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2018-04-02
Caracas ne è la conferma: il socialismo è il male
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ANSA
La prima fase è un grande classico, ormai da una sessantina d'anni. Parliamoci chiaro. Dal Rapporto Krusciov del 1956 sui crimini dello stalinismo, passando per la repressione prima della rivolta di Budapest sempre nel 1956 e poi della Primavera di Praga 12 anni più tardi, per i comunisti d'Occidente è stato via via più difficile proporre pari pari l'adozione del modello sovietico. Meglio cercare una via alternativa, una variante meno scoperta: e allora - stagione per stagione, moda per moda, continente per continente - ecco l'infatuazione per la rivoluzione cubana, la guerriglia in Sud America, il Vietnam, il panarabismo, fino alle sperimentazioni più recenti, dall'ideologia no global fino alla grande fascinazione venezuelana per Hugo Chávez e Nicolás Maduro. Come si vede, un minestrone, un grande caos, un'enorme confusione, un canestro di contraddizioni. Ma - come tenacissimo filo conduttore - un elemento irrinunciabile: l'idea che l'Occidente sia il male, che il mondo sia retto da una grande congiura amerikana-capitalista-massonica-bancaria-sionista, e che occorra disperatamente cercare un'alternativa.
Se prendiamo il caso del Venezuela e il ciclo che abbiamo descritto, la prima fase (adorazione e propaganda) ha protagonisti illustrissimi. Jeremy Corbyn, il leader laburista britannico, un tipetto che vorrebbe nazionalizzare tutto in patria, mentre all'estero occhieggia a Hamas-Hezbollah-Teheran, ha spiegato più volte che il Venezuela dovrebbe essere un'ispirazione per tutti noi per combattere contro l'austerità e il neoliberismo in Europa (un dettaglio: qualche articolo troppo spinto pro Chavez è poi sparito dal sito di Corbyn). Ancora: Noam Chomsky, icona culturale e ideologica della sinistra mondiale, parlando (nel 2009) del Venezuela, si emozionava a descrivere quanto fosse «eccitante vedere come un mondo migliore viene creato». E qui a casa nostra? Elementare, Watson: basta guardare in direzione 5 stelle. Ancora un anno fa, due perle: un viaggetto di una delegazione grillina a Caracas per una cerimonia commemorativa di Chavez, e la surreale proposta di Luigi Di Maio di affidare nientemeno che al tandem Venezuela-Cuba la mediazione tra le tribù della Libia (non è uno scherzo, avete letto bene).
Naturalmente, a poco a poco, con un prezzo di fame, oppressione, miseria, interamente pagato da popolazioni sventurate, la verità comincia a farsi strada. E iniziano a filtrare i dati del disastro. Scatta allora la seconda fase, che a sua volta richiede alcuni step. Dapprima: negare, negare, negare. Poi cercare di spostare la colpa su altri: in genere sulle sanzioni americane, vere responsabili della crisi, ci si spiega. Non guasta, in questa fase, anche un po' di fango da lanciare contro gli oppositori del regime: descritti come manovrati da Washington, usati in funzione antirivoluzionaria, ventriloqui del capitalismo internazionale, e via delirando. Infine, l'ultimo step è la diffusione di dati alternativi, per confondere le acque. Anche qui, tornano utili i nostri 5 stelle, e una surreale mozione parlamentare del gennaio 2017 nella quale spiegavano che «da quasi 19 anni il Venezuela attraversa una profonda fase di trasformazione, che ha permesso al Paese di raggiungere importanti obiettivi», e poi un fuoco di fila di successi: «il Venezuela è tra i 29 Paesi nel mondo che hanno raggiunto gli obiettivi di sviluppo del Millennio e la meta del vertice sull'alimentazione. Tra il 1998 e il 2013, in Venezuela la fame si è ridotta del 21,10 per cento, e oggi essa si assesta a meno del 5 per cento». Insomma, una specie di paradiso in terra, se non fosse per i soliti perfidi attori stranieri, per «l'indebita ingerenza negli affari interni del Paese», e ovviamente per gli Usa con le loro «inique sanzioni che colpiscono il Paese».
Quando infine tutto è ormai perduto, scatta allora la terza e ultima fase. I nostri intellettuali di sinistra - con la stessa sicumera di sempre, con un'arietta di superiorità non scalfita nemmeno da lutti, sangue, disastri, fame - ci spiegano che quello non era «vero socialismo». Che l'idea era buona, ma è stata realizzata male. La parola chiave è «implementazione». L'implementazione non è stata corretta, ci dicono.
E invece no, cari compagni. Quello (vale per il Venezuela, ma vale quasi sempre per fulgidi esempi prima propagandati e poi frettolosamente rinnegati) era proprio autentico socialismo. Per Chavez e Maduro i punti fermi erano: proprietà statale dei mezzi di produzione e delle risorse; nazionalizzazioni ed espropri; più tasse e più spesa; e grande retorica del governo «per i tanti, non per i pochi» (come recitava lo slogan di Corbyn, poi ripreso dai Liberi e uguali di Pietro Grasso e Laura Boldrini) e della lotta contro la povertà. Socialismo puro, cristallino, da manuale.
Risultato? L'ennesima prova di una regola che non conosce eccezioni: nessuno fa più male ai poveri del socialismo. Ancora negli anni Settanta, il Venezuela era un Paese dove in tanti - dal resto del Sud America - desideravano recarsi per sfuggire alla miseria. Oggi, dopo la cura Chavez-Maduro, l'inflazione è all'800%, la povertà è passata dal 48% all'82%, il salario minimo è diminuito di tre quarti, i blackout sono all'ordine del giorno, cibo e medicine scarseggiano, la malnutrizione è una realtà, e nuovi record di mortalità infantile vengono regolarmente stabiliti e battuti.
Dinanzi a questa catastrofe politica, culturale e morale, è l'ora di ricompitare sette elementari verità, e di farlo con orgoglio occidentale, pro mercato, pro libertà. Consapevoli come siamo che il nostro sistema - pur pieno di difetti - basato su capitalismo e democrazia politica sia il miglior metodo di convivenza costruito dall'ingegno umano, e l'unico che cerchi - direi programmaticamente - di coniugare la soddisfazione individuale con la crescita comune.
E allora diciamole queste cose che mandano in crisi di nervi collettivisti e marxisti vecchi e nuovi, di andata e di ritorno. Primo: il socialismo non ha funzionato e non funziona. Secondo: oltre a non funzionare, è basato sulla coercizione di stato. Terzo: questa coercizione di Stato non riguarda solo le libertà economiche, ma la libertà in quanto tale. Quarto: è incredibile la capacità comunista di sacrificare sull'altare dell'ideologia, della propaganda, di un modello, la vita concreta di milioni di donne e uomini, sulle cui vite devastate viene cinicamente caricato il costo di non sciupare una bella narrazione. Quinto: è doloroso che, tranne rare e meritorie eccezioni, servano eccidi o stragi eclatanti affinché storie come quelle del Venezuela si guadagnino alcuni centimetri o qualche decina di secondi di spazio sui giornali, nelle radio, nelle televisioni. Sesto: ma con che faccia ci si prepara alle celebrazioni italiane del 25 aprile (mancano tre settimane, tanto vale portarci avanti con il lavoro) senza desiderare un 25 aprile anche per i venezuelani, per i cubani, per gli oppressi di tutto il mondo? E infine, settimo (e ultimo): ma perché questi innamorati del modello venezuelano e dei suoi successi non sono ancora andati a goderseli in quel paradiso chiamato Caracas?
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C'è un ciclo in tre fasi, preciso e regolare più di un orologio svizzero, che descrive il comportamento della sinistra occidentale rispetto alle applicazioni del socialismo in giro per il mondo. Prima fase, l'adorazione: campagne politiche e di stampa per propagandare il nuovo modello. Seconda fase, quando si cominciano a intravvedere i segni del fallimento: strategia del diniego e diffusione di dati alternativi. Terza fase, quando il disastro è irrimediabilmente conclamato: spiegare che quello in realtà non era «vero socialismo». La prima fase è un grande classico, ormai da una sessantina d'anni. Parliamoci chiaro. Dal Rapporto Krusciov del 1956 sui crimini dello stalinismo, passando per la repressione prima della rivolta di Budapest sempre nel 1956 e poi della Primavera di Praga 12 anni più tardi, per i comunisti d'Occidente è stato via via più difficile proporre pari pari l'adozione del modello sovietico. Meglio cercare una via alternativa, una variante meno scoperta: e allora - stagione per stagione, moda per moda, continente per continente - ecco l'infatuazione per la rivoluzione cubana, la guerriglia in Sud America, il Vietnam, il panarabismo, fino alle sperimentazioni più recenti, dall'ideologia no global fino alla grande fascinazione venezuelana per Hugo Chávez e Nicolás Maduro. Come si vede, un minestrone, un grande caos, un'enorme confusione, un canestro di contraddizioni. Ma - come tenacissimo filo conduttore - un elemento irrinunciabile: l'idea che l'Occidente sia il male, che il mondo sia retto da una grande congiura amerikana-capitalista-massonica-bancaria-sionista, e che occorra disperatamente cercare un'alternativa.Se prendiamo il caso del Venezuela e il ciclo che abbiamo descritto, la prima fase (adorazione e propaganda) ha protagonisti illustrissimi. Jeremy Corbyn, il leader laburista britannico, un tipetto che vorrebbe nazionalizzare tutto in patria, mentre all'estero occhieggia a Hamas-Hezbollah-Teheran, ha spiegato più volte che il Venezuela dovrebbe essere un'ispirazione per tutti noi per combattere contro l'austerità e il neoliberismo in Europa (un dettaglio: qualche articolo troppo spinto pro Chavez è poi sparito dal sito di Corbyn). Ancora: Noam Chomsky, icona culturale e ideologica della sinistra mondiale, parlando (nel 2009) del Venezuela, si emozionava a descrivere quanto fosse «eccitante vedere come un mondo migliore viene creato». E qui a casa nostra? Elementare, Watson: basta guardare in direzione 5 stelle. Ancora un anno fa, due perle: un viaggetto di una delegazione grillina a Caracas per una cerimonia commemorativa di Chavez, e la surreale proposta di Luigi Di Maio di affidare nientemeno che al tandem Venezuela-Cuba la mediazione tra le tribù della Libia (non è uno scherzo, avete letto bene).Naturalmente, a poco a poco, con un prezzo di fame, oppressione, miseria, interamente pagato da popolazioni sventurate, la verità comincia a farsi strada. E iniziano a filtrare i dati del disastro. Scatta allora la seconda fase, che a sua volta richiede alcuni step. Dapprima: negare, negare, negare. Poi cercare di spostare la colpa su altri: in genere sulle sanzioni americane, vere responsabili della crisi, ci si spiega. Non guasta, in questa fase, anche un po' di fango da lanciare contro gli oppositori del regime: descritti come manovrati da Washington, usati in funzione antirivoluzionaria, ventriloqui del capitalismo internazionale, e via delirando. Infine, l'ultimo step è la diffusione di dati alternativi, per confondere le acque. Anche qui, tornano utili i nostri 5 stelle, e una surreale mozione parlamentare del gennaio 2017 nella quale spiegavano che «da quasi 19 anni il Venezuela attraversa una profonda fase di trasformazione, che ha permesso al Paese di raggiungere importanti obiettivi», e poi un fuoco di fila di successi: «il Venezuela è tra i 29 Paesi nel mondo che hanno raggiunto gli obiettivi di sviluppo del Millennio e la meta del vertice sull'alimentazione. Tra il 1998 e il 2013, in Venezuela la fame si è ridotta del 21,10 per cento, e oggi essa si assesta a meno del 5 per cento». Insomma, una specie di paradiso in terra, se non fosse per i soliti perfidi attori stranieri, per «l'indebita ingerenza negli affari interni del Paese», e ovviamente per gli Usa con le loro «inique sanzioni che colpiscono il Paese».Quando infine tutto è ormai perduto, scatta allora la terza e ultima fase. I nostri intellettuali di sinistra - con la stessa sicumera di sempre, con un'arietta di superiorità non scalfita nemmeno da lutti, sangue, disastri, fame - ci spiegano che quello non era «vero socialismo». Che l'idea era buona, ma è stata realizzata male. La parola chiave è «implementazione». L'implementazione non è stata corretta, ci dicono. E invece no, cari compagni. Quello (vale per il Venezuela, ma vale quasi sempre per fulgidi esempi prima propagandati e poi frettolosamente rinnegati) era proprio autentico socialismo. Per Chavez e Maduro i punti fermi erano: proprietà statale dei mezzi di produzione e delle risorse; nazionalizzazioni ed espropri; più tasse e più spesa; e grande retorica del governo «per i tanti, non per i pochi» (come recitava lo slogan di Corbyn, poi ripreso dai Liberi e uguali di Pietro Grasso e Laura Boldrini) e della lotta contro la povertà. Socialismo puro, cristallino, da manuale.Risultato? L'ennesima prova di una regola che non conosce eccezioni: nessuno fa più male ai poveri del socialismo. Ancora negli anni Settanta, il Venezuela era un Paese dove in tanti - dal resto del Sud America - desideravano recarsi per sfuggire alla miseria. Oggi, dopo la cura Chavez-Maduro, l'inflazione è all'800%, la povertà è passata dal 48% all'82%, il salario minimo è diminuito di tre quarti, i blackout sono all'ordine del giorno, cibo e medicine scarseggiano, la malnutrizione è una realtà, e nuovi record di mortalità infantile vengono regolarmente stabiliti e battuti. Dinanzi a questa catastrofe politica, culturale e morale, è l'ora di ricompitare sette elementari verità, e di farlo con orgoglio occidentale, pro mercato, pro libertà. Consapevoli come siamo che il nostro sistema - pur pieno di difetti - basato su capitalismo e democrazia politica sia il miglior metodo di convivenza costruito dall'ingegno umano, e l'unico che cerchi - direi programmaticamente - di coniugare la soddisfazione individuale con la crescita comune.E allora diciamole queste cose che mandano in crisi di nervi collettivisti e marxisti vecchi e nuovi, di andata e di ritorno. Primo: il socialismo non ha funzionato e non funziona. Secondo: oltre a non funzionare, è basato sulla coercizione di stato. Terzo: questa coercizione di Stato non riguarda solo le libertà economiche, ma la libertà in quanto tale. Quarto: è incredibile la capacità comunista di sacrificare sull'altare dell'ideologia, della propaganda, di un modello, la vita concreta di milioni di donne e uomini, sulle cui vite devastate viene cinicamente caricato il costo di non sciupare una bella narrazione. Quinto: è doloroso che, tranne rare e meritorie eccezioni, servano eccidi o stragi eclatanti affinché storie come quelle del Venezuela si guadagnino alcuni centimetri o qualche decina di secondi di spazio sui giornali, nelle radio, nelle televisioni. Sesto: ma con che faccia ci si prepara alle celebrazioni italiane del 25 aprile (mancano tre settimane, tanto vale portarci avanti con il lavoro) senza desiderare un 25 aprile anche per i venezuelani, per i cubani, per gli oppressi di tutto il mondo? E infine, settimo (e ultimo): ma perché questi innamorati del modello venezuelano e dei suoi successi non sono ancora andati a goderseli in quel paradiso chiamato Caracas?
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara