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2020-12-05
Spacciano il vaccino come soluzione ma non si sa neanche per quanto protegga
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Si fa presto a dire vaccino. Perché a dispetto degli annunci strombazzati nel corso delle ultime settimane gli interrogativi rimangono ancora numerosi. Proprio ieri Mike Ryan, direttore delle emergenze dell'Organizzazione mondiale della sanità, ha tenuto a precisare che «i vaccini non significano zero Covid, e i vaccini e le campagna di vaccinazione non risolveranno da soli il problema». Non è un caso perciò se oltre la metà degli italiani, stando a un sondaggio pubblicato da Ipsos appena un paio di settimane fa, manifesti sull'argomento ancora una certa dose di scetticismo. Siamo forse diventati improvvisamente «no vax» come vogliono farci credere i giornaloni? Assolutamente no. D'altronde, storicamente siamo tutt'altro che un popolo ostico nei confronti dei vaccini. Secondo il rapporto «Stato della fiducia nei vaccini nell'Unione europea» pubblicato dalla Commissione europea nel 2018, la percentuali di italiani convinti che i vaccini siano sicuri (90%) e importanti per i bambini (91,7%) risulta di gran lunga superiore alla media europea. E invece in Italia persiste la tendenza a polarizzare il dibattito. Chi solleva dubbi, oppure più semplicemente si azzarda a chiedere maggiori spiegazioni, rischia di finire bollato come pericoloso negazionista. Niente di più dannoso ai fini della comunicazione, tant'è che da sempre le istituzioni sanitarie internazionali suggeriscono come unico approccio per incrementare la fiducia nei vaccini quello basato sul dialogo e il confronto con la cittadinanza. Più informazioni, è questo quello che chiedono 4 italiani su 10 prima di decidere se farsi inoculare. Un diritto sacrosanto, prima ancora che una questione di buon senso.
Peccato che le notizie di questi ultimi giorni non facciano altro che confermare la scarsa trasparenza e alimentare la confusione intorno ai vaccini contro il coronavirus. Le campagna di vaccinazione dovrebbe partire già dal prossimo mese, eppure poco o nulla si conosce in relazione a un elemento chiave del successo dell'intera operazione. «Va ricordato che non vi è ancora evidenza scientifica sui tempi esatti di durata dell'immunità prodotta dai vaccini», ha confessato candidamente il ministro della Salute Roberto Speranza parlando mercoledì di fronte alle Camere, «è molto probabile che saranno necessarie due dosi per ciascuna vaccinazione, a breve distanza temporale».
Trattandosi di un vaccino ancora allo studio e progettato per combattere un virus nuovo, le evidenze scientifiche a tal proposito scarseggiano. Uno studio pubblicato mercoledì sull'autorevole New England Journal of Medicine sembra dimostrare che il vaccino prodotto da Moderna garantisca un'immunità di almeno tre mesi. Troppo presto però per dire la parola definitiva: sono necessarie altre ricerche per capire se il vaccino induca un effetto «memoria» nel nostro sistema immunitario. Qualche settimana fa Andew Pollard, direttore del gruppo sul vaccino di Oxford realizzato in collaborazione con Astrazeneca, ha affermato di essere «ottimista sul fatto che la risposta immunitaria possa durare almeno un anno». Non si tratta di un elemento di poco conto, perché dalla durata dell'immunità dipende la necessità o meno di ripetere nel tempo la vaccinazione. «È davvero arduo allo stato attuale delle cose fare previsioni sulla durabilità di qualsiasi vaccino», spiega alla Verità Philip Santangelo, esperto di farmaci e Rna e docente al Georgia institute of technology. «Dobbiamo essere molto prudenti a trarre conclusioni prima di avere maggiori informazioni», prosegue Santangelo, «anche se gli anticorpi decadono dopo sei mesi si può comunque avere un'importante risposta a livello di memoria, la quale impedirebbe l'inoculo di una nuova dose per un certo periodo di tempo». Un effetto che però al momento, precisa il ricercatore, non è ancora stato verificato nelle cellule umane. Non c'è solo l'aspetto legato all'efficacia a preoccupare i cittadini. Nella partita dei vaccini, la loro sicurezza gioca infatti un ruolo fondamentale. Finora i risultati della sperimentazione del farmaco più vicino al traguardo, quello cioè realizzato da Pfizer-Biontech, non suggeriscono l'insorgere di «gravi preoccupazioni legate alla sicurezza». Ma a domanda precisa l'amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla non ha saputo dire con sicurezza se i vaccinati risultino contagiosi: «È un aspetto che va ancora esaminato». E le indicazioni pratiche comunicate agli operatori sanitari del Regno Unito - primo Paese occidentale ad autorizzare il vaccino - evidenziano una serie di punti oscuri. Riguardo alle donne incinta «non esistono dati sufficienti», ragion per cui la somministrazione «non è consigliabile durante la gravidanza». Sconsigliato anche rimanere incinta nei due mesi successivi alla seconda dose. Nessuna evidenza circa la possibilità che il vaccino Pfizer-Biontech passi attraverso il latte materno, e dal momento che «un rischio per i neonati e i bambini non può essere escluso» il documento mette in guarda dalla «somministrazione durante il periodo dell'allattamento». Sconosciuti infine gli effetti sulla fertilità maschile e femminile.
Nonostante le dichiarazioni rassicuranti sulla sicurezza, i troppi punti di domanda hanno spinto il governo britannico ad annunciare giovedì che il vaccino anti-Covid rientrerà nello «Schema di risarcimento per danni da vaccino», che riconosce un'indennità di 120.000 sterline (circa 133.000 euro) a chiunque subisca gravi danni a seguito della somministrazione. Un po' come dire: non succede, ma se succede…
Bruxelles scarica ancora Conte: «Inutile quarantena per chi viaggia»
Districarsi nel labirinto di divieti e imposizioni confermati o introdotti nell'ultimo dpcm del presidente del Consiglio, in vigore da ieri fino al 15 gennaio, non è semplice. Se le disposizioni rendono confusi persino i semplici spostamenti tra Comuni limitrofi, figurarsi per i viaggi all'estero. E a far rimanere ancora più perplessi è arrivato l'ennesimo schiaffo da parte dell'Unione Europea all'esecutivo italiano: «Restrizioni come la quarantena non contribuiscono in modo significativo alla riduzione della trasmissione del Covid nel quadro dei viaggi. Per questo il Centro europeo per la prevenzione ed il controllo delle malattie (Ecdc) e l'Agenzia europea per la sicurezza dei voli (Easa) nelle loro linee guida, riprese dalla strategia della Commissione, non raccomandano quarantena e test nel quadro dei viaggi in Paesi con la stessa situazione epidemiologica». Così ha dichiarato un portavoce della Commissione in risposta a una domanda proprio sulle ultime misure giallorosse.
La presa di distanza riguarda gli obblighi, a cui deve far fronte chiunque rientri dall'estero, previste per scoraggiare vacanze fuori confine durante le festività natalizie. Nel dettaglio, dal 10 dicembre chi rientra da uno dei 27 Paesi dell'Ue è obbligato, 48 ore prima di partire per l'Italia, a fare il tampone e presentarlo all'arrivo. In caso di negatività, si può entrare senza quarantena. Chi arriva da un Paese extra-Schengen invece dovrà farla.
Tuttavia, le misure si fanno più severe dal 21 dicembre all'Epifania: tutti coloro che torneranno dall'estero, compresi i Paesi dell'area Shengen, dovranno osservare il periodo di quarantena. Sarà quindi possibile andare a sciare in Austria o Svizzera, ma al ritorno bisognerà chiudersi in casa per due settimane. Gli unici spostamenti consentiti sono quelli per esigenze lavorative, di studio, di salute, assoluta urgenza, rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza.
Regole chiaramente volte, pur senza vietarlo, a disincentivare il turismo, settore in affanno come non mai.
L'Airports Council International (Aci) Europe, associazione che rappresenta l'industria aeronautica, ha esortato gli Stati membri dell'Ue «ad abolire immediatamente le misure di quarantena e le altre restrizioni di viaggio» ma, almeno per quanto riguarda l'Italia, l'appello non è stato accolto.
Dopo il rigetto dell'ipotesi di un coordinamento a livello europeo della stagione sciistica, auspicata da Giuseppe Conte, Bruxelles torna a smarcarsi quindi senza indugio dall'Italia.
Le linee guida dell'Ecdc e dell'Easa indicano tra l'altro infatti che «la prevalenza del virus Sars-CoV-2 nei viaggiatori è probabilmente inferiore a quella nella popolazione generale, o tra i contatti dei casi confermati». Se l'esecutivo si era illuso di ottenere il placet dell'Unione, ancora una volta deve essere rimasto deluso.
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Troppi i dubbi sulla cura: dai mesi di immunizzazione al numero di dosi da fare. E Londra si prepara a risarcire eventuali danni.La Commissione Ue contro l'isolamento imposto a chiunque entri nel Paese durante le feste.Lo speciale contiene due articoli.Si fa presto a dire vaccino. Perché a dispetto degli annunci strombazzati nel corso delle ultime settimane gli interrogativi rimangono ancora numerosi. Proprio ieri Mike Ryan, direttore delle emergenze dell'Organizzazione mondiale della sanità, ha tenuto a precisare che «i vaccini non significano zero Covid, e i vaccini e le campagna di vaccinazione non risolveranno da soli il problema». Non è un caso perciò se oltre la metà degli italiani, stando a un sondaggio pubblicato da Ipsos appena un paio di settimane fa, manifesti sull'argomento ancora una certa dose di scetticismo. Siamo forse diventati improvvisamente «no vax» come vogliono farci credere i giornaloni? Assolutamente no. D'altronde, storicamente siamo tutt'altro che un popolo ostico nei confronti dei vaccini. Secondo il rapporto «Stato della fiducia nei vaccini nell'Unione europea» pubblicato dalla Commissione europea nel 2018, la percentuali di italiani convinti che i vaccini siano sicuri (90%) e importanti per i bambini (91,7%) risulta di gran lunga superiore alla media europea. E invece in Italia persiste la tendenza a polarizzare il dibattito. Chi solleva dubbi, oppure più semplicemente si azzarda a chiedere maggiori spiegazioni, rischia di finire bollato come pericoloso negazionista. Niente di più dannoso ai fini della comunicazione, tant'è che da sempre le istituzioni sanitarie internazionali suggeriscono come unico approccio per incrementare la fiducia nei vaccini quello basato sul dialogo e il confronto con la cittadinanza. Più informazioni, è questo quello che chiedono 4 italiani su 10 prima di decidere se farsi inoculare. Un diritto sacrosanto, prima ancora che una questione di buon senso.Peccato che le notizie di questi ultimi giorni non facciano altro che confermare la scarsa trasparenza e alimentare la confusione intorno ai vaccini contro il coronavirus. Le campagna di vaccinazione dovrebbe partire già dal prossimo mese, eppure poco o nulla si conosce in relazione a un elemento chiave del successo dell'intera operazione. «Va ricordato che non vi è ancora evidenza scientifica sui tempi esatti di durata dell'immunità prodotta dai vaccini», ha confessato candidamente il ministro della Salute Roberto Speranza parlando mercoledì di fronte alle Camere, «è molto probabile che saranno necessarie due dosi per ciascuna vaccinazione, a breve distanza temporale». Trattandosi di un vaccino ancora allo studio e progettato per combattere un virus nuovo, le evidenze scientifiche a tal proposito scarseggiano. Uno studio pubblicato mercoledì sull'autorevole New England Journal of Medicine sembra dimostrare che il vaccino prodotto da Moderna garantisca un'immunità di almeno tre mesi. Troppo presto però per dire la parola definitiva: sono necessarie altre ricerche per capire se il vaccino induca un effetto «memoria» nel nostro sistema immunitario. Qualche settimana fa Andew Pollard, direttore del gruppo sul vaccino di Oxford realizzato in collaborazione con Astrazeneca, ha affermato di essere «ottimista sul fatto che la risposta immunitaria possa durare almeno un anno». Non si tratta di un elemento di poco conto, perché dalla durata dell'immunità dipende la necessità o meno di ripetere nel tempo la vaccinazione. «È davvero arduo allo stato attuale delle cose fare previsioni sulla durabilità di qualsiasi vaccino», spiega alla Verità Philip Santangelo, esperto di farmaci e Rna e docente al Georgia institute of technology. «Dobbiamo essere molto prudenti a trarre conclusioni prima di avere maggiori informazioni», prosegue Santangelo, «anche se gli anticorpi decadono dopo sei mesi si può comunque avere un'importante risposta a livello di memoria, la quale impedirebbe l'inoculo di una nuova dose per un certo periodo di tempo». Un effetto che però al momento, precisa il ricercatore, non è ancora stato verificato nelle cellule umane. Non c'è solo l'aspetto legato all'efficacia a preoccupare i cittadini. Nella partita dei vaccini, la loro sicurezza gioca infatti un ruolo fondamentale. Finora i risultati della sperimentazione del farmaco più vicino al traguardo, quello cioè realizzato da Pfizer-Biontech, non suggeriscono l'insorgere di «gravi preoccupazioni legate alla sicurezza». Ma a domanda precisa l'amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla non ha saputo dire con sicurezza se i vaccinati risultino contagiosi: «È un aspetto che va ancora esaminato». E le indicazioni pratiche comunicate agli operatori sanitari del Regno Unito - primo Paese occidentale ad autorizzare il vaccino - evidenziano una serie di punti oscuri. Riguardo alle donne incinta «non esistono dati sufficienti», ragion per cui la somministrazione «non è consigliabile durante la gravidanza». Sconsigliato anche rimanere incinta nei due mesi successivi alla seconda dose. Nessuna evidenza circa la possibilità che il vaccino Pfizer-Biontech passi attraverso il latte materno, e dal momento che «un rischio per i neonati e i bambini non può essere escluso» il documento mette in guarda dalla «somministrazione durante il periodo dell'allattamento». Sconosciuti infine gli effetti sulla fertilità maschile e femminile.Nonostante le dichiarazioni rassicuranti sulla sicurezza, i troppi punti di domanda hanno spinto il governo britannico ad annunciare giovedì che il vaccino anti-Covid rientrerà nello «Schema di risarcimento per danni da vaccino», che riconosce un'indennità di 120.000 sterline (circa 133.000 euro) a chiunque subisca gravi danni a seguito della somministrazione. 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E a far rimanere ancora più perplessi è arrivato l'ennesimo schiaffo da parte dell'Unione Europea all'esecutivo italiano: «Restrizioni come la quarantena non contribuiscono in modo significativo alla riduzione della trasmissione del Covid nel quadro dei viaggi. Per questo il Centro europeo per la prevenzione ed il controllo delle malattie (Ecdc) e l'Agenzia europea per la sicurezza dei voli (Easa) nelle loro linee guida, riprese dalla strategia della Commissione, non raccomandano quarantena e test nel quadro dei viaggi in Paesi con la stessa situazione epidemiologica». Così ha dichiarato un portavoce della Commissione in risposta a una domanda proprio sulle ultime misure giallorosse. La presa di distanza riguarda gli obblighi, a cui deve far fronte chiunque rientri dall'estero, previste per scoraggiare vacanze fuori confine durante le festività natalizie. Nel dettaglio, dal 10 dicembre chi rientra da uno dei 27 Paesi dell'Ue è obbligato, 48 ore prima di partire per l'Italia, a fare il tampone e presentarlo all'arrivo. In caso di negatività, si può entrare senza quarantena. Chi arriva da un Paese extra-Schengen invece dovrà farla. Tuttavia, le misure si fanno più severe dal 21 dicembre all'Epifania: tutti coloro che torneranno dall'estero, compresi i Paesi dell'area Shengen, dovranno osservare il periodo di quarantena. Sarà quindi possibile andare a sciare in Austria o Svizzera, ma al ritorno bisognerà chiudersi in casa per due settimane. Gli unici spostamenti consentiti sono quelli per esigenze lavorative, di studio, di salute, assoluta urgenza, rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza. Regole chiaramente volte, pur senza vietarlo, a disincentivare il turismo, settore in affanno come non mai. L'Airports Council International (Aci) Europe, associazione che rappresenta l'industria aeronautica, ha esortato gli Stati membri dell'Ue «ad abolire immediatamente le misure di quarantena e le altre restrizioni di viaggio» ma, almeno per quanto riguarda l'Italia, l'appello non è stato accolto. Dopo il rigetto dell'ipotesi di un coordinamento a livello europeo della stagione sciistica, auspicata da Giuseppe Conte, Bruxelles torna a smarcarsi quindi senza indugio dall'Italia. Le linee guida dell'Ecdc e dell'Easa indicano tra l'altro infatti che «la prevalenza del virus Sars-CoV-2 nei viaggiatori è probabilmente inferiore a quella nella popolazione generale, o tra i contatti dei casi confermati». Se l'esecutivo si era illuso di ottenere il placet dell'Unione, ancora una volta deve essere rimasto deluso.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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