La Ue apre agli aiuti di Stato per far fronte all’impatto della crisi energetica e impedire che i Paesi membri vadano in recessione. Si tratta di una deroga «temporanea» a una normativa che è piuttosto rigida e che quindi è incapace di rispondere all’emergenza. Saranno previste misure «mirate e specifiche» come ha spiegato un alto funzionario della Ue. Sulla normativa che vieta gli aiuti di Stato, ci sono già stati interventi in passato, nel 2020, per la pandemia e nel 2022, per l’invasione dell’Ucraina.
Ora però la situazione è differente poiché questa crisi, al momento, afferma ancora la fonte nella Commissione Ue, colpisce solo «alcuni settori», quindi le misure saranno circoscritte a quei comparti e con efficacia limitata nel tempo, ovvero fino al 31 dicembre 2026. Durante il periodo di applicazione, la Commissione potrebbe rivedere il contenuto, la portata e la durata, alla luce degli sviluppi in Medio Oriente e della situazione economica generale.
Bruxelles ribadisce che la soluzione a lungo termine è sempre la decarbonizzazione e l’aumento delle fonti energetiche alternative ai fossili e che l’Ets, il meccanismo di acquisto di quote di CO2 non va sospeso, ma riconosce che nell’immediato bisogna intervenire per evitare che la crisi energetica ostacoli irrimediabilmente la crescita delle imprese più esposte. Il sostegno può assumere varie forme per le imprese attive nei settori dell’agricoltura, della pesca e dei trasporti, tra cui, ad esempio, aiuti basati sul consumo effettivo per coprire parte degli aumenti di prezzo del combustibile o dei fertilizzanti e un approccio semplificato per gli aiuti di modesta entità.
È previsto anche un adeguamento temporaneo della disciplina per gli aiuti di Stato nell’ambito del patto per l’industria pulita, consentendo maggiore flessibilità per far fronte alle impennate dei prezzi dell’energia elettrica. In particolare, per l’agricoltura, la pesca, il trasporto terrestre su strada, ferroviario e per vie navigabili interne e il trasporto marittimo a corto raggio intra-Ue, gli Stati membri potranno compensare fino al 70% dei costi aggiuntivi sostenuti da un beneficiario per via dell’aumento dei prezzi del combustibile e dei fertilizzanti, causato dalla crisi. L’aumento di prezzo sarà determinato da ciascuno Stato membro esaminando la differenza tra il prezzo di mercato e un prezzo di riferimento storico.
I costi extra totali saranno quindi calcolati sulla base del consumo attuale del beneficiario o del suo ultimo consumo prima della crisi. Gli importi degli aiuti individuali saranno calibrati in base alle dimensioni e al tipo di attività dei beneficiari, a una stima del consumo di combustibile nel settore o ad altri parametri pertinenti, anziché dover fornire prove dettagliate del consumo effettivo. In base a questa opzione ciascun beneficiario può ricevere fino a 50.000 euro. Per le industrie ad alta intensità energetica ammissibili ai regimi di riduzione temporanea dei prezzi dell’energia elettrica sarà possibile aumentare l’intensità di aiuto dal 50% fino al 70% per il costo dell’energia elettrica, coprendo fino al 50% del consumo totale del beneficiario. Non sarà necessario incrementare ulteriormente gli sforzi di decarbonizzazione, che era ciò che le imprese temevano. Sarà possibile cumulare gli aiuti di Stato Ets, fino alla metà dell’importo dell’aiuto concesso.
Per ridurre i costi complessivi dell’energia elettrica la Commissione è pronta a valutare, caso per caso, misure temporanee, tra cui sovvenzioni al costo del combustibile nella produzione di energia elettrica da gas.
La flessibilità però non riguarda il Patto di Stabilità sul quale Bruxelles continua ad essere intransigente. «Non esiste alcuna possibilità per uno Stato membro di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità e crescita - è il messaggio netto di un portavoce della Commissione europea all’indirizzo della Lega - le regole fiscali sono vincolanti per tutti».
Inoltre, ha affermato il commissario all’Economia Valdis Dombrovkis, «non siamo in uno scenario di grave recessione». Una risposta rivolta al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha ricordato invece come «quando ci sono delle situazioni eccezionali, ci sono due articoli fatti apposta», riferendosi al 25 con la deroga generale e al 26 con quella nazionale che 16 Paesi «hanno adottato per le spese della difesa». La linea di Giorgetti non è lo strappo unilaterale, ma una verifica concreta della capacità delle nuove regole di adattarsi a circostanze straordinarie. Il che consentirebbe di espandere il deficit mantenendo però la fiducia dei mercati.
Il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, chiama in ballo invece il Mes, cioè quei 400 miliardi che «non vedo perché devono rimanere là congelati» quando si potrebbero «utilizzare per il debito pubblico». Quanto al Patto di Stabilità, «è giusto intervenire per tener fuori le spese per l’energia legate alle vicende di Hormuz, però deve essere un provvedimento a tempo».
Il no alla clausola di salvaguardia mira a spingere la transizione green
Il ministro Giancarlo Giorgetti di solito non parla molto e, proprio per questo motivo, quando lo fa, significa che c’è un problema grave. Il tema è quella della possibilità di sospendere il Patto di stabilità per consentire al bilancio pubblico di aiutare famiglie e imprese nel reggere l’impatto della crisi dei prezzi energetici. A proposito del quale Giorgetti martedì scorso, durante l’audizione parlamentare sul Documento di Finanza Pubblica ha messo il dito nella piaga osservando che «L’Europa si preoccupa per il tema della difesa, ma non capiamo come non valuti allo stesso modo e con lo stesso senso di urgenza il problema di far fronte alla sicurezza energetica e alla sfida portata dalla crisi in Medio Oriente».
È proprio questa la linea di faglia su cui da settimane si sta svolgendo lo scontro tra Roma e Bruxelles e, probabilmente, anche all’interno della maggioranza del governo Meloni. La domanda di Giorgetti è ovviamente retorica, nel senso che il ministro sa bene quali siano le argomentazioni addotte dalla Commissione per considerare la minaccia russa e le conseguenti aumentate esigenze di difesa come una «circostanza eccezionale al di fuori del controllo degli Stati membri», condizione per attivare la clausola di salvaguardia nazionale, prevista dall’articolo 26 del riformato Patto di Stabilità. Conosce altrettanto bene le motivazioni che hanno portato la Commissione ad esprimersi in modo chiaro circa il fatto che la crisi energetica non costituisca, almeno per il momento, causa di innesco della clausola nazionale. Allora, a Giorgetti non resta altro da fare che andare allo scontro e contestare le tesi della Commissione, a nostro sommesso parere, parecchio lacunose e intrise di ideologia. Ma poi, comunque finisca il confronto, Giorgetti e l’intero governo dovranno prendere una decisione: abbozzare o rovesciare il tavolo, con tutte le rilevanti conseguenze politiche ed economiche, e questo momento non appare poi così lontano.
Per obiettare e contestare, bisogna partire dal documento chiave che è la comunicazione della Commissione del 19 marzo 2025, nella quale si sostiene che «La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la sua minaccia alla sicurezza europea sono circostanze eccezionali al di fuori del controllo degli Stati membri, che hanno un impatto significativo sulle finanze pubbliche degli Stati membri attraverso il conseguente aumento, già sostenuto e/o previsto, delle spese per la difesa». Affermazione al limite del dogmatico, perché nel documento non ci sono scenari alternativi e valutazioni d’impatto. È cosi e basta. Di conseguenza è stata proprio la Commissione a proporre l’attivazione coordinata della clausola di salvaguardia nazionale, consentendo una deviazione dal percorso di spesa netta fino all’1,5% del Pil per 4 anni dal 2025 al 2028. Ben 15 Stati membri hanno accolto l’invito della Commissione, presentando la richiesta, e a luglio 2025 il Consiglio ha adottato la decisione per autorizzarli a deviare dal percorso di spesa concordata e/o sforare il 3% senza incorrere nella procedura per deficit eccessivo.
Germania e Austria si sono poi aggiunte rispettivamente a ottobre 2025 e febbraio 2026. Cosa ben diversa è accaduta il 26 marzo 2026, quando la Commissione, dopo solo qualche settimana, ha sentenziato in una sua nota che «la clausola di salvaguardia nazionale è intesa a far fronte a circostanze eccezionali al di fuori del controllo degli Stati membri e non dovrebbe essere utilizzata come mezzo per gestire shock a breve termine, che possono già essere affrontati nell’ambito del quadro fiscale di medio termine»; di conseguenza «l'attivazione della clausola generale di salvaguardia o delle clausole nazionali di salvaguardia non sarebbe opportuna in questo momento». In quella nota la Commissione si è dilungata sulle misure adottate in occasione della crisi energetica del 2022, definendole poco mirate e troppo generose, e ha chiesto agli Stati di non ripeterle perché teme che siano prolungate oltre il necessario e diventino permanenti.
A suo dire, quei sostegni hanno consentito alla domanda di petrolio e gas di restare inalterata e quindi alimentare le tensioni sui prezzi. Nell’angosciante immaginario della Commissione, l’elevato costo dei carburanti fossili, non mitigato da costosi sussidi pubblici, deve causare un auspicato calo della loro domanda a favore di fonti energetiche rinnovabili. Per Bruxelles questa crisi è un’eccellente occasione per accelerare la transizione energetica. Non interessa loro che, durante la transizione, si spenga la nostra economia.