Beppe Dossena, campione del mondo nel 1982, ex centrocampista della Nazionale, non gira intorno al problema. Il nuovo tracollo dell’Italia per lui non è un incidente né una fatalità: è il punto di arrivo di anni di rinvii, riforme annunciate e mai realizzate, errori di sistema e assenza di coraggio politico.
Dossena, il problema del calcio italiano è tecnico, culturale o di sistema?
«Il problema è che abbiamo sempre coperto, diluito, rinviato. Per anni abbiamo pensato che qualche risultato potesse mascherare problemi strutturali profondi. Adesso che quei risultati non ci sono più, siamo costretti a prendere coscienza di quello che sta accadendo. Ma questi problemi erano già lì, latenti».
Quindi il disastro non nasce oggi.
«No. Dopo tre mancate qualificazioni non si può più far finta di niente. Non si può più procrastinare nulla. E adesso, con un Mondiale allargato a 48 squadre, restare ancora fuori è semplicemente imperdonabile».
Imperdonabile per chi?
«Per tutto il sistema, certo. Ma chi guida il sistema ha più responsabilità degli altri».
Lei chiama in causa Gravina.
«Io dico una cosa molto semplice: un presidente federale non può annunciare riforme - dalla riduzione dei campionati ad altri interventi strutturali - e poi non riuscire a portarle a termine. Questa è una responsabilità precisa. Se il governo dice di non essere ascoltato, magari una parte di ragione ce l’ha. Ma se tu non hai la capacità di persuadere, di mediare, di chiudere il cerchio, anche questa è responsabilità tua».
Gravina sostiene che non sia tutta colpa sua.
«Ed è vero: non è tutta colpa sua. Ma lui ha molte responsabilità. È il presidente federale, è lui che deve fare sintesi, trovare soluzioni, assumersi il peso delle decisioni. Non può limitarsi a spiegare perché non si è riusciti a fare qualcosa».
Lei chiede le dimissioni?
«Io mi auguro che all’interno del Consiglio federale ci sia un sussulto di orgoglio e di maturità. Mi auguro che le altre componenti portino argomenti e valutazioni tali da spingere il presidente a fare un passo indietro. Così non si può andare avanti».
Ce l’ha anche con le altre componenti del calcio italiano?
«Sì. Credo che il compito di un manager sia quello di circondarsi di persone responsabili, adulte, capaci di contraddirti quando serve. E invece alcune componenti del nostro calcio, a cominciare dall’Associazione italiana calciatori e dall’Associazione allenatori, negli anni hanno abbandonato questo ruolo. Sono diventate insignificanti».
Sta dicendo che attorno a Gravina è mancato il contraddittorio?
«Sto dicendo che in un sistema serio devono esserci pesi, contrappesi, visione, competenza e coraggio. Se tutto si appiattisce, se tutti si adattano, poi il conto arriva. E oggi il conto è pesantissimo: l’Italia fuori dal Mondiale».
Questa volta la reazione dell’opinione pubblica è diversa?
«Sì, credo che questa volta Gravina non si aspettasse un’ondata così forte, quasi una sollevazione popolare. Possiamo discutere di tutto, ma il calcio in questo Paese resta una cosa seria. E allora servono decisioni serie e azioni responsabili».
Il punto, però, non è solo cambiare il vertice.
«No, infatti. Il punto è rimettere mano alla struttura. Bisogna investire davvero nei settori giovanili, negli educatori, negli allenatori, nei centri federali e regionali».
Che cosa non funziona oggi, nella crescita dei giovani?
«Le risorse sono usate male. Non puoi pagare 400 euro al mese chi lavora coi ragazzi».
E gli stranieri?
«Chi arriva deve essere qualificato e alzare il livello».
Anche perché gli italiani bravi ci sono.
«I Palestra, i Bartesaghi, vanno seguiti e aiutati anche fuori dal campo. Altrimenti li perdiamo».
Da dove si riparte?
«Dall’azzeramento dei vertici e dal ritorno di persone e talenti. Servono scelte, non slogan».