Nella speranza, devono aver valutato gli inquirenti, che proprio durante l’interrogatorio, posto davanti agli elementi raccolti in fase di indagine e direttamente collegati alle nuove accuse, Sempio inciampi. O che, addirittura, possa crollare. Picchi di tensione, d’altra parte, durante gli interrogatori possono giocare brutti scherzi.
Lui, ha spiegato il suo difensore, l’avvocato Liborio Cataliotti, si presenterà, «perché non farlo sarebbe antigiuridico», ma «valuterà a cosa rispondere». Al momento, infatti, la ricostruzione della Procura di Pavia fissata nel capo d’imputazione provvisorio, per quanto suggestiva, appare ancora fumosa. Spariscono potenziali «concorrenti» nell’omicidio (quindi Alberto Stasi, che per l’accusa è fuori dalla scena del crimine, e, come lui, anche tutti gli altri nomi sui quali aveva tentato di incidere il circuito mediatico).
È per questo che il cerchio si è ristretto. La ricostruzione, rispetto al precedente avviso a comparire e ai decreti di perquisizione, ora presenta una dinamica: «Iniziale colluttazione»; colpi reiterati sulla vittima; il trascinamento «verso la porta d’accesso alla cantina»; la spinta «lungo le scale»; altri colpi fino al decesso. Questa parte, che insieme al movente qualifica la ricostruzione, deve trovare fondamento nelle consulenze e nell’incidente probatorio.
Cosa manca? L’arma del delitto: «Colpiva reiteratamente la vittima con un corpo contundente», è scritto nel documento. L’oggetto, quindi, non è stato ancora identificato. Nemmeno in via ipotetica. Un vuoto che, non in un interrogatorio, ma in un dibattimento sarebbe terreno per la difesa. Anche la ricostruzione, però, presenta qualche gap: in poche righe si ripete per tre volte la parola «almeno». Il primo step: quando Chiara Poggi prova a reagire, secondo la Procura, Sempio «la colpiva con almeno tre-quattro colpi in regione parieto-temporale sinistra». Secondo step: dopo averla fatta scivolare per le scale, «la colpiva con almeno quattro-cinque colpi in regione parieto-occipitale sinistra». E infine: agendo con «crudeltà» le avrebbe procurato «almeno 12 lesioni sul cranio e sul volto».
Anche la dinamica, quindi, nonostante le consulenze tecniche, non può ancora dirsi certa. La Procura, però, potrebbe aver deciso di non svelare troppo. Ma la scelta di interrogare l’indagato con le indagini preliminari quasi scadute appare come un tentativo estremo di raccogliere proprio da Sempio qualche elemento che possa piazzare i tasselli mancanti. Se i magistrati in questa fase avessero in mano indizi gravi, concordanti e precisi non l’avrebbero convocato. Avrebbero chiesto, in un procedimento per accuse gravi e con una doppia aggravante, una misura cautelare, oppure l’avrebbero portato a giudizio.
Di certo, l’inchiesta è particolarmente complicata. Le precedenti indagini, scientifiche e tradizionali, hanno trasmesso a chi indaga oggi un quadro confuso e con pochi punti fermi. Scena del crimine devastata, analisi parziali delle macchie di sangue, elementi non valutati, testimonianze contraddittorie e, in alcuni casi, false. Il tutto condito da potenziali condizionamenti ambientali, dalle relazioni corte della Lomellina e, per il procedimento su Sempio archiviato nel 2017, pure dai sospetti di corruzione sulla conduzione delle indagini. Con i carabinieri della «Squadretta», quelli finiti negli atti dell’inchiesta Clean, che davano del tu all’indagato e che hanno perfino trascritto in modo parziale le intercettazioni. Ieri, coincidenza, a Pavia i pm hanno chiuso le indagini dell’inchiesta Clean 3: otto indagati tra politici, imprenditori e altri quattro carabinieri. Il protagonista è un brigadiere in servizio (all’epoca dei fatti) al Nucleo ispettorato del lavoro di Pavia, del quale La Verità si era occupata. «Per anni», secondo le nuove accuse, avrebbe chiesto denaro agli imprenditori «dietro la minaccia di lunghe sospensioni nei cantieri», per la riduzione «di sanzioni» o per «evitare» denunce.
Soldi che sarebbero girati anche per garantire «immunità». Richieste «per migliaia di euro», sotto forma di minacce: «La rovino»; «non vi faccio più lavorare»; «con me non deve sgarrare». Illeciti non solo amministrativi ma, secondo l’accusa, capaci di «alterare anche le attività d’indagine della Procura». Proprio quest’ultimo passaggio è il punto di connessione con le precedenti puntate della saga Clean ma anche con l’inchiesta che a Brescia sta cercando di accertare se per l’archiviazione del fascicolo su Sempio nel 2017 girarono dei soldi.