La sinistra usa un omicidio contro la Meloni
Lilli Gruber (Imagoeconomica)
L’attacco di Lilli Gruber («Il premier è patriarcale») scopre le carte: l’obiettivo dei progressisti è dimostrare che la colpa dell’assassinio di Giulia è del centrodestra. Alla faccia della statistiche: i Paesi più femministi sono anche quelli più violenti.

Era chiaro fin dal principio dove la sinistra volesse andare a parare con il discorso della cultura patriarcale all’origine dell’omicidio di Giulia Cecchettin. Nel mirino delle varie Elly Schlein, Laura Boldrini, Paola Cortellesi ed Elodie, come nelle letterine di tipi intelligenti come Massimo Gramellini, Beppe Severgnini e Roberto Morassut, in conclusione c’erano Giorgia Meloni e la sua cultura patriarcale, vale a dire fascista, che umilia la donna ed esalta il mito machista che ha armato la mano di Filippo Turetta. Il retropensiero di tutti quei bei discorsi sul sistema maschilista, sulla necessità di istituire nelle scuole un’ora di educazione sentimentale, lo ha esplicitato Lilli Gruber, già eurodeputata dell’Ulivo di Romano Prodi e del Pd. Nella trasmissione che conduce su La7, commentando il delitto di Vigonovo, Gruber ha spiegato che il presidente del Consiglio è espressione della cultura patriarcale, dunque sorella gemella dell’assassino. L’ex fidanzato di Giulia, secondo questa tesi, è figlio di una società dove l’uomo esercita un potere assoluto sulla donna, fino a deciderne la vita o la morte. E se Giorgia Meloni è il frutto – immagino avvelenato – di quello stesso sistema, viene da sé che è consanguinea di un omicida. Colpevole per non aver denunciato l’arretratezza della cultura da cui proviene. Complice per non aver già varato una legge che, come desiderano il Pd e la sinistra, dovrebbe costringere tutti i maschi a corsi di rieducazione sentimentale. Sì, come ai bei tempi dei regimi comunisti, l’idea patrocinata dai compagni prevede periodi di rieducazione, quasi bastasse una lezione preventiva per fermare propositi omicidi.

Ha fatto bene Giorgia Meloni a pubblicare una foto della sua famiglia, in cui la si vede ritratta con la figlia, insieme alla madre e alla nonna. Una famiglia «matriarcale», dove il padre se n’è andato molti anni fa quando il presidente del Consiglio era appena una bambina. Un’immagine che smentisce le speculazioni di una parte politica sul delitto di una ragazza di 22 anni, il cui assassinio si vorrebbe connotare di un colore politico e ovviamente addebitare al centrodestra, accusandolo di essere il portatore della cultura del patriarcato e di aver generato un tipo come Filippo Turetta, «figlio sano della cultura dello stupro» per usare le parole della sorella di Giulia.

A Elena Cecchettin, durante la puntata di Dritto e rovescio, ho ricordato che il maggior numero di omicidi di donne per mano di uomini si registra nei Paesi nordici, dove le donne ricoprono spesso posizioni di potere. Se ci sono Paesi dove è difficile parlare di patriarcato, questi sono l’Islanda, la Finlandia, la Svezia, la Norvegia eppure, in percentuale, lì si registra un numero di femminicidi superiore a quelli che si contano in Italia. Non solo, lì governa o ha governato la sinistra. E allora, seguendo il ragionamento delle Laura Boldrini e dei Massimo Gramellini dovremmo concludere che la cultura dello stupro è portata dalla sinistra. Ma noi, a differenza delle Lilli Gruber, non siamo così obnubilati dalla faziosità e dalla militanza. Lasciamo che Elena Cecchettin elabori il lutto come ritiene giusto, perché ne ha diritto. Meno diritto hanno tutti gli altri che, accusando la società patriarcale, nemmeno si rendono conto di fornire al vero assassino un alibi per il suo delitto.

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