La scena, come ha ricostruito ieri La Verità, era insolita. Un magistrato che parla del referendum per la riforma della magistratura davanti ai fedeli tra i banchi di una chiesa alla fine della messa della domenica. E lui, il protagonista di domenica mattina, rivendica con calma di avere fatto soltanto una cosa: spiegare. «Io ho fatto un intervento, sì, in una chiesa dove mi era stato chiesto di spiegare in che cosa consistesse il referendum», dice alla Verità Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8, e per l’inchiesta sui presunti concorsi truccati nella facoltà di Giurisprudenza dell’università genovese, aggiungendo: «Ho spiegato in maniera molto semplice, perché non avevo più di cinque-dieci minuti per parlare di questa cosa, e ho invitato tutti ad andare a votare, perché è una riforma costituzionale e quindi interessa a tutti i cittadini».
Il magistrato racconta così la sua presenza nella chiesa di San Donato, nel cuore del centro storico di Genova. Una presenza che ha fatto discutere. Perché quel breve intervento ha acceso qualche malumore tra chi era seduto tra le navate. Il magistrato ricostruisce la scena: «Alla fine dell’intervento ho informato l’uditorio che ci sarebbe stato un incontro, moderato da un giornalista, il 16 marzo al liceo Colombo, pubblicizzato dagli stessi ragazzi dell’istituto, dove interverrò io insieme a un collega (Giuseppe Longo, anche lui pm della Procura di Genova, ndr) a spiegare le ragioni del No e interverranno due avvocati (Giovanni Beverini ed Emanuele Olcese, ndr) per quelle del Sì». È a quel punto che, secondo il magistrato, qualcosa sarebbe cambiato nell’aria della chiesa. «Molti», racconta il magistrato, «mi hanno ringraziato per questa spiegazione, mentre una persona ha polemizzato perché ha ritenuto che io stessi facendo propaganda elettorale, cosa che non credo onestamente di aver fatto. Un’altra persona mi ha detto all’uscita della chiesa “sono d’accordo con lei, non ha fatto propaganda, perché l’avrebbe fatta se avesse detto «votate no”».
Ma, come detto, tra i presenti c’era anche chi ha giudicato in modo critico l’intervento dall’altare del magistrato schierato per il No. È probabilmente lui l’uomo ha cui ha fatto riferimento con noi Cardona Albini. Si tratta dell’avvocato Enrico Ivaldi, già consigliere comunale eletto con l’Ulivo, ora attivista del Pd nel circolo del centro storico, presente alla funzione e che ha scelto di affrontare direttamente il magistrato al termine dell’intervento. La sua versione è molto più netta: «Ho parlato con il pm, dicendo che non mi sembrava il caso di fare queste cose in chiesa». Il punto, per lui, non è il merito del referendum. Dice: «Al di là del No, del Sì, della Sampdoria o del Genoa». Il problema è il luogo. «Non era il luogo adeguato».
L’avvocato usa parole semplici, ma taglienti: «Parlare dall’altare e fare un comizio per votare non mi sembra una grande idea. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per altri argomenti». La sua obiezione non riguarda la riforma, ma il contesto: «Al di là che uno sia d’accordo o meno, proprio non mi sembra il luogo». Il confronto, racconta, è stato breve: «Io ho detto soltanto “guardi, non mi sembra una cosa opportuna”. Mi fa specie che lei non si renda conto, da procuratore della Repubblica, dell’inopportunità». E la risposta del magistrato? «Che gliel’hanno chiesto», afferma Ivaldi. Una frase che chiude il piccolo incidente tra i banchi della chiesa.
Un botta e risposta rapido, consumato all’uscita. A rivendicare la scelta, però, è soprattutto il parroco, don Carlo Parodi. Ed è proprio il sacerdote a ricostruire la genesi dell’invito rivolto alla toga. La premessa: «Non ho invitato il magistrato a intervenire durante la messa, ma quando questa era ormai finita». Il sacerdote non vede nulla di strano in quello che è accaduto tra le navate. Anzi, lo definisce un servizio ai parrocchiani: «È un servizio anche civico che facciamo». Il sacerdote porta un esempio concreto: «Quando i carabinieri mi hanno chiesto di venire a parlare alla gente delle frodi e dei pericoli delle truffe, sono venuti e alla fine della messa l’hanno fatto». Secondo il parroco, la logica è la stessa: «Quello di ieri è stato un servizio d’informazione». Una scelta che, nella sua ricostruzione, rientra quindi in una prassi già adottata in altre occasioni per temi di interesse pubblico.
Peccato che il magistrato, l’unico invitato a informare i parrocchiani, sia schierato proprio per il No. E che la sua partecipazione al dibattito pubblico sulla riforma della magistratura sia già avvenuta in altri contesti cittadini. Solo lo scorso 5 marzo, sempre a Genova, infatti, con Carlo Ferruccio Ferrajoli, docente di Diritto costituzionale, aveva preso parte a un incontro organizzato dal comitato Giusto dire No, quello partorito dall’Associazione nazionale magistrati.