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2023-11-07
La sinistra straparla: «Una deportazione incostituzionale. È come Guantanamo»
Pierfrancesco Majorino (Imagoeconomica)
Un patto «storico», con la prima, vera, attuazione della «dottrina Meloni» sulla gestione dei flussi migratori. Da Fratelli d’Italia non trattengono l’entusiasmo per l’accordo tra Roma e Tirana che consentirà di ospitare fino a 3.000 migranti illegali in due centri in Albania, sotto la giurisdizione italiana e a spese nostre. Ma da sinistra, com’era prevedibile, arrivano critiche durissime, con Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) che parla di «delocalizzazione» dei naufraghi salvati nelle acque del Mediterraneo, mentre il radicale Riccardo Magi vede già nascere «una sorta di Guantanamo italiana».
La palma del commento più estremista se l’aggiudica, per ora, l’ex senatore Gregorio De Falco, diventato famoso per aver coordinato i soccorsi alla Costa Concordia. De Falco parla niente meno di «modello Guantanamo» e sostiene che «è di certo una sciocchezza distinguere quanti sono arrivati in territorio nazionale da quanti sono stati salvati in mare (l’accordo si applica solo ai secondi, ndr) e presi a bordo di navi della Marina e della Guardia Costiera che è parimenti, territorio italiano». Poche ore dopo gli fa eco Magi (+ Europa): «Si crea una sorta di Guantanamo italiana, al di fuori di ogni standard internazionale, al di fuori dell’Ue e senza che possa esserci la possibilità di controllare lo stato di detenzione delle persone rinchiuse nei centri».
Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, inquadra invece la notizia dal punto di visto politico e spiega: «L’accordo che il Governo ha firmato con l’Albania rafforza il nostro ruolo da protagonista in Europa ed apre nuove strade di collaborazione nell’Adriatico. Contrasto all’immigrazione irregolare e bloccare la tratta di esseri umani. Queste le priorità della nostra politica estera». Se ci si sposta nel partito del premier (che in serata ha parlato di «accordo storico» per «contrastare il traffico di esseri umani»), ovviamente, l’accoglienza è ancora più calda perché c’è l’idea che l’accordo sia una grande svolta e possa diventare l’emblema dell’impegno contro l’immigrazione clandestina. Tommaso Foti e Lucio Malan, presidenti dei gruppi di Camera e Senato di Fdi, si affidano a una nota congiunta per rimarcare che «questa è l’attuazione della “dottrina Meloni” sulla gestione dei flussi e cioè non un’accoglienza indiscriminata, ma soltanto nei confronti di chi davvero ne ha diritto; stabilire una collaborazione tra Nazioni, evitando quindi di lasciare gli Stati da soli a reggere il peso delle ondate migratorie». I due capigruppo si dicono convinti che «questo accordo con l’Albania sarà da esempio e punto di riferimento per gli altri Paesi e per l’Unione europea stessa».
Ovviamente sulla medesima linea anche Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia, che parla di «accordo storico» e si aspetta che ci sia un decongestionamento importante delle strutture italiane di primissima accoglienza». Kelany sottolinea poi che un patto del genere è anche figlio «del grande rapporti di amicizia e collaborazione che il presidente del consiglio Meloni è stata in grado di costruire» con Tirana, dove è andata in visita quest’estate.
Che l’accordo con Tirana (e con un leader socialista) sia un colpaccio, un qualcosa che probabilmente non sarebbe dispiaciuto neppure all’ala «law & order» del Pd, si capisce anche dalle prime, imbarazzate, reazioni del fu partitone rosso.
Dall’ala sinistra parla Pierfrancesco Majorino, che è il responsabile delle politiche migratorie del partito guidato da Emily Schlein: «L’accordo raggiunto con il governo albanese sembra configurarsi come un pericoloso pasticcio, parecchio ambiguo. Se infatti si è, come sembra, di fronte a richiedenti asilo, appare assolutamente inimmaginabile compiere con personale italiano e senza esborso di risorse, come annunciato, le procedure di verifica delle domande d’asilo».
Poi, consueta sviolinata al Colle, quando Majorino attacca: «Il governo continua a gettare pericoloso fumo negli occhi ignorando quanto stiamo sostenendo da tempo e prima di noi aveva affermato con grande autorevolezza il Presidente Mattarella: servono nuove vie d’accesso legali». Dalla Sinistra, gli dà manforte Nicola Fratoianni, che fa un discutibile parallelo con gli operai e parla di «delocalizzazione» degli immigrati, dimenticando che gli operai non sono illegali.
Per Fratoianni, in ogni caso, ci sarà un problema di rispetto dei diritti umani: «Non oso pensare ma già immagino che cosa potrebbe accadere in quei megacentri che hanno in mente; nulla di buono». Il suo socio verde Angelo Bonelli va giù ancora più pesante e parla di «politica di respingimento mascherata da cooperazione internazionale» e di «vera e propria deportazione in palese violazione delle convenzioni e del diritto internazionale». Mentre il giornalista Gad Lerner sbotta su Twitter: «Pagare l’Albania per allestirvi dei campi di detenzione per migranti intercettati nel Mediterraneo è innanzitutto una bassezza morale […]. Un governo che fa leva sull’egoismo ci rende peggiori».
Sarà, ma un pugliese che conosce bene il tema come Raffaele Fitto non ci sta. Per il ministro agli Affari europei, il patto tra Roma e Tirana «è in linea con la priorità accordata alla dimensione esterna della migrazione e con i dieci punti del piano della presidente della Commissione von der Leyen». Non solo, ma «per la prima volta uno Stato non membro dell’Unione europea, ancorché candidato, accetta la creazione sul suo territorio di centri destinati alla gestione dei migranti illegali arrivati sul territorio dell’Unione».
Montanari ci ripensa su Firenze e fa mezza marcia indietro sui social
Il campo largo è una specie di frullatore: chi ci entra intero, ne esce immancabilmente a pezzettini. Oggi tocca a Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, storico dell’arte e teletribuno sinistrato, entrare in conclave candidato a sindaco (di Firenze) e uscirne cardinale. Montanari sarebbe il candidato preferito di Giuseppe Conte, che deve però fare i conti con il resto del campo largo: il Pd, per esempio ha già frullato a dovere il rettore, lanciatosi ieri in una intervista al Corriere della Sera della serie «vorrei tanto ma non lo dico».
Alla domanda diretta sulla possibilità di candidarsi a sindaco di Firenze, Montanari risponde «No comment», poi gigioneggia dicendo che a suo parere «la questione non va posta così», e quindi ripete la ormai triste supercazzola di chi vorrebbe tanto scendere in campo (largo) ma sa già che mettere d’accordo tutti è sostanzialmente impossibile: «Vede», sottolinea Montanari, «a me sembra sbagliato ridurre tutto al nome di una persona. Voglio dire che io penso sarebbe importante, anzi fondamentale che ci fosse una convergenza tra Pd e 5 Stelle e una certa sinistra non su un nome, su un volto, per quanto mediatico, ma su una visione della società, su un progetto politico preciso e nuovo. A Firenze, ci sarebbe davvero l’occasione di fare politica, e non marketing. Elly», aggiunge Montanari, «ha la possibilità di aprire, concretamente, una fase nuova».Elly, intesa come Schlein, ha davanti a sé l’occasione perfetta per perdere altri voti: Tomaso Montanari ha costantemente attaccato i dem fiorentini, ed è stato addirittura querelato dal sindaco Dario Nardella. Considerato il talento naturale di Elly Schlein nel dilapidare anche quei pochi voti rimasti ai dem, Montanari sarebbe perfetto: peccato che il telerettore, annusata l’aria, sia già in ritirata (vedremo se strategica): «Un’intera pagina del Corrierone, stamani», scrive Montanari su X, «per esorcizzare una mia candidatura a sindaco di Firenze: niente panico, simpatici amici, il mio mandato di rettore scade nel 2027!». Vuole farsi pregare, forse, Montanari? Non si sa: quello che si sa è che i dem toscani mandano alla Schlein un avvertimento: «Ha ragione Tomaso Montanari», argomenta Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd della Toscana, «quando dice che sul Pd e sulle forze progressiste c’è la responsabilità grande di costruire una coalizione per Firenze attorno a un’idea di società, di città e di sviluppo. È la sfida che abbiamo davanti perché si chiude una stagione e dovremo aprirne una nuova in cui rilanciare la nostra azione di governo con nuove priorità a fronte di una città che è cambiata in questi anni. Ecco perché stiamo lavorando in primis sul programma e sulla coalizione che vogliamo sia ampia e vincente, capace di rappresentare un argine e un’alternativa solida alla destra. Il nome arriverà dopo questo sforzo. Il Pd in città», aggiunge Fossi, «ha l’ambizione e la forza per mettere a disposizione della coalizione candidature a sindaco di alto profilo e competenza, ma ha anche la volontà di aprirsi al coinvolgimento delle personalità migliori che la nostra città può offrire per costruire insieme una proposta politica convincente».
«Non partecipo», chiosa da parte sua il sindaco Nardella, «al totonomi. Prendo atto che lo stesso Montanari ha escluso questa ipotesi. Non so chi l’abbia avanzata, sinceramente. Resta il fatto che noi come forza principale della città abbiamo l’onere di indicare una proposta di candidatura e di programma, cercando di costruire un’alleanza più ampia possibile, ma sulle cose concrete che interessano i cittadini e che intercettano i bisogni del territorio».
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Progressisti in tilt sull’accordo tra Italia e Albania sui migranti, si rifà vivo addirittura Gregorio De Falco. Pierfrancesco Majorino (Pd): «Pasticcio pericoloso». Fdi e Fi: «Patto storico».Il rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari sogna la candidatura dopo la guerra ai dem toscani e al sindaco Dario Nardella.Lo speciale contiene due articoli.Un patto «storico», con la prima, vera, attuazione della «dottrina Meloni» sulla gestione dei flussi migratori. Da Fratelli d’Italia non trattengono l’entusiasmo per l’accordo tra Roma e Tirana che consentirà di ospitare fino a 3.000 migranti illegali in due centri in Albania, sotto la giurisdizione italiana e a spese nostre. Ma da sinistra, com’era prevedibile, arrivano critiche durissime, con Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) che parla di «delocalizzazione» dei naufraghi salvati nelle acque del Mediterraneo, mentre il radicale Riccardo Magi vede già nascere «una sorta di Guantanamo italiana».La palma del commento più estremista se l’aggiudica, per ora, l’ex senatore Gregorio De Falco, diventato famoso per aver coordinato i soccorsi alla Costa Concordia. De Falco parla niente meno di «modello Guantanamo» e sostiene che «è di certo una sciocchezza distinguere quanti sono arrivati in territorio nazionale da quanti sono stati salvati in mare (l’accordo si applica solo ai secondi, ndr) e presi a bordo di navi della Marina e della Guardia Costiera che è parimenti, territorio italiano». Poche ore dopo gli fa eco Magi (+ Europa): «Si crea una sorta di Guantanamo italiana, al di fuori di ogni standard internazionale, al di fuori dell’Ue e senza che possa esserci la possibilità di controllare lo stato di detenzione delle persone rinchiuse nei centri». Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, inquadra invece la notizia dal punto di visto politico e spiega: «L’accordo che il Governo ha firmato con l’Albania rafforza il nostro ruolo da protagonista in Europa ed apre nuove strade di collaborazione nell’Adriatico. Contrasto all’immigrazione irregolare e bloccare la tratta di esseri umani. Queste le priorità della nostra politica estera». Se ci si sposta nel partito del premier (che in serata ha parlato di «accordo storico» per «contrastare il traffico di esseri umani»), ovviamente, l’accoglienza è ancora più calda perché c’è l’idea che l’accordo sia una grande svolta e possa diventare l’emblema dell’impegno contro l’immigrazione clandestina. Tommaso Foti e Lucio Malan, presidenti dei gruppi di Camera e Senato di Fdi, si affidano a una nota congiunta per rimarcare che «questa è l’attuazione della “dottrina Meloni” sulla gestione dei flussi e cioè non un’accoglienza indiscriminata, ma soltanto nei confronti di chi davvero ne ha diritto; stabilire una collaborazione tra Nazioni, evitando quindi di lasciare gli Stati da soli a reggere il peso delle ondate migratorie». I due capigruppo si dicono convinti che «questo accordo con l’Albania sarà da esempio e punto di riferimento per gli altri Paesi e per l’Unione europea stessa».Ovviamente sulla medesima linea anche Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia, che parla di «accordo storico» e si aspetta che ci sia un decongestionamento importante delle strutture italiane di primissima accoglienza». Kelany sottolinea poi che un patto del genere è anche figlio «del grande rapporti di amicizia e collaborazione che il presidente del consiglio Meloni è stata in grado di costruire» con Tirana, dove è andata in visita quest’estate.Che l’accordo con Tirana (e con un leader socialista) sia un colpaccio, un qualcosa che probabilmente non sarebbe dispiaciuto neppure all’ala «law & order» del Pd, si capisce anche dalle prime, imbarazzate, reazioni del fu partitone rosso. Dall’ala sinistra parla Pierfrancesco Majorino, che è il responsabile delle politiche migratorie del partito guidato da Emily Schlein: «L’accordo raggiunto con il governo albanese sembra configurarsi come un pericoloso pasticcio, parecchio ambiguo. Se infatti si è, come sembra, di fronte a richiedenti asilo, appare assolutamente inimmaginabile compiere con personale italiano e senza esborso di risorse, come annunciato, le procedure di verifica delle domande d’asilo». Poi, consueta sviolinata al Colle, quando Majorino attacca: «Il governo continua a gettare pericoloso fumo negli occhi ignorando quanto stiamo sostenendo da tempo e prima di noi aveva affermato con grande autorevolezza il Presidente Mattarella: servono nuove vie d’accesso legali». Dalla Sinistra, gli dà manforte Nicola Fratoianni, che fa un discutibile parallelo con gli operai e parla di «delocalizzazione» degli immigrati, dimenticando che gli operai non sono illegali. Per Fratoianni, in ogni caso, ci sarà un problema di rispetto dei diritti umani: «Non oso pensare ma già immagino che cosa potrebbe accadere in quei megacentri che hanno in mente; nulla di buono». Il suo socio verde Angelo Bonelli va giù ancora più pesante e parla di «politica di respingimento mascherata da cooperazione internazionale» e di «vera e propria deportazione in palese violazione delle convenzioni e del diritto internazionale». Mentre il giornalista Gad Lerner sbotta su Twitter: «Pagare l’Albania per allestirvi dei campi di detenzione per migranti intercettati nel Mediterraneo è innanzitutto una bassezza morale […]. Un governo che fa leva sull’egoismo ci rende peggiori». Sarà, ma un pugliese che conosce bene il tema come Raffaele Fitto non ci sta. Per il ministro agli Affari europei, il patto tra Roma e Tirana «è in linea con la priorità accordata alla dimensione esterna della migrazione e con i dieci punti del piano della presidente della Commissione von der Leyen». Non solo, ma «per la prima volta uno Stato non membro dell’Unione europea, ancorché candidato, accetta la creazione sul suo territorio di centri destinati alla gestione dei migranti illegali arrivati sul territorio dell’Unione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-straparla-deportazione-incostituzionale-guantanamo-2666167838.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="montanari-ci-ripensa-su-firenze-e-fa-mezza-marcia-indietro-sui-social" data-post-id="2666167838" data-published-at="1699312075" data-use-pagination="False"> Montanari ci ripensa su Firenze e fa mezza marcia indietro sui social Il campo largo è una specie di frullatore: chi ci entra intero, ne esce immancabilmente a pezzettini. Oggi tocca a Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, storico dell’arte e teletribuno sinistrato, entrare in conclave candidato a sindaco (di Firenze) e uscirne cardinale. Montanari sarebbe il candidato preferito di Giuseppe Conte, che deve però fare i conti con il resto del campo largo: il Pd, per esempio ha già frullato a dovere il rettore, lanciatosi ieri in una intervista al Corriere della Sera della serie «vorrei tanto ma non lo dico». Alla domanda diretta sulla possibilità di candidarsi a sindaco di Firenze, Montanari risponde «No comment», poi gigioneggia dicendo che a suo parere «la questione non va posta così», e quindi ripete la ormai triste supercazzola di chi vorrebbe tanto scendere in campo (largo) ma sa già che mettere d’accordo tutti è sostanzialmente impossibile: «Vede», sottolinea Montanari, «a me sembra sbagliato ridurre tutto al nome di una persona. Voglio dire che io penso sarebbe importante, anzi fondamentale che ci fosse una convergenza tra Pd e 5 Stelle e una certa sinistra non su un nome, su un volto, per quanto mediatico, ma su una visione della società, su un progetto politico preciso e nuovo. A Firenze, ci sarebbe davvero l’occasione di fare politica, e non marketing. Elly», aggiunge Montanari, «ha la possibilità di aprire, concretamente, una fase nuova».Elly, intesa come Schlein, ha davanti a sé l’occasione perfetta per perdere altri voti: Tomaso Montanari ha costantemente attaccato i dem fiorentini, ed è stato addirittura querelato dal sindaco Dario Nardella. Considerato il talento naturale di Elly Schlein nel dilapidare anche quei pochi voti rimasti ai dem, Montanari sarebbe perfetto: peccato che il telerettore, annusata l’aria, sia già in ritirata (vedremo se strategica): «Un’intera pagina del Corrierone, stamani», scrive Montanari su X, «per esorcizzare una mia candidatura a sindaco di Firenze: niente panico, simpatici amici, il mio mandato di rettore scade nel 2027!». Vuole farsi pregare, forse, Montanari? Non si sa: quello che si sa è che i dem toscani mandano alla Schlein un avvertimento: «Ha ragione Tomaso Montanari», argomenta Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd della Toscana, «quando dice che sul Pd e sulle forze progressiste c’è la responsabilità grande di costruire una coalizione per Firenze attorno a un’idea di società, di città e di sviluppo. È la sfida che abbiamo davanti perché si chiude una stagione e dovremo aprirne una nuova in cui rilanciare la nostra azione di governo con nuove priorità a fronte di una città che è cambiata in questi anni. Ecco perché stiamo lavorando in primis sul programma e sulla coalizione che vogliamo sia ampia e vincente, capace di rappresentare un argine e un’alternativa solida alla destra. Il nome arriverà dopo questo sforzo. Il Pd in città», aggiunge Fossi, «ha l’ambizione e la forza per mettere a disposizione della coalizione candidature a sindaco di alto profilo e competenza, ma ha anche la volontà di aprirsi al coinvolgimento delle personalità migliori che la nostra città può offrire per costruire insieme una proposta politica convincente». «Non partecipo», chiosa da parte sua il sindaco Nardella, «al totonomi. Prendo atto che lo stesso Montanari ha escluso questa ipotesi. Non so chi l’abbia avanzata, sinceramente. Resta il fatto che noi come forza principale della città abbiamo l’onere di indicare una proposta di candidatura e di programma, cercando di costruire un’alleanza più ampia possibile, ma sulle cose concrete che interessano i cittadini e che intercettano i bisogni del territorio».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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