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2023-05-07
Pur di attaccare la Meloni i sindacati si buttano a destra
La manifestazione della Cgil a Bologna (Ansa)
Era da anni che i sindacati non scendevano in piazza contro un governo di centrodestra. Ovvio che in automatico scattino tutti gli esercizi retorici che piacciono a chi sventola le bandiere rosse. Stavolta però la critica contro il il recentissimo decreto lavoro impone alla Cgil, alle altre due sigle e pure alla Confindustria di Carlo Bonomi (che sembra virtualmente accodarsi) un salto carpiato. Il taglio delle tasse sui salari chiesto da anni è finalmente arrivato, ma attenzione: non basta. «Ce ne vuole di più», spiega Maurizio Landini, e soprattutto «deve essere per sempre, deve essere strutturale». Guarda caso esattamente ciò che la legge delega sulla riforma del fisco del governo Meloni ha appena partorito e consegnato alle Camere perché ne scaturiscano i numerosi decreti attuativi. Insomma, pur di manifestare sembra che Landini & C. vogliano spostarsi a destra rispetto a questo governo. Peccato che, nell’operazione politica, le sigle glissino oggi una serie di problemi che hanno negli anni ignorato oppure cavalcato solo a beneficio personale, e mai per giungere a una soluzione. Parliamo del Patto di stabilità e dei vincoli che questo Paese ha accettato di sottoscrivere nel corso degli anni.
Lo scorso dicembre il capo della Cgil manifestava a Roma contro la legge Finanziaria. Critiche contro il governo perché applicava una austerity maggiore di quella richiesta dall’Ue. Sul cuneo fiscale, puntò il dito contro il passo indietro del governo che aveva promesso «un grande intervento sul taglio dei contributi» sui salari, ma «poi ha deciso di prorogare il 2% dell’esecutivo Draghi senza aggiungere nulla». Ecco: adesso che è arrivato il taglio del cuneo, Landini sembra dimenticare tutta la storia pregressa di questo Paese e purtroppo ignorare anche il suo futuro immediato. È vero che il più grande taglio del cuneo fiscale è stato realizzato da Romano Prodi, ma quello attuale segue a ruota ed è il massimo che oggi si possa fare: tanto più che il Reddito di cittadinanza grillino è stato riformato, ma nei fatti (per il 2024) rifinanziato con un taglio inferiore al miliardo di euro. Il sindacato ha perso due anni dietro ai deliri del salario minimo, di cui Enrico Letta si era invaghito per far contenta la nomenclatura Ue. E, prima ancora, la Cgil non risulta aver bacchettato più di tanto Giuseppe Conte per le sue mancate promesse in tema di lavoro e fisco.
Il problema complessivo sta sempre nella coperta corta. Aver abbracciato e sposato il Pnrr ha creato nella realtà un enorme vincolo interno che impedisce al Paese di spendere i soldi al di fuori delle infrastrutture, certamente importanti ma non l’unico elemento per il rilancio dell’economia e della produttività. Il Pnrr per di più crea inflazione: eppure i sindacati non sono mai scesi in piazza contro il Piano di ripresa e resilienza. Tanto meno sono scesi in piazza contro le strategie di Bruxelles. Lo scorso 24 gennaio Landini ha incontrato il ministro all’Industria, Adolfo Urso. All’uscita da Via Molise, l’erede di Susanna Camusso ha spiegato ai giornalisti: «Si è parlato anche delle politiche europee, c’è bisogno di una discussione perché si superi il Patto di stabilità senno a partire dal 2023 pagheremo un prezzo molto alto». Parole sacrosante, che non sono state in alcun modo seguite dai fatti.
La trattativa per la riforma del Patto di stabilità è tutta sulle spalle del governo. E, per il momento, non si è conclusa bene. Visto che torneremo nei fatti all’austerity precedente, con la differenza che ci saranno o quattro o sette anni per rientrare nei parametri. Il tutto a fronte di un monitoraggio così stretto che puzza di commissariamento.
È giusto che il governo si prenda le sue responsabilità, ma chi fa opposizione deve almeno perseguire un obiettivo concreto e una strada coerente. Inoltre, non è immaginabile che la cosiddetta società civile continui a essere cieca nei confronti delle problematiche di riassetto europee. Giornali e sindacati tacciono di fronte all’austerity quando ci sono governi di sinistra e si stracciano le vesti quando a Palazzo Chigi c’è il centrodestra. Se poi vogliamo entrare nei dettagli dei numeri, i costi del Pnrr e pure quelli del riarmo non sono stati scorporati dal Patto. Le conseguenze sono tangibili. Nella legge finanziaria 2024 ci saranno come minimo sette miliardi di tagli imposti dal nuovo Patto di stabilità. A cui si aggiungeranno altri sette o otto eredità del governo Draghi. La scelta di tassare gli extraprofitti delle società energetiche è stata un fallimento. Tanto che su dieci miliardi messi a copertura della Manovra ne sono arrivati otto.
L’ultimo degli osservatori (La Verità) aveva lanciato l’allarme: a differenza dei sindacati che sono stati silenti, avevamo previsto il buco in arrivo. Buco che purtroppo pagheranno i lavoratori il prossimo anno. Questo governo si troverà ad avere nel 2024 almeno 14 miliardi in meno da investire nel fisco e nelle buste paga. Darà continuità alle politiche di questo dl Lavoro, ma non sarà per nulla facile. Chi adesso, come la coppia Landini-Bonomi, chiede meno tasse sul lavoro, sa bene che l’austerity non si combatte in piazza ingannando i lavoratori, ma con un percorso politico complesso che richiede la riforma degli equilibri Ue. Gli slogan falsi e bolsi contro l’evasione fiscale o a favore degli espropri - modello patrimoniale - fanno comodo a Elly Schlein, ma non a chi deve lavorare ogni giorno e lottare per una paga dignitosa.
Spot in piazza per Cgil, Cisl e Uil, ma la gente contesta Elly Schlein
Lei: «Partecipiamo a questa manifestazione unitaria...». Loro: «Vattene!». Lei: «Condividiamo queste rivendicazioni e battaglie...». Loro: «Via la politica dalla piazza». Lei: «Il Pd è al fianco della mobilitazione...». Loro: «Vai a casa, qui non si fa propaganda». Vengo anch’io, no tu no. Nostalgia di Enzo Jannacci. Per Elly Schlein è una giornata difficile, parlare con i Cobas e alcuni duri e puri della Uil che contestano a una decina di metri non è facile, soprattutto se ti sei allenata solo su Vogue.
Per qualcuno l’autonomia sindacale è ancora qualcosa di serio, così la mobilitazione di Bologna si trasforma in una sconfitta per la segretaria woke del Nazareno, bersagliata dagli ultrà delle barricate e in difficoltà anche per colpa dell’armocromista da 300 euro a seduta: per un classico festival rosso le ha fatto indossare una maglietta nera. I fondamentali, signora mia. Sopra c’è scritto: «La lotta paga. Sempre» e il pugno chiuso d’ordinanza è disegnato con chiarezza. Ma per vedere i dettagli bisognerebbe avvicinarsi. E il pueblo dei 30.000 in piazza Maggiore ha altro per la testa che omaggiare la snobissima Lady Radical con residenza a Lugano e doppio passaporto.
Lei mette insieme qualche frase a favore di microfono. «Siamo qui per riparare gli errori del passato sulle politiche del lavoro, come il Jobs Act. Giuseppe Conte non c'è? Ci siamo sentiti anche ieri con lui. Non sempre le agende si incrociano ma su questa, come su altre battaglie, c’è convergenza». Convergenza. Lo ripete anche questa volta, come se dai maggiorenti dem (Enrico Letta, Dario Franceschini, Goffredo Bettini, vale a dire coloro che tirano le fila della nuova stagione) fosse partito l’imperativo di cementare l’alleanza, di non irritare il avvocato del popolo, di glorificarlo anche da remoto. Balletti senza gloria.
Un po’ oltre, pensionati, militanti, trotzkisti attempati e vecchie zie - mischiati ai soliti happy few della contestazione permanente - si ritrovano sotto le bandiere rosse della Cgil (meno impatto cromatico per le bianche e verdi della Cisl) per contrapporsi al governo di Giorgia Meloni in tutte le sue sfaccettature. Tutto secondo un naturale teatrino che vede la sinistra paventare ogni tipo di emergenza democratica ogniqualvolta a palazzo Chigi c’è la destra. Così, a leggere cartelli e striscioni, in piazza si lotta per la sanità pubblica, per l’ambiente, contro la guerra e il precariato, ma anche per il welfare, soprattutto per «Lavorare meno, lavorare meglio». C’è tutto, come in un programma di Corrado Formigli. Anche qualche associazione pro migranti e i «giovani antifascisti militanti». Mancano un accenno all’Intelligenza artificiale e un altro allo scudetto del Napoli per un minestrone con il collante ideologico che non scalfisce il paese reale, ormai ben al di là di queste rappresentazioni anni Settanta.
Una sfilata fuori dal tempo. Conte l’ha capito in anticipo e si è ben guardato dal farsi vedere. Nicola Fratoianni invece pianta con orgoglio la bandierina della sinistra estrema, nonostante sia fra quelli che gli ultrà vorrebbero cacciare: «È giusto essere qui alla manifestazione. Questo Paese è ammalato di diseguaglianze crescenti inaccettabili, questo Paese è ammalato di una precarietà insopportabile. Servono risposte, ma le risposte che vengono da questo governo sono quelle sbagliate». Le risposte mai arrivate nei dieci anni di governi di centrosinistra non lo preoccupavano, allora stava al calduccio sotto il tavolo del potere ad aspettare i resti della cena. La politica si sfilaccia mentre la gente sfila; non ci sono i centri sociali a riempire di cupo folclore l’aria, quindi manca il rigurgito violento. Solo qualche «Meloni boia» e altri insulti da corteo in attesa del messia rosso, Maurizio Landini, in arrivo direttamente dai talk show de La7 dove bivacca nei giorni dispari.
Il padrone di casa sale sul palco, promette la replica della manifestazione a Milano e a Napoli (13 e 20 maggio) e minaccia uno sciopero generale per ravvivare l’atmosfera da weekend. «Noi non rinunciamo ai nostri obiettivi, con questa piazza che non si vedeva da tempo ed è un messaggio forte». Poi s’azzarda a ribaltare i numeri elettorali nel consueto fantasy da Spartacus: «Siamo noi la maggioranza di questo Paese e non ci fermeremo. La domanda che arriva dai lavoratori è di non fermarci finché non portiamo a casa i risultati che stiamo chiedendo. Diversamente dal governo non vogliamo dividere il Paese ma unirlo, abbiamo bisogno di unire il mondo del lavoro». La folla si eccita per un nanosecondo, allora il segretario della Cgil (sovrappeso, quindi suda) decide di lanciare il carico da undici in platea: «Abbiamo un governo che pensa che governare voglia dire decidere senza confrontarsi con nessuno. Non escludiamo nulla, gli scioperi generali non si minacciano ma si fanno quando è il momento di farli».
Non ci sono sorprese nel cuore di Bologna. Non è un XFactor, tranne Schlein in maglia nera vincono tutti. Anche Luigi Sbarra, numero uno della Cisl, per la verità più morbido di Landini: «Non ci accontentiamo dell’incontro del 30 aprile, da questa piazza arriva un invito a riprendere il dialogo. Il confronto non può essere una tantum, ma permanente e strutturato per sostenere assieme la sfida della ripartenza del Paese». C’è ovviamente spazio anche per Pierpaolo Bombardieri, segretario Uil, più prudente sull’ipotesi di sciopero generale: «Non l’abbiamo cancellato dal nostro vocabolario ma farlo adesso non serve. La mobilitazione dev’essere lunga per condizionare le scelte del governo».
Disuniti alla meta, mentre Landini scuote la testa. Lui vorrebbe paralizzare il Paese per garantirsi la leadership, vorrebbe un’estate francese per tornare a condizionare la politica come ai tempi di Luciano Lama, Gianni Agnelli e la macelleria sociale per un punto di contingenza in più. Vorrebbe che il rosso sventolasse per sempre. Ma la piazza di nuovo distratta lo osserva sbadigliando e si diverte di più a svillaneggiare la Schlein. Ce l’ha insegnato Nanni Moretti, il sol del l’avvenire non tira più neppure al cinema.
Continua a leggereRiduci
Pd e Cgil in piazza contro la «precarietà». E dopo mesi passati a denunciare la «guerra ai poveri» il leader rosso Maurizio Landini fa la piroetta: «Tagli al cuneo? Vanno estesi». Benvenuto, ma allora se la prenda col Patto di stabilità.Sotto le bandiere rosse a Bologna va in scena la sfilata di pensionati, militanti dei centri sociali e trotzkisti attempati per criticare l’esecutivo. I manifestanti non gradiscono la presenza di Elly Schlein: «Vai a casa».Lo speciale contiene due articoli.Era da anni che i sindacati non scendevano in piazza contro un governo di centrodestra. Ovvio che in automatico scattino tutti gli esercizi retorici che piacciono a chi sventola le bandiere rosse. Stavolta però la critica contro il il recentissimo decreto lavoro impone alla Cgil, alle altre due sigle e pure alla Confindustria di Carlo Bonomi (che sembra virtualmente accodarsi) un salto carpiato. Il taglio delle tasse sui salari chiesto da anni è finalmente arrivato, ma attenzione: non basta. «Ce ne vuole di più», spiega Maurizio Landini, e soprattutto «deve essere per sempre, deve essere strutturale». Guarda caso esattamente ciò che la legge delega sulla riforma del fisco del governo Meloni ha appena partorito e consegnato alle Camere perché ne scaturiscano i numerosi decreti attuativi. Insomma, pur di manifestare sembra che Landini & C. vogliano spostarsi a destra rispetto a questo governo. Peccato che, nell’operazione politica, le sigle glissino oggi una serie di problemi che hanno negli anni ignorato oppure cavalcato solo a beneficio personale, e mai per giungere a una soluzione. Parliamo del Patto di stabilità e dei vincoli che questo Paese ha accettato di sottoscrivere nel corso degli anni. Lo scorso dicembre il capo della Cgil manifestava a Roma contro la legge Finanziaria. Critiche contro il governo perché applicava una austerity maggiore di quella richiesta dall’Ue. Sul cuneo fiscale, puntò il dito contro il passo indietro del governo che aveva promesso «un grande intervento sul taglio dei contributi» sui salari, ma «poi ha deciso di prorogare il 2% dell’esecutivo Draghi senza aggiungere nulla». Ecco: adesso che è arrivato il taglio del cuneo, Landini sembra dimenticare tutta la storia pregressa di questo Paese e purtroppo ignorare anche il suo futuro immediato. È vero che il più grande taglio del cuneo fiscale è stato realizzato da Romano Prodi, ma quello attuale segue a ruota ed è il massimo che oggi si possa fare: tanto più che il Reddito di cittadinanza grillino è stato riformato, ma nei fatti (per il 2024) rifinanziato con un taglio inferiore al miliardo di euro. Il sindacato ha perso due anni dietro ai deliri del salario minimo, di cui Enrico Letta si era invaghito per far contenta la nomenclatura Ue. E, prima ancora, la Cgil non risulta aver bacchettato più di tanto Giuseppe Conte per le sue mancate promesse in tema di lavoro e fisco.Il problema complessivo sta sempre nella coperta corta. Aver abbracciato e sposato il Pnrr ha creato nella realtà un enorme vincolo interno che impedisce al Paese di spendere i soldi al di fuori delle infrastrutture, certamente importanti ma non l’unico elemento per il rilancio dell’economia e della produttività. Il Pnrr per di più crea inflazione: eppure i sindacati non sono mai scesi in piazza contro il Piano di ripresa e resilienza. Tanto meno sono scesi in piazza contro le strategie di Bruxelles. Lo scorso 24 gennaio Landini ha incontrato il ministro all’Industria, Adolfo Urso. All’uscita da Via Molise, l’erede di Susanna Camusso ha spiegato ai giornalisti: «Si è parlato anche delle politiche europee, c’è bisogno di una discussione perché si superi il Patto di stabilità senno a partire dal 2023 pagheremo un prezzo molto alto». Parole sacrosante, che non sono state in alcun modo seguite dai fatti. La trattativa per la riforma del Patto di stabilità è tutta sulle spalle del governo. E, per il momento, non si è conclusa bene. Visto che torneremo nei fatti all’austerity precedente, con la differenza che ci saranno o quattro o sette anni per rientrare nei parametri. Il tutto a fronte di un monitoraggio così stretto che puzza di commissariamento. È giusto che il governo si prenda le sue responsabilità, ma chi fa opposizione deve almeno perseguire un obiettivo concreto e una strada coerente. Inoltre, non è immaginabile che la cosiddetta società civile continui a essere cieca nei confronti delle problematiche di riassetto europee. Giornali e sindacati tacciono di fronte all’austerity quando ci sono governi di sinistra e si stracciano le vesti quando a Palazzo Chigi c’è il centrodestra. Se poi vogliamo entrare nei dettagli dei numeri, i costi del Pnrr e pure quelli del riarmo non sono stati scorporati dal Patto. Le conseguenze sono tangibili. Nella legge finanziaria 2024 ci saranno come minimo sette miliardi di tagli imposti dal nuovo Patto di stabilità. A cui si aggiungeranno altri sette o otto eredità del governo Draghi. La scelta di tassare gli extraprofitti delle società energetiche è stata un fallimento. Tanto che su dieci miliardi messi a copertura della Manovra ne sono arrivati otto. L’ultimo degli osservatori (La Verità) aveva lanciato l’allarme: a differenza dei sindacati che sono stati silenti, avevamo previsto il buco in arrivo. Buco che purtroppo pagheranno i lavoratori il prossimo anno. Questo governo si troverà ad avere nel 2024 almeno 14 miliardi in meno da investire nel fisco e nelle buste paga. Darà continuità alle politiche di questo dl Lavoro, ma non sarà per nulla facile. Chi adesso, come la coppia Landini-Bonomi, chiede meno tasse sul lavoro, sa bene che l’austerity non si combatte in piazza ingannando i lavoratori, ma con un percorso politico complesso che richiede la riforma degli equilibri Ue. Gli slogan falsi e bolsi contro l’evasione fiscale o a favore degli espropri - modello patrimoniale - fanno comodo a Elly Schlein, ma non a chi deve lavorare ogni giorno e lottare per una paga dignitosa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sindacati-meloni-bologna-2659974872.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spot-in-piazza-per-cgil-cisl-e-uil-ma-la-gente-contesta-elly-schlein" data-post-id="2659974872" data-published-at="1683408446" data-use-pagination="False"> Spot in piazza per Cgil, Cisl e Uil, ma la gente contesta Elly Schlein Lei: «Partecipiamo a questa manifestazione unitaria...». Loro: «Vattene!». Lei: «Condividiamo queste rivendicazioni e battaglie...». Loro: «Via la politica dalla piazza». Lei: «Il Pd è al fianco della mobilitazione...». Loro: «Vai a casa, qui non si fa propaganda». Vengo anch’io, no tu no. Nostalgia di Enzo Jannacci. Per Elly Schlein è una giornata difficile, parlare con i Cobas e alcuni duri e puri della Uil che contestano a una decina di metri non è facile, soprattutto se ti sei allenata solo su Vogue. Per qualcuno l’autonomia sindacale è ancora qualcosa di serio, così la mobilitazione di Bologna si trasforma in una sconfitta per la segretaria woke del Nazareno, bersagliata dagli ultrà delle barricate e in difficoltà anche per colpa dell’armocromista da 300 euro a seduta: per un classico festival rosso le ha fatto indossare una maglietta nera. I fondamentali, signora mia. Sopra c’è scritto: «La lotta paga. Sempre» e il pugno chiuso d’ordinanza è disegnato con chiarezza. Ma per vedere i dettagli bisognerebbe avvicinarsi. E il pueblo dei 30.000 in piazza Maggiore ha altro per la testa che omaggiare la snobissima Lady Radical con residenza a Lugano e doppio passaporto. Lei mette insieme qualche frase a favore di microfono. «Siamo qui per riparare gli errori del passato sulle politiche del lavoro, come il Jobs Act. Giuseppe Conte non c'è? Ci siamo sentiti anche ieri con lui. Non sempre le agende si incrociano ma su questa, come su altre battaglie, c’è convergenza». Convergenza. Lo ripete anche questa volta, come se dai maggiorenti dem (Enrico Letta, Dario Franceschini, Goffredo Bettini, vale a dire coloro che tirano le fila della nuova stagione) fosse partito l’imperativo di cementare l’alleanza, di non irritare il avvocato del popolo, di glorificarlo anche da remoto. Balletti senza gloria. Un po’ oltre, pensionati, militanti, trotzkisti attempati e vecchie zie - mischiati ai soliti happy few della contestazione permanente - si ritrovano sotto le bandiere rosse della Cgil (meno impatto cromatico per le bianche e verdi della Cisl) per contrapporsi al governo di Giorgia Meloni in tutte le sue sfaccettature. Tutto secondo un naturale teatrino che vede la sinistra paventare ogni tipo di emergenza democratica ogniqualvolta a palazzo Chigi c’è la destra. Così, a leggere cartelli e striscioni, in piazza si lotta per la sanità pubblica, per l’ambiente, contro la guerra e il precariato, ma anche per il welfare, soprattutto per «Lavorare meno, lavorare meglio». C’è tutto, come in un programma di Corrado Formigli. Anche qualche associazione pro migranti e i «giovani antifascisti militanti». Mancano un accenno all’Intelligenza artificiale e un altro allo scudetto del Napoli per un minestrone con il collante ideologico che non scalfisce il paese reale, ormai ben al di là di queste rappresentazioni anni Settanta. Una sfilata fuori dal tempo. Conte l’ha capito in anticipo e si è ben guardato dal farsi vedere. Nicola Fratoianni invece pianta con orgoglio la bandierina della sinistra estrema, nonostante sia fra quelli che gli ultrà vorrebbero cacciare: «È giusto essere qui alla manifestazione. Questo Paese è ammalato di diseguaglianze crescenti inaccettabili, questo Paese è ammalato di una precarietà insopportabile. Servono risposte, ma le risposte che vengono da questo governo sono quelle sbagliate». Le risposte mai arrivate nei dieci anni di governi di centrosinistra non lo preoccupavano, allora stava al calduccio sotto il tavolo del potere ad aspettare i resti della cena. La politica si sfilaccia mentre la gente sfila; non ci sono i centri sociali a riempire di cupo folclore l’aria, quindi manca il rigurgito violento. Solo qualche «Meloni boia» e altri insulti da corteo in attesa del messia rosso, Maurizio Landini, in arrivo direttamente dai talk show de La7 dove bivacca nei giorni dispari. Il padrone di casa sale sul palco, promette la replica della manifestazione a Milano e a Napoli (13 e 20 maggio) e minaccia uno sciopero generale per ravvivare l’atmosfera da weekend. «Noi non rinunciamo ai nostri obiettivi, con questa piazza che non si vedeva da tempo ed è un messaggio forte». Poi s’azzarda a ribaltare i numeri elettorali nel consueto fantasy da Spartacus: «Siamo noi la maggioranza di questo Paese e non ci fermeremo. La domanda che arriva dai lavoratori è di non fermarci finché non portiamo a casa i risultati che stiamo chiedendo. Diversamente dal governo non vogliamo dividere il Paese ma unirlo, abbiamo bisogno di unire il mondo del lavoro». La folla si eccita per un nanosecondo, allora il segretario della Cgil (sovrappeso, quindi suda) decide di lanciare il carico da undici in platea: «Abbiamo un governo che pensa che governare voglia dire decidere senza confrontarsi con nessuno. Non escludiamo nulla, gli scioperi generali non si minacciano ma si fanno quando è il momento di farli». Non ci sono sorprese nel cuore di Bologna. Non è un XFactor, tranne Schlein in maglia nera vincono tutti. Anche Luigi Sbarra, numero uno della Cisl, per la verità più morbido di Landini: «Non ci accontentiamo dell’incontro del 30 aprile, da questa piazza arriva un invito a riprendere il dialogo. Il confronto non può essere una tantum, ma permanente e strutturato per sostenere assieme la sfida della ripartenza del Paese». C’è ovviamente spazio anche per Pierpaolo Bombardieri, segretario Uil, più prudente sull’ipotesi di sciopero generale: «Non l’abbiamo cancellato dal nostro vocabolario ma farlo adesso non serve. La mobilitazione dev’essere lunga per condizionare le scelte del governo». Disuniti alla meta, mentre Landini scuote la testa. Lui vorrebbe paralizzare il Paese per garantirsi la leadership, vorrebbe un’estate francese per tornare a condizionare la politica come ai tempi di Luciano Lama, Gianni Agnelli e la macelleria sociale per un punto di contingenza in più. Vorrebbe che il rosso sventolasse per sempre. Ma la piazza di nuovo distratta lo osserva sbadigliando e si diverte di più a svillaneggiare la Schlein. Ce l’ha insegnato Nanni Moretti, il sol del l’avvenire non tira più neppure al cinema.
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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