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2020-09-29
Snobbato il porporato che resiste al Dragone
Cardinale Joseph Zen Ze-kiun (Ansa)
La Cina e Bergoglio. È una questione di marketing della fede, di soldi e di posizionamento della Chiesa e Francesco ormai ha scelto di avere come nuovo orizzonte l'Oriente. È talmente vero che mentre viene messo a tacere Angelo Becciu, il cardinale che è stato l'ombra di Francesco e di Pietro Parolin, il cardinale segretario di Stato, vero artefice dei nuovi rapporti con la Cina, Bergoglio si rifiuta di ricevere Mike Pompeo, il segretario di Stato americano, ma anche l'anziano cardinale Joseph Zen, venuto da Hong Kong a supplicare il Papa di non piegarsi al regime comunista. Ma Bergoglio, nonostante un'anticamera di quattro giorni del prelato asiatico, non lo ha ricevuto. Hong Kong resta un fastidio per Francesco, che predica di profughi e di mondo nuovo ma alla richiesta di democrazia dei cinesi dell'ex colonia britannica non sembra prestare attenzione. Addirittura è arrivato a sbianchettare, il 6 luglio scorso, il discorso dell'Angelus, già diffuso dalla sala stampa vaticana, in cui si doveva pregare per i giovani cinesi impegnati nella difesa della democrazia. E sarà un caso, ma ieri Vatican news si è affrettato a diffondere una lettera pastorale del cardinale John Tong Hon, amministratore apostolico di Hong Kong, in cui si fa un accenno alle lotte degli studenti e al Covid per invitare i «fedeli a rimanere saldi nella fede». Il Vaticano sta cercando di coprire la linea Bergoglio. Ma Joseph Zen è venuto a Roma a dire che il «re è nudo». Sostiene che il Papa, tra nominare nuovo vescovo di Hong Kong l'ausiliare Joseph Ha Chi-shing, (un francescano amatissimo dai cattolici della colonia ex britannica) e Peter Choi (prete gradito al regime di Pechino), starebbe scegliendo Choi, con ciò «facendo una cosa orribile: è ridicolo che sia preferito solo perché piacerebbe a Pechino. Pechino è un tiranno». Ma evidentemente il Papa degli ultimi, quello dei naufraghi, dell'ecologia, del capitalismo da mettere in discussione, non la pensa così.
A Bergoglio Pechino piace. Non è mai stato chiarito se la donna cinese «schiaffeggiata» in piazza San Pietro la notte dell'ultimo dell'anno fosse arrivata da Hong Kong a chiedere aiuto. È invece un fatto che il Papa abbia lodato il regime di Xi Jinping per come ha gestito l'emergenza Covid. Ma perché tanta attenzione alla Cina? Pietro Parolin ha lavorato a un accordo raggiunto nel 2018, secondo il quale Pechino tollera che a nominare i vescovi sia il Papa. In realtà, come dimostra la vicenda di Cho, è ancora Pechino che sceglie chi deve curare le anime.
Il secondo motivo è di marketing della fede: iscritti alla società cattolica tollerata e controllata dal regime ci sono già 12 milioni di «fedeli».
Il terzo motivo è sicuramente economico: mancando i dollari americani, la Chiesa cercherebbe gli yuan cinesi. E anche le aperture del governo italiano verso Pechino sono molto influenzate dal Vaticano: non è un mistero che Pietro Parolin abbia una forte influenza sul presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e magari la via della fede passa anche attraverso il G5 cinese. Per contro Jorge Mario Bergoglio si è rifiutato di ricevere il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, in visita a Roma. Motivazione ufficiale: il Papa non vuole dare endorsement anche molto alla lontana a nessun candidato alle elezioni statunitensi. È cosa nota tuttavia che Bergoglio preferisca che Trump se ne vada, essendo in rotta con la chiesa americana. Il Papa ha dovuto ingoiare prima l'affare McCarrick, l'ex arcivescovo di Washington accusato di ogni nefandezza sessuale, poi l'aperta ostilità del cardinale Raymond Leo Burke, infine il fatto che dagli americani non arrivino più i soldi di prima. Il Vaticano è in una gravissima crisi economica e tutti in Curia hanno il fiato sospeso per come andrà la raccolta delle offerte dell'Obolo di San Pietro, quello al centro dello scandalo Becciu, che si tiene il 4 ottobre, festa di San Francesco. L'ultima mossa di Francesco - peraltro anticipata dalla Verità e da Panorama - è stata di togliere tutti i soldi alla segreteria di Stato e concentrarli nell'Apsa (la banca centrale vaticana) sotto la responsabilità di monsignor Guerrero Alves e una sorta di supervisione di Reinhard Marx, il cardinale iperprogressista tedesco che presiede il Consiglio per l'economia. Resta da mettere le mani sui soldi del governatorato, che il cardinale Giuseppe Bertello non vorrebbe mollare e che continua a custodire nello Ior, dove stamattina arrivano gli ispettori Moneyval che si occupano di monitorare la trasparenza delle finanze vaticane.
È in questo contesto che il Papa cerca un'altra sponda. Di certo Parolin sta lavorando alla conferma dell'accordo con Pechino che scade a ottobre, e il Papa vuole fare la visita apostolica in Cina. Così in Vaticano l'unico intoccabile è il cardinale Luis Antonio Tagle, un sinofilippino, che è il tramite con Pechino e che è a capo di Propaganda Fide e amministra un patrimonio enorme. La via della Seta - o della fede - passa da lì e dal 5G italiano. Forse. In Vaticano, ma anche in Cina il silenzio è d'oro.
Dopo aver spazzato via le accuse il cardinale Pell torna a Roma
Alla fine il «ranger» è tornato. Proprio oggi, secondo diverse indiscrezioni che arrivano da «fonti vicine» al cardinale George Pell, il porporato australiano sarà a Roma, qualcuno sostiene addirittura che sia stato convocato da papa Francesco. Assolto dall'Alta corte australiana dalla condanna per abusi su minori, dopo quasi 14 mesi di carcere, l'ex capo della segreteria per l'economia vaticana torna nella Città eterna dopo tre anni di forzata assenza. La notizia del probabile arrivo del cardinale è stata data anche da CathNews, agenzia di informazione della Conferenza episcopale cattolica australiana.
Era il 2017 quando Pell si imbarcò su un aereo che lo portava in patria per difendersi dalle terribili accuse di abusi per fatti risalenti a un quarto di secolo fa; il successivo calvario giudiziario, che ha fatto scricchiolare la serietà del diritto anglosassone, e la feroce pressione mediatica subita, hanno fatto ritenere al cardinale che le accuse fossero montate in Australia, ma alcuni pezzi della trappola arrivavano da Roma. Sta di fatto che il porporato nel 2014 era stato incaricato da papa Bergoglio per tirare le fila dei forzieri vaticani e procedere a un'operazione di trasparenza e accentramento, ma su questo cammino è caduto molte volte sotto i colpi del fuoco amico. Il comunicato diramato da Pell dopo il defenestramento del cardinale Angelo Becciu, che era dominus degli Affari generali della segreteria di Stato quando Pell era intento a svolgere il suo compito, spiega meglio di mille parole l'animo del cardinale australiano sulla faccenda: «Il Santo Padre è stato eletto per ripulire le finanze vaticane. Va ringraziato e bisogna congratularsi per i recenti sviluppi. Spero che la pulizia continui».
Se oggi sarà a Roma e parlerà con il Papa, molte «opacità» di Curia potrebbero assumere una nuova luce. E Francesco potrebbe perfino scoprire che quelli che considerava amici forse non lo erano fino in fondo. Dalle dichiarazioni rilasciate da Becciu nella conferenza stampa di difesa dopo il defenestramento, emerge che i due porporati non erano in buoni rapporti sulle riforme. «C'è stato del contrasto professionale» tra lui e Pell, ha detto Becciu, ma l'ex segretario per l'economia gli avrebbe dato del «disonesto» davanti al Papa e il Papa avrebbe dato ragione a Becciu.
Ma secondo le ricostruzioni della statunitense Catholic news agency, proprio il cardinale Becciu sarebbe stato determinante per fermare le riforme avviate dal cardinale Pell. Nel 2016, sebbene Francesco avesse conferito alla segreteria per l'economia l'autorità di controllo autonomo sulle finanze, Becciu sarebbe intervenuto quando il cardinale Pell pianificò un audit esterno di tutti i dipartimenti del Vaticano, che sarebbe stato condotto dalla società PricewaterhouseCooper. «Unilateralmente, e senza il permesso di papa Francesco», scrive Catholic news agency, «il cardinale Becciu ha annullato l'audit e ha annunciato in una lettera a tutti i dipartimenti vaticani che non avrebbe avuto luogo. Quando il cardinale Pell ha contestato internamente l'annullamento dell'audit, il cardinale Becciu ha convinto papa Francesco a dare l'approvazione ex post facto della sua decisione». E l'audit non c'è stato.
L'esempio di questa ricostruzione, al di là del singolo fatto, potrebbe indicare che il Papa ha sbagliato consigliere e si è fidato di uomini che poi lo hanno deluso. Alla fine però sembra giunta l'ora della versione di Pell, perché, come disse lo stesso porporato australiano dopo l'assoluzione dell'Alta corte, «l'unica base per la giustizia è la verità».
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Il prelato nemico del patto Vaticano-Cina, e critico sulla nomina del vescovo Choi a Hong Kong, non è stato ricevuto dal Pontefice nonostante quattro giorni di attesa. Questo sgarbo e la freddezza nei confronti di Pompeo spianano la strada al rinnovo dell'intesaL'ex tesoriere rivale di Angelo Becciu, assolto in Australia, è atteso oggi OltretevereLo speciale contiene due articoliLa Cina e Bergoglio. È una questione di marketing della fede, di soldi e di posizionamento della Chiesa e Francesco ormai ha scelto di avere come nuovo orizzonte l'Oriente. È talmente vero che mentre viene messo a tacere Angelo Becciu, il cardinale che è stato l'ombra di Francesco e di Pietro Parolin, il cardinale segretario di Stato, vero artefice dei nuovi rapporti con la Cina, Bergoglio si rifiuta di ricevere Mike Pompeo, il segretario di Stato americano, ma anche l'anziano cardinale Joseph Zen, venuto da Hong Kong a supplicare il Papa di non piegarsi al regime comunista. Ma Bergoglio, nonostante un'anticamera di quattro giorni del prelato asiatico, non lo ha ricevuto. Hong Kong resta un fastidio per Francesco, che predica di profughi e di mondo nuovo ma alla richiesta di democrazia dei cinesi dell'ex colonia britannica non sembra prestare attenzione. Addirittura è arrivato a sbianchettare, il 6 luglio scorso, il discorso dell'Angelus, già diffuso dalla sala stampa vaticana, in cui si doveva pregare per i giovani cinesi impegnati nella difesa della democrazia. E sarà un caso, ma ieri Vatican news si è affrettato a diffondere una lettera pastorale del cardinale John Tong Hon, amministratore apostolico di Hong Kong, in cui si fa un accenno alle lotte degli studenti e al Covid per invitare i «fedeli a rimanere saldi nella fede». Il Vaticano sta cercando di coprire la linea Bergoglio. Ma Joseph Zen è venuto a Roma a dire che il «re è nudo». Sostiene che il Papa, tra nominare nuovo vescovo di Hong Kong l'ausiliare Joseph Ha Chi-shing, (un francescano amatissimo dai cattolici della colonia ex britannica) e Peter Choi (prete gradito al regime di Pechino), starebbe scegliendo Choi, con ciò «facendo una cosa orribile: è ridicolo che sia preferito solo perché piacerebbe a Pechino. Pechino è un tiranno». Ma evidentemente il Papa degli ultimi, quello dei naufraghi, dell'ecologia, del capitalismo da mettere in discussione, non la pensa così. A Bergoglio Pechino piace. Non è mai stato chiarito se la donna cinese «schiaffeggiata» in piazza San Pietro la notte dell'ultimo dell'anno fosse arrivata da Hong Kong a chiedere aiuto. È invece un fatto che il Papa abbia lodato il regime di Xi Jinping per come ha gestito l'emergenza Covid. Ma perché tanta attenzione alla Cina? Pietro Parolin ha lavorato a un accordo raggiunto nel 2018, secondo il quale Pechino tollera che a nominare i vescovi sia il Papa. In realtà, come dimostra la vicenda di Cho, è ancora Pechino che sceglie chi deve curare le anime. Il secondo motivo è di marketing della fede: iscritti alla società cattolica tollerata e controllata dal regime ci sono già 12 milioni di «fedeli». Il terzo motivo è sicuramente economico: mancando i dollari americani, la Chiesa cercherebbe gli yuan cinesi. E anche le aperture del governo italiano verso Pechino sono molto influenzate dal Vaticano: non è un mistero che Pietro Parolin abbia una forte influenza sul presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e magari la via della fede passa anche attraverso il G5 cinese. Per contro Jorge Mario Bergoglio si è rifiutato di ricevere il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, in visita a Roma. Motivazione ufficiale: il Papa non vuole dare endorsement anche molto alla lontana a nessun candidato alle elezioni statunitensi. È cosa nota tuttavia che Bergoglio preferisca che Trump se ne vada, essendo in rotta con la chiesa americana. Il Papa ha dovuto ingoiare prima l'affare McCarrick, l'ex arcivescovo di Washington accusato di ogni nefandezza sessuale, poi l'aperta ostilità del cardinale Raymond Leo Burke, infine il fatto che dagli americani non arrivino più i soldi di prima. Il Vaticano è in una gravissima crisi economica e tutti in Curia hanno il fiato sospeso per come andrà la raccolta delle offerte dell'Obolo di San Pietro, quello al centro dello scandalo Becciu, che si tiene il 4 ottobre, festa di San Francesco. L'ultima mossa di Francesco - peraltro anticipata dalla Verità e da Panorama - è stata di togliere tutti i soldi alla segreteria di Stato e concentrarli nell'Apsa (la banca centrale vaticana) sotto la responsabilità di monsignor Guerrero Alves e una sorta di supervisione di Reinhard Marx, il cardinale iperprogressista tedesco che presiede il Consiglio per l'economia. Resta da mettere le mani sui soldi del governatorato, che il cardinale Giuseppe Bertello non vorrebbe mollare e che continua a custodire nello Ior, dove stamattina arrivano gli ispettori Moneyval che si occupano di monitorare la trasparenza delle finanze vaticane.È in questo contesto che il Papa cerca un'altra sponda. Di certo Parolin sta lavorando alla conferma dell'accordo con Pechino che scade a ottobre, e il Papa vuole fare la visita apostolica in Cina. Così in Vaticano l'unico intoccabile è il cardinale Luis Antonio Tagle, un sinofilippino, che è il tramite con Pechino e che è a capo di Propaganda Fide e amministra un patrimonio enorme. La via della Seta - o della fede - passa da lì e dal 5G italiano. Forse. 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La notizia del probabile arrivo del cardinale è stata data anche da CathNews, agenzia di informazione della Conferenza episcopale cattolica australiana. Era il 2017 quando Pell si imbarcò su un aereo che lo portava in patria per difendersi dalle terribili accuse di abusi per fatti risalenti a un quarto di secolo fa; il successivo calvario giudiziario, che ha fatto scricchiolare la serietà del diritto anglosassone, e la feroce pressione mediatica subita, hanno fatto ritenere al cardinale che le accuse fossero montate in Australia, ma alcuni pezzi della trappola arrivavano da Roma. Sta di fatto che il porporato nel 2014 era stato incaricato da papa Bergoglio per tirare le fila dei forzieri vaticani e procedere a un'operazione di trasparenza e accentramento, ma su questo cammino è caduto molte volte sotto i colpi del fuoco amico. Il comunicato diramato da Pell dopo il defenestramento del cardinale Angelo Becciu, che era dominus degli Affari generali della segreteria di Stato quando Pell era intento a svolgere il suo compito, spiega meglio di mille parole l'animo del cardinale australiano sulla faccenda: «Il Santo Padre è stato eletto per ripulire le finanze vaticane. Va ringraziato e bisogna congratularsi per i recenti sviluppi. Spero che la pulizia continui». Se oggi sarà a Roma e parlerà con il Papa, molte «opacità» di Curia potrebbero assumere una nuova luce. E Francesco potrebbe perfino scoprire che quelli che considerava amici forse non lo erano fino in fondo. Dalle dichiarazioni rilasciate da Becciu nella conferenza stampa di difesa dopo il defenestramento, emerge che i due porporati non erano in buoni rapporti sulle riforme. «C'è stato del contrasto professionale» tra lui e Pell, ha detto Becciu, ma l'ex segretario per l'economia gli avrebbe dato del «disonesto» davanti al Papa e il Papa avrebbe dato ragione a Becciu. Ma secondo le ricostruzioni della statunitense Catholic news agency, proprio il cardinale Becciu sarebbe stato determinante per fermare le riforme avviate dal cardinale Pell. Nel 2016, sebbene Francesco avesse conferito alla segreteria per l'economia l'autorità di controllo autonomo sulle finanze, Becciu sarebbe intervenuto quando il cardinale Pell pianificò un audit esterno di tutti i dipartimenti del Vaticano, che sarebbe stato condotto dalla società PricewaterhouseCooper. «Unilateralmente, e senza il permesso di papa Francesco», scrive Catholic news agency, «il cardinale Becciu ha annullato l'audit e ha annunciato in una lettera a tutti i dipartimenti vaticani che non avrebbe avuto luogo. Quando il cardinale Pell ha contestato internamente l'annullamento dell'audit, il cardinale Becciu ha convinto papa Francesco a dare l'approvazione ex post facto della sua decisione». E l'audit non c'è stato. L'esempio di questa ricostruzione, al di là del singolo fatto, potrebbe indicare che il Papa ha sbagliato consigliere e si è fidato di uomini che poi lo hanno deluso. Alla fine però sembra giunta l'ora della versione di Pell, perché, come disse lo stesso porporato australiano dopo l'assoluzione dell'Alta corte, «l'unica base per la giustizia è la verità».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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