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2026-01-21
Solidarnosc insegna a Landini come si mette alle strette Elkann
Succede così che, mentre Stellantis annuncia il ridimensionamento di uno dei suoi stabilimenti chiave in Europa, cancellando il terzo turno e mettendo alla porta circa 740 lavoratori - quasi un terzo dell’organico - il sindacato polacco non si limita a registrare il fatto, a chiedere un tavolo o a invocare generici «chiarimenti». Scrive una lettera diretta a Exor, annuncia per questa mattina una conferenza stampa ai cancelli dell’impianto per annunciare le prossime iniziative.
Una scena che, vista dall’Italia, assume contorni quasi esotici. Solidarnosc parla di «dialogo di facciata», denuncia decisioni prese sopra la testa dei lavoratori e avverte che il taglio dei volumi rischia di travolgere 58 aziende dell’indotto e «migliaia di posti di lavoro». In Italia il massimo della reazione sindacale sembra spesso ridursi a un comunicato di solidarietà e a qualche slogan riciclato. Tychy non è una fabbrichetta qualunque. È uno dei pilastri produttivi di Stellantis in Europa. Qui nascono Alfa Romeo Junior, Jeep Avenger, una quota della Fiat 600. Modelli strategici. Proprio per questo, osservano i sindacati polacchi, il ridimensionamento appare incomprensibile e inquietante. Il sospetto è chiaro: il terzo turno che salta oggi potrebbe essere solo l’antipasto di un ridimensionamento ben più profondo domani.
Solidarnosc non si ferma ai numeri. Entra nel merito. E qui lo scontro si fa duro. Sul tavolo c’è il programma di uscite volontarie (Pdo)- Il sindacato chiede indennità fino a 36 mensilità, rivendicando trattamenti già riconosciuti in passato in altri stabilimenti del gruppo, in Polonia e nel resto d’Europa. Stellantis risponde con una proposta più magra: tetto a 24 mensilità con trattamenti differenziati in base all’anzianità. Ma la vera linea rossa, per Solidarnosc, non è solo l’importo. È il metodo. Perché quando la «volontarietà» delle uscite rischia di trasformarsi in una pressione individuale – accetti ora o domani sarà peggio – allora il sindacato alza la guardia. Grzegorz Maslanka, rappresentante di Solidarnosc a Tychy, lo dice senza giri di parole: servono garanzie vere, tutele per i genitori single, per chi mantiene da solo la famiglia, per chi ha più figli. Altro che formule generiche.
E mentre annuncia conferenze stampa davanti ai cancelli e un calendario serrato di incontri, Solidarnosc lancia il messaggio più politico di tutti: se non ci sarà un accordo, il clima si farà incandescente.
A questo punto il confronto con l’Italia diventa inevitabile. Perché mentre a Tychy i successori di Walesa si mobilitano Maurizio Landini sembra impegnato in un’altra dimensione, forse più metafisica che industriale. Gli stabilimenti italiani di Stellantis arrancano, le produzioni calano, l’occupazione si assottiglia, ma dal quartier generale della Cgil solo qualche comunicato dai toni risentiti. Così accade il paradosso: Solidarnosc, nata nei cantieri di Danzica contro il regime comunista, appare più combattiva della Cgil. Più concreta, più incalzante, più disposta allo scontro. Mentre Landini, che pure ama presentarsi come l’ultimo baluardo della conflittualità, sembra guardare altrove, come se ciò che accade a Mirafiori, Melfi o Cassino fosse una variabile indipendente del destino.
Forse è solo una questione di memoria storica. In Polonia sanno che senza alzare la voce non ti ascolta nessuno. E sanno anche che Solidarnosc, in fondo, ha sempre avuto un protettore speciale tra i santi e i papi. Karol Wojtyla il Papa polacco, che benediceva i cantieri e incoraggiava gli operai. Chissà che da qualche parte, tra una nuvola e l’altra, San Giovanni Paolo II non stia ancora dando una mano ai sindacalisti di Tychy.
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Il sindacato polacco pronto alla lotta per difendere lo stabilimento Stellantis di Tychy.I successori di Lech Walesa danno un po’ di lezioni alla Cgil su come impostare i rapporti con Stellantis: alzano la voce, battono i pugni sul tavolo, scrivono lettere scomode ai potenti e promettono battaglia. Altro che moderazione, altro che concertazione. A Tychy, nel cuore industriale della Slesia, Solidarnosc ricorda all’Europa che un sindacato, se vuole, può ancora fare il sindacato. Anche contro il primo socio, John Elkann. Anche contro i grandi azionisti, da Peugeot allo Stato francese, fino a BlackRock.Succede così che, mentre Stellantis annuncia il ridimensionamento di uno dei suoi stabilimenti chiave in Europa, cancellando il terzo turno e mettendo alla porta circa 740 lavoratori - quasi un terzo dell’organico - il sindacato polacco non si limita a registrare il fatto, a chiedere un tavolo o a invocare generici «chiarimenti». Scrive una lettera diretta a Exor, annuncia per questa mattina una conferenza stampa ai cancelli dell’impianto per annunciare le prossime iniziative.Una scena che, vista dall’Italia, assume contorni quasi esotici. Solidarnosc parla di «dialogo di facciata», denuncia decisioni prese sopra la testa dei lavoratori e avverte che il taglio dei volumi rischia di travolgere 58 aziende dell’indotto e «migliaia di posti di lavoro». In Italia il massimo della reazione sindacale sembra spesso ridursi a un comunicato di solidarietà e a qualche slogan riciclato. Tychy non è una fabbrichetta qualunque. È uno dei pilastri produttivi di Stellantis in Europa. Qui nascono Alfa Romeo Junior, Jeep Avenger, una quota della Fiat 600. Modelli strategici. Proprio per questo, osservano i sindacati polacchi, il ridimensionamento appare incomprensibile e inquietante. Il sospetto è chiaro: il terzo turno che salta oggi potrebbe essere solo l’antipasto di un ridimensionamento ben più profondo domani.Solidarnosc non si ferma ai numeri. Entra nel merito. E qui lo scontro si fa duro. Sul tavolo c’è il programma di uscite volontarie (Pdo)- Il sindacato chiede indennità fino a 36 mensilità, rivendicando trattamenti già riconosciuti in passato in altri stabilimenti del gruppo, in Polonia e nel resto d’Europa. Stellantis risponde con una proposta più magra: tetto a 24 mensilità con trattamenti differenziati in base all’anzianità. Ma la vera linea rossa, per Solidarnosc, non è solo l’importo. È il metodo. Perché quando la «volontarietà» delle uscite rischia di trasformarsi in una pressione individuale – accetti ora o domani sarà peggio – allora il sindacato alza la guardia. Grzegorz Maslanka, rappresentante di Solidarnosc a Tychy, lo dice senza giri di parole: servono garanzie vere, tutele per i genitori single, per chi mantiene da solo la famiglia, per chi ha più figli. Altro che formule generiche.E mentre annuncia conferenze stampa davanti ai cancelli e un calendario serrato di incontri, Solidarnosc lancia il messaggio più politico di tutti: se non ci sarà un accordo, il clima si farà incandescente.A questo punto il confronto con l’Italia diventa inevitabile. Perché mentre a Tychy i successori di Walesa si mobilitano Maurizio Landini sembra impegnato in un’altra dimensione, forse più metafisica che industriale. Gli stabilimenti italiani di Stellantis arrancano, le produzioni calano, l’occupazione si assottiglia, ma dal quartier generale della Cgil solo qualche comunicato dai toni risentiti. Così accade il paradosso: Solidarnosc, nata nei cantieri di Danzica contro il regime comunista, appare più combattiva della Cgil. Più concreta, più incalzante, più disposta allo scontro. Mentre Landini, che pure ama presentarsi come l’ultimo baluardo della conflittualità, sembra guardare altrove, come se ciò che accade a Mirafiori, Melfi o Cassino fosse una variabile indipendente del destino.Forse è solo una questione di memoria storica. In Polonia sanno che senza alzare la voce non ti ascolta nessuno. E sanno anche che Solidarnosc, in fondo, ha sempre avuto un protettore speciale tra i santi e i papi. Karol Wojtyla il Papa polacco, che benediceva i cantieri e incoraggiava gli operai. Chissà che da qualche parte, tra una nuvola e l’altra, San Giovanni Paolo II non stia ancora dando una mano ai sindacalisti di Tychy.
Philippe Donnet (Ansa)
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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