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2026-02-18
Simone Lenzi: «Le parole di Gratteri? Certificano onnipotenza e ostilità per le critiche»
Simone Lenzi (Getty images)
Il cantante ex assessore a Livorno: «È solo strategia per parlare alla pancia dei votanti. Come fa un riformista a restare nel Pd?».
Scrittore, cantautore, autore televisivo ed ex assessore alla Cultura del Comune di Livorno fatto dimettere a causa di un post su X sgradito ai dirigenti Pd, Simone Lenzi è stato tra i primi a segnalare la gravità delle parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, con un post rivolto al presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura, Sergio Mattarella. Qualche giorno dopo è sparito dal social di Elon Musk.
Cos’è successo, Lenzi?
«È successo che ho molto da lavorare e i social sono una perdita di tempo».
Su che cosa deve concentrarsi?
«Su un paio di progetti, uno per la televisione e uno per il cinema. Vediamo».
E la musica dei Virginiana Miller?
«Sono l’hobby prediletto. Ma più una fonte di divertimento che di guadagno».
L’ultimo brano intitolato La fine del patriarcato è un filo criptico?
«Si basa su due episodi famigliari, una cartolina del mio bisnonno e un ricordo di mio padre, poco prima che morisse. Ai tempi c’era un’idea di padre degna del massimo rispetto. Oltre agli elementi deleteri, nel patriarcato c’erano anche lati positivi. Il pudore e il sacrificarsi senza esibirlo, per esempio. Esistevano anche dei maschi per bene».
Non solo tossici, l’ha detto alle femministe?
«Sì, perché io per primo lo sono: un femminista classico, non intersezionale».
Qualche giorno fa, prima di abbandonare X, ha chiesto a Mattarella se fosse tollerabile che un procuratore capo dicesse che al referendum sulla separazione delle carriere «votano No le persone per bene e votano Sì gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata». Riscontri?
«Nessuno. Non mi aspettavo certo che con tutto quello che ha da fare il capo dello Stato rispondesse, non ho tutta questa autostima. Però la domanda andava posta perché le parole di Gratteri sono gravi».
Il procuratore di Napoli qualche settimana fa lesse in un talk show una falsa intervista in cui Giovanni Falcone si diceva contrario alla separazione delle carriere.
«Una circostanza terribilmente spiacevole soprattutto per la memoria di Falcone».
Perseverare è diabolico?
«Sicuramente, ma credo sia una strategia consapevole perché serve a innalzare i toni dello scontro e a distogliere dalla vera sostanza della riforma di civiltà giuridica».
Come mai i dirigenti del Comitato per il No non lo sconfessano?
«Perché ritengono che parlare alla pancia del Paese in questo modo porti consenso. Pensano che innalzare i toni faccia il loro gioco. Perciò, sostengono anche posizioni che rasentano l’eresia. Come quando Giancarlo De Cataldo afferma che secondo la Costituzione la magistratura avrebbe un potere di controllo sulla politica. Una vera bestemmia contro la Costituzione e i padri costituenti».
Ha sbagliato anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, riferendosi al ruolo delle correnti nella magistratura, a parlare di sistema para mafioso?
«Anche questo significa innalzare un po’ troppo i toni. Ci sono cose che si possono pensare senza il bisogno di dirle».
Ha detto esattamente ciò che disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, uno che di metodi mafiosi se ne intendeva, ma le opposizioni si sono stracciate le vesti.
«Dal 1992 si è creato un vuoto nella politica, e siccome anche nella vita civile, come in natura, i vuoti non esistono, la magistratura è andata a riempirlo. Magari anche suo malgrado».
Le frasi di Gratteri hanno provocato la reazione di molti magistrati, come si è visto dalla lettera di 51 di loro che hanno scritto: Gratteri, ci indaghi tutti.
«Tantissimi magistrati che invece di andare in tv stanno a lavorare a testa bassa non si sentono rappresentati da questi modi e da questi toni».
E hanno provocato la reazione dei riformisti del Pd che votano Sì: come possono convivere?
«Immagino sia un problema serio. Non riesco a immaginare come possa sopravvivere un riformista dentro questo Pd».
Che cosa turba di più l’Anm e la maggioranza dei magistrati: il doppio Csm che separa pm e giudici, il sorteggio per la loro composizione o l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari?
«Probabilmente l’Alta corte. Ma non sono parte in causa e non posso dirlo. Da cittadino dico che separare l’iter della magistratura inquirente da quella giudicante è un atto di assoluto buon senso perché sono due mestieri molto diversi. Non si può arrivare alla magistratura giudicante dopo aver sviluppato una mentalità puramente inquirente».
Da chi è abituato a contestare i conflitti d’interessi altrui ci si aspetterebbe meno opacità di quella che avvolge il sindacato dei magistrati, il Comitato per il No e la corrente di Magistratura democratica?
«Direi di sì. La discesa in politica della magistratura iniziata nel 1992 sulla opacità dei finanziamenti alla politica. Dunque, una richiesta di trasparenza in merito ai loro finanziamenti non dovrebbe metterli a disagio».
Cosa pensa del fatto che alcuni vertici dei vescovi sembrano propendere per il No alla separazione?
«Credo dipenda più da uno schieramento ideologico e da sommovimenti interni alla Chiesa in cui, in questo momento, ci sono anime che devono trovare una nuova composizione. Da cattolico laico ritengo del tutto trascurabili le posizioni dei vescovi su un ordinamento riguardante gli organi dello Stato».
Fa bene il premier a non politicizzare troppo l’appuntamento?
«Dopo l’esperienza di Renzi capisco la prudenza di non legare troppo il proprio nome a una riforma. Tuttavia, penso che se la si ritiene un elemento importante della propria azione di governo si dovrebbe avere il coraggio di sostenerla fino in fondo».
Ha sbagliato Forza Italia a sottolineare che la separazione era fortemente voluta da Berlusconi?
«Forse sì, ma se un’idea è giusta lo è in sé stessa a prescindere da chi la sostiene. Anche perché la appoggiavano molte persone di sinistra che poi hanno cambiato idea semplicemente perché al governo c’è la Meloni».
Sarebbe stato più efficace sottolineare la paternità dell’ex ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli, socialista ed ex partigiano?
«Peraltro un partigiano vero e non di facciata. Vediamo se il Pd ha il coraggio di sostenere che era un fascista pure Vassalli».
Quindi, guardando le paternità delle leggi sulle carriere dei magistrati, il ministro della Giustizia del governo fascista Dino Grandi nel 1941 patrocinò l’unificazione mentre l’ex partigiano Vassalli si batté per la separazione, corretto?
«Correttissimo, è la pura realtà storica».
Di che cosa sono sintomo quelle frasi di Gratteri?
«Hanno il retropensiero di un’onnipotenza che non ammette di essere messa in dubbio da un sistema democratico in cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, tanto meno coloro che la amministrano».
La presunta superiorità morale, cioè la convinzione di essere più buoni e più giusti, è una forma sofisticata di razzismo?
«Sì. Persino ritenersi i più colpevoli di tutti, mi riferisco all’antioccidentalismo degli occidentali, in realtà è una forma narcisistica di pretesa superiorità. Che non riconosce mai l’altro come pari, ma sempre come vittima di una nostra superiorità che, però, essendo buoni e giusti, riusciamo a denunciare».
Nel 1987 il referendum sulla perseguibilità civile dei magistrati colpevoli di errori giudiziari conquistò l’80% dei consensi…
«Compreso il mio».
Però è rimasto inapplicato. Stavolta, trattandosi di un referendum confermativo di una legge che modifica la Costituzione, abbiamo maggiore speranza che in caso di successo dei Sì sarà applicato?
«Lo spero. Nel frattempo lasciamo alla Schlein rincorrere il quorum che non serve».
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Ansa
Sul referendum aumenta lo scontro sui finanziamenti ai comitati. Per Maurizio Gasparri e Enrico Costa (Forza Italia), i contrari «prima invocano autonomia per le toghe, poi sono opachi sui fondi ricevuti». Carlo Nordio: «Se richiesta, pronti a divulgare la lista dei nostri sostenitori».
Chi finanzia chi? In questi giorni la campagna elettorale per il referendum si arroventa su un altro argomento: i finanziatori dei comitati del Sì e del No. Alla richiesta di conoscere i finanziatori del comitato contrario alla riforma, i vertici di quest’ultimo rilanciano la palla nella metà campo avversaria: «Il comitato Giusto dire No», dice il presidente onorario Enrico Grosso, «ha uno statuto pubblico, chiunque andando sul sito www.giustodireno.it può scaricare lo statuto, può fare una sottoscrizione, se non ha ruoli politici, da 10 a 100 euro, è tutto perfettamente trasparente. Siamo sicuri che anche i comitati per il Sì manifesteranno la stessa sensibilità alla trasparenza che manifestiamo noi ogni giorno».
«Se ci fosse una richiesta, certo, perché no? Io credo che in una democrazia sia necessario sapere chi finanzia chi, proprio in base a quella trasparenza che viene invocata da tutti e da anni e che dovrebbe coinvolgere a maggior ragione chi riveste cariche di particolare importanza pubblica»: così, in risposta, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Noi abbiamo chiesto all’Anm se ritenessero opportuno dare delle spiegazioni anche a loro tutela. Non vedo dove sia il problema nella trasparenza. Parlare addirittura di intimidazione come è stato fatto mi sembra improprio e provocatorio».
Per quello che riguarda le polemiche incrociate con toni sempre più accesi, come è accaduto recentemente con le affermazioni da una parte di Nicola Gratteri e dell’altra del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il vicepremier Matteo Salvini invita tutti a una maggiore sobrietà e a discutere nel merito della riforma: «Come ho commentato le parole di Gratteri», argomenta Salvini, «commento anche quelle di Nordio. Evitiamo aggettivi, attacchi e insulti e parliamo del merito. Gli italiani non voteranno pro o contro Salvini, Nordio, Gratteri, il governo, la Schlein. Conto che tutti abbiano toni più tranquilli. È giusto chiedere chi finanzia chiunque», aggiunge Salvini.
Si scagliano contro l’Associazione nazionale magistrati, con toni durissimi, il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, e il deputato berlusconiano Enrico Costa: «Predicano bene, razzolano male. Alla domanda “chi vi finanzia?”», scrivono in una nota congiunta, «si sfilano come anguille. Invocano il “chi sbaglia paga” per tutti gli altri, ma loro non pagano mai per gli errori commessi, che si tratti di ingiuste detenzioni o inchieste mediatiche. Niente responsabilità civile, né disciplinare, né contabile. Il presidente Anm, Cesare Parodi, per non rivelare chi finanzia il comitato per il No dell’Anm, ha raccontato la barzelletta che il comitato per il No partorito dall’Anm è autonomo dall’Anm. Parodi è passato dal rivendicare giustamente l’autonomia inflessibile per la magistratura, all’autonomia flessibile quando gli conviene per non rivelare i finanziatori. È autonomo dall’Anm un comitato costituito dall’Anm, finanziato dall’Anm per oltre 700.000 euro, un comitato il cui statuto specifica che “darà attuazione alle direttive generali fissate dal comitato direttivo centrale della Associazione nazionale magistrati” che “ha sede legale in Roma, palazzo di giustizia, piazza Cavour, presso l’Anm”, che il presidente dell’Anm è componente del direttivo del comitato, che “alle riunioni del consiglio direttivo partecipa anche senza diritto di voto il responsabile della comunicazione dell’Anm”? È autonomo», chiedono ancora Gasparri e Costa, «un comitato il cui nucleo centrale del direttivo è composto da membri del comitato direttivo centrale di Anm e del quale lo stesso Parodi figura tra i costituenti?». «L’Anm da’ vita a un comitato, lo finanzia, lo dirige, lo ospita nella sua sede. È la prova provata che è diventata a tutti gli effetti un partito politico», ha rincarato Costa ai microfoni del Tg3.
L’insofferenza per il degrado della campagna elettorale, che scivola sempre di più in una palude di attacchi personali reciproci che distraggono dai contenuti della consultazione referendaria, cresce a dismisura. Pina Picierno, vice presidente del Parlamento europeo del Pd e una delle testimonial più autorevoli della sinistra per il Sì, oltre che leader della opposizione interna a Elly Schlein, segnala questo rischio: «Queste opposte curve da stadio», argomenta a L’aria che tira, su La7, «non aiutano a comprendere il merito della riforma. Il confronto su un tema così importante merita ben altro livello di approfondimento. Il ministro Nordio farebbe bene ad assumere un tono più istituzionale. Alcune uscite del ministro, anche forse involontarie, finiscono per trasformarsi nel miglior testimonial delle ragioni del No. Per quanto riguarda la lettera del ministero, penso sia assolutamente inopportuna».
Conferma il voto favorevole al referendum anche Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «Il 22 e 23 marzo», sottolinea il deputato di Fn, Rossano Sasso, «gli italiani devono andare a votare Sì per il referendum sulla giustizia perché è da tanti anni che aspettiamo una riforma. È giusto dare un segnale a chi vuole fare un uso politico della magistratura, che rappresenta una piccolissima percentuale della magistratura che manca di rispetto alla stragrande maggioranza dei nostri magistrati che fanno onestamente il proprio dovere».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 febbraio con Flaminia Camilletti
Imagoeconomica
I rappresentanti di Articolo Centouno bocciano la decisione di investire 800.000 euro per il comitato referendario contro la riforma Nordio. Critiche al bilancio: «Gestione antidemocratica dell’associazione».
Anche se l’Associazione nazionale magistrati non pubblica i suoi bilanci, c’è chi, nel sindacato delle toghe, non fa mancare i rilievi e denuncia l’opacità di alcune operazioni. È il gruppo di giudici e pm riuniti sotto le insegne di Articolo Centouno i cui rappresentanti dentro l’Anm non le mandano certo a dire.Mentre il governo invoca trasparenza sui finanziamenti versati da migliaia di cittadini al comitato «Giusto dire No», praticamente una costola dell’Anm, e l’opposizione denuncia schedature e liste di proscrizione, noi siamo andati a recuperare su Radio Radicale il dibattito del 12 luglio 2025 legato all’approvazione del bilancio del 2024 dell’Anm.
In quell’afosa giornata il giudice Nadia Ceccarelli prende la parola a nome di Articolo Centouno e, suscitando il fastidio di molti, esprime un giudizio che vale la pena di riportare.
Nel primo intervento, la toga elenca i dati che abbiamo pubblicato ieri, vale a dire un buco di bilancio di 589.000 euro, l’erosione di quasi 600.000 euro dal saldo contabile, causata dall’organizzazione del congresso nazionale («che è diventato un evento mondiale, a quanto pare, considerato quanto è costato», è il commento ironico della Ceccarelli) e cita testualmente le critiche mosse dai revisori alla gestione dei fondi dell’associazione, destinati più agli «investimenti speculativi» (per cui il gruppo propone di stabilire un limite massimo) che alle «attività assistenziali e di sostegno agli aderenti all’Anm», particolarmente urgenti «in caso di gravi eventi e patologie». Le parole della Ceccarelli vengono pronunciate tra brusii e proteste, ma il giudice conclude la lettura del documento senza preoccuparsene.
La conclusione è scontata: «Articolo Centouno vota contro l’approvazione del bilancio e non ho intenzione di dimettermi», annuncia con tono fermo la Ceccarelli. «Il nostro è un voto di carattere politico perché il bilancio contiene spese del tutto irragionevoli, benché veritiere in quanto riscontrate dalla documentazione allegata». Il suo j’accuse non si arresta: «Sono anni che si fa passerella vuota, la campagna referendaria è solo l’ennesimo pretesto. Sono anni che non si fa vera tutela sindacale a favore dei soci in malattia o dei soci sottoposti a procedimenti disciplinari, sono anni che si calpestano le prerogative della minoranza», denuncia la donna. E fa un esempio: «Abbiamo chiesto 200 euro di rimborso per un volo aereo acquistato da Andrea Reale (altro esponente di Articolo Centouno, ndr) per andare a parlare con il ministro della Giustizia ed è stato negato dicendo che era andato a titolo personale». Il giudizio finale è definitivo: «Questo bilancio riflette un’Anm antidemocratica».
Accuse forti che scatenano la reazione delle toghe progressiste, anche se il bilancio viene approvato pure dalle altre correnti (l’Anm è guidata da una sorta di governissimo o Grande coalizione).
L’ex presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, secondo quelli di Articolo Centouno, avrebbe chiesto alla nuova giunta informazioni su chi lo avesse accusato di mala gestio. E allora il compagno di banco della Ceccarelli nel Consiglio direttivo centrale del sindacato, il già citato Reale, si mette al pc e scrive alle toghe progressiste presenti nella vecchia Giunta esecutiva centrale, le più arrabbiate per le accuse del gruppo di colleghi anticorrenti e domanda loro se abbiano letto il verbale dei revisori dei conti dell’Anm, dove si faceva riferimento al buco di bilancio e lo si valutava ripianabile non prima di quattro anni.
«Come interpretate queste affermazioni “infamanti"?», chiede provocatoriamente Reale ai colleghi, che sostengono di avere sempre condiviso «le più significative decisioni in materia di spesa» nel parlamentino dell’Anm.
Reale non ci sta: «Ma davvero? Quindi noi di Articolo Centouno abbiamo dormito durante tutte le riunioni?», scrive. E chiede la prova di questa condivisione di informazioni. Le domande non sono terminate: «Vi sembra sufficiente come giustificazione della “perdita” (collegio dei revisori dixit!) dire che gli accantonamenti ammontano a 1.700.000,00 euro? In che termini pensate che le affermazioni dei revisori dei conti o di qualche rappresentante dell’Anm, sul bilancio 2024, possano dirsi infamanti e come pensate di agire nei loro confronti: civilmente, penalmente, disciplinarmente, deontologicamente, amministrativamente?».
Di fronte a questa raffica di quesiti non risponde nessuno e, allora, Reale, dopo quattro giorni, manda un’altra mail («Essendo rimaste inevase le domande…») intitolata «Bilancio: in rosso? Chi dice falsità» e vi inserisce ulteriori informazioni e dati imbarazzanti. Per esempio ricorda la voce del bilancio «Contributi e liberalità» che ha registrato un «aumento del 30,97% (da 67.800 euro a 88.800 euro)»; l’importo del compenso dell’addetto stampa (cresciuto del 101% da 52.000 euro a 103.500); gli 85.400 euro destinati a una società di consulenza che è stata chiamata, senza gara (i revisori hanno espressamente consigliato di farle), a dare i giusti suggerimenti su come ritoccare il contratto con il broker assicurativo dell’Anm (cambiato di lì a poco su consiglio di un altro consulente).
Per Articolo Centouno si tratterebbe di una spesa folle, mentre l’Anm ha sostenuto che il vecchio broker, grazie all’intervento del consulente, avrebbe formulato un’offerta migliorativa che si sarebbe tradotta in un risparmio di spesa per i soci assicurati di 567.000 euro.
A proposito di questo affidamento, Reale precisa con La Verità: «Abbiamo appreso della consulenza soltanto in sede di approvazione del bilancio. Abbiamo chiesto le ragioni e abbiamo ritenuto sproporzionato l’importo rispetto all’attività svolta (studio sullo stato ed andamento delle polizze assicurative collettive). Secondo noi è stata una cifra davvero esorbitante».
Ma la diatriba tra il suo gruppo e l’Anm non è finita l’estate scorsa. I rappresentanti di Articolo Centouno si sono opposti anche alla discesa in campo del sindacato nella campagna referendaria: «A proposito di spese esagerate, l’Anm ha devoluto 800.000 euro in favore del comitato referendario e per noi si tratta di una cifra eccessiva, anche perché sono soldi pure di quella parte, magari minoritaria, di magistrati che o non vuole votare o vuole votare sì o che comunque non condivide affatto la costituzione del comitato. Noi abbiamo sempre avuto il dubbio che tale iniziativa esponesse l’Anm all’esterno come un soggetto politico. E i fatti ci stanno dando ragione», conclude Reale.
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