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2023-11-07
La sinistra straparla: «Una deportazione incostituzionale. È come Guantanamo»
Pierfrancesco Majorino (Imagoeconomica)
Un patto «storico», con la prima, vera, attuazione della «dottrina Meloni» sulla gestione dei flussi migratori. Da Fratelli d’Italia non trattengono l’entusiasmo per l’accordo tra Roma e Tirana che consentirà di ospitare fino a 3.000 migranti illegali in due centri in Albania, sotto la giurisdizione italiana e a spese nostre. Ma da sinistra, com’era prevedibile, arrivano critiche durissime, con Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) che parla di «delocalizzazione» dei naufraghi salvati nelle acque del Mediterraneo, mentre il radicale Riccardo Magi vede già nascere «una sorta di Guantanamo italiana».
La palma del commento più estremista se l’aggiudica, per ora, l’ex senatore Gregorio De Falco, diventato famoso per aver coordinato i soccorsi alla Costa Concordia. De Falco parla niente meno di «modello Guantanamo» e sostiene che «è di certo una sciocchezza distinguere quanti sono arrivati in territorio nazionale da quanti sono stati salvati in mare (l’accordo si applica solo ai secondi, ndr) e presi a bordo di navi della Marina e della Guardia Costiera che è parimenti, territorio italiano». Poche ore dopo gli fa eco Magi (+ Europa): «Si crea una sorta di Guantanamo italiana, al di fuori di ogni standard internazionale, al di fuori dell’Ue e senza che possa esserci la possibilità di controllare lo stato di detenzione delle persone rinchiuse nei centri».
Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, inquadra invece la notizia dal punto di visto politico e spiega: «L’accordo che il Governo ha firmato con l’Albania rafforza il nostro ruolo da protagonista in Europa ed apre nuove strade di collaborazione nell’Adriatico. Contrasto all’immigrazione irregolare e bloccare la tratta di esseri umani. Queste le priorità della nostra politica estera». Se ci si sposta nel partito del premier (che in serata ha parlato di «accordo storico» per «contrastare il traffico di esseri umani»), ovviamente, l’accoglienza è ancora più calda perché c’è l’idea che l’accordo sia una grande svolta e possa diventare l’emblema dell’impegno contro l’immigrazione clandestina. Tommaso Foti e Lucio Malan, presidenti dei gruppi di Camera e Senato di Fdi, si affidano a una nota congiunta per rimarcare che «questa è l’attuazione della “dottrina Meloni” sulla gestione dei flussi e cioè non un’accoglienza indiscriminata, ma soltanto nei confronti di chi davvero ne ha diritto; stabilire una collaborazione tra Nazioni, evitando quindi di lasciare gli Stati da soli a reggere il peso delle ondate migratorie». I due capigruppo si dicono convinti che «questo accordo con l’Albania sarà da esempio e punto di riferimento per gli altri Paesi e per l’Unione europea stessa».
Ovviamente sulla medesima linea anche Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia, che parla di «accordo storico» e si aspetta che ci sia un decongestionamento importante delle strutture italiane di primissima accoglienza». Kelany sottolinea poi che un patto del genere è anche figlio «del grande rapporti di amicizia e collaborazione che il presidente del consiglio Meloni è stata in grado di costruire» con Tirana, dove è andata in visita quest’estate.
Che l’accordo con Tirana (e con un leader socialista) sia un colpaccio, un qualcosa che probabilmente non sarebbe dispiaciuto neppure all’ala «law & order» del Pd, si capisce anche dalle prime, imbarazzate, reazioni del fu partitone rosso.
Dall’ala sinistra parla Pierfrancesco Majorino, che è il responsabile delle politiche migratorie del partito guidato da Emily Schlein: «L’accordo raggiunto con il governo albanese sembra configurarsi come un pericoloso pasticcio, parecchio ambiguo. Se infatti si è, come sembra, di fronte a richiedenti asilo, appare assolutamente inimmaginabile compiere con personale italiano e senza esborso di risorse, come annunciato, le procedure di verifica delle domande d’asilo».
Poi, consueta sviolinata al Colle, quando Majorino attacca: «Il governo continua a gettare pericoloso fumo negli occhi ignorando quanto stiamo sostenendo da tempo e prima di noi aveva affermato con grande autorevolezza il Presidente Mattarella: servono nuove vie d’accesso legali». Dalla Sinistra, gli dà manforte Nicola Fratoianni, che fa un discutibile parallelo con gli operai e parla di «delocalizzazione» degli immigrati, dimenticando che gli operai non sono illegali.
Per Fratoianni, in ogni caso, ci sarà un problema di rispetto dei diritti umani: «Non oso pensare ma già immagino che cosa potrebbe accadere in quei megacentri che hanno in mente; nulla di buono». Il suo socio verde Angelo Bonelli va giù ancora più pesante e parla di «politica di respingimento mascherata da cooperazione internazionale» e di «vera e propria deportazione in palese violazione delle convenzioni e del diritto internazionale». Mentre il giornalista Gad Lerner sbotta su Twitter: «Pagare l’Albania per allestirvi dei campi di detenzione per migranti intercettati nel Mediterraneo è innanzitutto una bassezza morale […]. Un governo che fa leva sull’egoismo ci rende peggiori».
Sarà, ma un pugliese che conosce bene il tema come Raffaele Fitto non ci sta. Per il ministro agli Affari europei, il patto tra Roma e Tirana «è in linea con la priorità accordata alla dimensione esterna della migrazione e con i dieci punti del piano della presidente della Commissione von der Leyen». Non solo, ma «per la prima volta uno Stato non membro dell’Unione europea, ancorché candidato, accetta la creazione sul suo territorio di centri destinati alla gestione dei migranti illegali arrivati sul territorio dell’Unione».
Montanari ci ripensa su Firenze e fa mezza marcia indietro sui social
Il campo largo è una specie di frullatore: chi ci entra intero, ne esce immancabilmente a pezzettini. Oggi tocca a Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, storico dell’arte e teletribuno sinistrato, entrare in conclave candidato a sindaco (di Firenze) e uscirne cardinale. Montanari sarebbe il candidato preferito di Giuseppe Conte, che deve però fare i conti con il resto del campo largo: il Pd, per esempio ha già frullato a dovere il rettore, lanciatosi ieri in una intervista al Corriere della Sera della serie «vorrei tanto ma non lo dico».
Alla domanda diretta sulla possibilità di candidarsi a sindaco di Firenze, Montanari risponde «No comment», poi gigioneggia dicendo che a suo parere «la questione non va posta così», e quindi ripete la ormai triste supercazzola di chi vorrebbe tanto scendere in campo (largo) ma sa già che mettere d’accordo tutti è sostanzialmente impossibile: «Vede», sottolinea Montanari, «a me sembra sbagliato ridurre tutto al nome di una persona. Voglio dire che io penso sarebbe importante, anzi fondamentale che ci fosse una convergenza tra Pd e 5 Stelle e una certa sinistra non su un nome, su un volto, per quanto mediatico, ma su una visione della società, su un progetto politico preciso e nuovo. A Firenze, ci sarebbe davvero l’occasione di fare politica, e non marketing. Elly», aggiunge Montanari, «ha la possibilità di aprire, concretamente, una fase nuova».Elly, intesa come Schlein, ha davanti a sé l’occasione perfetta per perdere altri voti: Tomaso Montanari ha costantemente attaccato i dem fiorentini, ed è stato addirittura querelato dal sindaco Dario Nardella. Considerato il talento naturale di Elly Schlein nel dilapidare anche quei pochi voti rimasti ai dem, Montanari sarebbe perfetto: peccato che il telerettore, annusata l’aria, sia già in ritirata (vedremo se strategica): «Un’intera pagina del Corrierone, stamani», scrive Montanari su X, «per esorcizzare una mia candidatura a sindaco di Firenze: niente panico, simpatici amici, il mio mandato di rettore scade nel 2027!». Vuole farsi pregare, forse, Montanari? Non si sa: quello che si sa è che i dem toscani mandano alla Schlein un avvertimento: «Ha ragione Tomaso Montanari», argomenta Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd della Toscana, «quando dice che sul Pd e sulle forze progressiste c’è la responsabilità grande di costruire una coalizione per Firenze attorno a un’idea di società, di città e di sviluppo. È la sfida che abbiamo davanti perché si chiude una stagione e dovremo aprirne una nuova in cui rilanciare la nostra azione di governo con nuove priorità a fronte di una città che è cambiata in questi anni. Ecco perché stiamo lavorando in primis sul programma e sulla coalizione che vogliamo sia ampia e vincente, capace di rappresentare un argine e un’alternativa solida alla destra. Il nome arriverà dopo questo sforzo. Il Pd in città», aggiunge Fossi, «ha l’ambizione e la forza per mettere a disposizione della coalizione candidature a sindaco di alto profilo e competenza, ma ha anche la volontà di aprirsi al coinvolgimento delle personalità migliori che la nostra città può offrire per costruire insieme una proposta politica convincente».
«Non partecipo», chiosa da parte sua il sindaco Nardella, «al totonomi. Prendo atto che lo stesso Montanari ha escluso questa ipotesi. Non so chi l’abbia avanzata, sinceramente. Resta il fatto che noi come forza principale della città abbiamo l’onere di indicare una proposta di candidatura e di programma, cercando di costruire un’alleanza più ampia possibile, ma sulle cose concrete che interessano i cittadini e che intercettano i bisogni del territorio».
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Progressisti in tilt sull’accordo tra Italia e Albania sui migranti, si rifà vivo addirittura Gregorio De Falco. Pierfrancesco Majorino (Pd): «Pasticcio pericoloso». Fdi e Fi: «Patto storico».Il rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari sogna la candidatura dopo la guerra ai dem toscani e al sindaco Dario Nardella.Lo speciale contiene due articoli.Un patto «storico», con la prima, vera, attuazione della «dottrina Meloni» sulla gestione dei flussi migratori. Da Fratelli d’Italia non trattengono l’entusiasmo per l’accordo tra Roma e Tirana che consentirà di ospitare fino a 3.000 migranti illegali in due centri in Albania, sotto la giurisdizione italiana e a spese nostre. Ma da sinistra, com’era prevedibile, arrivano critiche durissime, con Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) che parla di «delocalizzazione» dei naufraghi salvati nelle acque del Mediterraneo, mentre il radicale Riccardo Magi vede già nascere «una sorta di Guantanamo italiana».La palma del commento più estremista se l’aggiudica, per ora, l’ex senatore Gregorio De Falco, diventato famoso per aver coordinato i soccorsi alla Costa Concordia. De Falco parla niente meno di «modello Guantanamo» e sostiene che «è di certo una sciocchezza distinguere quanti sono arrivati in territorio nazionale da quanti sono stati salvati in mare (l’accordo si applica solo ai secondi, ndr) e presi a bordo di navi della Marina e della Guardia Costiera che è parimenti, territorio italiano». Poche ore dopo gli fa eco Magi (+ Europa): «Si crea una sorta di Guantanamo italiana, al di fuori di ogni standard internazionale, al di fuori dell’Ue e senza che possa esserci la possibilità di controllare lo stato di detenzione delle persone rinchiuse nei centri». Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, inquadra invece la notizia dal punto di visto politico e spiega: «L’accordo che il Governo ha firmato con l’Albania rafforza il nostro ruolo da protagonista in Europa ed apre nuove strade di collaborazione nell’Adriatico. Contrasto all’immigrazione irregolare e bloccare la tratta di esseri umani. Queste le priorità della nostra politica estera». Se ci si sposta nel partito del premier (che in serata ha parlato di «accordo storico» per «contrastare il traffico di esseri umani»), ovviamente, l’accoglienza è ancora più calda perché c’è l’idea che l’accordo sia una grande svolta e possa diventare l’emblema dell’impegno contro l’immigrazione clandestina. Tommaso Foti e Lucio Malan, presidenti dei gruppi di Camera e Senato di Fdi, si affidano a una nota congiunta per rimarcare che «questa è l’attuazione della “dottrina Meloni” sulla gestione dei flussi e cioè non un’accoglienza indiscriminata, ma soltanto nei confronti di chi davvero ne ha diritto; stabilire una collaborazione tra Nazioni, evitando quindi di lasciare gli Stati da soli a reggere il peso delle ondate migratorie». I due capigruppo si dicono convinti che «questo accordo con l’Albania sarà da esempio e punto di riferimento per gli altri Paesi e per l’Unione europea stessa».Ovviamente sulla medesima linea anche Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia, che parla di «accordo storico» e si aspetta che ci sia un decongestionamento importante delle strutture italiane di primissima accoglienza». Kelany sottolinea poi che un patto del genere è anche figlio «del grande rapporti di amicizia e collaborazione che il presidente del consiglio Meloni è stata in grado di costruire» con Tirana, dove è andata in visita quest’estate.Che l’accordo con Tirana (e con un leader socialista) sia un colpaccio, un qualcosa che probabilmente non sarebbe dispiaciuto neppure all’ala «law & order» del Pd, si capisce anche dalle prime, imbarazzate, reazioni del fu partitone rosso. Dall’ala sinistra parla Pierfrancesco Majorino, che è il responsabile delle politiche migratorie del partito guidato da Emily Schlein: «L’accordo raggiunto con il governo albanese sembra configurarsi come un pericoloso pasticcio, parecchio ambiguo. Se infatti si è, come sembra, di fronte a richiedenti asilo, appare assolutamente inimmaginabile compiere con personale italiano e senza esborso di risorse, come annunciato, le procedure di verifica delle domande d’asilo». Poi, consueta sviolinata al Colle, quando Majorino attacca: «Il governo continua a gettare pericoloso fumo negli occhi ignorando quanto stiamo sostenendo da tempo e prima di noi aveva affermato con grande autorevolezza il Presidente Mattarella: servono nuove vie d’accesso legali». Dalla Sinistra, gli dà manforte Nicola Fratoianni, che fa un discutibile parallelo con gli operai e parla di «delocalizzazione» degli immigrati, dimenticando che gli operai non sono illegali. Per Fratoianni, in ogni caso, ci sarà un problema di rispetto dei diritti umani: «Non oso pensare ma già immagino che cosa potrebbe accadere in quei megacentri che hanno in mente; nulla di buono». Il suo socio verde Angelo Bonelli va giù ancora più pesante e parla di «politica di respingimento mascherata da cooperazione internazionale» e di «vera e propria deportazione in palese violazione delle convenzioni e del diritto internazionale». Mentre il giornalista Gad Lerner sbotta su Twitter: «Pagare l’Albania per allestirvi dei campi di detenzione per migranti intercettati nel Mediterraneo è innanzitutto una bassezza morale […]. Un governo che fa leva sull’egoismo ci rende peggiori». Sarà, ma un pugliese che conosce bene il tema come Raffaele Fitto non ci sta. Per il ministro agli Affari europei, il patto tra Roma e Tirana «è in linea con la priorità accordata alla dimensione esterna della migrazione e con i dieci punti del piano della presidente della Commissione von der Leyen». Non solo, ma «per la prima volta uno Stato non membro dell’Unione europea, ancorché candidato, accetta la creazione sul suo territorio di centri destinati alla gestione dei migranti illegali arrivati sul territorio dell’Unione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-straparla-deportazione-incostituzionale-guantanamo-2666167838.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="montanari-ci-ripensa-su-firenze-e-fa-mezza-marcia-indietro-sui-social" data-post-id="2666167838" data-published-at="1699312075" data-use-pagination="False"> Montanari ci ripensa su Firenze e fa mezza marcia indietro sui social Il campo largo è una specie di frullatore: chi ci entra intero, ne esce immancabilmente a pezzettini. Oggi tocca a Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, storico dell’arte e teletribuno sinistrato, entrare in conclave candidato a sindaco (di Firenze) e uscirne cardinale. Montanari sarebbe il candidato preferito di Giuseppe Conte, che deve però fare i conti con il resto del campo largo: il Pd, per esempio ha già frullato a dovere il rettore, lanciatosi ieri in una intervista al Corriere della Sera della serie «vorrei tanto ma non lo dico». Alla domanda diretta sulla possibilità di candidarsi a sindaco di Firenze, Montanari risponde «No comment», poi gigioneggia dicendo che a suo parere «la questione non va posta così», e quindi ripete la ormai triste supercazzola di chi vorrebbe tanto scendere in campo (largo) ma sa già che mettere d’accordo tutti è sostanzialmente impossibile: «Vede», sottolinea Montanari, «a me sembra sbagliato ridurre tutto al nome di una persona. Voglio dire che io penso sarebbe importante, anzi fondamentale che ci fosse una convergenza tra Pd e 5 Stelle e una certa sinistra non su un nome, su un volto, per quanto mediatico, ma su una visione della società, su un progetto politico preciso e nuovo. A Firenze, ci sarebbe davvero l’occasione di fare politica, e non marketing. Elly», aggiunge Montanari, «ha la possibilità di aprire, concretamente, una fase nuova».Elly, intesa come Schlein, ha davanti a sé l’occasione perfetta per perdere altri voti: Tomaso Montanari ha costantemente attaccato i dem fiorentini, ed è stato addirittura querelato dal sindaco Dario Nardella. Considerato il talento naturale di Elly Schlein nel dilapidare anche quei pochi voti rimasti ai dem, Montanari sarebbe perfetto: peccato che il telerettore, annusata l’aria, sia già in ritirata (vedremo se strategica): «Un’intera pagina del Corrierone, stamani», scrive Montanari su X, «per esorcizzare una mia candidatura a sindaco di Firenze: niente panico, simpatici amici, il mio mandato di rettore scade nel 2027!». Vuole farsi pregare, forse, Montanari? Non si sa: quello che si sa è che i dem toscani mandano alla Schlein un avvertimento: «Ha ragione Tomaso Montanari», argomenta Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd della Toscana, «quando dice che sul Pd e sulle forze progressiste c’è la responsabilità grande di costruire una coalizione per Firenze attorno a un’idea di società, di città e di sviluppo. È la sfida che abbiamo davanti perché si chiude una stagione e dovremo aprirne una nuova in cui rilanciare la nostra azione di governo con nuove priorità a fronte di una città che è cambiata in questi anni. Ecco perché stiamo lavorando in primis sul programma e sulla coalizione che vogliamo sia ampia e vincente, capace di rappresentare un argine e un’alternativa solida alla destra. Il nome arriverà dopo questo sforzo. Il Pd in città», aggiunge Fossi, «ha l’ambizione e la forza per mettere a disposizione della coalizione candidature a sindaco di alto profilo e competenza, ma ha anche la volontà di aprirsi al coinvolgimento delle personalità migliori che la nostra città può offrire per costruire insieme una proposta politica convincente». «Non partecipo», chiosa da parte sua il sindaco Nardella, «al totonomi. Prendo atto che lo stesso Montanari ha escluso questa ipotesi. Non so chi l’abbia avanzata, sinceramente. Resta il fatto che noi come forza principale della città abbiamo l’onere di indicare una proposta di candidatura e di programma, cercando di costruire un’alleanza più ampia possibile, ma sulle cose concrete che interessano i cittadini e che intercettano i bisogni del territorio».
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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