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2023-11-07
La sinistra straparla: «Una deportazione incostituzionale. È come Guantanamo»
Pierfrancesco Majorino (Imagoeconomica)
Un patto «storico», con la prima, vera, attuazione della «dottrina Meloni» sulla gestione dei flussi migratori. Da Fratelli d’Italia non trattengono l’entusiasmo per l’accordo tra Roma e Tirana che consentirà di ospitare fino a 3.000 migranti illegali in due centri in Albania, sotto la giurisdizione italiana e a spese nostre. Ma da sinistra, com’era prevedibile, arrivano critiche durissime, con Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) che parla di «delocalizzazione» dei naufraghi salvati nelle acque del Mediterraneo, mentre il radicale Riccardo Magi vede già nascere «una sorta di Guantanamo italiana».
La palma del commento più estremista se l’aggiudica, per ora, l’ex senatore Gregorio De Falco, diventato famoso per aver coordinato i soccorsi alla Costa Concordia. De Falco parla niente meno di «modello Guantanamo» e sostiene che «è di certo una sciocchezza distinguere quanti sono arrivati in territorio nazionale da quanti sono stati salvati in mare (l’accordo si applica solo ai secondi, ndr) e presi a bordo di navi della Marina e della Guardia Costiera che è parimenti, territorio italiano». Poche ore dopo gli fa eco Magi (+ Europa): «Si crea una sorta di Guantanamo italiana, al di fuori di ogni standard internazionale, al di fuori dell’Ue e senza che possa esserci la possibilità di controllare lo stato di detenzione delle persone rinchiuse nei centri».
Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, inquadra invece la notizia dal punto di visto politico e spiega: «L’accordo che il Governo ha firmato con l’Albania rafforza il nostro ruolo da protagonista in Europa ed apre nuove strade di collaborazione nell’Adriatico. Contrasto all’immigrazione irregolare e bloccare la tratta di esseri umani. Queste le priorità della nostra politica estera». Se ci si sposta nel partito del premier (che in serata ha parlato di «accordo storico» per «contrastare il traffico di esseri umani»), ovviamente, l’accoglienza è ancora più calda perché c’è l’idea che l’accordo sia una grande svolta e possa diventare l’emblema dell’impegno contro l’immigrazione clandestina. Tommaso Foti e Lucio Malan, presidenti dei gruppi di Camera e Senato di Fdi, si affidano a una nota congiunta per rimarcare che «questa è l’attuazione della “dottrina Meloni” sulla gestione dei flussi e cioè non un’accoglienza indiscriminata, ma soltanto nei confronti di chi davvero ne ha diritto; stabilire una collaborazione tra Nazioni, evitando quindi di lasciare gli Stati da soli a reggere il peso delle ondate migratorie». I due capigruppo si dicono convinti che «questo accordo con l’Albania sarà da esempio e punto di riferimento per gli altri Paesi e per l’Unione europea stessa».
Ovviamente sulla medesima linea anche Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia, che parla di «accordo storico» e si aspetta che ci sia un decongestionamento importante delle strutture italiane di primissima accoglienza». Kelany sottolinea poi che un patto del genere è anche figlio «del grande rapporti di amicizia e collaborazione che il presidente del consiglio Meloni è stata in grado di costruire» con Tirana, dove è andata in visita quest’estate.
Che l’accordo con Tirana (e con un leader socialista) sia un colpaccio, un qualcosa che probabilmente non sarebbe dispiaciuto neppure all’ala «law & order» del Pd, si capisce anche dalle prime, imbarazzate, reazioni del fu partitone rosso.
Dall’ala sinistra parla Pierfrancesco Majorino, che è il responsabile delle politiche migratorie del partito guidato da Emily Schlein: «L’accordo raggiunto con il governo albanese sembra configurarsi come un pericoloso pasticcio, parecchio ambiguo. Se infatti si è, come sembra, di fronte a richiedenti asilo, appare assolutamente inimmaginabile compiere con personale italiano e senza esborso di risorse, come annunciato, le procedure di verifica delle domande d’asilo».
Poi, consueta sviolinata al Colle, quando Majorino attacca: «Il governo continua a gettare pericoloso fumo negli occhi ignorando quanto stiamo sostenendo da tempo e prima di noi aveva affermato con grande autorevolezza il Presidente Mattarella: servono nuove vie d’accesso legali». Dalla Sinistra, gli dà manforte Nicola Fratoianni, che fa un discutibile parallelo con gli operai e parla di «delocalizzazione» degli immigrati, dimenticando che gli operai non sono illegali.
Per Fratoianni, in ogni caso, ci sarà un problema di rispetto dei diritti umani: «Non oso pensare ma già immagino che cosa potrebbe accadere in quei megacentri che hanno in mente; nulla di buono». Il suo socio verde Angelo Bonelli va giù ancora più pesante e parla di «politica di respingimento mascherata da cooperazione internazionale» e di «vera e propria deportazione in palese violazione delle convenzioni e del diritto internazionale». Mentre il giornalista Gad Lerner sbotta su Twitter: «Pagare l’Albania per allestirvi dei campi di detenzione per migranti intercettati nel Mediterraneo è innanzitutto una bassezza morale […]. Un governo che fa leva sull’egoismo ci rende peggiori».
Sarà, ma un pugliese che conosce bene il tema come Raffaele Fitto non ci sta. Per il ministro agli Affari europei, il patto tra Roma e Tirana «è in linea con la priorità accordata alla dimensione esterna della migrazione e con i dieci punti del piano della presidente della Commissione von der Leyen». Non solo, ma «per la prima volta uno Stato non membro dell’Unione europea, ancorché candidato, accetta la creazione sul suo territorio di centri destinati alla gestione dei migranti illegali arrivati sul territorio dell’Unione».
Montanari ci ripensa su Firenze e fa mezza marcia indietro sui social
Il campo largo è una specie di frullatore: chi ci entra intero, ne esce immancabilmente a pezzettini. Oggi tocca a Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, storico dell’arte e teletribuno sinistrato, entrare in conclave candidato a sindaco (di Firenze) e uscirne cardinale. Montanari sarebbe il candidato preferito di Giuseppe Conte, che deve però fare i conti con il resto del campo largo: il Pd, per esempio ha già frullato a dovere il rettore, lanciatosi ieri in una intervista al Corriere della Sera della serie «vorrei tanto ma non lo dico».
Alla domanda diretta sulla possibilità di candidarsi a sindaco di Firenze, Montanari risponde «No comment», poi gigioneggia dicendo che a suo parere «la questione non va posta così», e quindi ripete la ormai triste supercazzola di chi vorrebbe tanto scendere in campo (largo) ma sa già che mettere d’accordo tutti è sostanzialmente impossibile: «Vede», sottolinea Montanari, «a me sembra sbagliato ridurre tutto al nome di una persona. Voglio dire che io penso sarebbe importante, anzi fondamentale che ci fosse una convergenza tra Pd e 5 Stelle e una certa sinistra non su un nome, su un volto, per quanto mediatico, ma su una visione della società, su un progetto politico preciso e nuovo. A Firenze, ci sarebbe davvero l’occasione di fare politica, e non marketing. Elly», aggiunge Montanari, «ha la possibilità di aprire, concretamente, una fase nuova».Elly, intesa come Schlein, ha davanti a sé l’occasione perfetta per perdere altri voti: Tomaso Montanari ha costantemente attaccato i dem fiorentini, ed è stato addirittura querelato dal sindaco Dario Nardella. Considerato il talento naturale di Elly Schlein nel dilapidare anche quei pochi voti rimasti ai dem, Montanari sarebbe perfetto: peccato che il telerettore, annusata l’aria, sia già in ritirata (vedremo se strategica): «Un’intera pagina del Corrierone, stamani», scrive Montanari su X, «per esorcizzare una mia candidatura a sindaco di Firenze: niente panico, simpatici amici, il mio mandato di rettore scade nel 2027!». Vuole farsi pregare, forse, Montanari? Non si sa: quello che si sa è che i dem toscani mandano alla Schlein un avvertimento: «Ha ragione Tomaso Montanari», argomenta Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd della Toscana, «quando dice che sul Pd e sulle forze progressiste c’è la responsabilità grande di costruire una coalizione per Firenze attorno a un’idea di società, di città e di sviluppo. È la sfida che abbiamo davanti perché si chiude una stagione e dovremo aprirne una nuova in cui rilanciare la nostra azione di governo con nuove priorità a fronte di una città che è cambiata in questi anni. Ecco perché stiamo lavorando in primis sul programma e sulla coalizione che vogliamo sia ampia e vincente, capace di rappresentare un argine e un’alternativa solida alla destra. Il nome arriverà dopo questo sforzo. Il Pd in città», aggiunge Fossi, «ha l’ambizione e la forza per mettere a disposizione della coalizione candidature a sindaco di alto profilo e competenza, ma ha anche la volontà di aprirsi al coinvolgimento delle personalità migliori che la nostra città può offrire per costruire insieme una proposta politica convincente».
«Non partecipo», chiosa da parte sua il sindaco Nardella, «al totonomi. Prendo atto che lo stesso Montanari ha escluso questa ipotesi. Non so chi l’abbia avanzata, sinceramente. Resta il fatto che noi come forza principale della città abbiamo l’onere di indicare una proposta di candidatura e di programma, cercando di costruire un’alleanza più ampia possibile, ma sulle cose concrete che interessano i cittadini e che intercettano i bisogni del territorio».
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Progressisti in tilt sull’accordo tra Italia e Albania sui migranti, si rifà vivo addirittura Gregorio De Falco. Pierfrancesco Majorino (Pd): «Pasticcio pericoloso». Fdi e Fi: «Patto storico».Il rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari sogna la candidatura dopo la guerra ai dem toscani e al sindaco Dario Nardella.Lo speciale contiene due articoli.Un patto «storico», con la prima, vera, attuazione della «dottrina Meloni» sulla gestione dei flussi migratori. Da Fratelli d’Italia non trattengono l’entusiasmo per l’accordo tra Roma e Tirana che consentirà di ospitare fino a 3.000 migranti illegali in due centri in Albania, sotto la giurisdizione italiana e a spese nostre. Ma da sinistra, com’era prevedibile, arrivano critiche durissime, con Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) che parla di «delocalizzazione» dei naufraghi salvati nelle acque del Mediterraneo, mentre il radicale Riccardo Magi vede già nascere «una sorta di Guantanamo italiana».La palma del commento più estremista se l’aggiudica, per ora, l’ex senatore Gregorio De Falco, diventato famoso per aver coordinato i soccorsi alla Costa Concordia. De Falco parla niente meno di «modello Guantanamo» e sostiene che «è di certo una sciocchezza distinguere quanti sono arrivati in territorio nazionale da quanti sono stati salvati in mare (l’accordo si applica solo ai secondi, ndr) e presi a bordo di navi della Marina e della Guardia Costiera che è parimenti, territorio italiano». Poche ore dopo gli fa eco Magi (+ Europa): «Si crea una sorta di Guantanamo italiana, al di fuori di ogni standard internazionale, al di fuori dell’Ue e senza che possa esserci la possibilità di controllare lo stato di detenzione delle persone rinchiuse nei centri». Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, inquadra invece la notizia dal punto di visto politico e spiega: «L’accordo che il Governo ha firmato con l’Albania rafforza il nostro ruolo da protagonista in Europa ed apre nuove strade di collaborazione nell’Adriatico. Contrasto all’immigrazione irregolare e bloccare la tratta di esseri umani. Queste le priorità della nostra politica estera». Se ci si sposta nel partito del premier (che in serata ha parlato di «accordo storico» per «contrastare il traffico di esseri umani»), ovviamente, l’accoglienza è ancora più calda perché c’è l’idea che l’accordo sia una grande svolta e possa diventare l’emblema dell’impegno contro l’immigrazione clandestina. Tommaso Foti e Lucio Malan, presidenti dei gruppi di Camera e Senato di Fdi, si affidano a una nota congiunta per rimarcare che «questa è l’attuazione della “dottrina Meloni” sulla gestione dei flussi e cioè non un’accoglienza indiscriminata, ma soltanto nei confronti di chi davvero ne ha diritto; stabilire una collaborazione tra Nazioni, evitando quindi di lasciare gli Stati da soli a reggere il peso delle ondate migratorie». I due capigruppo si dicono convinti che «questo accordo con l’Albania sarà da esempio e punto di riferimento per gli altri Paesi e per l’Unione europea stessa».Ovviamente sulla medesima linea anche Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia, che parla di «accordo storico» e si aspetta che ci sia un decongestionamento importante delle strutture italiane di primissima accoglienza». Kelany sottolinea poi che un patto del genere è anche figlio «del grande rapporti di amicizia e collaborazione che il presidente del consiglio Meloni è stata in grado di costruire» con Tirana, dove è andata in visita quest’estate.Che l’accordo con Tirana (e con un leader socialista) sia un colpaccio, un qualcosa che probabilmente non sarebbe dispiaciuto neppure all’ala «law & order» del Pd, si capisce anche dalle prime, imbarazzate, reazioni del fu partitone rosso. Dall’ala sinistra parla Pierfrancesco Majorino, che è il responsabile delle politiche migratorie del partito guidato da Emily Schlein: «L’accordo raggiunto con il governo albanese sembra configurarsi come un pericoloso pasticcio, parecchio ambiguo. Se infatti si è, come sembra, di fronte a richiedenti asilo, appare assolutamente inimmaginabile compiere con personale italiano e senza esborso di risorse, come annunciato, le procedure di verifica delle domande d’asilo». Poi, consueta sviolinata al Colle, quando Majorino attacca: «Il governo continua a gettare pericoloso fumo negli occhi ignorando quanto stiamo sostenendo da tempo e prima di noi aveva affermato con grande autorevolezza il Presidente Mattarella: servono nuove vie d’accesso legali». Dalla Sinistra, gli dà manforte Nicola Fratoianni, che fa un discutibile parallelo con gli operai e parla di «delocalizzazione» degli immigrati, dimenticando che gli operai non sono illegali. Per Fratoianni, in ogni caso, ci sarà un problema di rispetto dei diritti umani: «Non oso pensare ma già immagino che cosa potrebbe accadere in quei megacentri che hanno in mente; nulla di buono». Il suo socio verde Angelo Bonelli va giù ancora più pesante e parla di «politica di respingimento mascherata da cooperazione internazionale» e di «vera e propria deportazione in palese violazione delle convenzioni e del diritto internazionale». Mentre il giornalista Gad Lerner sbotta su Twitter: «Pagare l’Albania per allestirvi dei campi di detenzione per migranti intercettati nel Mediterraneo è innanzitutto una bassezza morale […]. Un governo che fa leva sull’egoismo ci rende peggiori». Sarà, ma un pugliese che conosce bene il tema come Raffaele Fitto non ci sta. Per il ministro agli Affari europei, il patto tra Roma e Tirana «è in linea con la priorità accordata alla dimensione esterna della migrazione e con i dieci punti del piano della presidente della Commissione von der Leyen». Non solo, ma «per la prima volta uno Stato non membro dell’Unione europea, ancorché candidato, accetta la creazione sul suo territorio di centri destinati alla gestione dei migranti illegali arrivati sul territorio dell’Unione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-straparla-deportazione-incostituzionale-guantanamo-2666167838.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="montanari-ci-ripensa-su-firenze-e-fa-mezza-marcia-indietro-sui-social" data-post-id="2666167838" data-published-at="1699312075" data-use-pagination="False"> Montanari ci ripensa su Firenze e fa mezza marcia indietro sui social Il campo largo è una specie di frullatore: chi ci entra intero, ne esce immancabilmente a pezzettini. Oggi tocca a Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, storico dell’arte e teletribuno sinistrato, entrare in conclave candidato a sindaco (di Firenze) e uscirne cardinale. Montanari sarebbe il candidato preferito di Giuseppe Conte, che deve però fare i conti con il resto del campo largo: il Pd, per esempio ha già frullato a dovere il rettore, lanciatosi ieri in una intervista al Corriere della Sera della serie «vorrei tanto ma non lo dico». Alla domanda diretta sulla possibilità di candidarsi a sindaco di Firenze, Montanari risponde «No comment», poi gigioneggia dicendo che a suo parere «la questione non va posta così», e quindi ripete la ormai triste supercazzola di chi vorrebbe tanto scendere in campo (largo) ma sa già che mettere d’accordo tutti è sostanzialmente impossibile: «Vede», sottolinea Montanari, «a me sembra sbagliato ridurre tutto al nome di una persona. Voglio dire che io penso sarebbe importante, anzi fondamentale che ci fosse una convergenza tra Pd e 5 Stelle e una certa sinistra non su un nome, su un volto, per quanto mediatico, ma su una visione della società, su un progetto politico preciso e nuovo. A Firenze, ci sarebbe davvero l’occasione di fare politica, e non marketing. Elly», aggiunge Montanari, «ha la possibilità di aprire, concretamente, una fase nuova».Elly, intesa come Schlein, ha davanti a sé l’occasione perfetta per perdere altri voti: Tomaso Montanari ha costantemente attaccato i dem fiorentini, ed è stato addirittura querelato dal sindaco Dario Nardella. Considerato il talento naturale di Elly Schlein nel dilapidare anche quei pochi voti rimasti ai dem, Montanari sarebbe perfetto: peccato che il telerettore, annusata l’aria, sia già in ritirata (vedremo se strategica): «Un’intera pagina del Corrierone, stamani», scrive Montanari su X, «per esorcizzare una mia candidatura a sindaco di Firenze: niente panico, simpatici amici, il mio mandato di rettore scade nel 2027!». Vuole farsi pregare, forse, Montanari? Non si sa: quello che si sa è che i dem toscani mandano alla Schlein un avvertimento: «Ha ragione Tomaso Montanari», argomenta Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd della Toscana, «quando dice che sul Pd e sulle forze progressiste c’è la responsabilità grande di costruire una coalizione per Firenze attorno a un’idea di società, di città e di sviluppo. È la sfida che abbiamo davanti perché si chiude una stagione e dovremo aprirne una nuova in cui rilanciare la nostra azione di governo con nuove priorità a fronte di una città che è cambiata in questi anni. Ecco perché stiamo lavorando in primis sul programma e sulla coalizione che vogliamo sia ampia e vincente, capace di rappresentare un argine e un’alternativa solida alla destra. Il nome arriverà dopo questo sforzo. Il Pd in città», aggiunge Fossi, «ha l’ambizione e la forza per mettere a disposizione della coalizione candidature a sindaco di alto profilo e competenza, ma ha anche la volontà di aprirsi al coinvolgimento delle personalità migliori che la nostra città può offrire per costruire insieme una proposta politica convincente». «Non partecipo», chiosa da parte sua il sindaco Nardella, «al totonomi. Prendo atto che lo stesso Montanari ha escluso questa ipotesi. Non so chi l’abbia avanzata, sinceramente. Resta il fatto che noi come forza principale della città abbiamo l’onere di indicare una proposta di candidatura e di programma, cercando di costruire un’alleanza più ampia possibile, ma sulle cose concrete che interessano i cittadini e che intercettano i bisogni del territorio».
Scorte di greggio USA sotto pressione. Aggirare Hormuz si può (alla lunga). Transiti protetti nell’ombra. Arriva il ferro di Simandou. Data center contro bollette.
Ansa
Anche Callum Turner è inglese e fa l’attore: di lui si sa soprattutto che è uno di quelli in predicato di fare James Bond. A meno che non lo blocchi l’accusa di… concorso esterno in associazione mafiosa, che la stampa inglese ha appiccicato addosso a lui e alla cantante, novella neomelodica.
Ai due consigliamo di non sottovalutare questi articoli: in Italia sappiamo bene dove portino certe campagne stampa... Battute a parte, dopo il matrimonio in forma privata celebrato a Londra, i due si stanno dando alla pazza gioia in Sicilia: giorni interi di feste, gite, piatti tipici; con ospiti di prim’ordine come Elton John (nei panni del testimone di nozze e performer di un mini show al pianoforte), Donatella Versace, le colleghe di lei, Olivia Dean e Charli XCX, e il produttore Mark Ronson. Per un costo totale che si aggira attorno a 1,7 milioni di dollari, e un giro d’affari per l’isola calcolato - indotto compreso - in addirittura 268 milioni di euro per il marchio della Trinacria. Ed è qui che gli inglesi non ci hanno visto più: ma come, qui stiamo nella crisi economica più nera, e voi andate a spendere i vostri soldi in Italia, in Sicilia? E così, accecati da un livore olimpico ineguagliabile, hanno commesso il più stupido dei falli di reazione: accusare la coppia di aver portato i soldi nella terra dei mafiosi. Una specie di concorso esterno, appunto.
Gli indizi, per i tabloid inglesi, sarebbero puntuali e precisi: un obbligo di tenere la bocca cucita e gli occhi chiusi, tipico delle famigghie «Non vedo, non sento, non parlo. Nulla saccio»; e poi la location principale - Villa Valguarnera - individuata a Bagheria. Cascano pure male perché la principessa proprietaria del palazzo, Vittoria Alliata, è stata protagonista di una coraggiosa denuncia proprio contro gli uomini di Cosa nostra. Il Telegraph aveva addirittura definito Bagheria «covo della mafia siciliana», salvo poi aggiungerci un «ex» nel tentativo di metterci una pezza, ma aggiungendo un riferimento al «triangolo della morte», una fabbrica di chiodi abbandonata dove, secondo il giornale, le vittime della criminalità organizzata venivano eliminate e disciolte nell’acido. E qui, a corredo dell’articolo, una bella foto di Bernardo Provenzano.
Per non farsi mancare nulla l’altro giornale popolare, The Sun ha titolato «Sole, mare e sopranos, il brutale passato dell’isola amata dalle star». E il Daily Mail ha paragonato queste nozze siciliane al matrimonio tra Michael Corleone e Apollonia Vitelli nel Padrino di Coppola: il più importante celebrato sull’isola da allora, a loro giudizio.
Insomma, agli amici inglesi è scivolato il piede sulla frizione e hanno dimenticato alcune cosette che ci permettiamo di ricordare loro. La prima: la mafia esiste a Palermo, esiste in Sicilia ma opera ormai con modalità che nella City londinese e nei paradisi fiscali britannici conoscono ancora meglio; pertanto c’è più capitale mafioso (di una mafia globale) nelle operazioni finanziarie che nelle mura di Villa Valguarnera o nelle strade di Palermo. Quella Palermo scelta dalle star perché è una città viva e la Sicilia sarà pure «buttanissima», per dirla col nostro amico Pietrangelo Buttafuoco, ma è una delle terre più belle al mondo. Già a luglio dello scorso anni Dua Lipa e Callum Turner erano stati paparazzati a Palermo, senza scorta o altro, pienamente immersi in quell’anima che evidentemente Londra non ha o non è capace di trasmettere.
I tabloid inglesi avrebbero potuto raccontare questo cambiamento, o cercare di strappare foto e video esclusivi della festa, o farsi coinvolgere. Invece no: hanno dovuto pescare nel peggior pregiudizio, dal sapore stantio. E dire che ai giornalisti inglesi certe notizie non mancano: in questi giorni per esempio avrebbero potuto seguire le polemiche sull’omicidio di Henry Nowak, ammanettato e ucciso dalla polizia che - secondo le indicazioni - ha preferito credere alle ricostruzioni false di un giovane sikh che, ubriaco e armato, aveva sferrato alcune coltellate al ragazzo bianco, salvo poi accusarlo di razzismo. E così, il ragazzo bianco è morto mentre continuava a dire che l’avevano ferito e che non riusciva a respirare: un George Floyd al contrario? Boh, meglio non montare polemiche per non favorire la destra e Nigel Farage che già vola nei sondaggi.
Per lo stesso motivo, in Gran Bretagna la sinistra ha nascosto e silenziato le violenze e i soprusi compiuti da alcuni uomini delle comunità pakistane nei confronti di donne e ragazze inglesi: i sindaci dei diversi Comuni coinvolti diedero ordine alla polizia locale di tenere coperte queste situazioni per non favorire il razzismo. Poi il bubbone è scoppiato e né il Partito laburista né il premier Starmer hanno potuto tenere la sordina attiva. E questi sono alcuni esempi di un fallimento sostanziale chiamato Londonistan. Poi certo, la stampa britannica può andare alla caccia dei mafiosi siciliani invece di quelli che nella City ripuliscono il malaffare. Se non bastassero certi articoli, potranno sperare nel nuovo 007 (che a questo punto non sarà Callum: troppo amico di don Vito Corleone...).
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Nicole Minetti (Ansa)
Adesso a spiare i contendenti non c’è l’occhio della televisione, ma lo scontro è comunque pubblico, con tanto di minaccia di finire in tribunale. Marco Travaglio e Fatto quotidiano da una parte, Francesca Nanni e la Procura generaledella Corte d’appello di Milano dall’altra. Una lite violenta, cominciata - guarda caso - da un risvolto di uno dei tanti processi a carico di Silvio Berlusconi. Sembra di vederlo, il Cavaliere, che da lassù se la ride, guardando uno dei suoi più acerrimi accusatori, l’ex Torquemada al servizio pubblico di Michele Santoro, che duella con uno dei magistrati gerarchicamente più in vista del tribunale lombardo, annunciando carte bollate e querela per diffamazione.
Memorabile, l’una che con linguaggio para giuridico dà all’altro del venditore di frottole, l’altro che risponde accusando il magistrato di non sapere fare le indagini e pretende le scuse per l’accusa di aver pubblicato «cose non vere». Tutto ha inizio dalla grazia a Nicole Minetti, ex igienista dentale che, con Berlusconi, prima divenne protagonista delle famose cene eleganti per poi finire a fare il consigliere della Regione Lombardia. Per le prime, i giudici l’hanno condannata a due anni e dieci mesi di carcere. Per l’attività politica, con l’accusa di aver usato fondi per scopi personali, le hanno inflitto un altro anno più un mese di detenzione. In totale, tre anni e 11 mesi, da scontarsi ai servizi sociali. Però, nell’estate del 2025, prima che il Tribunale di sorveglianza decidesse l’applicazione della pena, i legali di Nicole Minetti si sono rivolti a Sergio Mattarella, chiedendo un atto di clemenza perché l’ex igienista e consigliere regionale, a 15 anni di distanza dai fatti per cui fu condannata, ha ormai cambiato vita. A supporto della richiesta, gli avvocati allegano le cartelle mediche del minore che, nel frattempo, Minetti e il compagno hanno adottato. Il bambino ha bisogno di cure e «siccome è seguito dall’ospedale di Boston» non può essere staccato dalla madre adottiva. Per di più l’ex organizzatrice delle cene eleganti ormai vive tra l’Italia, gli Stati Uniti e l’Uruguay, dove lei e il suo fidanzato hanno attività imprenditoriali.
Mattarella, che ha il cuore d’oro, si commuove e, senza far suonare la grancassa, concede la grazia. Travaglio, che viene a sapere del gesto di clemenza, invece di commuoversi, si agita e comincia a scandagliare la vita privata di Minetti e compagno sostenendo che la donna continui a organizzare cene eleganti, con contorno di donnine e sostanze. Segue nota del Quirinale che, spaventato dai contraccolpi mediatici, chiede alla Procura generale, che aveva dato via libera alla grazia, di riconsiderare il caso con un supplemento d’indagine. E qui ecco il preludio dello show, con «Che dici? Ti querelo». Francesca Nanni, procuratrice generale di Milano che si è incaricata di effettuare le successive verifiche, scrive un comunicato puntuto in cui dice chiaro e tondo che Il Fatto quotidiano ha pubblicato una serie di balle, smentendo le accuse contro Minetti. A suo carico non ci sono indagini, né qui né in Spagna né Uruguay, dice l’alto magistrato. Non risultano ombre sull’adozione del bambino, la mamma lo ha abbandonato rendendosi irreperibile e il legale della donna, che sarebbe morto in circostanze misteriose, non era il difensore della madre, ma l’avvocato d’ufficio del bambino. Non solo: oltre a essersi espresso a favore dell’adozione del piccolo, il legale non è stato ucciso. Insomma, una smentita su tutta la linea che rischia di minare la credibilità della testata di Travaglio e proprio su un argomento di battaglia del giornale, Berlusconi e le sue feste.
E dunque, dopo aver sostenuto l’indipendenza, l’autonomia e la necessità di rispettare le sentenze e l’azione della magistratura, il direttore del Fatto dalla carta passa alle carte bollate, annunciando querela. La guerra alle toghe, ovviamente, è appena all’inizio. Non avendo alcuna intenzione di accettare la patente di bugiardo, Travaglio ha spedito i suoi inviati in Uruguay a scandagliare nuovamente la vita di Minetti e compagno. Dunque, ne vedremo delle belle, con protagonisti, oltre al suddetto direttore, anche Quirinale e tribunale. Uno spettacolo. Stampa, sinistra e magistratura si erano tanto amati. Ma adesso che Berlusconi non c’è più, tutto è cambiato e perfino Beppe Sala, il sindaco sulla cui attività da commissario Expo si consumò uno strappo fra magistrati (il capo della Procura voleva archiviare, il suo vice invece intendeva processare: la bega finì al Csm) dice che le toghe fanno politica. Uno scontro che arriva dopo il referendum sulla giustizia e a mettere sul banco degli imputati i giudici non è la destra, ma coloro che fino a ieri ne sostenevano l’indipendenza, l’autonomia e l’autorevolezza.
Come finirà? Beh, se la querela di Travaglio verrà davvero presentata, ci sarà da ridere. Il Cavaliere, se ci fosse, pulirebbe la sedia con il suo fazzoletto e si accomoderebbe per assistere in prima fila allo show. Come da Santoro.
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Il motivo è l’evidenza di un esaurimento delle scorte strategiche che al momento stanno compensando il gap di forniture di combustibili fossili in Europa, America e Cina, una parte del Pacifico già in grave crisi. In sintesi, se il blocco di Hormuz durasse ancora due o tre mesi, le scorte di petrolio e carburanti raffinati non rinnovate diventerebbero insufficienti. Ciò alzerebbe l’inflazione in gran parte del mondo e ridurrebbe le attività produttive, innescando uno scenario di stagflazione che colpirebbe molto l’Europa, ma anche gli Stati Uniti (tendenza già visibile nei dati correnti). Con possibile aumento del costo del denaro da parte della Bce il cui mandato prioritario è combattere l’inflazione.
In recenti conversazioni con tecnici della Bce ho sostenuto l’ovvietà che una crisi di scarsità in settori generativi di inflazione per motivi geopolitici ha solo soluzioni altrettanto geopolitiche e non di politica monetaria perché l’aumento dei tassi in queste circostanze moltiplicherebbe l’effetto recessivo. Questi tecnici hanno mostrato piena consapevolezza del punto, ma data la missione della Bce (che finora ha rinviato il rialzo dei tassi) se l’inflazione aumentasse non potrebbero evitare la restrizione monetaria. Brivido.
Il rischio di caso peggiore non è al momento precisabile perché ci sono segnali di negoziato riservato tra Usa e Iran, ma con rischio di prolungamento. Il motivo è il gap di deterrenza statunitense dovuto alla non volontà di Washington di intensificare l’azione militare per sbloccare lo stretto di Hormuz. Per tale motivo il regime iraniano non teme né invasioni né danni irreparabili. È in enorme e crescente difficoltà interna, ma il regime autoritario è ben organizzato e in grado di reprimere con illimitata violenza rivolte interne. Inoltre ho un sospetto personale senza prove, ma con tanti indizi: la Cina vede nel caso iraniano la possibilità che l’America le chieda in ginocchio un aiuto per lo sblocco di Hormuz, essendo l’Iran un satellite di fatto della Cina - così come il Pakistan, pur un po’ meno, che sta lavorando come mediatore - e conceda più favori a Pechino. Semplificando, Teheran, pur divisa tra falchi e colombe, ha capito che l’America - diversamente da Israele - ha rinunciato al cambiamento di regime e che la Cina ne sostiene la continuità. Alcuni colleghi enfatizzano che anche Pechino sarebbe nei guai se il blocco di Hormuz continuasse. Vero, ma bisogna considerare che il regime dittatoriale cinese ha capacità repressiva interna totale nonché opzioni di rifornimento clandestine dalla Russia. Tralascio altre complicazioni per arrivare al punto: Washington è in enorme difficoltà perché non può mollare in quanto sarebbe una sconfitta con conseguenze geopolitiche sistemiche né riesce (per gap di consenso interno) a produrre una deterrenza sufficiente che porti alla resa dell’Iran. Infatti è passata dalla strategia del blitz a quella del boa constrictor, via blocco navale, sperando che il tempo giochi a suo favore. Non necessariamente è una scelta sbagliata, ma è proprio l’eventualità di un aumento dei tempi per lo sblocco di Hormuz che genera un rischio economico catastrofico per gli importatori di petrolio, ma demoltiplicato per la Cina.
Soluzioni? L’America, se sola, ha problemi di gap strategico e quindi la soluzione più razionale è quella di intervenire con una coalizione di alleati europei e del Pacifico per un presidio di sicurezza dei transiti via Hormuz. Al momento questa opzione è in preparazione, ma gli alleati vogliono intervenire solo dopo la sigla di un accordo tra America e Iran. I tempi di questo sono incerti e tale opzione è una non soluzione. Sarebbe una soluzione se gli alleati decidessero di intervenire con strumenti difensivi delle navi senza un accordo stabilizzato tra America e Iran. Due o tre mesi per creare il sistema di scorta dei traffici e questi riprenderebbero, pur più lungo lo sminamento. Probabilità? Al momento bassa, ma è scenario di caso migliore corroborato da un accordo speciale con le assicurazioni navali. Inoltre, l’accordo Onu sulla libertà di navigazione renderebbe legittima sul piano del diritto internazionale una vasta mobilitazione per lo sblocco di Hormuz (e per l’ingresso sicuro da Sud nel Mar Rosso).
Gli Stati importatori e quelli esportatori nel Golfo si stanno preparando a un caso peggiore di blocco lungo di Hormuz? Ovviamente: oledotto trasversale in Arabia già esistente che sbocca nel Mar Rosso, oleodotto degli Emirati con terminale nel Pacifico che salta Hormuz, nuove vie dell’Iraq verso Nord, ecc. Poi tutti i produttori di petrolio e gas stanno aumentando l’export e fortunatamente per l’Italia al riguardo dell’importazione di gas non c’è grande rischio di scarsità pur ancora non valutabile il costo. Ma la sostituzione del petrolio via Hormuz prenderebbe due o tre anni nel migliore dei casi dove il moltiplicatore finanziario dei prezzi dell’energia potrebbe mantenere un impatto inflazionistico. Per tale motivo, pur in mancanza di dati sul negoziato riservato in corso nel Golfo, ritengo più razionale predisporre un’operazione difensiva dei traffici di Hormuz che unisca gli alleati europei e del Pacifico al potenziale statunitense, anche senza accordo America-Iran. Salverebbe l’economia italiana.
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