi, uniti ai 12 decessi avvenuti nel resto della Cina, hanno fatto registrare mercoledì un nuovo record nel numero di morti dovuti alla Covid-19 in un solo giorno. Aumentano i contagi e le morti anche al di fuori dei confini della Cina. Dopo i due decessi, a causa del virus Sars-CoV-2, registrati nelle Filippine e Hong Kong, ieri è morta in Giappone una donna di 80 anni. Sempre in Giappone, nella baia di Yokohama, crescano i casi di coronavirus sulla nave da crociera Diamond Princess, ferma in quarantena dal 5 febbraio. Con altri 44 nuovi casi accertati, ieri i positivi sono diventati 218. Dalla nave, diventata il secondo luogo più colpito al mondo dall'epidemia, nelle prossime ore dovrebbero sbarcare i passeggeri più anziani, fa sapere il governo giapponese. A bordo ci sono ancora oltre 3.000 persone, tra cui 35 italiani, di cui 25 membri dell'equipaggio, che al momento starebbero bene. Sono già in viaggio per la Cina, dopo 14 giorni di quarantena all'ospedale Spallanzani, i 19 turisti cinesi e l'autista del bus che hanno viaggiato insieme alla coppia arrivata da Hong Kong e risultata positiva al test. I coniugi sono ancora in prognosi riservata, ma in condizioni stabili e restano ricoverati nel reparto di terapia intensiva dell'istituto romano. L'italiano di 29 anni, rientrato con altri 55 connazionali da Wuhan e trasferito nei giorni scorsi nello stesso centro, è in buone condizioni, non ha sintomi, è sempre senza febbre e continua la terapia antivirale. Ieri, ad accompagnato i 20 turisti dimessi dallo Spallanzani, c'era anche il dottor Zhang dell'ambasciata cinese che ha lanciato un appello, segnalando che «nella comunità cinese si sta diffondendo il panico. Non per l'epidemia di coronavirus, ma per la sicurezza. Ci sono state aggressioni verso cinesi in Italia, non turisti, ma comunità cinese». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spadaro-ha-la-cura-ittica-al-morbo-tutti-in-erasmus-come-le-sardine-2645152449.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="intanto-a-wuhan-arrivano-le-purghe-di-xi" data-post-id="2645152449" data-published-at="1778863738" data-use-pagination="False"> Intanto a Wuhan arrivano le purghe di Xi Il coronavirus continua a mietere vittime, e non solo tra i contagiati. Ieri, infatti, il governo cinese ha rimosso dalle loro cariche il segretario del Partito comunista della provincia focolaio dell'epidemia, Hubei, Jiang Chaoliang, e quello della città di Wuhan, Ma Guoqiang che a fine gennaio, in un'intervista alla tv statale Cctv, aveva ammesso le negligenze e le omissioni delle autorità locali dopo i primi episodi di coronavirus: «In questo momento mi sento in colpa. Se fossero state adottate prima le misure di controllo rigorose, il risultato sarebbe stato migliore di quello attuale». Le purghe di ieri arrivano dopo quelle dei giorni scorsi verso i membri del partito provinciali con incarichi nel settore sanitario e i vertici della Croce rossa locali. Per combattere non solo l'epidemia, ma anche l'emorragia di consenso del suo popolo in seguito alla mancata trasparenza sul diffondersi del virus, Xi Jinping usa quindi il pugno di ferro. E per evitare la crisi politica, rafforzando il già tentacolare controllo del suo governo sui cittadini, al posto degli epurati, il presidente ha paracadutato alla guida della provincia il potente sindaco di Shanghai, Ying Yong, mentre per la guida del partito a Wuhan è stato scelto Wang Zhonglin, 57 anni, segretario del partito a Jinan, capoluogo della provincia di Shandong. Entrambi i funzionari sono fedelissimi del numero uno della Repubblica popolare cinese. «Mandare Ying Yong e Wang Zhonglin a Hubei dimostra che il governo centrale è determinato a risolvere la questione e a dare risposte alla gente», ha detto una fonte al South China Morning Post. Ma la furia del Dragone si è abbattuta anche oltreconfine: Zhang Xiaoming è stato sostituito dall'incarico di direttore dell'Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao del Consiglio di Stato da Xia Baolong, già vicepresidente e segretario generale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese e dal 2012 al 2017 segretario del Partito comunista della provincia di Zhejiang, dove aveva già lavorato a stretto contatto con Xi. Xia è il primo ufficiale a ricoprire tale ruolo senza aver avuto precedentemente incarichi a Hong Kong, da quando l'ufficio è stato fondato nel 1978. Ma nel rimpasto dei vertici in corso, l'unica cosa che conta è l'assoluta fedeltà alla dittatura cinese. E in pochi forse rispondono meglio a questo requisito di Xia: quando era segretario a Zhejiang, infatti, ha perfino lanciato una campagna di distruzione delle chiese e delle croci che in tre anni ha colpito circa 1.500 chiese, soprattutto protestanti, e ha portato all'arresto di decine di pastori e di fedeli che difendevano i loro luoghi di culto. Lo zelante servitore del capo è stato posto non a caso a controllo dell'ex colonia britannica. A pesare sulle sorti di Zhang, effettivamente, non sono state solo le dure precauzioni adottate da Hong Kong per evitare che il contagio del coronavirus si espandesse senza controllo nel territorio. La quarantena obbligatoria di due settimane per chiunque arrivasse dalla Cina, pena sei mesi di reclusione, e la chiusura di quasi tutti i punti di transito con il territorio cinese, sono state sicuramente ritenute uno schiaffo da Pechino, che ha colto l'occasione per inasprire il suo controllo su Hong Kong, dove da poco meno di un anno, quasi ininterrottamente, i cittadini scendono in piazza in seguito alla controversa legge sull'estradizione, imbarazzando un regime che non riesce a fermare le proteste pro democrazia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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