In totale accordo, l’autore e il militare hanno scelto di pubblicare le parti relative alla sua esperienza umana e di proteggere quelle inerenti al percorso giudiziario. Dal punto di vista giornalistico, è una storia anomala perché per motivi di privacy e di rispetto delle istituzioni, fedele al motto dell’Arma («Usi obbedir tacendo e tacendo morir»), il militare ha scelto un nome di fantasia, Francesco, per non essere identificato. Ma è una storia drammaticamente vera, che riguarda un carabiniere appena andato in pensione dopo la piena riabilitazione, vittima di una palese ingiustizia compiuta da un pm che, invece di confrontarsi con i fatti, ha perseguito un teorema suffragato solo dalla parola di una persona originaria del Marocco. A causa della quale Francesco ha scontato un anno a San Vittore e altri mesi di custodia agli arresti domiciliari, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza con formula piena.
Tutto comincia alle 8.30 di una mattina qualsiasi con una telefonata del comando della caserma di Savigliano (Cuneo) che, nonostante il giorno di riposo, chiede a Francesco di presentarsi entro un’ora. «Arrivo in caserma… Dopo poco arrivano insieme il colonnello e il capitano che si siedono di fronte a noi (c’era anche il suo compagno Luigi, ndr) ... Il colonnello dice che quella storia, che da qualche mese ci teneva sulle spine, e nella quale eravamo stati coinvolti, nostro malgrado, è andata a finire nel peggiore dei modi: “L’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere”». La storia che teneva sulle spine Francesco era un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia ndr), incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Dopo otto mesi dall’invio dell’avviso di garanzia, sulla base della parola di un marocchino, la procura aveva deciso di arrestare anche Francesco: un militare dedito all’Arma, innamorato del suo lavoro, vincitore del concorso per vicebrigadiere e in procinto di essere trasferito al Ros di Milano.
«Dapprima i colleghi ci requisiscono le armi e poi le manette. Si fanno consegnare la tessera di riconoscimento e subito dopo la bandoliera, che è il simbolo del carabiniere in servizio», annota Francesco. Dopo la schedatura, è nella cella di isolamento, «una stanza con il bagno, fetida, sporca di sangue ed escrementi». Nel «carcere dentro il carcere», come lo definisce Mezzera, destinato a pedofili, autori di femminicidi e rappresentanti corrotti delle forze dell’ordine, le celle d’isolamento sono un luogo ancora più estremo, senza contatti umani se non con le guardie e dove anche l’ora d’aria trascorre in totale solitudine.
La sopraffazione e il crollo improvviso dei principi sui quali ha costruito tutto sono così dominanti che Francesco inizia a maturare il proposito di uccidersi con una stringa delle scarpe che non gli hanno requisito. Ma un gesto così tragico equivarrebbe a un’ammissione di colpevolezza. E poi ci sono le persone che gli vogliono bene: i genitori, la sorella, la figlia, la sua compagna. «Se muoio chi li potrà consolare?», si chiede. È in quel momento che il carabiniere prende la decisione di combattere. Dopo alcuni giorni in isolamento, viene interrogato dal pm che, di fronte alla rivendicazione d’innocenza, cambia strategia e propone il trasferimento agli arresti domiciliari in cambio del patteggiamento e dell’ammissione dei capi d’accusa per sé e i suoi colleghi. «Ma la strategia dell’autorità giudiziaria l’ho capita: stancarmi a poco a poco, fino a farmi cedere», scrive. «Per prima cosa hanno assunto il controllo psicologico della mia mente, mettendomi in carcere, isolato dal resto del mondo... Poi hanno deciso di tenermi all’oscuro delle ragioni del mio arresto… adesso mi danno informazioni con il contagocce, sperando così di demolire la mia resistenza». Dopo due mesi di isolamento, viene trasferito nel «Raggio dei protetti». L’udienza preliminare continua a essere procrastinata. Lui in una poesia scrive: «Non avrete mai la soddisfazione/ di annichilire il mio essere uomo/ Potete solo emettere una/ sentenza di uomini/ in quanto uomini rivestiti/ di toghe ed ermellini/ grondanti sangue/ Restate uomini, siete fallaci!».
L’essere tenuti lontano dagli affetti e in balìa degli apparati è una tortura persino peggiore delle condizioni disumane delle celle, della qualità infima del cibo, della scarsità di igiene. Mezzera cita un passo di Le città invisibili di Italo Calvino. Esistono due modi per affrontare «l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Mentre molti compagni si lasciano prendere dallo sconforto, Francesco è incoraggiato dalle visite della figlia, dalla corrispondenza con la compagna, dai dialoghi con il cappellano di San Vittore, dagli «Incontri con la bellezza» tenuti da alcune ragazze di Comunione e Liberazione. Riceve la visita del cappellano militare dei Carabinieri che gli testimonia la solidarietà dell’Arma. Pian piano si fa strada un sentimento diverso: «Quando mi è successa questa cosa, mi chiedevo, e chiedevo a Dio: “perché proprio a me?” Ma dopo qualche tempo ho iniziato a pensare: “perché ad un altro?”». Il carcere è come un paese, «con i suoi riti e i suoi ritmi: i pranzi, l’ora d’aria, la messa la domenica». Francesco si dà una disciplina, diventa punto di riferimento dei compagni. Il direttore della casa circondariale decide di toglierlo dalla lista di coloro che, se condannati, devono essere trasferiti in un’altra prigione perché vuole che resti lì. Invece, dopo un anno di reclusione, arrivano finalmente gli arresti domiciliari e quattro mesi dopo la sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto». Francesco è tornato in forza all’Arma dei carabinieri dalla quale, dopo un’ulteriore promozione, è andato in pensione il primo gennaio di quest’anno.