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2018-08-08
Solo una mossa del Cav può ricucire Forza Italia
Ansa
Sembrano due corazzieri. Forti del consenso popolare, Matteo Salvini e Luigi Di Maio affrontano la prima vera tempesta politica sul governo rimanendo immobili a protezione delle loro scelte e di un'idea di Rai fondamentalmente diversa rispetto al passato, costellato di mani sudate e di accordi sottobanco fra gruppi di potere. Per loro Marcello Foa rimane l'unico presidente possibile. Lo hanno proposto, lo hanno visto cadere in trappola e adesso continuano a difenderlo ergendolo a simbolo di un principio.
Così, alla lettera della commissione di Vigilanza (firmata dal presidente Alberto Barachini, Forza Italia) in cui si chiede al consiglio di amministrazione di occuparsi solo di affari correnti e lo si sprona a trovare al più presto un nuovo candidato, replicano senza mezzi termini. E vanno ben oltre la diplomatica risposta ufficiale dell'amministratore delegato Fabrizio Salini (sintesi: le vostre preoccupazioni sono anche le nostre). Il leader dei 5 stelle sottolinea che «il cda è pienamente operativo». E aggiunge sibillino: «Bisogna eleggere il presidente della Rai, la legge dice che serve un'intesa tra i gruppi e fino a quando non c'è questa intesa non c'è un presidente. Il problema è che noi non stiamo cedendo alla lottizzazione politica». Come a dire: il centrodestra si è spaccato sul nome, il centrodestra si ricomponga sullo stesso nome.
Ancora più esplicita la posizione della Lega, probabilmente per allontanare le voci di un possibile sganciamento da Foa che in queste ore stanno diventando la colonna sonora della partita. È il portavoce di Salvini, Alessandro Morelli, a prendere la parola: «Va bene, non c'è fretta visto che siamo in periodo agostano. Così tutti hanno la possibilità di ragionare sulle scelte fatte e da fare» spiega al sito Affaritaliani. «La Lega continua a indicare Foa, non cambiamo nome. Ci vuole un voto della Vigilanza, ovvio, e sono convinto che la scelta sbagliata partita dall'alto di Forza Italia in questo periodo possa essere rivalutata grazie alla forza che arriva dal basso di quel partito, indicando Foa come miglior presidente».
Poi Morelli scende nel dettaglio e conferma ciò che La Verità aveva anticipato nella ricostruzione di ieri: «Antonio Tajani, Gianni Letta e Mariastella Gelmini hanno compiuto una scelta e preso una direzione non condivisa dalla base di Forza Italia. E basta leggere i social di quel partito o i commenti su ilgiornale.it per capirlo. Il loro elettorato è a favore di Foa, un giornalista liberale. Il fuoco amico posto in essere dai nomi di esponenti di Forza Italia che ho citato è del tutto incomprensibile».
Due corazzieri alla vigilia di un cda apparentemente di routine - quello di oggi con un ordine del giorno conservativo come gli highlight di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole -, che ritengono di non potersi permettere una sconfitta sotto l'ombrellone, periodo in cui in Rai storicamente si compiono i blitz più sorprendenti, nei quali scompaiono poltrone e ne compaiono altre. Salvini e Di Maio mostrano di non avere fretta, di voler scollinare oltre le ferie agostane. E per evitare altri agguati hanno intenzione di approfondire il dossier Rai in tutte le sue sfaccettature, compresa quella della ricca torta pubblicitaria, i sei miliardi suddivisi con i network privati nazionali, compresa Mediaset.
Mentre Foa si appresta a guidare il cda di oggi in qualità di consigliere anziano, forte del rinnovato consenso dei suoi sponsor governativi, il vicepresidente di Forza Italia, Tajani, contesta la parte della nostra ricostruzione di ieri relativa a pressioni da parte dell'Europa stessa e a una telefonata di Jacques Attali, gran burattinaio di Emmanuel Macron. Lo scenario - ampiamente dibattuto in questi giorni nel mondo della massoneria (libreidee.org) in cui si parla di un coinvolgimento del presidente emerito Giorgio Napolitano -, farebbe assomigliare curiosamente la vicenda Foa alla fibrillazione istituzionale verificatasi nei giorni successivi all'inserimento di Paolo Savona nella formazione di governo.
«Mai parlato con Attali né con Napolitano della vicenda Rai né di altro», precisa su Twitter il presidente del Parlamento europeo. E fra lo scetticismo dei suoi follower rassicura: «Non prendo ordini né da Parigi, né da Berlino, né da Mosca, né dagli Usa. Da cattolico rispondo solo alla mia coscienza». Anche l'ufficio stampa dell'ex capo dello Stato si smarca elegantemente dalla vicenda: «Il presidente Napolitano sta trascorrendo un periodo di assoluto riposo e pertanto non si occupa né si è occupato di alcuna questione politica contingente».
Fra misteri, dubbi e colpi di scena la sfida continua, a conferma che gli interessi sono enormi. Dentro Forza Italia la dialettica è ampia e tutti attendono una mossa di Silvio Berlusconi, che in questi casi in passato ha saputo sparigliare e inventarsi il colpo d'ala decisivo per superare l'impasse. La presidenza della Rai sta creando un clima avvelenato anche a Ferragosto, a dimostrazione che la battaglia sotto il pelo dell'acqua è dura, combattuta. «Non stiamo cedendo alla lottizzazione politica»; la frase di Di Maio dice molto. Ma agli occhi degli abbonati (ed elettori) sono visibili solo i relitti dei sommergibili affondati.
Giorgio Gandola
Lega e M5s non si rimangiano Foa. Lo scontro può durare tutto agosto
Nessuna audizione fissata con il ministro del Tesoro Giovanni Tria, ma una lettera inviata al cda della Rai affinché proceda al più presto all'indicazione del presidente e nel frattempo «si astenga dal compiere atti al di fuori dell'ordinaria amministrazione». Ovvero, fare le nomine dei direttori di rete, di canale e dei Tg.
Ieri di buon mattino l'ufficio di presidenza della commissione bicamerale di Vigilanza ha dato mandato all'unanimità al presidente Alberto Barachini di scrivere al cda di Viale Mazzini, e per conoscenza ai presidenti di Camera e Senato e al ministro Tria, per sbloccare così l'impasse in cui si trova dopo che Marcello Foa, il giornalista indicato come presidente dal governo (soprattutto dalla Lega), ottenuto l'ok del cda non ha raggiunto il quorum dei due terzi previsto dalla legge proprio in Vigilanza. Alla lettera sono stati allegati i pareri di Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all'università La Sapienza, e dei giuristi Bruno Del Vecchio e Luigi Principato secondo i quali il consigliere bocciato non può né guidare il Consiglio, né riproporsi come candidato. Manca però l'opinione del costituzionalista simbolo della sinistra, Valerio Onida, che aveva detto l'esatto opposto: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza, basta che il cda lo voti di nuovo riavviando l'iter».
Il presidente Barachini a dimostrazione che la Vigilanza è pronta a portare avanti il suo compito, per la prima volta l'ha convocata in maniera permanente, così se anche il giorno di ferragosto il cda decidesse il nome di un nuovo candidato alla presidenza, la bicamerale, all'indomani, sarebbe pronta a votarlo.
Soddisfatto il renzianissimo Davide Faraone, capogruppo Pd in commissione : «È assolutamente necessario che il servizio pubblico completi il suo organigramma dopo che il Parlamento, attraverso il voto della Vigilanza, ha bocciato Foa (formula impropria, perché non ha raggiunto i voti necessari al sì, ndr). Il cda prenda atto della situazione e sblocchi una situazione non più sostenibile».
«All'interno dell'attuale cda Foa rimane il professionista migliore per il ruolo di presidente. Se il Pd vuole nei fatti il bene della Rai abbassi i toni e rispetti i ruoli, aiutandoci a voltare pagina dopo la disastrosa gestione renziana», hanno detto i leghisti Massimiliano Capitanio e Paolo Tiramani, segretario e capogruppo in Commissione Vigilanza. «Ci auguriamo che il cda della Rai scelga al più presto il proprio presidente e lo sottoponga alla Vigilanza, senza alcuna pressione da parte dei partiti», così Gianluigi Paragone, senatore M5S e membro della commissione. Non proprio sulla stessa linea il vicepremier Luigi Di Maio (che la Vigilanza vorrebbe ascoltare ma la prima data utile sarà a settembre): «Per quanto mi riguarda il cda è pienamente operativo. Bisogna eleggere il presidente della Rai, la legge dice che serve un'intesa tra i gruppi e fino a quando non c'è questa intesa non c'è un presidente». «Va bene la lettera ma non c'è fretta visto che siamo in periodo agostano. Così tutti hanno la possibilità di ragionare sulle scelte fatte e da fare», ha detto Alessandro Morelli, responsabile della comunicazione della Lega, intervistato da Affaritaliani.it. «La Lega non cambia nome», ha proseguito, «ci vuole un voto della Vigilanza, ovvio, e sono convinto che la scelta sbagliata partita dall'alto di Fi in questo periodo possa essere rivalutata. Tajani, Letta e Gelmini hanno compiuto una scelta e preso una direzione non condivisa dalla base di Fi. Il loro elettorato è a favore di Foa, un giornalista liberale. Il fuoco amico è del tutto incomprensibile». Pierferdinando Casini, consigliere per le Autonomie in Vigilanza, ha rivolto un appello «alla serietà a Salvini e Di Maio: inutile continuare questa pantomima che blocca la Rai. Si individui una persona super partes e la si voti. Foa potrà svolgere, nello stesso ambito del servizio pubblico, il suo lavoro in un altro ruolo». Teoricamente il cda di Viale Mazzini, convocato per oggi alle 16, dovrebbe dare una risposta alla lettera della Vigilanza, ma concretamente sembra improbabile.
Del resto, la missiva appare priva di fondamento considerato che il cda non ha all'ordine del giorno le nomine ma soltanto il «rinnovo del contratto della ventiquattresima stagione di Un posto al sole e quello per gli highlights del calcio», ovvero la normale gestione.
Un invito dunque della Vigilanza «inutile» considerato che mancando l'accordo politico è inutile indicare qualsiasi altro presidente scelto all'interno dello stesso cda (7 membri di cui 4 della maggioranza di governo e 3 dell'opposizione) che ha già dato l'ok a Foa ma non è detto che possa darlo ad un altro consigliere. Peraltro, ammesso passasse un nuovo nome potrebbe di nuovo trovare il muro in Vigilanza. L'unico che può sciogliere il nodo Rai, decisamente politico, è Matteo Salvini che però continua a non cedere né indicando un altro nome come presidente né sostituendo Foa con un'altra personalità concordata con le opposizioni, sempre in attesa del ripensamento di Berlusconi.
In serata è arrivata la risposta dell'ad Fabrizio Salini, in sintonia con la linea dell'esecutivo. Al primo punto dell'ordine del giorno del cda ci sarà la presidenza, ma Foa, in assenza di mosse dell'azionista (leggi Tria), svolgerà la funzione di consigliere anziano.
Sarina Biraghi
Uno stallo figlio della riforma Renzi
Evocava il «modello Bbc» per la sua indipendenza e credibilità e condannava la Rai dei partiti. Perciò Matteo Renzi ci mise il faccione sulla sua riforma della tv di Stato con una legge che attribuisce a Palazzo Chigi e al ministero dell'Economia un'influenza decisiva sulla Rai diventata così, dal dicembre 2015, la Rai del governo. Nei suoi sogni, infrantisi con il referendum, non più dei partiti ma soltanto di uno: il Pd.
Quella riforma che stabiliva criteri di nomina differenti dalla legge Gasparri trova oggi con il governo Lega-M5s la prima applicazione. E quindi, nessun problema per i componenti del cda passati da 9 a 7 (4 eletti da Camera e Senato, 2 nominati dal governo e 1 designato dall'assemblea dei dipendenti). Tutto liscio per la nomina, su indicazione del governo, ma fatta dal ministero dell'Economia, della figura del presidente «di garanzia» e del capo azienda, cioè dell'ad, non un semplice direttore generale, cha ha le mani libere sulle nomine e sui contratti fino a 10 milioni.
I nuovi super poteri, grazie ad una norma transitoria, andarono subito ad Antonio Campo Dall'Orto, uomo della Leopolda voluto da Renzi (e da lui «rottamato») che si trasformò da direttore generale in ad. Unico limite all'azione del super ad, è nella facoltà del cda di licenziarlo. Passa invece per il cda, che deve votarlo a maggioranza, la nomina del presidente che deve essere ratificata dai due terzi dei voti in commissione di Vigilanza. Passaggio che per la prima volta si è incagliato sul nome di Marcello Foa, giornalista liberale non gradito però né al Pd né a settori di Fi. I poteri del presidente sono limitati alle «relazioni esterne e istituzionali», e alla «supervisione delle attività di controllo interno» e «alla firma sul bilancio». Certo è singolare la posizione del Pd (ormai poco renziano) che appena fatti i nomi di Foa e Fabrizio Salini denunciò subito, per bocca del segretario Maurizio Martina: «Va in onda la spartizione tra Lega e 5 stelle. La legge prevede maggioranza 2/3 per presidente di garanzia: per le poltrone calpestano anche le regole». O, a proposito di Foa, sentir dire dal capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio: «Continuare a insistere su un candidato bocciato dalla commissione parlamentare significa non rispettare la volontà popolare che si esprime nel Parlamento e il dettato costituzionale che garantisce che la Rai è un servizio pubblico e non è a servizio di nessuno, tantomeno di un partito politico». Oltre ad essere sbilanciata, la nuova legge sulla Rai, alla sua prima applicazione, con il caso Foa (ma con un altro nome le cose non cambierebbero) mostra dei vuoti che andranno risolti con una riforma della riforma. Infatti, si parla di presidente di garanzia, con poteri ben limitati rispetto quelli di «peso» dell'ad, ma non si sono previsti strumenti o procedure per dirimere la crisi in atto tra cda e Vigilanza, con un ok del consiglio e un quorum non raggiunto in commissione. Non è stata normata, di conseguenza, nemmeno la possibilità che il nominato presidente fermato in Vigilanza possa ripresentarsi o si debba dimettere.
E se Vigilanza possa sollecitare la nomina del presidente ben sapendo che si tratti di una nomina politica e non tecnica. Domande irrisolte che provocano uno stallo della procedura e che consentono di interpretare la legge come si vuole anche se non si può negare l'esistenza dello Statuto del cda Rai che prevede la possibilità del consigliere anziano (e Foa lo è malgrado i suoi soltanto 55 anni) di ricoprire il ruolo di presidente facente funzioni. Cosa che sta facendo avendo convocato per oggi pomeriggio alle 16 il cda di viale Mazzini.
Sarina Biraghi
Continua a leggereRiduci
Marcello Foa resta il candidato unico dei gialloblù per la Rai. E sui social l'elettorato azzurro mostra di non condividere il «niet» dei colonnelli azzurri nei suoi confronti. Giorgio Napolitano glissa sulla telefonata ad Antonio Tajani: «Non mi occupo di politica contingente, riposo».Il vertice della Vigilanza scrive al cda: «Nuovo nome per la presidenza». Oggi la risposta del Consiglio. L'ad Fabrizio Salini fa sapere che il giornalista resta consigliere anziano. Luigi Di Maio: «Senza intesa si continua così».Uno stallo figlio della riforma Renzi. L'ex premier modificò la legge immaginando di controllare l'azienda per anni ma scordò di inserire una via d'uscita in caso di conflitto tra la governance e l'organo di controllo.Lo speciale contiene tre articoliSembrano due corazzieri. Forti del consenso popolare, Matteo Salvini e Luigi Di Maio affrontano la prima vera tempesta politica sul governo rimanendo immobili a protezione delle loro scelte e di un'idea di Rai fondamentalmente diversa rispetto al passato, costellato di mani sudate e di accordi sottobanco fra gruppi di potere. Per loro Marcello Foa rimane l'unico presidente possibile. Lo hanno proposto, lo hanno visto cadere in trappola e adesso continuano a difenderlo ergendolo a simbolo di un principio. Così, alla lettera della commissione di Vigilanza (firmata dal presidente Alberto Barachini, Forza Italia) in cui si chiede al consiglio di amministrazione di occuparsi solo di affari correnti e lo si sprona a trovare al più presto un nuovo candidato, replicano senza mezzi termini. E vanno ben oltre la diplomatica risposta ufficiale dell'amministratore delegato Fabrizio Salini (sintesi: le vostre preoccupazioni sono anche le nostre). Il leader dei 5 stelle sottolinea che «il cda è pienamente operativo». E aggiunge sibillino: «Bisogna eleggere il presidente della Rai, la legge dice che serve un'intesa tra i gruppi e fino a quando non c'è questa intesa non c'è un presidente. Il problema è che noi non stiamo cedendo alla lottizzazione politica». Come a dire: il centrodestra si è spaccato sul nome, il centrodestra si ricomponga sullo stesso nome.Ancora più esplicita la posizione della Lega, probabilmente per allontanare le voci di un possibile sganciamento da Foa che in queste ore stanno diventando la colonna sonora della partita. È il portavoce di Salvini, Alessandro Morelli, a prendere la parola: «Va bene, non c'è fretta visto che siamo in periodo agostano. Così tutti hanno la possibilità di ragionare sulle scelte fatte e da fare» spiega al sito Affaritaliani. «La Lega continua a indicare Foa, non cambiamo nome. Ci vuole un voto della Vigilanza, ovvio, e sono convinto che la scelta sbagliata partita dall'alto di Forza Italia in questo periodo possa essere rivalutata grazie alla forza che arriva dal basso di quel partito, indicando Foa come miglior presidente». Poi Morelli scende nel dettaglio e conferma ciò che La Verità aveva anticipato nella ricostruzione di ieri: «Antonio Tajani, Gianni Letta e Mariastella Gelmini hanno compiuto una scelta e preso una direzione non condivisa dalla base di Forza Italia. E basta leggere i social di quel partito o i commenti su ilgiornale.it per capirlo. Il loro elettorato è a favore di Foa, un giornalista liberale. Il fuoco amico posto in essere dai nomi di esponenti di Forza Italia che ho citato è del tutto incomprensibile».Due corazzieri alla vigilia di un cda apparentemente di routine - quello di oggi con un ordine del giorno conservativo come gli highlight di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole -, che ritengono di non potersi permettere una sconfitta sotto l'ombrellone, periodo in cui in Rai storicamente si compiono i blitz più sorprendenti, nei quali scompaiono poltrone e ne compaiono altre. Salvini e Di Maio mostrano di non avere fretta, di voler scollinare oltre le ferie agostane. E per evitare altri agguati hanno intenzione di approfondire il dossier Rai in tutte le sue sfaccettature, compresa quella della ricca torta pubblicitaria, i sei miliardi suddivisi con i network privati nazionali, compresa Mediaset.Mentre Foa si appresta a guidare il cda di oggi in qualità di consigliere anziano, forte del rinnovato consenso dei suoi sponsor governativi, il vicepresidente di Forza Italia, Tajani, contesta la parte della nostra ricostruzione di ieri relativa a pressioni da parte dell'Europa stessa e a una telefonata di Jacques Attali, gran burattinaio di Emmanuel Macron. Lo scenario - ampiamente dibattuto in questi giorni nel mondo della massoneria (libreidee.org) in cui si parla di un coinvolgimento del presidente emerito Giorgio Napolitano -, farebbe assomigliare curiosamente la vicenda Foa alla fibrillazione istituzionale verificatasi nei giorni successivi all'inserimento di Paolo Savona nella formazione di governo. «Mai parlato con Attali né con Napolitano della vicenda Rai né di altro», precisa su Twitter il presidente del Parlamento europeo. E fra lo scetticismo dei suoi follower rassicura: «Non prendo ordini né da Parigi, né da Berlino, né da Mosca, né dagli Usa. Da cattolico rispondo solo alla mia coscienza». Anche l'ufficio stampa dell'ex capo dello Stato si smarca elegantemente dalla vicenda: «Il presidente Napolitano sta trascorrendo un periodo di assoluto riposo e pertanto non si occupa né si è occupato di alcuna questione politica contingente».Fra misteri, dubbi e colpi di scena la sfida continua, a conferma che gli interessi sono enormi. Dentro Forza Italia la dialettica è ampia e tutti attendono una mossa di Silvio Berlusconi, che in questi casi in passato ha saputo sparigliare e inventarsi il colpo d'ala decisivo per superare l'impasse. La presidenza della Rai sta creando un clima avvelenato anche a Ferragosto, a dimostrazione che la battaglia sotto il pelo dell'acqua è dura, combattuta. «Non stiamo cedendo alla lottizzazione politica»; la frase di Di Maio dice molto. Ma agli occhi degli abbonati (ed elettori) sono visibili solo i relitti dei sommergibili affondati. Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/solo-una-mossa-del-cav-puo-ricucire-fi-2593671981.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lega-e-m5s-non-si-rimangiano-foa-lo-scontro-puo-durare-tutto-agosto" data-post-id="2593671981" data-published-at="1774143865" data-use-pagination="False"> Lega e M5s non si rimangiano Foa. Lo scontro può durare tutto agosto Nessuna audizione fissata con il ministro del Tesoro Giovanni Tria, ma una lettera inviata al cda della Rai affinché proceda al più presto all'indicazione del presidente e nel frattempo «si astenga dal compiere atti al di fuori dell'ordinaria amministrazione». Ovvero, fare le nomine dei direttori di rete, di canale e dei Tg. Ieri di buon mattino l'ufficio di presidenza della commissione bicamerale di Vigilanza ha dato mandato all'unanimità al presidente Alberto Barachini di scrivere al cda di Viale Mazzini, e per conoscenza ai presidenti di Camera e Senato e al ministro Tria, per sbloccare così l'impasse in cui si trova dopo che Marcello Foa, il giornalista indicato come presidente dal governo (soprattutto dalla Lega), ottenuto l'ok del cda non ha raggiunto il quorum dei due terzi previsto dalla legge proprio in Vigilanza. Alla lettera sono stati allegati i pareri di Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all'università La Sapienza, e dei giuristi Bruno Del Vecchio e Luigi Principato secondo i quali il consigliere bocciato non può né guidare il Consiglio, né riproporsi come candidato. Manca però l'opinione del costituzionalista simbolo della sinistra, Valerio Onida, che aveva detto l'esatto opposto: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza, basta che il cda lo voti di nuovo riavviando l'iter». Il presidente Barachini a dimostrazione che la Vigilanza è pronta a portare avanti il suo compito, per la prima volta l'ha convocata in maniera permanente, così se anche il giorno di ferragosto il cda decidesse il nome di un nuovo candidato alla presidenza, la bicamerale, all'indomani, sarebbe pronta a votarlo. Soddisfatto il renzianissimo Davide Faraone, capogruppo Pd in commissione : «È assolutamente necessario che il servizio pubblico completi il suo organigramma dopo che il Parlamento, attraverso il voto della Vigilanza, ha bocciato Foa (formula impropria, perché non ha raggiunto i voti necessari al sì, ndr). Il cda prenda atto della situazione e sblocchi una situazione non più sostenibile». «All'interno dell'attuale cda Foa rimane il professionista migliore per il ruolo di presidente. Se il Pd vuole nei fatti il bene della Rai abbassi i toni e rispetti i ruoli, aiutandoci a voltare pagina dopo la disastrosa gestione renziana», hanno detto i leghisti Massimiliano Capitanio e Paolo Tiramani, segretario e capogruppo in Commissione Vigilanza. «Ci auguriamo che il cda della Rai scelga al più presto il proprio presidente e lo sottoponga alla Vigilanza, senza alcuna pressione da parte dei partiti», così Gianluigi Paragone, senatore M5S e membro della commissione. Non proprio sulla stessa linea il vicepremier Luigi Di Maio (che la Vigilanza vorrebbe ascoltare ma la prima data utile sarà a settembre): «Per quanto mi riguarda il cda è pienamente operativo. Bisogna eleggere il presidente della Rai, la legge dice che serve un'intesa tra i gruppi e fino a quando non c'è questa intesa non c'è un presidente». «Va bene la lettera ma non c'è fretta visto che siamo in periodo agostano. Così tutti hanno la possibilità di ragionare sulle scelte fatte e da fare», ha detto Alessandro Morelli, responsabile della comunicazione della Lega, intervistato da Affaritaliani.it. «La Lega non cambia nome», ha proseguito, «ci vuole un voto della Vigilanza, ovvio, e sono convinto che la scelta sbagliata partita dall'alto di Fi in questo periodo possa essere rivalutata. Tajani, Letta e Gelmini hanno compiuto una scelta e preso una direzione non condivisa dalla base di Fi. Il loro elettorato è a favore di Foa, un giornalista liberale. Il fuoco amico è del tutto incomprensibile». Pierferdinando Casini, consigliere per le Autonomie in Vigilanza, ha rivolto un appello «alla serietà a Salvini e Di Maio: inutile continuare questa pantomima che blocca la Rai. Si individui una persona super partes e la si voti. Foa potrà svolgere, nello stesso ambito del servizio pubblico, il suo lavoro in un altro ruolo». Teoricamente il cda di Viale Mazzini, convocato per oggi alle 16, dovrebbe dare una risposta alla lettera della Vigilanza, ma concretamente sembra improbabile. Del resto, la missiva appare priva di fondamento considerato che il cda non ha all'ordine del giorno le nomine ma soltanto il «rinnovo del contratto della ventiquattresima stagione di Un posto al sole e quello per gli highlights del calcio», ovvero la normale gestione. Un invito dunque della Vigilanza «inutile» considerato che mancando l'accordo politico è inutile indicare qualsiasi altro presidente scelto all'interno dello stesso cda (7 membri di cui 4 della maggioranza di governo e 3 dell'opposizione) che ha già dato l'ok a Foa ma non è detto che possa darlo ad un altro consigliere. Peraltro, ammesso passasse un nuovo nome potrebbe di nuovo trovare il muro in Vigilanza. L'unico che può sciogliere il nodo Rai, decisamente politico, è Matteo Salvini che però continua a non cedere né indicando un altro nome come presidente né sostituendo Foa con un'altra personalità concordata con le opposizioni, sempre in attesa del ripensamento di Berlusconi. In serata è arrivata la risposta dell'ad Fabrizio Salini, in sintonia con la linea dell'esecutivo. Al primo punto dell'ordine del giorno del cda ci sarà la presidenza, ma Foa, in assenza di mosse dell'azionista (leggi Tria), svolgerà la funzione di consigliere anziano. Sarina Biraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/solo-una-mossa-del-cav-puo-ricucire-fi-2593671981.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="uno-stallo-figlio-della-riforma-renzi" data-post-id="2593671981" data-published-at="1774143865" data-use-pagination="False"> Uno stallo figlio della riforma Renzi Evocava il «modello Bbc» per la sua indipendenza e credibilità e condannava la Rai dei partiti. Perciò Matteo Renzi ci mise il faccione sulla sua riforma della tv di Stato con una legge che attribuisce a Palazzo Chigi e al ministero dell'Economia un'influenza decisiva sulla Rai diventata così, dal dicembre 2015, la Rai del governo. Nei suoi sogni, infrantisi con il referendum, non più dei partiti ma soltanto di uno: il Pd. Quella riforma che stabiliva criteri di nomina differenti dalla legge Gasparri trova oggi con il governo Lega-M5s la prima applicazione. E quindi, nessun problema per i componenti del cda passati da 9 a 7 (4 eletti da Camera e Senato, 2 nominati dal governo e 1 designato dall'assemblea dei dipendenti). Tutto liscio per la nomina, su indicazione del governo, ma fatta dal ministero dell'Economia, della figura del presidente «di garanzia» e del capo azienda, cioè dell'ad, non un semplice direttore generale, cha ha le mani libere sulle nomine e sui contratti fino a 10 milioni. I nuovi super poteri, grazie ad una norma transitoria, andarono subito ad Antonio Campo Dall'Orto, uomo della Leopolda voluto da Renzi (e da lui «rottamato») che si trasformò da direttore generale in ad. Unico limite all'azione del super ad, è nella facoltà del cda di licenziarlo. Passa invece per il cda, che deve votarlo a maggioranza, la nomina del presidente che deve essere ratificata dai due terzi dei voti in commissione di Vigilanza. Passaggio che per la prima volta si è incagliato sul nome di Marcello Foa, giornalista liberale non gradito però né al Pd né a settori di Fi. I poteri del presidente sono limitati alle «relazioni esterne e istituzionali», e alla «supervisione delle attività di controllo interno» e «alla firma sul bilancio». Certo è singolare la posizione del Pd (ormai poco renziano) che appena fatti i nomi di Foa e Fabrizio Salini denunciò subito, per bocca del segretario Maurizio Martina: «Va in onda la spartizione tra Lega e 5 stelle. La legge prevede maggioranza 2/3 per presidente di garanzia: per le poltrone calpestano anche le regole». O, a proposito di Foa, sentir dire dal capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio: «Continuare a insistere su un candidato bocciato dalla commissione parlamentare significa non rispettare la volontà popolare che si esprime nel Parlamento e il dettato costituzionale che garantisce che la Rai è un servizio pubblico e non è a servizio di nessuno, tantomeno di un partito politico». Oltre ad essere sbilanciata, la nuova legge sulla Rai, alla sua prima applicazione, con il caso Foa (ma con un altro nome le cose non cambierebbero) mostra dei vuoti che andranno risolti con una riforma della riforma. Infatti, si parla di presidente di garanzia, con poteri ben limitati rispetto quelli di «peso» dell'ad, ma non si sono previsti strumenti o procedure per dirimere la crisi in atto tra cda e Vigilanza, con un ok del consiglio e un quorum non raggiunto in commissione. Non è stata normata, di conseguenza, nemmeno la possibilità che il nominato presidente fermato in Vigilanza possa ripresentarsi o si debba dimettere. E se Vigilanza possa sollecitare la nomina del presidente ben sapendo che si tratti di una nomina politica e non tecnica. Domande irrisolte che provocano uno stallo della procedura e che consentono di interpretare la legge come si vuole anche se non si può negare l'esistenza dello Statuto del cda Rai che prevede la possibilità del consigliere anziano (e Foa lo è malgrado i suoi soltanto 55 anni) di ricoprire il ruolo di presidente facente funzioni. Cosa che sta facendo avendo convocato per oggi pomeriggio alle 16 il cda di viale Mazzini. Sarina Biraghi
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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