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2023-11-07
La sinistra straparla: «Una deportazione incostituzionale. È come Guantanamo»
Pierfrancesco Majorino (Imagoeconomica)
Un patto «storico», con la prima, vera, attuazione della «dottrina Meloni» sulla gestione dei flussi migratori. Da Fratelli d’Italia non trattengono l’entusiasmo per l’accordo tra Roma e Tirana che consentirà di ospitare fino a 3.000 migranti illegali in due centri in Albania, sotto la giurisdizione italiana e a spese nostre. Ma da sinistra, com’era prevedibile, arrivano critiche durissime, con Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) che parla di «delocalizzazione» dei naufraghi salvati nelle acque del Mediterraneo, mentre il radicale Riccardo Magi vede già nascere «una sorta di Guantanamo italiana».
La palma del commento più estremista se l’aggiudica, per ora, l’ex senatore Gregorio De Falco, diventato famoso per aver coordinato i soccorsi alla Costa Concordia. De Falco parla niente meno di «modello Guantanamo» e sostiene che «è di certo una sciocchezza distinguere quanti sono arrivati in territorio nazionale da quanti sono stati salvati in mare (l’accordo si applica solo ai secondi, ndr) e presi a bordo di navi della Marina e della Guardia Costiera che è parimenti, territorio italiano». Poche ore dopo gli fa eco Magi (+ Europa): «Si crea una sorta di Guantanamo italiana, al di fuori di ogni standard internazionale, al di fuori dell’Ue e senza che possa esserci la possibilità di controllare lo stato di detenzione delle persone rinchiuse nei centri».
Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, inquadra invece la notizia dal punto di visto politico e spiega: «L’accordo che il Governo ha firmato con l’Albania rafforza il nostro ruolo da protagonista in Europa ed apre nuove strade di collaborazione nell’Adriatico. Contrasto all’immigrazione irregolare e bloccare la tratta di esseri umani. Queste le priorità della nostra politica estera». Se ci si sposta nel partito del premier (che in serata ha parlato di «accordo storico» per «contrastare il traffico di esseri umani»), ovviamente, l’accoglienza è ancora più calda perché c’è l’idea che l’accordo sia una grande svolta e possa diventare l’emblema dell’impegno contro l’immigrazione clandestina. Tommaso Foti e Lucio Malan, presidenti dei gruppi di Camera e Senato di Fdi, si affidano a una nota congiunta per rimarcare che «questa è l’attuazione della “dottrina Meloni” sulla gestione dei flussi e cioè non un’accoglienza indiscriminata, ma soltanto nei confronti di chi davvero ne ha diritto; stabilire una collaborazione tra Nazioni, evitando quindi di lasciare gli Stati da soli a reggere il peso delle ondate migratorie». I due capigruppo si dicono convinti che «questo accordo con l’Albania sarà da esempio e punto di riferimento per gli altri Paesi e per l’Unione europea stessa».
Ovviamente sulla medesima linea anche Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia, che parla di «accordo storico» e si aspetta che ci sia un decongestionamento importante delle strutture italiane di primissima accoglienza». Kelany sottolinea poi che un patto del genere è anche figlio «del grande rapporti di amicizia e collaborazione che il presidente del consiglio Meloni è stata in grado di costruire» con Tirana, dove è andata in visita quest’estate.
Che l’accordo con Tirana (e con un leader socialista) sia un colpaccio, un qualcosa che probabilmente non sarebbe dispiaciuto neppure all’ala «law & order» del Pd, si capisce anche dalle prime, imbarazzate, reazioni del fu partitone rosso.
Dall’ala sinistra parla Pierfrancesco Majorino, che è il responsabile delle politiche migratorie del partito guidato da Emily Schlein: «L’accordo raggiunto con il governo albanese sembra configurarsi come un pericoloso pasticcio, parecchio ambiguo. Se infatti si è, come sembra, di fronte a richiedenti asilo, appare assolutamente inimmaginabile compiere con personale italiano e senza esborso di risorse, come annunciato, le procedure di verifica delle domande d’asilo».
Poi, consueta sviolinata al Colle, quando Majorino attacca: «Il governo continua a gettare pericoloso fumo negli occhi ignorando quanto stiamo sostenendo da tempo e prima di noi aveva affermato con grande autorevolezza il Presidente Mattarella: servono nuove vie d’accesso legali». Dalla Sinistra, gli dà manforte Nicola Fratoianni, che fa un discutibile parallelo con gli operai e parla di «delocalizzazione» degli immigrati, dimenticando che gli operai non sono illegali.
Per Fratoianni, in ogni caso, ci sarà un problema di rispetto dei diritti umani: «Non oso pensare ma già immagino che cosa potrebbe accadere in quei megacentri che hanno in mente; nulla di buono». Il suo socio verde Angelo Bonelli va giù ancora più pesante e parla di «politica di respingimento mascherata da cooperazione internazionale» e di «vera e propria deportazione in palese violazione delle convenzioni e del diritto internazionale». Mentre il giornalista Gad Lerner sbotta su Twitter: «Pagare l’Albania per allestirvi dei campi di detenzione per migranti intercettati nel Mediterraneo è innanzitutto una bassezza morale […]. Un governo che fa leva sull’egoismo ci rende peggiori».
Sarà, ma un pugliese che conosce bene il tema come Raffaele Fitto non ci sta. Per il ministro agli Affari europei, il patto tra Roma e Tirana «è in linea con la priorità accordata alla dimensione esterna della migrazione e con i dieci punti del piano della presidente della Commissione von der Leyen». Non solo, ma «per la prima volta uno Stato non membro dell’Unione europea, ancorché candidato, accetta la creazione sul suo territorio di centri destinati alla gestione dei migranti illegali arrivati sul territorio dell’Unione».
Montanari ci ripensa su Firenze e fa mezza marcia indietro sui social
Il campo largo è una specie di frullatore: chi ci entra intero, ne esce immancabilmente a pezzettini. Oggi tocca a Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, storico dell’arte e teletribuno sinistrato, entrare in conclave candidato a sindaco (di Firenze) e uscirne cardinale. Montanari sarebbe il candidato preferito di Giuseppe Conte, che deve però fare i conti con il resto del campo largo: il Pd, per esempio ha già frullato a dovere il rettore, lanciatosi ieri in una intervista al Corriere della Sera della serie «vorrei tanto ma non lo dico».
Alla domanda diretta sulla possibilità di candidarsi a sindaco di Firenze, Montanari risponde «No comment», poi gigioneggia dicendo che a suo parere «la questione non va posta così», e quindi ripete la ormai triste supercazzola di chi vorrebbe tanto scendere in campo (largo) ma sa già che mettere d’accordo tutti è sostanzialmente impossibile: «Vede», sottolinea Montanari, «a me sembra sbagliato ridurre tutto al nome di una persona. Voglio dire che io penso sarebbe importante, anzi fondamentale che ci fosse una convergenza tra Pd e 5 Stelle e una certa sinistra non su un nome, su un volto, per quanto mediatico, ma su una visione della società, su un progetto politico preciso e nuovo. A Firenze, ci sarebbe davvero l’occasione di fare politica, e non marketing. Elly», aggiunge Montanari, «ha la possibilità di aprire, concretamente, una fase nuova».Elly, intesa come Schlein, ha davanti a sé l’occasione perfetta per perdere altri voti: Tomaso Montanari ha costantemente attaccato i dem fiorentini, ed è stato addirittura querelato dal sindaco Dario Nardella. Considerato il talento naturale di Elly Schlein nel dilapidare anche quei pochi voti rimasti ai dem, Montanari sarebbe perfetto: peccato che il telerettore, annusata l’aria, sia già in ritirata (vedremo se strategica): «Un’intera pagina del Corrierone, stamani», scrive Montanari su X, «per esorcizzare una mia candidatura a sindaco di Firenze: niente panico, simpatici amici, il mio mandato di rettore scade nel 2027!». Vuole farsi pregare, forse, Montanari? Non si sa: quello che si sa è che i dem toscani mandano alla Schlein un avvertimento: «Ha ragione Tomaso Montanari», argomenta Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd della Toscana, «quando dice che sul Pd e sulle forze progressiste c’è la responsabilità grande di costruire una coalizione per Firenze attorno a un’idea di società, di città e di sviluppo. È la sfida che abbiamo davanti perché si chiude una stagione e dovremo aprirne una nuova in cui rilanciare la nostra azione di governo con nuove priorità a fronte di una città che è cambiata in questi anni. Ecco perché stiamo lavorando in primis sul programma e sulla coalizione che vogliamo sia ampia e vincente, capace di rappresentare un argine e un’alternativa solida alla destra. Il nome arriverà dopo questo sforzo. Il Pd in città», aggiunge Fossi, «ha l’ambizione e la forza per mettere a disposizione della coalizione candidature a sindaco di alto profilo e competenza, ma ha anche la volontà di aprirsi al coinvolgimento delle personalità migliori che la nostra città può offrire per costruire insieme una proposta politica convincente».
«Non partecipo», chiosa da parte sua il sindaco Nardella, «al totonomi. Prendo atto che lo stesso Montanari ha escluso questa ipotesi. Non so chi l’abbia avanzata, sinceramente. Resta il fatto che noi come forza principale della città abbiamo l’onere di indicare una proposta di candidatura e di programma, cercando di costruire un’alleanza più ampia possibile, ma sulle cose concrete che interessano i cittadini e che intercettano i bisogni del territorio».
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Progressisti in tilt sull’accordo tra Italia e Albania sui migranti, si rifà vivo addirittura Gregorio De Falco. Pierfrancesco Majorino (Pd): «Pasticcio pericoloso». Fdi e Fi: «Patto storico».Il rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari sogna la candidatura dopo la guerra ai dem toscani e al sindaco Dario Nardella.Lo speciale contiene due articoli.Un patto «storico», con la prima, vera, attuazione della «dottrina Meloni» sulla gestione dei flussi migratori. Da Fratelli d’Italia non trattengono l’entusiasmo per l’accordo tra Roma e Tirana che consentirà di ospitare fino a 3.000 migranti illegali in due centri in Albania, sotto la giurisdizione italiana e a spese nostre. Ma da sinistra, com’era prevedibile, arrivano critiche durissime, con Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) che parla di «delocalizzazione» dei naufraghi salvati nelle acque del Mediterraneo, mentre il radicale Riccardo Magi vede già nascere «una sorta di Guantanamo italiana».La palma del commento più estremista se l’aggiudica, per ora, l’ex senatore Gregorio De Falco, diventato famoso per aver coordinato i soccorsi alla Costa Concordia. De Falco parla niente meno di «modello Guantanamo» e sostiene che «è di certo una sciocchezza distinguere quanti sono arrivati in territorio nazionale da quanti sono stati salvati in mare (l’accordo si applica solo ai secondi, ndr) e presi a bordo di navi della Marina e della Guardia Costiera che è parimenti, territorio italiano». Poche ore dopo gli fa eco Magi (+ Europa): «Si crea una sorta di Guantanamo italiana, al di fuori di ogni standard internazionale, al di fuori dell’Ue e senza che possa esserci la possibilità di controllare lo stato di detenzione delle persone rinchiuse nei centri». Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, inquadra invece la notizia dal punto di visto politico e spiega: «L’accordo che il Governo ha firmato con l’Albania rafforza il nostro ruolo da protagonista in Europa ed apre nuove strade di collaborazione nell’Adriatico. Contrasto all’immigrazione irregolare e bloccare la tratta di esseri umani. Queste le priorità della nostra politica estera». Se ci si sposta nel partito del premier (che in serata ha parlato di «accordo storico» per «contrastare il traffico di esseri umani»), ovviamente, l’accoglienza è ancora più calda perché c’è l’idea che l’accordo sia una grande svolta e possa diventare l’emblema dell’impegno contro l’immigrazione clandestina. Tommaso Foti e Lucio Malan, presidenti dei gruppi di Camera e Senato di Fdi, si affidano a una nota congiunta per rimarcare che «questa è l’attuazione della “dottrina Meloni” sulla gestione dei flussi e cioè non un’accoglienza indiscriminata, ma soltanto nei confronti di chi davvero ne ha diritto; stabilire una collaborazione tra Nazioni, evitando quindi di lasciare gli Stati da soli a reggere il peso delle ondate migratorie». I due capigruppo si dicono convinti che «questo accordo con l’Albania sarà da esempio e punto di riferimento per gli altri Paesi e per l’Unione europea stessa».Ovviamente sulla medesima linea anche Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia, che parla di «accordo storico» e si aspetta che ci sia un decongestionamento importante delle strutture italiane di primissima accoglienza». Kelany sottolinea poi che un patto del genere è anche figlio «del grande rapporti di amicizia e collaborazione che il presidente del consiglio Meloni è stata in grado di costruire» con Tirana, dove è andata in visita quest’estate.Che l’accordo con Tirana (e con un leader socialista) sia un colpaccio, un qualcosa che probabilmente non sarebbe dispiaciuto neppure all’ala «law & order» del Pd, si capisce anche dalle prime, imbarazzate, reazioni del fu partitone rosso. Dall’ala sinistra parla Pierfrancesco Majorino, che è il responsabile delle politiche migratorie del partito guidato da Emily Schlein: «L’accordo raggiunto con il governo albanese sembra configurarsi come un pericoloso pasticcio, parecchio ambiguo. Se infatti si è, come sembra, di fronte a richiedenti asilo, appare assolutamente inimmaginabile compiere con personale italiano e senza esborso di risorse, come annunciato, le procedure di verifica delle domande d’asilo». Poi, consueta sviolinata al Colle, quando Majorino attacca: «Il governo continua a gettare pericoloso fumo negli occhi ignorando quanto stiamo sostenendo da tempo e prima di noi aveva affermato con grande autorevolezza il Presidente Mattarella: servono nuove vie d’accesso legali». Dalla Sinistra, gli dà manforte Nicola Fratoianni, che fa un discutibile parallelo con gli operai e parla di «delocalizzazione» degli immigrati, dimenticando che gli operai non sono illegali. Per Fratoianni, in ogni caso, ci sarà un problema di rispetto dei diritti umani: «Non oso pensare ma già immagino che cosa potrebbe accadere in quei megacentri che hanno in mente; nulla di buono». Il suo socio verde Angelo Bonelli va giù ancora più pesante e parla di «politica di respingimento mascherata da cooperazione internazionale» e di «vera e propria deportazione in palese violazione delle convenzioni e del diritto internazionale». Mentre il giornalista Gad Lerner sbotta su Twitter: «Pagare l’Albania per allestirvi dei campi di detenzione per migranti intercettati nel Mediterraneo è innanzitutto una bassezza morale […]. Un governo che fa leva sull’egoismo ci rende peggiori». Sarà, ma un pugliese che conosce bene il tema come Raffaele Fitto non ci sta. Per il ministro agli Affari europei, il patto tra Roma e Tirana «è in linea con la priorità accordata alla dimensione esterna della migrazione e con i dieci punti del piano della presidente della Commissione von der Leyen». Non solo, ma «per la prima volta uno Stato non membro dell’Unione europea, ancorché candidato, accetta la creazione sul suo territorio di centri destinati alla gestione dei migranti illegali arrivati sul territorio dell’Unione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-straparla-deportazione-incostituzionale-guantanamo-2666167838.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="montanari-ci-ripensa-su-firenze-e-fa-mezza-marcia-indietro-sui-social" data-post-id="2666167838" data-published-at="1699312075" data-use-pagination="False"> Montanari ci ripensa su Firenze e fa mezza marcia indietro sui social Il campo largo è una specie di frullatore: chi ci entra intero, ne esce immancabilmente a pezzettini. Oggi tocca a Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, storico dell’arte e teletribuno sinistrato, entrare in conclave candidato a sindaco (di Firenze) e uscirne cardinale. Montanari sarebbe il candidato preferito di Giuseppe Conte, che deve però fare i conti con il resto del campo largo: il Pd, per esempio ha già frullato a dovere il rettore, lanciatosi ieri in una intervista al Corriere della Sera della serie «vorrei tanto ma non lo dico». Alla domanda diretta sulla possibilità di candidarsi a sindaco di Firenze, Montanari risponde «No comment», poi gigioneggia dicendo che a suo parere «la questione non va posta così», e quindi ripete la ormai triste supercazzola di chi vorrebbe tanto scendere in campo (largo) ma sa già che mettere d’accordo tutti è sostanzialmente impossibile: «Vede», sottolinea Montanari, «a me sembra sbagliato ridurre tutto al nome di una persona. Voglio dire che io penso sarebbe importante, anzi fondamentale che ci fosse una convergenza tra Pd e 5 Stelle e una certa sinistra non su un nome, su un volto, per quanto mediatico, ma su una visione della società, su un progetto politico preciso e nuovo. A Firenze, ci sarebbe davvero l’occasione di fare politica, e non marketing. Elly», aggiunge Montanari, «ha la possibilità di aprire, concretamente, una fase nuova».Elly, intesa come Schlein, ha davanti a sé l’occasione perfetta per perdere altri voti: Tomaso Montanari ha costantemente attaccato i dem fiorentini, ed è stato addirittura querelato dal sindaco Dario Nardella. Considerato il talento naturale di Elly Schlein nel dilapidare anche quei pochi voti rimasti ai dem, Montanari sarebbe perfetto: peccato che il telerettore, annusata l’aria, sia già in ritirata (vedremo se strategica): «Un’intera pagina del Corrierone, stamani», scrive Montanari su X, «per esorcizzare una mia candidatura a sindaco di Firenze: niente panico, simpatici amici, il mio mandato di rettore scade nel 2027!». Vuole farsi pregare, forse, Montanari? Non si sa: quello che si sa è che i dem toscani mandano alla Schlein un avvertimento: «Ha ragione Tomaso Montanari», argomenta Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd della Toscana, «quando dice che sul Pd e sulle forze progressiste c’è la responsabilità grande di costruire una coalizione per Firenze attorno a un’idea di società, di città e di sviluppo. È la sfida che abbiamo davanti perché si chiude una stagione e dovremo aprirne una nuova in cui rilanciare la nostra azione di governo con nuove priorità a fronte di una città che è cambiata in questi anni. Ecco perché stiamo lavorando in primis sul programma e sulla coalizione che vogliamo sia ampia e vincente, capace di rappresentare un argine e un’alternativa solida alla destra. Il nome arriverà dopo questo sforzo. Il Pd in città», aggiunge Fossi, «ha l’ambizione e la forza per mettere a disposizione della coalizione candidature a sindaco di alto profilo e competenza, ma ha anche la volontà di aprirsi al coinvolgimento delle personalità migliori che la nostra città può offrire per costruire insieme una proposta politica convincente». «Non partecipo», chiosa da parte sua il sindaco Nardella, «al totonomi. Prendo atto che lo stesso Montanari ha escluso questa ipotesi. Non so chi l’abbia avanzata, sinceramente. Resta il fatto che noi come forza principale della città abbiamo l’onere di indicare una proposta di candidatura e di programma, cercando di costruire un’alleanza più ampia possibile, ma sulle cose concrete che interessano i cittadini e che intercettano i bisogni del territorio».
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.