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2024-01-26
Il modello Bologna città 30 è un flop. Ma altri sindaci Pd vogliono copiarlo
Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Ansa)
- Pure Bergamo e Monza, amministrate dai dem Gori e Pilotto, stanno lavorando per imporre il nuovo limite di velocità. E chi se ne frega se gli abitanti sono contrari. Botta di realismo per Sala: «A Milano è impossibile».
- Alla fine Lepore capitola: «Se il ministro cambia le regole, ci adegueremo» Intanto Salvini incontra l’Anci: «Clima disteso, l’obiettivo comune è evitare il caos».
Lo speciale contiene due articoli.
Anche Bergamo vuole l’Andamento lento. Il cantautore Tullio De Piscopo raccontò che l’idea del brano gli era venuta nel traffico paralizzato, quando un tassista gli aveva detto: «E che vuole, qui a Roma è tutto un andamento lento». Monica Corbani di Ambiente partecipazione futuro (Apf), il gruppo più a sinistra a Palazzo Frizzoni, invece ha preso ispirazione dal sindaco dem di Bologna, Matteo Lepore, che vuole imporre i 30 all’ora in più zone cittadine. La capogruppo in Consiglio comunale caldeggia un Pop rock «dolce», per il Piano delle opere pubbliche (Pop) che si discute in questi giorni nel capoluogo lombardo amministrato da Giorgio Gori: «La città dei 30 all’ora era un tema importante del programma elettorale. L’obiettivo è favorire la mobilità dolce. Le zone 30, poi, diminuiscono l’incidentalità grave», ha detto al Corriere di Bergamo. L’ovvietà era scontata, eppure la Corbani non ha avuto esitazioni a precisare: «Essere investiti da un veicolo che va a 50 all’ora mette a rischio la vita più che essere urtati da uno a 30 all’ora, e questo non è ideologico». Secondo Stefano Zenoni, assessore alla Mobilità della giunta Gori, Bergamo «per le sue caratteristiche è la città giusta per i 30 km orari su molte aree», dal momento che «è piccola come superficie ed è molto densamente abitata, con una folta presenza di ciclisti, pedoni e mezzi di trasporto e con moltissime strade storiche strette».
Alla sinistra, sembra piacere molto l’idea di mandare nel panico gli automobilisti, costringendoli a limiti di velocità snervanti quanto assurdi. Pure il sindaco dem di Monza, Paolo Pilotto, ha detto che tra qualche mese partiranno le prime sperimentazioni di limite 30 km/h in alcuni quartieri. Prima, si è affrettato a chiarire al Giorno: «Saranno necessari investimenti e lavori per la segnaletica orizzontale e verticale, ma soprattutto per il posizionamento di piattaforme che rallentino la velocità e consentano a disabili e passeggini l’attraversamento in linea». Rimane comunque la volontà di far circolare auto a passo d’uomo, dopo aver costretto i cittadini a rottamare i vecchi diesel per acquistare vetture elettriche. Per fortuna non sarebbe di questa idea il primo cittadino meneghino: «Il modello che sta applicando Bologna», ha detto Beppe Sala, «è un modello impossibile per Milano». Con i suoi assessori sta pensando a un «modello milanese», che non contempla mettere «una pattuglia con un misuratore della velocità in maniera tale che l’automobilista sia avvisato che sta andando più di 30, e poi dopo alcuni metri mettere un’altra pattuglia che eventualmente eroga la multa». Già un passo in avanti per Palazzo Marino, che dopo i divieti in area B vuole aumentare le zone in area C escluse dalla circolazione delle auto, e così accontentare la sinistra radical chic.
Lepore, invece, prosegue convinto nell’operazione Bologna città 30, malgrado la circolare del ministero dei Trasporti (Mit) affermi che «qualsiasi fissazione generalizzata di limiti di velocità nel contesto urbano risulta di per sé arbitraria». Non per una «bizzarra» presa di posizione di Matteo Salvini, determinato a far rispettare le condizioni elencate nel documento, dal momento che i 30 all’ora «non sono coerenti con le indicazioni del Codice della strada e potrebbero causare più problemi che benefici», ma perché il Mit già si era espresso in modo contrario a obblighi di circolazione a passo di lumaca.
Nella direttiva del 2006, il ministero dei Trasporti sosteneva che «la presunzione di una maggiore sicurezza, che deriverebbe dall’imposizione di limiti massimi di velocità più bassi del normale, è puramente illusoria; l’esperienza insegna, infatti, che divieti non supportati da effettive esigenze vengono sistematicamente disattesi, dando luogo, altresì, a una diseducativa sottovalutazione di tutta la segnaletica prescrittiva e, talvolta, all’irrogazione di sanzioni che non hanno un reale fondamento».
La palla è passata all’Anci, l’associazione dei sindaci italiani a cui è rivolta la direttiva del Mit e che dovrà riunirsi nei prossimi giorni. Il presidente Antonio Decaro ha detto di apprezzare l’invito al confronto del ministro Salvini, ma nel suo primo commento è stato estremamente vago. «La sicurezza di pedoni, ciclisti e automobilisti è da sempre la priorità assoluta di tutti i sindaci, che sono i più titolati a valutare le diverse situazioni locali, le esigenze della mobilità e quelle legate alla sicurezza dei cittadini», si legge nella nota diffusa. Ha aggiunto: «Pensiamo che sia molto importante continuare a collaborare nel sensibilizzare i cittadini», ma non si comprende se questo significhi far digerire agli automobilisti che possono mettersi al volante solo procedendo a 30 all’ora.
Il Codacons, invece, minaccia già il ricorso al Tar. Secondo l’associazione dei consumatori, il ministero dovrà fornire «gli elementi tecnici su cui si basa la nuova direttiva relativa ai limiti di velocità nei centri urbani».
Adesso Lepore fa marcia indietro
Matteo Lepore, che fino a mercoledì sembrava voler tirare dritto con la sua Città 30, ora abbassa i toni. Forse perché qualcuno gli ha spiegato che aveva ragione il viceministro Galeazzo Bignami e che, nella fattispecie, prevalgono le direttive nazionali. «Se il ministero cambierà delle regole», ha dichiarato ieri in un’intervista a SkyTg24, «noi ovviamente le leggeremo e seguiremo quelle che sono le indicazioni».
Sarà che l’Italia non è ancora pronta per le illuminate idee del sindaco di Bologna, ma anch’egli dovrà sottostare alle leggi nazionali. Il viceministro Bignami, in un’intervista rilasciata ieri al Resto del Carlino, lo ha ribadito ancora una volta: «I Comuni possono decidere la limitazione della velocità, ma solo a determinate condizioni». A conferma della la sua posizione è apparsa, sulle pagine del Corriere di Bologna, un’intervista a Stefano Zunarelli, ordinario dell’Alma Mater nonché uno tra i massimi esperti europei di diritto dei trasporti: «Il Comune deve seguire le direttive del ministro, possano piacere o meno. Così dice la legge. Sennò si corre il rischio che ogni Comune si faccia le sue norme. Il ministro, se motiva il contrasto con la propria direttiva, può intervenire direttamente su un atto del Comune, che poi potrebbe ricorrere al Tar». La direttiva in questione è pronta ed è stata discussa, sempre ieri, in un videocollegamento tra l’Anci e Matteo Salvini, il quale dopo il caso di Bologna ha voluto avviare un dialogo coi sindaci al fine di «evitare il caos». La riunione è durata una decina di minuti e i racconti dicono di un clima cordiale e disteso, che porterà gli uffici dell’Anci e quelli del Mit a collaborare direttamente. Nel frattempo, sono sempre di più le voci che criticano il progetto leporiano.
Ieri, sul Corriere di Bologna, una vigilessa anonima si è dichiarata perplessa. «Un conto era mantenere i 30 all’ora entro le mura», ha spiegato, «anche perché in centro ci sono strade in cui a malapena fai i 20. Però ad esempio, anche nei pressi delle scuole, sarebbe bastato mettere qualche dosso in più per garantire più sicurezza ai pedoni e ai ciclisti». La vigilessa, di seguito, parla di cittadini «disorientati» e di «un provvedimento che si applica a macchia di leopardo», e aggiunge, inoltre, che «non è sempre chiara la segnaletica: in alcune strade il limite è a 40, poi diventa a 30 col dosso e magari intersechi una strada a 50. Sorrido quando sento il sindaco che dice che non bisogna guardare il contachilometri, ma vedere se ci siamo noi a controllare col telelaser in strada». Il riferimento è a una surreale intervista di qualche giorno fa, in cui Lepore ha suggerito ai cittadini di «non guardare il tachimetro, perché se hanno paura delle multe non è guardando il contachilometri che le evitano, ma guardando in strada se c’è un infovelox o una postazione della polizia municipale segnalata». In parole povere, gli automobilisti non devono sempre rispettare le regole che lui stesso ha posto, ma solo quando rischiano di subire una contravvenzione.
Sempre ieri, sul Resto del Carlino, è uscita un’intervista a Mattia Strangi, un libero professionista e docente dell’università di Bologna che di mestiere ricostruisce sinistri stradali. Sulla pagina didattica si legge che i suoi «interessi di ricerca sono rivolti allo studio della dinamica e della cinematica del sinistro stradale sviluppando e implementando modelli matematici e metodi atti alla ricostruzione dell’evento». Secondo l’esperto, andando a 30 all’ora diminuisce potenzialmente soltanto la lesività dell’incidente e non la possibilità che esso avvenga, ma «quello che guadagno come diminuzione di lesività lo perdo con maggiore stress e un inquinamento di informazioni che creano distrazione». Ci si chiede perché, questa volta, il Pd non voglia seguire la scienza.
Pure Bergamo e Monza, amministrate dai dem Gori e Pilotto, stanno lavorando per imporre il nuovo limite di velocità. E chi se ne frega se gli abitanti sono contrari. Botta di realismo per Sala: «A Milano è impossibile».Alla fine Lepore capitola: «Se il ministro cambia le regole, ci adegueremo» Intanto Salvini incontra l’Anci: «Clima disteso, l’obiettivo comune è evitare il caos».Lo speciale contiene due articoli.Anche Bergamo vuole l’Andamento lento. Il cantautore Tullio De Piscopo raccontò che l’idea del brano gli era venuta nel traffico paralizzato, quando un tassista gli aveva detto: «E che vuole, qui a Roma è tutto un andamento lento». Monica Corbani di Ambiente partecipazione futuro (Apf), il gruppo più a sinistra a Palazzo Frizzoni, invece ha preso ispirazione dal sindaco dem di Bologna, Matteo Lepore, che vuole imporre i 30 all’ora in più zone cittadine. La capogruppo in Consiglio comunale caldeggia un Pop rock «dolce», per il Piano delle opere pubbliche (Pop) che si discute in questi giorni nel capoluogo lombardo amministrato da Giorgio Gori: «La città dei 30 all’ora era un tema importante del programma elettorale. L’obiettivo è favorire la mobilità dolce. Le zone 30, poi, diminuiscono l’incidentalità grave», ha detto al Corriere di Bergamo. L’ovvietà era scontata, eppure la Corbani non ha avuto esitazioni a precisare: «Essere investiti da un veicolo che va a 50 all’ora mette a rischio la vita più che essere urtati da uno a 30 all’ora, e questo non è ideologico». Secondo Stefano Zenoni, assessore alla Mobilità della giunta Gori, Bergamo «per le sue caratteristiche è la città giusta per i 30 km orari su molte aree», dal momento che «è piccola come superficie ed è molto densamente abitata, con una folta presenza di ciclisti, pedoni e mezzi di trasporto e con moltissime strade storiche strette». Alla sinistra, sembra piacere molto l’idea di mandare nel panico gli automobilisti, costringendoli a limiti di velocità snervanti quanto assurdi. Pure il sindaco dem di Monza, Paolo Pilotto, ha detto che tra qualche mese partiranno le prime sperimentazioni di limite 30 km/h in alcuni quartieri. Prima, si è affrettato a chiarire al Giorno: «Saranno necessari investimenti e lavori per la segnaletica orizzontale e verticale, ma soprattutto per il posizionamento di piattaforme che rallentino la velocità e consentano a disabili e passeggini l’attraversamento in linea». Rimane comunque la volontà di far circolare auto a passo d’uomo, dopo aver costretto i cittadini a rottamare i vecchi diesel per acquistare vetture elettriche. Per fortuna non sarebbe di questa idea il primo cittadino meneghino: «Il modello che sta applicando Bologna», ha detto Beppe Sala, «è un modello impossibile per Milano». Con i suoi assessori sta pensando a un «modello milanese», che non contempla mettere «una pattuglia con un misuratore della velocità in maniera tale che l’automobilista sia avvisato che sta andando più di 30, e poi dopo alcuni metri mettere un’altra pattuglia che eventualmente eroga la multa». Già un passo in avanti per Palazzo Marino, che dopo i divieti in area B vuole aumentare le zone in area C escluse dalla circolazione delle auto, e così accontentare la sinistra radical chic.Lepore, invece, prosegue convinto nell’operazione Bologna città 30, malgrado la circolare del ministero dei Trasporti (Mit) affermi che «qualsiasi fissazione generalizzata di limiti di velocità nel contesto urbano risulta di per sé arbitraria». Non per una «bizzarra» presa di posizione di Matteo Salvini, determinato a far rispettare le condizioni elencate nel documento, dal momento che i 30 all’ora «non sono coerenti con le indicazioni del Codice della strada e potrebbero causare più problemi che benefici», ma perché il Mit già si era espresso in modo contrario a obblighi di circolazione a passo di lumaca. Nella direttiva del 2006, il ministero dei Trasporti sosteneva che «la presunzione di una maggiore sicurezza, che deriverebbe dall’imposizione di limiti massimi di velocità più bassi del normale, è puramente illusoria; l’esperienza insegna, infatti, che divieti non supportati da effettive esigenze vengono sistematicamente disattesi, dando luogo, altresì, a una diseducativa sottovalutazione di tutta la segnaletica prescrittiva e, talvolta, all’irrogazione di sanzioni che non hanno un reale fondamento». La palla è passata all’Anci, l’associazione dei sindaci italiani a cui è rivolta la direttiva del Mit e che dovrà riunirsi nei prossimi giorni. Il presidente Antonio Decaro ha detto di apprezzare l’invito al confronto del ministro Salvini, ma nel suo primo commento è stato estremamente vago. «La sicurezza di pedoni, ciclisti e automobilisti è da sempre la priorità assoluta di tutti i sindaci, che sono i più titolati a valutare le diverse situazioni locali, le esigenze della mobilità e quelle legate alla sicurezza dei cittadini», si legge nella nota diffusa. Ha aggiunto: «Pensiamo che sia molto importante continuare a collaborare nel sensibilizzare i cittadini», ma non si comprende se questo significhi far digerire agli automobilisti che possono mettersi al volante solo procedendo a 30 all’ora. Il Codacons, invece, minaccia già il ricorso al Tar. Secondo l’associazione dei consumatori, il ministero dovrà fornire «gli elementi tecnici su cui si basa la nuova direttiva relativa ai limiti di velocità nei centri urbani».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sindaci-pd-30-kmh-2667092622.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-lepore-fa-marcia-indietro" data-post-id="2667092622" data-published-at="1706257570" data-use-pagination="False"> Adesso Lepore fa marcia indietro Matteo Lepore, che fino a mercoledì sembrava voler tirare dritto con la sua Città 30, ora abbassa i toni. Forse perché qualcuno gli ha spiegato che aveva ragione il viceministro Galeazzo Bignami e che, nella fattispecie, prevalgono le direttive nazionali. «Se il ministero cambierà delle regole», ha dichiarato ieri in un’intervista a SkyTg24, «noi ovviamente le leggeremo e seguiremo quelle che sono le indicazioni». Sarà che l’Italia non è ancora pronta per le illuminate idee del sindaco di Bologna, ma anch’egli dovrà sottostare alle leggi nazionali. Il viceministro Bignami, in un’intervista rilasciata ieri al Resto del Carlino, lo ha ribadito ancora una volta: «I Comuni possono decidere la limitazione della velocità, ma solo a determinate condizioni». A conferma della la sua posizione è apparsa, sulle pagine del Corriere di Bologna, un’intervista a Stefano Zunarelli, ordinario dell’Alma Mater nonché uno tra i massimi esperti europei di diritto dei trasporti: «Il Comune deve seguire le direttive del ministro, possano piacere o meno. Così dice la legge. Sennò si corre il rischio che ogni Comune si faccia le sue norme. Il ministro, se motiva il contrasto con la propria direttiva, può intervenire direttamente su un atto del Comune, che poi potrebbe ricorrere al Tar». La direttiva in questione è pronta ed è stata discussa, sempre ieri, in un videocollegamento tra l’Anci e Matteo Salvini, il quale dopo il caso di Bologna ha voluto avviare un dialogo coi sindaci al fine di «evitare il caos». La riunione è durata una decina di minuti e i racconti dicono di un clima cordiale e disteso, che porterà gli uffici dell’Anci e quelli del Mit a collaborare direttamente. Nel frattempo, sono sempre di più le voci che criticano il progetto leporiano. Ieri, sul Corriere di Bologna, una vigilessa anonima si è dichiarata perplessa. «Un conto era mantenere i 30 all’ora entro le mura», ha spiegato, «anche perché in centro ci sono strade in cui a malapena fai i 20. Però ad esempio, anche nei pressi delle scuole, sarebbe bastato mettere qualche dosso in più per garantire più sicurezza ai pedoni e ai ciclisti». La vigilessa, di seguito, parla di cittadini «disorientati» e di «un provvedimento che si applica a macchia di leopardo», e aggiunge, inoltre, che «non è sempre chiara la segnaletica: in alcune strade il limite è a 40, poi diventa a 30 col dosso e magari intersechi una strada a 50. Sorrido quando sento il sindaco che dice che non bisogna guardare il contachilometri, ma vedere se ci siamo noi a controllare col telelaser in strada». Il riferimento è a una surreale intervista di qualche giorno fa, in cui Lepore ha suggerito ai cittadini di «non guardare il tachimetro, perché se hanno paura delle multe non è guardando il contachilometri che le evitano, ma guardando in strada se c’è un infovelox o una postazione della polizia municipale segnalata». In parole povere, gli automobilisti non devono sempre rispettare le regole che lui stesso ha posto, ma solo quando rischiano di subire una contravvenzione. Sempre ieri, sul Resto del Carlino, è uscita un’intervista a Mattia Strangi, un libero professionista e docente dell’università di Bologna che di mestiere ricostruisce sinistri stradali. Sulla pagina didattica si legge che i suoi «interessi di ricerca sono rivolti allo studio della dinamica e della cinematica del sinistro stradale sviluppando e implementando modelli matematici e metodi atti alla ricostruzione dell’evento». Secondo l’esperto, andando a 30 all’ora diminuisce potenzialmente soltanto la lesività dell’incidente e non la possibilità che esso avvenga, ma «quello che guadagno come diminuzione di lesività lo perdo con maggiore stress e un inquinamento di informazioni che creano distrazione». Ci si chiede perché, questa volta, il Pd non voglia seguire la scienza.
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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Riduci
Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.