True
2018-08-08
Solo una mossa del Cav può ricucire Forza Italia
Ansa
Sembrano due corazzieri. Forti del consenso popolare, Matteo Salvini e Luigi Di Maio affrontano la prima vera tempesta politica sul governo rimanendo immobili a protezione delle loro scelte e di un'idea di Rai fondamentalmente diversa rispetto al passato, costellato di mani sudate e di accordi sottobanco fra gruppi di potere. Per loro Marcello Foa rimane l'unico presidente possibile. Lo hanno proposto, lo hanno visto cadere in trappola e adesso continuano a difenderlo ergendolo a simbolo di un principio.
Così, alla lettera della commissione di Vigilanza (firmata dal presidente Alberto Barachini, Forza Italia) in cui si chiede al consiglio di amministrazione di occuparsi solo di affari correnti e lo si sprona a trovare al più presto un nuovo candidato, replicano senza mezzi termini. E vanno ben oltre la diplomatica risposta ufficiale dell'amministratore delegato Fabrizio Salini (sintesi: le vostre preoccupazioni sono anche le nostre). Il leader dei 5 stelle sottolinea che «il cda è pienamente operativo». E aggiunge sibillino: «Bisogna eleggere il presidente della Rai, la legge dice che serve un'intesa tra i gruppi e fino a quando non c'è questa intesa non c'è un presidente. Il problema è che noi non stiamo cedendo alla lottizzazione politica». Come a dire: il centrodestra si è spaccato sul nome, il centrodestra si ricomponga sullo stesso nome.
Ancora più esplicita la posizione della Lega, probabilmente per allontanare le voci di un possibile sganciamento da Foa che in queste ore stanno diventando la colonna sonora della partita. È il portavoce di Salvini, Alessandro Morelli, a prendere la parola: «Va bene, non c'è fretta visto che siamo in periodo agostano. Così tutti hanno la possibilità di ragionare sulle scelte fatte e da fare» spiega al sito Affaritaliani. «La Lega continua a indicare Foa, non cambiamo nome. Ci vuole un voto della Vigilanza, ovvio, e sono convinto che la scelta sbagliata partita dall'alto di Forza Italia in questo periodo possa essere rivalutata grazie alla forza che arriva dal basso di quel partito, indicando Foa come miglior presidente».
Poi Morelli scende nel dettaglio e conferma ciò che La Verità aveva anticipato nella ricostruzione di ieri: «Antonio Tajani, Gianni Letta e Mariastella Gelmini hanno compiuto una scelta e preso una direzione non condivisa dalla base di Forza Italia. E basta leggere i social di quel partito o i commenti su ilgiornale.it per capirlo. Il loro elettorato è a favore di Foa, un giornalista liberale. Il fuoco amico posto in essere dai nomi di esponenti di Forza Italia che ho citato è del tutto incomprensibile».
Due corazzieri alla vigilia di un cda apparentemente di routine - quello di oggi con un ordine del giorno conservativo come gli highlight di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole -, che ritengono di non potersi permettere una sconfitta sotto l'ombrellone, periodo in cui in Rai storicamente si compiono i blitz più sorprendenti, nei quali scompaiono poltrone e ne compaiono altre. Salvini e Di Maio mostrano di non avere fretta, di voler scollinare oltre le ferie agostane. E per evitare altri agguati hanno intenzione di approfondire il dossier Rai in tutte le sue sfaccettature, compresa quella della ricca torta pubblicitaria, i sei miliardi suddivisi con i network privati nazionali, compresa Mediaset.
Mentre Foa si appresta a guidare il cda di oggi in qualità di consigliere anziano, forte del rinnovato consenso dei suoi sponsor governativi, il vicepresidente di Forza Italia, Tajani, contesta la parte della nostra ricostruzione di ieri relativa a pressioni da parte dell'Europa stessa e a una telefonata di Jacques Attali, gran burattinaio di Emmanuel Macron. Lo scenario - ampiamente dibattuto in questi giorni nel mondo della massoneria (libreidee.org) in cui si parla di un coinvolgimento del presidente emerito Giorgio Napolitano -, farebbe assomigliare curiosamente la vicenda Foa alla fibrillazione istituzionale verificatasi nei giorni successivi all'inserimento di Paolo Savona nella formazione di governo.
«Mai parlato con Attali né con Napolitano della vicenda Rai né di altro», precisa su Twitter il presidente del Parlamento europeo. E fra lo scetticismo dei suoi follower rassicura: «Non prendo ordini né da Parigi, né da Berlino, né da Mosca, né dagli Usa. Da cattolico rispondo solo alla mia coscienza». Anche l'ufficio stampa dell'ex capo dello Stato si smarca elegantemente dalla vicenda: «Il presidente Napolitano sta trascorrendo un periodo di assoluto riposo e pertanto non si occupa né si è occupato di alcuna questione politica contingente».
Fra misteri, dubbi e colpi di scena la sfida continua, a conferma che gli interessi sono enormi. Dentro Forza Italia la dialettica è ampia e tutti attendono una mossa di Silvio Berlusconi, che in questi casi in passato ha saputo sparigliare e inventarsi il colpo d'ala decisivo per superare l'impasse. La presidenza della Rai sta creando un clima avvelenato anche a Ferragosto, a dimostrazione che la battaglia sotto il pelo dell'acqua è dura, combattuta. «Non stiamo cedendo alla lottizzazione politica»; la frase di Di Maio dice molto. Ma agli occhi degli abbonati (ed elettori) sono visibili solo i relitti dei sommergibili affondati.
Giorgio Gandola
Lega e M5s non si rimangiano Foa. Lo scontro può durare tutto agosto
Nessuna audizione fissata con il ministro del Tesoro Giovanni Tria, ma una lettera inviata al cda della Rai affinché proceda al più presto all'indicazione del presidente e nel frattempo «si astenga dal compiere atti al di fuori dell'ordinaria amministrazione». Ovvero, fare le nomine dei direttori di rete, di canale e dei Tg.
Ieri di buon mattino l'ufficio di presidenza della commissione bicamerale di Vigilanza ha dato mandato all'unanimità al presidente Alberto Barachini di scrivere al cda di Viale Mazzini, e per conoscenza ai presidenti di Camera e Senato e al ministro Tria, per sbloccare così l'impasse in cui si trova dopo che Marcello Foa, il giornalista indicato come presidente dal governo (soprattutto dalla Lega), ottenuto l'ok del cda non ha raggiunto il quorum dei due terzi previsto dalla legge proprio in Vigilanza. Alla lettera sono stati allegati i pareri di Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all'università La Sapienza, e dei giuristi Bruno Del Vecchio e Luigi Principato secondo i quali il consigliere bocciato non può né guidare il Consiglio, né riproporsi come candidato. Manca però l'opinione del costituzionalista simbolo della sinistra, Valerio Onida, che aveva detto l'esatto opposto: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza, basta che il cda lo voti di nuovo riavviando l'iter».
Il presidente Barachini a dimostrazione che la Vigilanza è pronta a portare avanti il suo compito, per la prima volta l'ha convocata in maniera permanente, così se anche il giorno di ferragosto il cda decidesse il nome di un nuovo candidato alla presidenza, la bicamerale, all'indomani, sarebbe pronta a votarlo.
Soddisfatto il renzianissimo Davide Faraone, capogruppo Pd in commissione : «È assolutamente necessario che il servizio pubblico completi il suo organigramma dopo che il Parlamento, attraverso il voto della Vigilanza, ha bocciato Foa (formula impropria, perché non ha raggiunto i voti necessari al sì, ndr). Il cda prenda atto della situazione e sblocchi una situazione non più sostenibile».
«All'interno dell'attuale cda Foa rimane il professionista migliore per il ruolo di presidente. Se il Pd vuole nei fatti il bene della Rai abbassi i toni e rispetti i ruoli, aiutandoci a voltare pagina dopo la disastrosa gestione renziana», hanno detto i leghisti Massimiliano Capitanio e Paolo Tiramani, segretario e capogruppo in Commissione Vigilanza. «Ci auguriamo che il cda della Rai scelga al più presto il proprio presidente e lo sottoponga alla Vigilanza, senza alcuna pressione da parte dei partiti», così Gianluigi Paragone, senatore M5S e membro della commissione. Non proprio sulla stessa linea il vicepremier Luigi Di Maio (che la Vigilanza vorrebbe ascoltare ma la prima data utile sarà a settembre): «Per quanto mi riguarda il cda è pienamente operativo. Bisogna eleggere il presidente della Rai, la legge dice che serve un'intesa tra i gruppi e fino a quando non c'è questa intesa non c'è un presidente». «Va bene la lettera ma non c'è fretta visto che siamo in periodo agostano. Così tutti hanno la possibilità di ragionare sulle scelte fatte e da fare», ha detto Alessandro Morelli, responsabile della comunicazione della Lega, intervistato da Affaritaliani.it. «La Lega non cambia nome», ha proseguito, «ci vuole un voto della Vigilanza, ovvio, e sono convinto che la scelta sbagliata partita dall'alto di Fi in questo periodo possa essere rivalutata. Tajani, Letta e Gelmini hanno compiuto una scelta e preso una direzione non condivisa dalla base di Fi. Il loro elettorato è a favore di Foa, un giornalista liberale. Il fuoco amico è del tutto incomprensibile». Pierferdinando Casini, consigliere per le Autonomie in Vigilanza, ha rivolto un appello «alla serietà a Salvini e Di Maio: inutile continuare questa pantomima che blocca la Rai. Si individui una persona super partes e la si voti. Foa potrà svolgere, nello stesso ambito del servizio pubblico, il suo lavoro in un altro ruolo». Teoricamente il cda di Viale Mazzini, convocato per oggi alle 16, dovrebbe dare una risposta alla lettera della Vigilanza, ma concretamente sembra improbabile.
Del resto, la missiva appare priva di fondamento considerato che il cda non ha all'ordine del giorno le nomine ma soltanto il «rinnovo del contratto della ventiquattresima stagione di Un posto al sole e quello per gli highlights del calcio», ovvero la normale gestione.
Un invito dunque della Vigilanza «inutile» considerato che mancando l'accordo politico è inutile indicare qualsiasi altro presidente scelto all'interno dello stesso cda (7 membri di cui 4 della maggioranza di governo e 3 dell'opposizione) che ha già dato l'ok a Foa ma non è detto che possa darlo ad un altro consigliere. Peraltro, ammesso passasse un nuovo nome potrebbe di nuovo trovare il muro in Vigilanza. L'unico che può sciogliere il nodo Rai, decisamente politico, è Matteo Salvini che però continua a non cedere né indicando un altro nome come presidente né sostituendo Foa con un'altra personalità concordata con le opposizioni, sempre in attesa del ripensamento di Berlusconi.
In serata è arrivata la risposta dell'ad Fabrizio Salini, in sintonia con la linea dell'esecutivo. Al primo punto dell'ordine del giorno del cda ci sarà la presidenza, ma Foa, in assenza di mosse dell'azionista (leggi Tria), svolgerà la funzione di consigliere anziano.
Sarina Biraghi
Uno stallo figlio della riforma Renzi
Evocava il «modello Bbc» per la sua indipendenza e credibilità e condannava la Rai dei partiti. Perciò Matteo Renzi ci mise il faccione sulla sua riforma della tv di Stato con una legge che attribuisce a Palazzo Chigi e al ministero dell'Economia un'influenza decisiva sulla Rai diventata così, dal dicembre 2015, la Rai del governo. Nei suoi sogni, infrantisi con il referendum, non più dei partiti ma soltanto di uno: il Pd.
Quella riforma che stabiliva criteri di nomina differenti dalla legge Gasparri trova oggi con il governo Lega-M5s la prima applicazione. E quindi, nessun problema per i componenti del cda passati da 9 a 7 (4 eletti da Camera e Senato, 2 nominati dal governo e 1 designato dall'assemblea dei dipendenti). Tutto liscio per la nomina, su indicazione del governo, ma fatta dal ministero dell'Economia, della figura del presidente «di garanzia» e del capo azienda, cioè dell'ad, non un semplice direttore generale, cha ha le mani libere sulle nomine e sui contratti fino a 10 milioni.
I nuovi super poteri, grazie ad una norma transitoria, andarono subito ad Antonio Campo Dall'Orto, uomo della Leopolda voluto da Renzi (e da lui «rottamato») che si trasformò da direttore generale in ad. Unico limite all'azione del super ad, è nella facoltà del cda di licenziarlo. Passa invece per il cda, che deve votarlo a maggioranza, la nomina del presidente che deve essere ratificata dai due terzi dei voti in commissione di Vigilanza. Passaggio che per la prima volta si è incagliato sul nome di Marcello Foa, giornalista liberale non gradito però né al Pd né a settori di Fi. I poteri del presidente sono limitati alle «relazioni esterne e istituzionali», e alla «supervisione delle attività di controllo interno» e «alla firma sul bilancio». Certo è singolare la posizione del Pd (ormai poco renziano) che appena fatti i nomi di Foa e Fabrizio Salini denunciò subito, per bocca del segretario Maurizio Martina: «Va in onda la spartizione tra Lega e 5 stelle. La legge prevede maggioranza 2/3 per presidente di garanzia: per le poltrone calpestano anche le regole». O, a proposito di Foa, sentir dire dal capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio: «Continuare a insistere su un candidato bocciato dalla commissione parlamentare significa non rispettare la volontà popolare che si esprime nel Parlamento e il dettato costituzionale che garantisce che la Rai è un servizio pubblico e non è a servizio di nessuno, tantomeno di un partito politico». Oltre ad essere sbilanciata, la nuova legge sulla Rai, alla sua prima applicazione, con il caso Foa (ma con un altro nome le cose non cambierebbero) mostra dei vuoti che andranno risolti con una riforma della riforma. Infatti, si parla di presidente di garanzia, con poteri ben limitati rispetto quelli di «peso» dell'ad, ma non si sono previsti strumenti o procedure per dirimere la crisi in atto tra cda e Vigilanza, con un ok del consiglio e un quorum non raggiunto in commissione. Non è stata normata, di conseguenza, nemmeno la possibilità che il nominato presidente fermato in Vigilanza possa ripresentarsi o si debba dimettere.
E se Vigilanza possa sollecitare la nomina del presidente ben sapendo che si tratti di una nomina politica e non tecnica. Domande irrisolte che provocano uno stallo della procedura e che consentono di interpretare la legge come si vuole anche se non si può negare l'esistenza dello Statuto del cda Rai che prevede la possibilità del consigliere anziano (e Foa lo è malgrado i suoi soltanto 55 anni) di ricoprire il ruolo di presidente facente funzioni. Cosa che sta facendo avendo convocato per oggi pomeriggio alle 16 il cda di viale Mazzini.
Sarina Biraghi
Continua a leggereRiduci
Marcello Foa resta il candidato unico dei gialloblù per la Rai. E sui social l'elettorato azzurro mostra di non condividere il «niet» dei colonnelli azzurri nei suoi confronti. Giorgio Napolitano glissa sulla telefonata ad Antonio Tajani: «Non mi occupo di politica contingente, riposo».Il vertice della Vigilanza scrive al cda: «Nuovo nome per la presidenza». Oggi la risposta del Consiglio. L'ad Fabrizio Salini fa sapere che il giornalista resta consigliere anziano. Luigi Di Maio: «Senza intesa si continua così».Uno stallo figlio della riforma Renzi. L'ex premier modificò la legge immaginando di controllare l'azienda per anni ma scordò di inserire una via d'uscita in caso di conflitto tra la governance e l'organo di controllo.Lo speciale contiene tre articoliSembrano due corazzieri. Forti del consenso popolare, Matteo Salvini e Luigi Di Maio affrontano la prima vera tempesta politica sul governo rimanendo immobili a protezione delle loro scelte e di un'idea di Rai fondamentalmente diversa rispetto al passato, costellato di mani sudate e di accordi sottobanco fra gruppi di potere. Per loro Marcello Foa rimane l'unico presidente possibile. Lo hanno proposto, lo hanno visto cadere in trappola e adesso continuano a difenderlo ergendolo a simbolo di un principio. Così, alla lettera della commissione di Vigilanza (firmata dal presidente Alberto Barachini, Forza Italia) in cui si chiede al consiglio di amministrazione di occuparsi solo di affari correnti e lo si sprona a trovare al più presto un nuovo candidato, replicano senza mezzi termini. E vanno ben oltre la diplomatica risposta ufficiale dell'amministratore delegato Fabrizio Salini (sintesi: le vostre preoccupazioni sono anche le nostre). Il leader dei 5 stelle sottolinea che «il cda è pienamente operativo». E aggiunge sibillino: «Bisogna eleggere il presidente della Rai, la legge dice che serve un'intesa tra i gruppi e fino a quando non c'è questa intesa non c'è un presidente. Il problema è che noi non stiamo cedendo alla lottizzazione politica». Come a dire: il centrodestra si è spaccato sul nome, il centrodestra si ricomponga sullo stesso nome.Ancora più esplicita la posizione della Lega, probabilmente per allontanare le voci di un possibile sganciamento da Foa che in queste ore stanno diventando la colonna sonora della partita. È il portavoce di Salvini, Alessandro Morelli, a prendere la parola: «Va bene, non c'è fretta visto che siamo in periodo agostano. Così tutti hanno la possibilità di ragionare sulle scelte fatte e da fare» spiega al sito Affaritaliani. «La Lega continua a indicare Foa, non cambiamo nome. Ci vuole un voto della Vigilanza, ovvio, e sono convinto che la scelta sbagliata partita dall'alto di Forza Italia in questo periodo possa essere rivalutata grazie alla forza che arriva dal basso di quel partito, indicando Foa come miglior presidente». Poi Morelli scende nel dettaglio e conferma ciò che La Verità aveva anticipato nella ricostruzione di ieri: «Antonio Tajani, Gianni Letta e Mariastella Gelmini hanno compiuto una scelta e preso una direzione non condivisa dalla base di Forza Italia. E basta leggere i social di quel partito o i commenti su ilgiornale.it per capirlo. Il loro elettorato è a favore di Foa, un giornalista liberale. Il fuoco amico posto in essere dai nomi di esponenti di Forza Italia che ho citato è del tutto incomprensibile».Due corazzieri alla vigilia di un cda apparentemente di routine - quello di oggi con un ordine del giorno conservativo come gli highlight di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole -, che ritengono di non potersi permettere una sconfitta sotto l'ombrellone, periodo in cui in Rai storicamente si compiono i blitz più sorprendenti, nei quali scompaiono poltrone e ne compaiono altre. Salvini e Di Maio mostrano di non avere fretta, di voler scollinare oltre le ferie agostane. E per evitare altri agguati hanno intenzione di approfondire il dossier Rai in tutte le sue sfaccettature, compresa quella della ricca torta pubblicitaria, i sei miliardi suddivisi con i network privati nazionali, compresa Mediaset.Mentre Foa si appresta a guidare il cda di oggi in qualità di consigliere anziano, forte del rinnovato consenso dei suoi sponsor governativi, il vicepresidente di Forza Italia, Tajani, contesta la parte della nostra ricostruzione di ieri relativa a pressioni da parte dell'Europa stessa e a una telefonata di Jacques Attali, gran burattinaio di Emmanuel Macron. Lo scenario - ampiamente dibattuto in questi giorni nel mondo della massoneria (libreidee.org) in cui si parla di un coinvolgimento del presidente emerito Giorgio Napolitano -, farebbe assomigliare curiosamente la vicenda Foa alla fibrillazione istituzionale verificatasi nei giorni successivi all'inserimento di Paolo Savona nella formazione di governo. «Mai parlato con Attali né con Napolitano della vicenda Rai né di altro», precisa su Twitter il presidente del Parlamento europeo. E fra lo scetticismo dei suoi follower rassicura: «Non prendo ordini né da Parigi, né da Berlino, né da Mosca, né dagli Usa. Da cattolico rispondo solo alla mia coscienza». Anche l'ufficio stampa dell'ex capo dello Stato si smarca elegantemente dalla vicenda: «Il presidente Napolitano sta trascorrendo un periodo di assoluto riposo e pertanto non si occupa né si è occupato di alcuna questione politica contingente».Fra misteri, dubbi e colpi di scena la sfida continua, a conferma che gli interessi sono enormi. Dentro Forza Italia la dialettica è ampia e tutti attendono una mossa di Silvio Berlusconi, che in questi casi in passato ha saputo sparigliare e inventarsi il colpo d'ala decisivo per superare l'impasse. La presidenza della Rai sta creando un clima avvelenato anche a Ferragosto, a dimostrazione che la battaglia sotto il pelo dell'acqua è dura, combattuta. «Non stiamo cedendo alla lottizzazione politica»; la frase di Di Maio dice molto. Ma agli occhi degli abbonati (ed elettori) sono visibili solo i relitti dei sommergibili affondati. Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/solo-una-mossa-del-cav-puo-ricucire-fi-2593671981.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lega-e-m5s-non-si-rimangiano-foa-lo-scontro-puo-durare-tutto-agosto" data-post-id="2593671981" data-published-at="1781972611" data-use-pagination="False"> Lega e M5s non si rimangiano Foa. Lo scontro può durare tutto agosto Nessuna audizione fissata con il ministro del Tesoro Giovanni Tria, ma una lettera inviata al cda della Rai affinché proceda al più presto all'indicazione del presidente e nel frattempo «si astenga dal compiere atti al di fuori dell'ordinaria amministrazione». Ovvero, fare le nomine dei direttori di rete, di canale e dei Tg. Ieri di buon mattino l'ufficio di presidenza della commissione bicamerale di Vigilanza ha dato mandato all'unanimità al presidente Alberto Barachini di scrivere al cda di Viale Mazzini, e per conoscenza ai presidenti di Camera e Senato e al ministro Tria, per sbloccare così l'impasse in cui si trova dopo che Marcello Foa, il giornalista indicato come presidente dal governo (soprattutto dalla Lega), ottenuto l'ok del cda non ha raggiunto il quorum dei due terzi previsto dalla legge proprio in Vigilanza. Alla lettera sono stati allegati i pareri di Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all'università La Sapienza, e dei giuristi Bruno Del Vecchio e Luigi Principato secondo i quali il consigliere bocciato non può né guidare il Consiglio, né riproporsi come candidato. Manca però l'opinione del costituzionalista simbolo della sinistra, Valerio Onida, che aveva detto l'esatto opposto: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza, basta che il cda lo voti di nuovo riavviando l'iter». Il presidente Barachini a dimostrazione che la Vigilanza è pronta a portare avanti il suo compito, per la prima volta l'ha convocata in maniera permanente, così se anche il giorno di ferragosto il cda decidesse il nome di un nuovo candidato alla presidenza, la bicamerale, all'indomani, sarebbe pronta a votarlo. Soddisfatto il renzianissimo Davide Faraone, capogruppo Pd in commissione : «È assolutamente necessario che il servizio pubblico completi il suo organigramma dopo che il Parlamento, attraverso il voto della Vigilanza, ha bocciato Foa (formula impropria, perché non ha raggiunto i voti necessari al sì, ndr). Il cda prenda atto della situazione e sblocchi una situazione non più sostenibile». «All'interno dell'attuale cda Foa rimane il professionista migliore per il ruolo di presidente. Se il Pd vuole nei fatti il bene della Rai abbassi i toni e rispetti i ruoli, aiutandoci a voltare pagina dopo la disastrosa gestione renziana», hanno detto i leghisti Massimiliano Capitanio e Paolo Tiramani, segretario e capogruppo in Commissione Vigilanza. «Ci auguriamo che il cda della Rai scelga al più presto il proprio presidente e lo sottoponga alla Vigilanza, senza alcuna pressione da parte dei partiti», così Gianluigi Paragone, senatore M5S e membro della commissione. Non proprio sulla stessa linea il vicepremier Luigi Di Maio (che la Vigilanza vorrebbe ascoltare ma la prima data utile sarà a settembre): «Per quanto mi riguarda il cda è pienamente operativo. Bisogna eleggere il presidente della Rai, la legge dice che serve un'intesa tra i gruppi e fino a quando non c'è questa intesa non c'è un presidente». «Va bene la lettera ma non c'è fretta visto che siamo in periodo agostano. Così tutti hanno la possibilità di ragionare sulle scelte fatte e da fare», ha detto Alessandro Morelli, responsabile della comunicazione della Lega, intervistato da Affaritaliani.it. «La Lega non cambia nome», ha proseguito, «ci vuole un voto della Vigilanza, ovvio, e sono convinto che la scelta sbagliata partita dall'alto di Fi in questo periodo possa essere rivalutata. Tajani, Letta e Gelmini hanno compiuto una scelta e preso una direzione non condivisa dalla base di Fi. Il loro elettorato è a favore di Foa, un giornalista liberale. Il fuoco amico è del tutto incomprensibile». Pierferdinando Casini, consigliere per le Autonomie in Vigilanza, ha rivolto un appello «alla serietà a Salvini e Di Maio: inutile continuare questa pantomima che blocca la Rai. Si individui una persona super partes e la si voti. Foa potrà svolgere, nello stesso ambito del servizio pubblico, il suo lavoro in un altro ruolo». Teoricamente il cda di Viale Mazzini, convocato per oggi alle 16, dovrebbe dare una risposta alla lettera della Vigilanza, ma concretamente sembra improbabile. Del resto, la missiva appare priva di fondamento considerato che il cda non ha all'ordine del giorno le nomine ma soltanto il «rinnovo del contratto della ventiquattresima stagione di Un posto al sole e quello per gli highlights del calcio», ovvero la normale gestione. Un invito dunque della Vigilanza «inutile» considerato che mancando l'accordo politico è inutile indicare qualsiasi altro presidente scelto all'interno dello stesso cda (7 membri di cui 4 della maggioranza di governo e 3 dell'opposizione) che ha già dato l'ok a Foa ma non è detto che possa darlo ad un altro consigliere. Peraltro, ammesso passasse un nuovo nome potrebbe di nuovo trovare il muro in Vigilanza. L'unico che può sciogliere il nodo Rai, decisamente politico, è Matteo Salvini che però continua a non cedere né indicando un altro nome come presidente né sostituendo Foa con un'altra personalità concordata con le opposizioni, sempre in attesa del ripensamento di Berlusconi. In serata è arrivata la risposta dell'ad Fabrizio Salini, in sintonia con la linea dell'esecutivo. Al primo punto dell'ordine del giorno del cda ci sarà la presidenza, ma Foa, in assenza di mosse dell'azionista (leggi Tria), svolgerà la funzione di consigliere anziano. Sarina Biraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/solo-una-mossa-del-cav-puo-ricucire-fi-2593671981.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="uno-stallo-figlio-della-riforma-renzi" data-post-id="2593671981" data-published-at="1781972611" data-use-pagination="False"> Uno stallo figlio della riforma Renzi Evocava il «modello Bbc» per la sua indipendenza e credibilità e condannava la Rai dei partiti. Perciò Matteo Renzi ci mise il faccione sulla sua riforma della tv di Stato con una legge che attribuisce a Palazzo Chigi e al ministero dell'Economia un'influenza decisiva sulla Rai diventata così, dal dicembre 2015, la Rai del governo. Nei suoi sogni, infrantisi con il referendum, non più dei partiti ma soltanto di uno: il Pd. Quella riforma che stabiliva criteri di nomina differenti dalla legge Gasparri trova oggi con il governo Lega-M5s la prima applicazione. E quindi, nessun problema per i componenti del cda passati da 9 a 7 (4 eletti da Camera e Senato, 2 nominati dal governo e 1 designato dall'assemblea dei dipendenti). Tutto liscio per la nomina, su indicazione del governo, ma fatta dal ministero dell'Economia, della figura del presidente «di garanzia» e del capo azienda, cioè dell'ad, non un semplice direttore generale, cha ha le mani libere sulle nomine e sui contratti fino a 10 milioni. I nuovi super poteri, grazie ad una norma transitoria, andarono subito ad Antonio Campo Dall'Orto, uomo della Leopolda voluto da Renzi (e da lui «rottamato») che si trasformò da direttore generale in ad. Unico limite all'azione del super ad, è nella facoltà del cda di licenziarlo. Passa invece per il cda, che deve votarlo a maggioranza, la nomina del presidente che deve essere ratificata dai due terzi dei voti in commissione di Vigilanza. Passaggio che per la prima volta si è incagliato sul nome di Marcello Foa, giornalista liberale non gradito però né al Pd né a settori di Fi. I poteri del presidente sono limitati alle «relazioni esterne e istituzionali», e alla «supervisione delle attività di controllo interno» e «alla firma sul bilancio». Certo è singolare la posizione del Pd (ormai poco renziano) che appena fatti i nomi di Foa e Fabrizio Salini denunciò subito, per bocca del segretario Maurizio Martina: «Va in onda la spartizione tra Lega e 5 stelle. La legge prevede maggioranza 2/3 per presidente di garanzia: per le poltrone calpestano anche le regole». O, a proposito di Foa, sentir dire dal capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio: «Continuare a insistere su un candidato bocciato dalla commissione parlamentare significa non rispettare la volontà popolare che si esprime nel Parlamento e il dettato costituzionale che garantisce che la Rai è un servizio pubblico e non è a servizio di nessuno, tantomeno di un partito politico». Oltre ad essere sbilanciata, la nuova legge sulla Rai, alla sua prima applicazione, con il caso Foa (ma con un altro nome le cose non cambierebbero) mostra dei vuoti che andranno risolti con una riforma della riforma. Infatti, si parla di presidente di garanzia, con poteri ben limitati rispetto quelli di «peso» dell'ad, ma non si sono previsti strumenti o procedure per dirimere la crisi in atto tra cda e Vigilanza, con un ok del consiglio e un quorum non raggiunto in commissione. Non è stata normata, di conseguenza, nemmeno la possibilità che il nominato presidente fermato in Vigilanza possa ripresentarsi o si debba dimettere. E se Vigilanza possa sollecitare la nomina del presidente ben sapendo che si tratti di una nomina politica e non tecnica. Domande irrisolte che provocano uno stallo della procedura e che consentono di interpretare la legge come si vuole anche se non si può negare l'esistenza dello Statuto del cda Rai che prevede la possibilità del consigliere anziano (e Foa lo è malgrado i suoi soltanto 55 anni) di ricoprire il ruolo di presidente facente funzioni. Cosa che sta facendo avendo convocato per oggi pomeriggio alle 16 il cda di viale Mazzini. Sarina Biraghi
(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
Continua a leggereRiduci
Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
Continua a leggereRiduci
Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
Continua a leggereRiduci
Fontana di Trevi (iStock). Nel riquadro, la locandina dell'evento Lgbt
«Rimango sconcertato, a caratteri cubitali», dichiara Angelo Mellone componente, designato dal ministro della Cultura, del cda dell’Istituto centrale per la grafica. Assieme ad altri due consiglieri, Gianfranco Ferroni e Paolo Corsini, si era subito dissociato dall’iniziativa promossa dal direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, inventore del Grafica Pride.
«Una speciale apertura serale dedicata all’inclusione, al dialogo culturale e alle voci del mondo queer», così da giorni veniva pubblicizzato sui social l’evento, con biglietti a prezzo intero da 10 euro e da 5 euro (per gli under 30) andati, ovviamente, esauriti. Sì, perché oltre a momenti culturali queer, era possibile l’affaccio sulla Fontana di Trevi sorseggiando un cocktail. Vuoi mettere il brivido. Anche se molti Millennials che masticano di gender nemmeno sanno che cosa sia la Dolce vita di Federico Fellini.
Forse l’evento Lgbt serviva a rimpinguare le casse dell’istituto, che nel bilancio 2026 prevede solo 2.000 euro di entrate dalla biglietteria? «Grafica Pride è un evento pensato anche per avvicinare un pubblico giovane e per rafforzare la missione dell’Istituto: rendere il patrimonio culturale sempre più accessibile, partecipato e inclusivo», si annunciava sul sito dell’ente.
«Non ne sapevamo nulla», chiarisce Mellone. «Noi del consiglio di amministrazione non facciamo attività di vigilanza, però nemmeno era stata ventilata una simile iniziativa. Almeno c’era il dovere di comunicarla». Aggiunge: «Mi lascia molto perplesso ritrovare un istituto nazionale, che non gode di una visibilità estrema, al centro di un interesse mediatico per un evento del genere che non c’entra nulla con la missione istituzionale, e che impegna ideologicamente un organismo che fa tutt’altro. Mi chiedo il perché di tanta protervia, di tanta ostentazione ideologica. E non si venga a dire che sono intollerante, il rispetto è altra cosa».
Custode del patrimonio grafico italiano nelle sue differenti tipologie, stiamo parlando di un centro museale di rilevanza internazionale che, nel complesso architettonico costituito da Palazzo Poli e Palazzo della Calcografia, ospita tra le più importanti collezioni di disegni, stampe, matrici e fotografie, dalla pratica artistica dal Rinascimento all’epoca contemporanea. «Noi del cda chiederemo spiegazioni, ma ormai l’evento, una cosa senza senso, ha avuto luogo. E chi cercava visibilità l’ha ottenuta. Povera Fontana di Trevi», conclude Mellone.
In programma ieri sera c’erano «sound performance, DJ set live» e la presentazione del libro Musei, genere e queerness, volume che «indaga le modalità attraverso cui le istituzioni culturali, e i musei in particolare, possono assumere un ruolo attivo nell’interpretazione dei cambiamenti sociali relativi alle dimensioni del genere, della sessualità e delle relazioni, in un’ottica queer. Pensato come uno strumento di avvicinamento di tali argomenti per un pubblico di professionist*, student*, ma anche per chiunque insegni, scriva o faccia ricerca sociale, si tratta del primo saggio in italiano interamente dedicato all’approfondimento del rapporto tra queerness e museologia».
La kermesse di ieri sarà costata diverse migliaia di euro e come ha sottolineato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, nel bilancio di previsione 2026 dell’istituto ci sono 88.623 euro destinati a manifestazioni culturali come mostre, convegni ed eventi. Abbiamo pagato anche noi contribuenti, il Grafica Pride.
«Bene ha fatto il ministro Alessandro Giuli ad avviare una procedura di accertamento per capire responsabilità, dettagli e uso di fondi pubblici sull’ideologico evento Lgbt», ha commentato l’associazione. Alla Verità, il ministro aveva detto di ritenere l’iniziativa «incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica [...] Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale».
Il contributo diretto per quest’anno, da parte del ministero della Cultura, ammonta a 800.000 euro destinati al funzionamento ordinario dell’istituto (più altri 52.000 euro tra buoni pasti e «servizi di sicurezza»). Ovviamente la pensa diversamente Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride che oggi porterà il consueto carrozzone per le vie della Capitale con partenza alle 15 da piazza della Repubblica. «Apprezzo il gesto dell’istituto, perché in un mondo dove la destra per ogni cosa che qualcuno fa poi va lì a puntare il dito e punire, ci vuole coraggio», ha commentato, invitando il ministro Giuli ad «occuparsi di altre battaglie, questa mi sembra la minore di tutte».
Dopo la mediazione del Comune di Roma, sfilerà anche l’associazione ebraica Lgbtq+ Keshet, però solo a piedi e senza carro (che ha per bandiera i colori dell’arcobaleno con al centro la stella di David) e in uno «spezzone» del percorso, «nell’ottica di garantire la sicurezza di tutte le persone presenti», ha precisato Colamarino.
Continua a leggereRiduci